Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Zagor, compie cinquant'anni l'eroe che supera le stagioni della moda

vita_con_zagordi Roberto Alfatti Appetiti*

Ha cinquant’anni, praticamente un ragazzino. Facile a dirsi, oggi. Il problema, tuttavia, per chi taglia questo traguardo, è riuscire a tenere il passo. Di chi è giovane davvero. Pochi ci riescono. Lui senz’altro sì.

Nella palude che ha trasformato in una specie di agriturismo postmoderno, balza con naturalezza di liana in liana, manco fosse Tarzan. Non sa cosa siano giacca e cravatta e il suo look sembra quello di Vasco Rossi: stivale inverno / estate, jeans sfrangiato e t-shirt con impressa un’artigianale aquila nera. No logo, per dirla con Naomi Klein. Pur non essendo affatto vendoliano, coltiva l’adolescenziale velleità di combattere le ingiustizie. A cazzotti, a colpi di scure o, al più, a pistolettate: neanche un milionesimo delle dotazioni tecnologie dei moderni giustizieri televisivi. È un romantico, al punto di indignarsi ancora per il mancato rispetto dei diritti umani e della natura, anche quando tutto ciò si verifica Not In My Back Yard, fuori dal suo giardino, ovvero l’immaginaria foresta di Darkwood di cui è signore. Fautore della coesistenza fra culture diverse, si guarda bene dall’ostentare una bandiera arcobaleno o stringere alleanze improprie. Politicamente potremmo definirlo un terzista: non si schiera per partito preso ma, prima di picchiare, valuta situazione per situazione.


Coetaneo di George Clooney, non ha il pallino del seduttore seriale – del resto la presenza ingombrante del piccolo e panciuto Cico, suo attendente messicano, è un deterrente per eventuali presenze femminili – e soprattutto non è un divo del cinema. Rimane, almeno per il momento, un eroe d’inchiostro. In quanto tale, a differenza dei suoi affezionati lettori, che si sono fatti vecchi sfogliando i suoi albi, gode del privilegio di rimanere sempre agile e prestante come ai tempi della prima avventura, nel formato a striscia, datata 15 giugno 1961. Cinquant’anni di servizio scanditi dai serrati ritmi imposti dalla serialità: appuntamenti mensili cui non si è mai sottratto. Una longevità pari al doppio dei venticinque anni di Dylan Dog e ancor di più rispetto ai venti di Nathan Never, per rimanere ad altre due pur importanti “ricorrenze” che cadono in questo 2011.
La Sergio Bonelli editore, per l’occasione e come da consolidata tradizione, festeggerà il “compleanno” con un albo tutto a colori – il n. 551, Lo scrigno di Manito, (n. 602 Zenith) – affidato a Moreno Burattini: classe 1962, di un anno più giovane di Zagor, è da oltre vent’anni sceneggiatore di punta della serie, di cui è anche curatore dal 2007. Non solo. A testimoniare la vitalità dello “Spirito con la scure”, un vero cult in Turchia, Serbia, Croazia, Brasile e chissà dove altro, è appena arrivato nelle nostre edicole il primo inedito albo gigante, Il castello nel cielo, la pubblicazione annuale che la casa editrice riserva solo ai personaggi in “salute”, quelli che, per intenderci, possono garantire un cospicuo numero di copie vendute. Gran parte degli eroi delle nuvole parlanti, infatti, ha mostrato qualche difficoltà a navigare nell’agitato mare magnum dell’offerta (bombardamento) di fiction e la maggior parte di loro è stata pensionata senza tanti complimenti. Al personaggio creato da Sergio Bonelli (con lo pseudonimo di Guido Nolitta, per non “confondersi” col padre Gian Luigi Bonelli) il compito, con pochi altri, di continuare a rappresentare l’avventura a fumetti anche nel nuovo millennio.

