Fumetto d'Autore

www.fumettodautore.com | Il Magazine della Nona Arte e dintorni | ISSN: 2037-6650 | Direttore: Alessandro Bottero

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L'Editoriale » Il Flop: Teoria, Pratica ed Etica, ad uso della Critica

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ultimoterrestredi Alessandro Bottero

Ciclicamente emerge il quesito: vende ciò che vale, o vale ciò che vende? Se Natale in Sudafrica ha incassato più de L’Ultimo Terrestre,  questo basta da solo, a poter dire che Natale in Sudafrica vale più di L’Ultimo Terrestre?

La risposta ovviamente è no.

Essendo io un relativista assoluto dal punto di vista critico, per cui non esistono “capolavori” in senso oggettivo, ma solo ciò che piace al singolo lettore/critico, non ha senso dire che un film, un disco, un libro, un fumetto “valgono” più di un altro film. Per ME una canzone degli ABBA vale molto più di un pezzo di musica classica contemporanea, SE il pezzo di musica classica contemporanea “alla John Cage” mi annoia, e mi fa venire voglia di smettere di ascoltarlo. Un fumetto che NON mi fa venire voglia di leggerlo per ME non è un capolavoro. Anche se lo dicono 100.000 persone in tutto il mondo. Un libro che NON mi fa venire voglia di leggerlo, non è un capolavoro. Anche se la critica tutta lo esalta come il Nuovo Romanzo Italiano.

Soggettività, Relatività, Responsabilità dei propri giudizi. Ecco i parametri.

Quindi in base a questo per me il problema NON è se L’Ultimo Terrestre ha incassato meno di quanto gli serva per coprire le spese. Non è un problema se vogliamo parlare del valore de L’Ultimo Terrestre come espressione dell’ingegno di un regista.

Invece gli incassi contano, e MOLTO, se parliamo de L’Ultimo Terrestre come prodotto inserito in un meccanismo industriale, e non come opera unica e isolata, ma come opera che vive all’interno di un genere.

Facciamo l’esempio dell’animazione italiana, ed in particolare i lungometraggi.  Nel 1996 viene distribuito un film che si chiama La Freccia Azzurra. È un bel film, con musiche di Paolo Conte, la storia non è male, ma soprattutto (da un punto di vista commerciale e per l’industria dell’animazione) NON è un flop. Non fa sfracelli al botteghino, ma non è in perdita. Cosa significa? Che a questo punto i produttori e chi CONCRETAMENTE caccia i soldi per realizzare altri prodotti, non partirà in modo pregiudiziale contro “un film a cartoni animati”. Ecco che nel 1998 arriva la Gabbianella e il Gatto, di Enzo d’Alò, che è un indiscutibile successo di incassi. Mi seguite? Non sto parlando di contenuti, o di valore artistico. Personalmente trovo La Freccia Azzurra dieci volte meglio de La Gabbianella e il Gatto, ma è un dato di fatto indiscutibile che il secondo film ha incassato molto più del primo. Quindi nel 1999 se uno andava da un produttore e diceva “Ho un’idea per un film a cartoni animati”, il produttore guardava il cosiddetto storico del botteghino, e trovava DUE film a cartoni animati realizzati in Italia che erano andati bene al botteghino, e QUINDI dava fiducia al regista/ideatore.

Avete colto il punto nodale? Il flop o il successo al botteghino di un prodotto di intrattenimento incidono sul sistema produttivo, bloccando o favorendo il nascere di prodotti simili.

Nel 1999 la situazione era a FAVORE dei progetti di lungometraggi di animazione, realizzati da studi italiani, e infatti vengono messi in cantiere almeno cinque lungometraggi. Momo (2001), Aida degli alberi (2001), Johan Padan a la descoverta de le Americhe (2002), Totò Sapore (2003) e Opopomoz (2003/2004).

Se tenete conto che i tempi di realizzazione di un lungometraggio sono due/tre anni dalla prima idea alla copia nelle sale, capiamo come il successo de La Freccia Azzurra prima e de La Gabbianella e il Gatto poi sono stati l’elemento DETERMINANTE, per far avere via libera a questi progetti.

Quindi se un prodotto è un flop o meno conta. Conta assai.

Ma proseguiamo, perché abbiamo una riprova in senso negativo.

Il primo film di questa ondata, Momo, non fu un successo ai livelli de La Gabbianella e il Gatto, ma riuscì a difendersi. La catastrofe iniziò con Aida degli alberi. Aida degli Alberi, oltre ad essere un film bruttino (ma è una considerazione personale), incassò un decimo di quanto era costato. Un decimo. Non “un pochino di meno”. No. Un decimo. Del tipo “Mi è costato dieci milioni di euro, e ne ho incassato uno”.  A quel punto a parte i film in lavorazione, si chiusero i rubinetti per nuove proposte. Il FLOP di Aida degli Alberi contò moltissimo per chi doveva cacciar ei soldi.

