Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Quando Ken Parker e Mafalda, come Nietzsche e Marx, si davano la mano...

romicsmascottedi Roberto Alfatti Appetiti*

Cosa hanno in comune un introverso cowboy dall’inequivoco soprannome di Lungo Fucile, molto simile nell’aspetto al giovane e fascinoso Robert Redford, e una scapigliata ragazzina ribelle e pacifista che mai e poi mai ha voluto metter piede (d’inchiostro) negli Stati Uniti? Probabilmente niente, se non l’aver svolto entrambi un ruolo importante nell’immaginario collettivo: accompagnare la crescita dei ragazzi dei Settanta. Anni in cui – parafrasando la celebre canzone di Antonello Venditti – «Nietzsche e Marx si davano la mano e parlavano insieme dell’ultima festa e del vestito nuovo buono fatto apposta e sempre di quella ragazza che filava tutti meno che te».

Mafalda la “contestataria” – come nel 1969 era titolato il suo primo volume italiano – l’abito buono non l’ha indossato e, a dirla tutta, non se lo sarebbe filato uno come Ken Parker, tutto casa, avventura e Winchester (un Kentucky da caccia ad avancarica). Eppure, magari inconsapevolmente, la mano, in quella “stretta” generazionale, se la sono data anche loro. E a stringersela, sicuramente, saranno oggi pomeriggio alle 15, nella coreografica cornice che Romics ha anche quest’anno allestito nel cuore della nuova fiera di Roma, i rispettivi “papà”: l’argentino Joaquin Salvador Lavado, in arte Quino, e Ivo Milazzo, l’artista piemontese di nascita e ligure d’adozione dalla sterminata produzione culturale (ultima fatica la grapich novel Uomo Faber, dedicata al conterraneo Fabrizio De Andrè, pubblicata lo scorso anno).

 

 

A loro gli organizzatori del festival del fumetto, dell’animazione e dei games, giunto alla sua undicesima edizione, hanno deciso di assegnare i Romics d’oro: una ghiotta occasione d’incontro per i tanti appassionati di nuvole parlanti (e non solo) che sin dal 29 settembre hanno popolato i locali della fiera, che si concluderà nella serata di domani.

I loro personaggi più celebrati, invece, si sono appena sfiorati: Mafalda è “nata” nel 1964 – da noi fece la sua prima apparizione nel 1968, in un’antologia, e dal 1970 Paese Sera fu il primo quotidiano a pubblicarne le strisce – e nel 1973 ha lasciato definitivamente le edicole per farsi ambasciatrice della promozione dei diritti umani nel suo paese, salvo episodiche presenze in Italia (nel 2004, per i suoi quarant’anni, la città di Milano ne ospitò una ricca mostra itinerante).

Ken Parker, il trapper creato nel 1974 da Milazzo – in coppia con Giancarlo Berardi – per la Collana Rodeo, ha esordito con una serie tutta sua nel giugno 1977. Una saga innovativa che durerà sino al 1984 per un totale di cinquantanove albi, seguiti dall’estemporanea pubblicazione di ristampe e rari inediti. Con una precisa linea di marcia: uscire dallo schema classico “eroi vs fuorilegge” e superare il rassicurante confine del genere per affrontare i temi più “adulti” dell’attualità, sino a quel momento neanche sfiorati dal fumetto. Emergenza ambientale, omosessualità, razzismo e persino terrorismo. Nell’albo Sotto il cielo del Messico, così risponde alla sua amante, che si definisce una “giustiziera del popolo”: «E secondo te si fanno gli interessi del popolo andando in giro ad ammazzare la gente?».

Quale editore poteva essere così coraggioso da credere nelle potenzialità di questo personaggio? Sempre lui, Sergio Bonelli, della cui scomparsa non riusciamo ancora a capacitarci.

 

Ken Parker si presentava, sin dall’inizio, diverso dallo stereotipo dell’eroe di professione, duro e pieno di certezze – e di pubblico – cui il western ci aveva abituati: antieroe tormentato e controvoglia, Ken coltiva il dubbio e non ha paura di cambiare idea o mostrare i suoi difetti. Non beve, non fuma e non ha né la disinvoltura di un Mister No con le donne, né la pistolettata facile alla Tex. A modo suo è un non-violento problematico:«Non mi piace uccidere, neanche quando è necessario». E a volte lo è.

