- Categoria: Editoriali
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L'Editoriale » Super Bookstores Wars
di Max Ciotola*
I fumetti possono stare in libreria? Prima di rispondere: con ogni probabilità siete abituali fumettovori, quindi il vostro entusiastico assenso (magari anche giusto, chi può dirlo?) potrebbe esser venato da appena un pizzico di mancanza di obiettività. Per capirci, proviamo a fare una domanda un tantino più specifica: “Il numero 67 del manga ‘La pronipote del ninja robotico in love love con il bel cantante tenebroso vampiro gay’ ha diritto ad uno spazio d’esposizione in una libreria di varia?”.
-Prima di scatenare funeste ire: l’esempio funziona ugualmente se al posto del manga ‘la pronipote eccetera eccetera’ inserite ‘il #311 della fichissima e politicamente s/corretta nuova versione del vecchio supereroe, ora più gggiovane e trendy’.
Basta che sia sempre innamorato di un bel cantante tenebroso vampiro gay.-
Risposta secca: se vende, sì. Ok. Questo implica che detto fumetto vendeva già da prima di esser messo sullo scaffale? E perché? E, in caso contrario, se il fumetto non lo metti sullo scaffale, ovvero se non gli dai visibilità, come fai a venderlo? E poi: si vende dove? In libreria o in “fumetteria”? E, di grazia, quale sarebbe la differenza tra queste due categorie di esercizio commerciale? Le cose si complicano…
Questione 1; ribadiamo l’ovvio: in Italia si legge poco, e si legge sempre meno. Questo riguarda la narrativa e la saggistica, quindi diciamo i “libri”, così come la narrativa illustrata. Ci sono pochi titoli che richiamano un po’ di pubblico, diversi cloni più o meno abominevoli dei suddetti titoli, e poi una marea di volumi che intasano gli scaffali e che vendono… be’, diciamo “non tantissimo”.
Tuttavia, paradossalmente e per ragioni alquanto complesse, si pubblica un considerevole numero di titoli. Di solito, lo spazio dedicato ai volumi a fumetti in una libreria di varia (quando c’è) è parecchio più ridotto rispetto alle versioni “senza figure”. Quindi i lettori sono pochi, lo spazio per l’esposizione limitato, i titoli una marea.
Questione 2; in un Paese che snobba la cultura, è –ancora- difficile passare da “il fumetto è una forma di intrattenimento” a “il fumetto può essere una forma di letteratura”.
Di fronte a questa affermazione ci si può indignare (comprensibile, e corretto), si può reagire con veemente dissenso elencando tutti i magnifici capolavori che entrano, a pieno titolo e diritto, nella categoria “arte”, invocare le millemila iniziative volte ad educare il gretto et ignorante pubblico sulla nobiltà della Nona Arte (appunto). Ma resta il dato di fatto che per il non appassionato (quindi per la maggioranza delle persone) la Nona Arte non è Arte. Al massimo è un prodotto d’intrattenimento, più o meno infantile. Generalmente più. (Voi come lo chiamate un film fracassone, pieno di effetti speciali e votato al semplice e disimpegnato passatempo? Fumettone? Ecco, siete prevenuti.)
Questione 3; si può fare leva sull’effetto traino di eventi di grande rilevanza. In altre parole, se è appena uscito il film, o se in TV hanno dato la serie televisiva, si può ipotizzare che per il potenziale “lettore occasionale”, questa sorta di figura mitologica di cui si favoleggia l’esistenza, il relativo fumetto possa essere più “attraente”. E quindi meritarsi un po’ di spazio (vitale) in più. Ma senza un qualche tipo di effetto traino, diventa difficile farsi notare. E questo, spiace dirlo, a prescindere dalla qualità del titolo.
Rifacciamo la domanda precedente ad un qualunque gestore di libreria.
La risposta nel buon 99,99% dei casi (sono un inguaribile ottimista) sarà: “Ma è quello della serie TV? No? Ah, allora… Guardi: c’è quello scaffale lì in fondo, appena prima del sottoscala, lì in basso, scosti le ragnatele… sotto lo strato di polvere c’è l’etichetta “Fumetti”. Forse lì uno spazietto libero lo trova.”
