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Justice League - Una critica d'autore - Parte 1

JL1

 

Marvel VS DC – La battaglia del secolo

 

Di Alessio Sgarlato

 

Nel 2016 esce Batman V Superman – Dawn of Justice e diventa immediatamente un film controverso, nel quale il pubblico non riesce a ritrovare lo spirito originale dei personaggi e delle storie che lo hanno ispirato. Eppure, per me si rivela istantaneamente il miglior film di supereroi mai fatto. Per 3 motivi: 1)E’ un film estremamente coerente con il suo tema. Visto dallo spazio, o da un’immaginaria distanza macroscopica, un film è un’affermazione su qualcosa, tipicamente un valore, che il suo autore vuole ribadire a tutti i costi. Batman v Superman parla dell’imponderabilità delle conseguenze delle proprie azioni, e tutti i personaggi, in qualsiasi momento, sono messi di fronte a questa imponderabilità. Bellissima, in questo senso, è la scena in cui Luthor guarda attonito la forza della natura che ha risvegliato, Doomsday, e quasi nello stesso istante rischia di restarne vittima, salvato solo dall’intervento del suo acerrimo nemico, Superman. 2)E’ un film ambientato in un mondo simile al nostro. Attraverso l’uso di location, comparse, e situazioni scelte accuratamente, il film non smette mai di ricordarci che le conseguenze imponderabili di cui sopra hanno un peso sulla gente comune, e che, se gli “dei” Superman e Batman camminassero tra noi, la loro condotta ricadrebbe in qualche modo sulla vita di ciascun comune mortale, anche qualora non fossimo disposti a riconoscerne l’inusitato potere o se le loro avventure si svolgessero per la maggior parte del tempo a migliaia di chilometri di noi. Questo è un elemento importantissimo del “mito originale” della Justice League of America, tanto che, all’inizio del fondamentale ciclo di Morrison e Porter, viene affidato alle parole di uno dei più umani tra i supereroi, Lanterna Verde. Ma sto divagando. 3)L’ultimo punto per cui ritengo Batman v Superman il miglior film di supereroi dell’evo moderno, e non recederò da questa convinzione ancora per molto tempo, è che Batman v Superman ha una personalità autorale. La Warner Bros si è sempre fatta vanto di coltivare con i film che produce delle personalità artistiche in grado di aggiungere qualcosa alla storia del cinema, e Zack Snyder, attraverso un uso sapiente della macchina da presa, una supervisione strettissima della colonna sonora e della correzione colore, e prendendosi delle libertà sul materiale originale, è riuscito a confezionare un film in cui la sua personalità di autore trasuda da ogni inquadratura, e in cui ogni momento memorabile è tale non solo per l’epicità del soggetto, ma anche per la forma con cui il regista ha scelto di raccontarlo.

 

Circa un anno dopo Batman v Superman è uscito Wonder Woman, un film che riveste un’importanza cardinale in termini di equità di genere, in un mondo hollywoodiano che si è sempre rivelato ostile verso le donne, e il recente scandalo Weinstein ne è solo uno dei tanti aspetti. Per via di questa importanza, nessuno, né tra la critica né tra il pubblico, si è sentito in diritto di ammettere che con questo film era stato già effettuato un passo indietro in termini di autoralità, poiché a nessuna delle tre straordinarie donne che hanno dato vita a questo film: la regista Patty Jenkins, l’attrice Gal Gadot e il personaggio Wonder Woman, è stata data l’occasione di uscire dal rassicurante sentiero del “già visto” e di esprimere una propria personalità. Anche il nostro mondo reale usciva mortificato da questa repressione. Infatti, per quasi tutta la prima metà del film, i personaggi parlano di una guerra-più-guerra-di-tutte-le-guerre che nessuno ha mai visto, e poi, con un cambio di rotta assolutamente pessimo in termini di rispetto del linguaggio visivo del medium, tentano di fermare l’armistizio che potrebbe farla terminare, perché solo loro sanno che l’armistizio è un trucco dei cattivi.

 

Nel frattempo, in un altro universo, la Marvel ha cercato di ottenere una sempre maggiore legittimazione come casa di produzione cinematografica e di distaccarsi da qualsiasi altra identità, sia essa fumettistica (avete notato che nel logo di apertura del film non ci sono più vignette, ma cartonati dei personaggi cinematografici?) o autorale. Infatti, se a costruire le fondamenta dell’universo Marvel cinematografico avevano contribuito anche personalità forti come quella di Kenneth Branagh, l’azienda ha fatto di tutto per ridimensionarle o escludere in favore di mestieranti televisivi come i fratelli Russo (Community, la loro palestra di sviluppo, è stata una delle serie tv più divertenti degli ultimi 20 anni, ma il cinema non è la televisione) e in questa “rivoluzione industriale” del cinema, hanno seguito una linea guida che potremmo considerare l’opposto di quanto fatto da Snyder con Batman v Superman.

 

Tale linea guida è la stessa che applicava la televisione delle grandi serie umoristiche come Friends, e si riassume in un concetto: non mettere mai alla prova lo spettatore. Al pubblico dei film Marvel vengono offerti lunghi dialoghi che facilitano la comprensione di ciò che sta accadendo sullo schermo, e gratificano l’occhio con tanti bei primi piani di attori e attrici bellissimi; pochissima o niente personalità registica, per non esporre eccessivamente chi guarda a un linguaggio a cui non è addomesticato, e una costante ricerca di complicità con lo spettatore, un trucco che si ottiene ridimensionando il più possibile i personaggi della loro caratura epica, e rendendoli il più spesso possibile maldestri e inadeguati come noi comuni mortali. Il recentissimo Thor Ragnarok è un esempio evidente di questo processo: avendo trasformato i due Avengers più potenti, Thor e Hulk, in due ragazzini capricciosi in cerca di amicizia, il film implicitamente trasmette questo messaggio: “Ehi, spettatore, ricordati che questo è solo un film! Non importa se non lanci fulmini dalle mani o non salvi pianeti dall’invasione aliena, il vero figo sei tu, perché sei una persona in carne e ossa”. Questa strategia di comunicazione fa un torto enorme a chi ama i supereroi e il “Sense of Wonder” che sta alle origini del loro filone, e a chi ama il cinema e ha bisogno di un certo livello di immedesimazione per goderselo.

 

Ma ha anche un effetto collaterale molto significativo, e molto utile se il distributore vuole ottenere un visto “film per tutti”. Cancella ogni sensazione che esista un mondo in pericolo attorno ai supereroi, e trasforma ogni loro avventura in un fatto che accade nel loro cortile e non influenza alcuna vita al di fuori delle loro. Questo è un problema di cui la Marvel era succube già durante i suoi megaeventi a fumetti, e il film Age of Ultron, in cui i supereroi dibattono di etica e nel frattempo non succede niente, è un esempio lampante di come questo fenomeno sia inevitabile anche nei loro film. Il robot malvagio è un mostro di Frankenstein creato dai superscienziati, non ha alcun obbiettivo se non dimostrare qualcosa ai suoi due papà Stark e Banner – soprattutto Stark - e anche se nella  grande sequenza finale solleva una città dalla sue fondamenta, lo spettatore ha la sensazione che qualcosa sia stato messo a repentaglio soltanto quando Quicksilver si suicida inspiegabilmente per salvare la vita a Clint Burton nel modo meno efficace e sensato possibile. Per me il secondo film dei Vendicatori è stato l’inizio di un declino durante il quale i supereroi Marvel si sono allontananti dal mondo e io ho smesso di divertirmi con i loro film.


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