«Come personaggio fu particolarmente innovativo – ci spiega il piemontese Claudio Ughetto, scrittore ed ex collaboratore di Diorama Letterario, da pochi giorni animatore del sito web Ereticalia(blogspot.com) – perché era il primo personaggio bonelliano e forse del fumetto italiano in assoluto ad avere una data di nascita e una sua evoluzione, soprattutto umana: da scout in cerca di vendetta per l’uccisione del fratello 17enne, matura nel contatto con molteplici culture piuttosto che rimanere impaludato in un presente ripetitivo e finisce come vorace lettore e aspirante scrittore».

Nuove anche le tecniche introdotte da Milazzo e Berardi. «Eliminazione delle didascalie, disegno iperdinamico, con la tavola “pensata” graficamente, ritmo cinematografico, anche nell’uso delle onomatopee, prima di allora esasperato solo da Pratt – continua Ughetto (nella foto) – fino alla sparizione dei ballons dei pensieri, basandosi solo sull’espressione e sulla sequenza, proprio come al cinema. Il tutto per facilitare la lettura, non per scandalizzare il lettore».

 

A scandalizzare gli adulti, invece, è Mafalda, decisa a non omologarsi e pronta a evidenziarne le contraddizioni. Le sue domande sono talmente dirette e disarmanti da risultare irritanti, tanto da provocare in loro crisi di nervi, da curare col calmante “Nervocalm”. Ha solo sei anni e, come ogni bambina della sua età, possiede una curiosità insaziabile e, qualità più rara, uno sguardo acuto quanto originale sulla vita e sul mondo: dalla guerra del Vietnam alla fame, dalle problematiche ambientali al razzismo.

«Io in quegli anni ero un adolescente, quindi posso dire “io c’ero” – ci confida un altro scrittore piemontese, Giorgio Ballario, giornalista a La Stampa dopo precedenti esperienze a Elementi e Il Borghese – e tra i due istintivamente preferivo la piccola argentina, anche alle più insulse strisce di Snoopy e Charlie Brown, che molti accostavano tra loro. Forse perché ne sentivo più vicini gli umori latini e popolari rispetto a quelli tipicamente yankee di Schultz. Come non apprezzare la ragazzina un po’ petulante ma politicamente scorretta di Buenos Aires, con tutta la sua corte di amichetti stereotipati che riflettevano, sin da bambini, le caratteristiche positive e negative del genere umano?».

Come in Ken Parker i comprimari sono a volte persino più interessanti del primo attore, tanto che può capitare che il protagonista se ne resti defilato per gran parte della storia – in Adha, un’ex schiava di colore si racconta e Ken compare solo nelle ultime pagine – anche in Mafalda gli altri personaggi sono tutt’altro che mere comparse. Da Felipe, il suo migliore amico, con il quale condivide le riflessioni sui massimi sistemi, al fratellino Nando che, al contrario della sorella, adora la minestra quasi quanto Brigitte Bardot.

«E poi c’era il piccolo Miguelito – ricorda Ballario (nella foto) – che era un ammiratore di Mussolini “perché il nonno ne parla sempre bene”. Impensabile dell’Italia ideologicamente ingessata degli anni Settanta! Mi chiedo però che cosa capirebbe di Mafalda il ragazzino contemporaneo: i riferimenti storici al mondo bipolare, alla guerra e alla contestazione studentesca appaiono davvero di un altro secolo».

Di sicuro avrebbero più “successo” Manolito, tanto piccolo quanto precocemente avido di denaro, e Susanita, la cui visione del mondo è diametralmente opposta a quella di Mafalda: bambina frivola e classista, la sua massima aspirazione, con grande scandalo della riccioluta di Quino, è sposare un milionario. Invero attuale, decisamente attuale. Per noi, tuttavia, lo rimane anche il tipo d’uomo che Berardi ha descritto in Ken Parker: «Vive giorno per giorno con gli ideali che si è costruito da sé cercando ardentemente, disperatamente, coraggiosamente e dolorosamente di essere coerente».

*Articolo apparso originariamente su Il Secolo d'Italia del 1 ottobre 2011 e reperibile on line sul blog dell'autore a questo indirizzo.

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