Ok, è un’esagerazione. Captatio benevolentiae, se volete. Ma mica tanto…
Se leggete queste righe, probabilmente fate parte di quella cerchia di eletti che considera il Fumetto anche Arte, oltre che attività commerciale. Che sa che esistono decine e decine di eccezionali graphic novels/romanzi grafici/comevoletechiamarli, letture imprescindibili, che meriterebbero un posto d’onore in tutte le biblioteche, pubbliche e private. Non posso certo darvi torto: lo penso anche io.
Se la massa (siete pregati di caricare questo termine con tutto il disgusto radical-chic possibile, grazie) non viene illuminata da questa semplice Verità, che bruci pure nell’inferno dell’ignoranza.
Salvo poi ritrovarsi solo tra “addetti ai lavori” a vendersi reciprocamente questi bellissimi esemplari della Nona Arte, mentre la “massa” affolla altri e ben più lontani lidi. Ma questo è un altro discorso…
C’è quindi un problema per così dire “ontologico”: il fumetto in sé è un prodotto difficile, sia per il pubblico che per gli operatori.
Difficile perché richiede tecniche di lettura e comprensione particolari: la lettura di un fumetto è una cosa diversa dalla lettura di un libro; la lettura di un albo “a caso” di eroi in calzamaglia prevede una conoscenza almeno superficiale di quasi quarant’anni di storie passate; così come la lettura di un fumetto argentino è diversa dalla lettura di un manga. Beccare un lettore occasionale in libreria è quindi impresa più ardua con un fumetto che un libro.
È difficile perché il fumetto deve fare i conti con un retaggio passato, una nomea ancora difficile da cambiare. Chiunque compra/venda fumetti si muove in bilico su questo filo, tra il prodotto di puro intrattenimento semi-infantile, le necessità commerciali e la tentazione di elevare a elitario capolavoro artistico ogni “romanzo grafico”.
Difficile per le infinite peculiarità della filiera produttiva e commerciale (al mio segnale, scatenate l’inferno!).
Difficile, infine, perché siamo un Paese in cui non si legge, in cui il raro successo editoriale di un libro non è condizionato solo dal suo livello qualitativo (come vi dicevo, sono un inguaribile ottimista), ma da altri elementi più o meno controllabili come risonanza mediatica, passaparola, coincidenze particolari…
Torniamo alla domanda iniziale: i fumetti possono trovare spazio in libreria? Personalmente, non credo che la risposta sia un entusiastico “sì”. Penso che il discorso non debba essere generico (il fumetto come categoria dello spirito), ma specifico, sulla qualità del singolo titolo. Credo che il diritto all’esposizione debba essere conquistato, nell’ottica delle dure leggi del mercato. E che alcuni (molti) fumetti abbiano tutte le carte in regola per conquistarselo.
Bisognerebbe sforzarsi di sfruttare a proprio vantaggio l’apparente contraddizione tra “prodotto commerciale” e “prodotto artistico”, una dicotomia che, in realtà, è il punto di forza delle opere d’intrattenimento nell’era della comunicazione di massa. Perché, se è vero che il valore di un libro a fumetti si misura anche sulla qualità intrinseca, è altrettanto vero che un albo magari non “qualitativamente eccelso” abbia valore perché, per un bel mucchio di ragioni, vende. E quel valore non può e non deve essere sottovalutato in base ad una supposta “superiorità ideologica”, altrimenti si finisce a passeggiar da soli in sale ventose, disquisendo dei massimi sistemi mentre il resto dell’Universo si diverte (e cresce, e spende) altrove.
Prima di criticare le torme urlanti di cosplayers che snobbano l’opera di alto valore artistico e culturale, sarebbe forse utile chiedersi, nell’ordine: cosa compra questa torma urlante? Perché sceglie quel prodotto invece di un altro? E “perché la massa è rozza e ignorante” non è una risposta. È una scusa, anche patetica. Come si può fare a consolidare questo flusso di acquisti, seguendo e magari orientando l’evoluzione dell’acquirente? È una battaglia che si può e si deve vincere.
Perché non è scritto da nessuna parte che se in libreria c’è spazio per l’autobiografia di Fabrizio Corona, non debba esserci uguale (o maggiore) spazio anche per All Star Superman. O per le opere di Tezuka. O per ‘La pronipote del ninja robotico in love love con il bel cantante tenebroso vampiro gay’, se vende.
*Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Mega 168, pubblicato da Alastor. Per gentile concessione dell'autore e dell'editore.