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Mafalda, la piccola borghese che punzecchia l'occidente

mafaldadi Giuseppe Pollicelli* 

Mafalda, la bimba di cinque anni protagonista di decine di sketch autoconclusivi che Joaquín Lavado, in arte Quino, ha scritto e disegnato dal 1964 al 1973 (realizzando oltre 1900 strisce), è uno dei personaggi più famosi e più letti fra i tanti che il fumetto ha prodotto nel XX secolo. Quino, tuttavia, non è solo Mafalda. Nato a Mendoza, in Argentina, il 17 luglio 1932, comincia la sua carriera come grafico pubblicitario, per poi specializzarsi nella produzione di vignette prive di testo, intrise di un’ironia amara e talvolta addirittura funerea. Vignette disegnate con un tratto elegantissimo, di derivazione ottocentesca, al centro delle quali vi è di solito qualche omino derelitto, di volta in volta schiacciato e vilipeso dal potere, dalla burocrazia, dalla stupidità imperante. Una bella selezione di tavole e storie brevi di Quino viene adesso presentata da Magazzini Salani: Quanto è cattiva la gente! (pp. 128, euro 12). «Sono di carattere triste», ha affermato in un’occasione l’umorista argentino, il quale, con una coerenza non usuale e anche un po’ inquietante, ha deliberatamente scelto di non mettere al mondo figli. L’esperienza di genitore, in un certo senso, l’ha però compiuta lo stesso, in quanto padre della già citata Mafalda, bambina destinata a rimanere tale per sempre poiché fatta di carta e inchiostro. Mafalda, ancora oggi, viene periodicamente ristampata in molti Paesi, a cominciare dall’Italia, dove è da poco stata distribuita nelle librerie, sempre per iniziativa di Magazzini Salani, la corposa antologia 10 anni con Mafalda (pp. 190. euro 15). Suddivisa in capitoli tematici, la raccolta (completata da un’intervista inedita a Quino) offre uno spaccato esaustivo del mondo mafaldesco e dei personaggi che lo popolano, dai genitori della protagonista ai suoi amichetti: il sognatore Felipe, il concretissimo e talora cinico Manolito, la pettegola e invidiosa Susanita, il disincantato Miguelito e gli altri.

La domanda che ci si deve porre, riguardo a Mafalda, è se si tratti di un’opera datata e - nel caso non lo sia (non lo è, come vedremo) - per quale ragione continui a risultare fresca e attuale. È sicuramente vero, come più o meno tutti sanno, che Mafalda è una ribelle, una criticona che osserva desolata i comportamenti del genere umano indignandosi per le meschinità, le follie, le bassezze del mondo. Con il candore di una bambina e l’acutezza di un’intellettuale, la ragazzina di Quino coglie e stigmatizza le contraddizioni della politica, gli orrori delle guerre, il conformismo di tanti parrucconi e fustigatori di costumi. La sua irrisione dell’autorità, la sua attitudine a dissentire, il suo convinto pacifismo fanno sicuramente di Mafalda una figlia del proprio tempo, eppure le sue strisce non riflettono soltanto il periodo della “contestazione globale”, non si limitano a svolgere il ruolo di documento di un’epoca, come ad esempio l’operaio meridionale Gasparazzo, creato nel 1971 dal vignettista Roberto Zamarin per il quotidiano «Lotta Continua». Mafalda seguita a parlarci, quello che dice ci tocca e ci riguarda. Perché? Perché Mafalda, come lascia intuire il suo irriducibile disincanto, non vagheggia nessuna improbabile rivoluzione e non si fa illusioni riguardo a impossibili palingenesi. Spera, senza nemmeno crederci più di tanto, in un miglioramento della realtà compiuto a piccoli passi, aggiungendo pazientemente tassello a tassello. Pessimista con l’intelligenza ma ottimista per la volontà, Mafalda è saggia: sicuramente molto più di coloro che, negli anni in cui Quino la disegnava, ritenevano che il mondo sarebbe divenuto un paradiso in terra grazie a un libretto rosso o, peggio, a una P38. Mafalda è una borghese scettica, conscia del fatto che il modo di vivere occidentale è il peggiore che esista, eccezion fatta per tutti gli altri. E consapevole che la vita propina spessissimo delle ministre così cattive da non riuscire a mandarle giù. Minestre che però, come fa lei, alla fine tocca quasi sempre inghiottire.

*Articolo pubblicato su “Libero” del 28 giugno 2012. Per gentile concessione dell'autore.

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