La catastrofe fu totale con i tre lungometraggi successivi. Sia Johan Padan, che Totò Sapore, che Opopomoz furono dei veri e propri flop. Questo stroncò qualsiasi progetto futuro di lungometraggio di animazione realizzato in Italia.

Poi (giusto per chiudere la parentesi storiografica) nel 2007 uscì il film in 3D, Winx Club - Il segreto del regno perduto, ma che era tutta un’altra cosa rispetto ai prodotti del decennio precedente. Per prima cosa si basava su una serie televisiva di successo mondiale. In secondo luogo era prodotto e finanziato in prima persona da Igino Straffi, che non doveva rendere conto a nessuno. Terzo, poteva godere di una distribuzione a livello mondiale, che i prodotti precedenti si sognavano.

Morale? L’animazione italiana, o per essere più precisi, i lungometraggi di animazione realizzati in Italia da studi Italiani sono morti nel2003, per colpa dei FLOP ai botteghini di quattro prodotti in sequenza. Non delle storie banali, della tecnica di animazione povera, o di motivi contenutistico/valoriale. No. Per una mera questione commerciale. Una volta che un prodotto è un FLOP il suo insuccesso ha un oggettivo influsso sulle proposte che vengono dopo di lui, perché nel mondo dell’intrattenimento si valutano gli investimenti sulla base della storia precedente.

E torniamo a L’Ultimo Terrestre.

Sinceramente a me che abbia incassato 1.000 euro, 10.000, o 100.000 in un fine settimana interessa poco o nulla. Se il film (che non ho visto) mi piacesse, il puro e semplice fatto che piace a ME, fa sì che per me il suo valore è assoluto. Mi piace, quindi è bello. Punto. Non ci sono sofismi o discussioni.  Vado al cinema, vedo un film, mi piace. Quel film PER ME è bello.

Ma se devo inserire il risultato de L’Ultimo Terrestre in un discorso futuro di investimenti su un certo genere di film, allora il fatto che questo film non abbia dato i risultati sperati è un dato che non si può mettere da parte.

Voglio fare un esempio molto semplice: se i primi titoli Vertigo non fossero stati ANCHE un successo commerciale, intendendo successo nel senso di non rimetterci soldi fin da subito, l’etichetta Vertigo sarebbe stata chiusa dopo cinque minuti, esattamente come è successo per la Helix (DC Comics), per la Frontiers (Marvel), per la Epic seconda versione (Marvel), e per tante altre etichette interne a varie case editrici.

Ossia, ok…il mondo del cinema è pieno di film che non hanno incassato quasi nulla al botteghino, e poi dieci anni dopo sono stati rivalutati dalla critica (o da Di Nocera). Pure Franco e Ciccio ora sono icone pop, chi lo discute? Il punto è che il tuo flop (che è oggettivo Tanto mi sei costato/tanto hai incassato), inciderà su chi verrà dopo di te.

Lo so benissimo che a chi si limita a VEDERE L’Ultimo Terrestre, quanto abbia incassato non gli interessa. A chi vede un film e basta, quanto sia costato, quanto abbia incassato e così via non gliene frega niente. È un po’ come il lettore medio di fumetti “Aò, ma quanto costa questo! L’Uomo Ragno costa di meno! Sei proprio un ladro!”. Altro che consapevolezza, o voglia di informarsi. Quanto incassa non mi interessa. Siccome piace a me, allora deve piacere a tutti (e qui vi prego di notare la differenza tra il mio atteggiamento e questo. Io dico che piace a ME, ma non dico “se piace a ME deve piacere a tutti, e QUINDI è un capolavoro che la critica deve riconoscere a priori”. Invece chi dice “anche La Cosa di Carpenter è stato un Flop!” ha come sottointeso “Siccome la Cosa di Carpente piace a me DEVE piacere anche te, sennò sei un subnormale!”

Quindi, cercando di chiudere: se si parla di un determinato prodotto dicendo che è stato o meno un flop, non lo si fa per stabilirne il valore, ma solo per capire come il suo –indiscutibile- risultato influirà sulle proposte future.

PS. Un’ultima cosetta per gli ex-studenti di giurisprudenza. Se uno conoscesse davvero la situazione del mondo del fumetto, e non si limitasse solo a sparare idiozie su un forum, saprebbe che in QUESTO momento la strada del print on demand è una delle possibili soluzioni per ottimizzare il rapporto spese/ricavi, perché è indubbiamente meglio vendere 250 copie, avendone stampate 300, che non venderne 300, avendone stampate 1000, dato che un conto è avere 50 copie invendute, un altro averne 700. Ma si sa, sui forum e nei bar sono tutti bravissimi a fare gli editori con i soldi degli altri.