«L’immagine è la stessa dell’eroe classico quale ci è stato tramandato nella sue essenza dalle opere dei massimi artisti greci, Fidia e Prassitele, riprese poi dai nostri grandi del Rinascimento». Così lo descrive Gallieno Ferri, artefice grafico di Zagor, al quale ha prestato il proprio volto. Con Zagor si sono misurati una trentina di disegnatori ma, dal primo numero a oggi, le copertine sono rimaste competenza esclusiva del maestro ligure, alla cui straordinaria carriera Moreno Burattini e il cantautore Graziano Romani hanno dedicato il volume Gallieno Ferri. Una vita con Zagor, edito dalla Coniglio nel 2009.
Alla sceneggiatura, dopo l’era nolittiana, si sono alternate le migliori penne della Bonelli. In ossequio alla continuity ma ognuna con il proprio stile di scrittura e una diversa vocazione di genere che ha fatto sì che – a differenza di Tex, “confinato” per lo più nell’ambientazione tradizionale western – ambienti e scenari, comprimari e situazioni, cambiassero continuamente, alternando realismo e fantascienza, drammaticità e umorismo. Senza mancare di incrociare la grande storia: dal passato remoto all’ucronia. Una miscela sempre imprevedibile in cui gli autori hanno riversato tutti gli ingredienti del racconto, pescando a piene mani dalle suggestioni filmiche e letterarie del secolo scorso. Se nelle storie scritte da Alfredo Castelli, papà di Martin Mystére, si riconoscono i temi “investigativi” che caratterizzeranno negli anni Ottanta il detective dell’Impossibile, nelle sceneggiature di Mauro Boselli come in quelle di Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog, sono le chiavi horror e fantasy a prevalere. Con l’inevitabile ispirazione al Signore degli anelli di Tolkien, come nell’avventura in cui Zagor e Cico si trovano, tramite un libro magico, nella terra di Golnor, impegnati a combattere contro il terribile Signore Nero insieme al guerriero Galad, al mago Elchin e al popolo Parvol, riferimenti espliciti al mondo tolkieniano. Tali contaminazioni, tutt’altro che improvvisate, rappresentano sin dall’inizio un chiaro indirizzo editoriale e hanno permesso a Zagor di superare indenne il susseguirsi delle mode, riuscendo a strizzare l’occhio alle nuove generazioni senza per questo tradire se stesso e contravvenire alle aspettative dei lettori storici.
Non c’è playstation, vincolo familiare o lavoro, del resto, che possa competere con il fascino dell’avventura, il richiamo della strada, la tentazione del viaggio. Anche solo con la fantasia, accompagnando Zagor nelle sue “camminate” in ogni angolo del pianeta: Messico, Arizona, Louisiana, Alaska, Florida, Scozia, Africa e, dai prossimi numeri, anche in Sud America. Luoghi che adesso è possibile visualizzare con immediatezza e ricchezza di particolari sul monitor di un qualsiasi computer ma fino a qualche tempo fa persino inimmaginabili, la cui conoscenza era affidata a disegni e vecchie fotografie nascoste in polverosi atlanti. Una cosa è certa, anche nell’epoca di Google, della multimedialità e dei social network, in cui il tutto e subito è (o sembra) a portata di click: l’irrazionale desiderio di evasione continua ad alimentare l’immaginario di ogni bambino, indipendentemente dall’età anagrafica. Che abbia dieci o cinquant’anni la “sete” di altrove è sempre forte.

«Non è mai esistito un bambino – ripeteva Robert Louis Stevenson – che non abbia cercato oro, non sia stato pirata o capitano di soldati o bandito di montagna, che non abbia mai fatto battaglie, non sia naufragato e non sia stato fatto prigioniero, e non abbia bagnato di sangue le sue piccole mani, o che bravamente non si sia ritirato da una battaglia perduta e che infine, con manifesto orgoglio, non abbia protetto l’innocenza e la bellezza».
L’auspicio, pertanto, è che Zagor – king of Darkwood, come titola un cd musicale a lui dedicato da Graziano Romani – continui a regnare sui nostri sogni per altri cinquant’anni con la forza evocativa del fumetto e, perché no!, anche della narrativa, considerata la fresca pubblicazione de Le mura di Jericho (Cartoon Club editore, pp. 96, € 12), il primo romanzo, scritto dall’instancabile Burattini e illustrato da Massimo Pesce, ad avere come protagonista proprio il leggendario Za-Gor-Te-Nay, il nome indiano (rigorosamente inventato) del nostro Zagor. Lunga vita alla letteratura, pertanto, anche a quella disegnata.
*Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Il Secolo d'Italia del 4 giugno 2011 e on line è reperibile QUI, presso il blog dell'autore.

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