Comments

Finalmente qualcuno che parla senza peli sulla lingua di questo importante argomento!

Per ogni opera bisognerebbe fare un distinguo il più possibile oggettivo tra valore dei contenuti (storia, regia, tecnica, ecc...) e "vendibilità".
Un'opera stupenda sotto tutti i punti di vista potrebbe non vendere per un crudo discorso di scarsa o errata promozione. E questo è davvero molto triste. Ma più spesso si pecca da qualche parte (storia melensa, tempi di narrazione sbagliati, tecnica di esecuzione carente o troppo personale per attrarre un pubblico abbastanza vasto) per poi stupirsi di un flop che, a ben guardare, era più che annunciato.

Con il PS sono d'accordo a metà: è un consiglio validissimo per chi vuole appunto provare a vendere lavori più personali e "d'autore", poco adatti a competere sui grandi numeri e dedicati ad un pubblico di nicchia. In tal caso è sacrosanto stampare poche copie e il rapporto spese/ricavi (il famoso ROI) può diventare favorevole.
Chi invece volesse divertare un editore di fumetti "ben piantato", dovrebbe innanzitutto vivisezionare senza pietà l'opera che vuole proporre e fare una seria indagine di mercato per capire se può trovare spazio o meno. E, se ci fosse una ragionevole speranza, preparsi a curare anche aspetti più "aziendali" del fare fumetti: distribuzione nazionale, pubblicità programmata, collaborazioni, ecc...

Poi b'è, c'è sempre l'eccezione, il successo inaspettato, ecc... ma contare su di essi per "sfondare" è un po' azzardato, non credete? ;)
avatar Ricky
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Il quesito posto dall'articolo è interessante: vende ciò che vale o vale ciò che vende. La questione, tuttavia, dovrebbe essere posta in termini leggermente differenti. La qualità è sempre soggettiva e in questo settore impera la regola della maggioranza dei consensi. Può apparire un discorso drastico, ma se il film X o il cartone Y sono piaciuti e hanno incassato bene, l'unica cosa che si può sostenere è che il film X o il cartone Y sono piaciuti e hanno incassato bene. Il discorso sulla qualità ha senso fino ad un certo punto e nel mercato attuale, che premia i prodotti che hanno maggiore visibilità, non c'è scampo: va avanti chi è più conosciuto o si fa conoscere di più. La qualità, se con questo termine vogliamo indicare un prodotto che oggettivamente e indiscutibilmen te è o appare essere di valore, non esiste. Esistono, invece, i gusti del pubblico e del mercato. Il classico film di Natale, tra battute popolari e qualche scena di nudo o semi-nudo, incassa bene? Anche quella può essere considerata qualità. Occorre talento anche per produrre film di questo tipo. Chi vende e investe i propri soldi in progetti cinematografici, ha necessità di incassare per continuare ad investire. Sarebbe follia buttare via soldi in un progetto che, al massimo, incasserà poco più di centomila euro, eppure ciò avviene. Quella è qualità? Si, ma solo a parere del ristretto numero di persone che hanno creduto e investito nel progetto. Agli altri non è piaciuto, forse nemmeno lo hanno considerato e nemmeno lo conoscevano, ma questo è il mercato. Lo stesso discorso vale per i fumetti. In questo caso, si cerca disperatamente di rendere visibili progetti autoriali o quelli di piccoli micro-editori, i quali, tagliati fuori dai fumetti americani e giapponesi mainstream, sono costretti a puntare sulle licenze degli editori indipendenti. Nonostante gli sforzi, alla fine il risultato è sempre mediocre. Gli editori stessi e perfino gli autori vanno sui forum, si dimostrano disponibili a scambiare opinioni sul prodotto, qualcuno riesce anche ad accettare delle critiche, ma alla fine il risultato è sempre mediocre. Il fumetto viene interrotto o non prosegue dopo la prima stagione. Il problema è che alcuni restano intrappolati dal meccanismo: solo perchè un fumetto viene citato tutti i giorni in un forum, credono che sia un capolavoro e tendono a chiudersi in un piccolo mondo, in cui vi è spazio solo per le loro idee e in cui l'unico fumetto di qualità è quello che seguono. Nel mondo reale, invece, contano gli incassi: se il prodotto non rende, chiude. La qualità non esiste e neppure i geni incompesi. Dicono: "ma come, ho scritto-disegna to un fumetto eccezionale e nessuno lo ha letto? Lo hanno capito o no che sono un genio?". Il problema è che solo tu credi di essere un genio e che il tuo fumetto vale qualcosa. Ti arrabbi con il mercato e con i lettori (che non capiscono o non hanno gli strumenti per capire). Poi con un po' di umiltà, anche tu comprendi che, tutto sommato, quel prodotto non era così impeccabile o era troppo distante dai gusti del pubblico. Non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace. Nei gusti e nelle opinioni, tutto è relativo.
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