Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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RECENSIONE COLORTEX: "PIOMBO E ORO"

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Agente indiano della Riserva.

Quante volte abbiamo sentito queste parole riferite in particolar modo a Tex.

Certo, il Nostro è anche sakem dei Navajos di cui cura gli interessi oltre a ricoprire il ruolo di tutore della legge, come ben sappiamo.

Ma il Ranger non era il solo ad essere investito di quella particolare carica governativa.

Le Riserve (o Indian Reservation, in inglese) erano una realtà storica che tutti gli appassionati di West conoscono: si tratta di una denominazione legale riferita ad un territorio degli Stati Uniti affidato ad una tribù, generalmente controllato dal Bureau of Indian Affairs, il Dipartimento per gli Affari Indiani.

Attualmente non tutte le rimanenti tribù di nativi possiedono la propria Riserva. Alcuni convivono in una stessa area, mentre altre non ne hanno proprio una. Comunque sia, anche viste le numerose “porcherie amministrative” di cui sono state oggetto queste istituzioni, oggigiorno la realtà delle Riserve è un argomento troppo complesso nel quale addentrarsi, basti pensare al fatto che certi territori sono perfino divisi tra enti pubblici e privati. Al momento la Riserva di maggiori dimensioni è proprio quella Navajo, la quale come estensione potrebbe coincidere con la vastità dello stato della West Virginia, poco più di 60 mila chilometri quadrati, quindi non proprio un fazzoletto di terra.

La maggior parte delle Riserve sono situate, come direbbe una classica ballata, “ad Ovest del Mississippi” ma altre sono sparse qua e là nel territorio statunitense.

Sullo stesso termine “riserva” c'è una certa confusione: sembra che derivi dal fatto che, per come veniva posto il concetto nei vecchi trattati, i pellerossa in quanto ufficialmente (ed io direi non solo ufficialmente ma proprio effettivamente…) i padroni di quelle aree che si vedevano però sfilate da sotto i piedi, “riservavano” per se stessi una parte dei loro territori cedendone altri, ben più vasti a volte, al Governo di Washington. Che generosità, quei selvaggi, vero? Alla faccia della civiltà!

E questa beffa linguistica venne mantenuta anche quando il Grande Padre Bianco iniziò a riassegnare territori a genti che non avevano alcun legame con i luoghi dove venivano trasferite, senza quindi curarsi della tradizione e della sacralità che invece costituivano la base del legame dei pellerossa con le terre dei loro antenati. A quanto pare, un concetto mai preso in esame dagli scaldasedie che giocavano a scacchi con le vite di migliaia di persone.

Il Bureau per gli Affari Indiani venne istituito ufficialmente nel 1824, ed il compito principale degli incaricati di intrattenere i rapporti tra una certa nazione indiana ed il governo era quello di controllare che le indennità, che si trattasse di denaro per compare beni in loco o direttamente suppellettili, quali cibo e coperte ad esempio, stabilite dai "pezzi di carta" stilati in merito, venissero assegnate con regolarità e che tutto si svolgesse senza intoppi, dal momento che la burocrazia già allora aveva il vizio di “dimenticarsi” delle promesse e di rallentare i tempi.

Dovevano però anche rispondere del loro operato tenendo dei registri di bilancio al fine di rendere tutto ufficiale ed ispezionabile. Tra l'altro era affidato loro anche il compito, assai delicato, di dirimere questioni tra “vicini di casa”, vale a dire bianchi ed indiani, qualora sorgessero, e di sicuro ciò non poteva essere svolto dal primo pellegrino che passava di lì per caso.

Dopo che la responsabilità di tali controlli passò dal Ministero della guerra direttamente al Presidente degli Stati Uniti, quest'ultimo istituì un servizio di ispettori e delegati al fine di regolare meglio le varie attività nelle Riserve. L'agente indiano poteva anche rilasciare licenze e permessi ai bianchi che volessero inoltrarsi nel “suo” territorio allo scopo di cacciare o commerciare. Inoltre, si sarebbero in teoria dovute soffocare illecite attività quali le vendite di armi ed alcolici agli indiani e via dicendo.

Certo, tutto questo in teoria…

Pensate che diverse tribù chiamavano l'agente indiano Piccolo Padre per differenziarlo dal Grande, vale a dire il Presidente. Questo già la dice lunga sulla fiducia e sulle aspettative che i nativi riponevano nella figura che veniva assegnata loro come intermediario.

E' interessante considerare che la realtà dei fatti talvolta collima con quello che leggiamo in Tex ma un aspetto accennato da una delle fonti che ho consultato per verificare le mie conoscenze sulla questione al fine di non rifilarvi baggianate, vale a dire il famoso ed accurato sito Farwest.it, mi ha fatto riflettere su un aspetto che di solito difficilmente prendiamo in considerazione.

Il più delle volte gli agenti statali designati per questo tipo di incarico non erano uomini del West, abituati alla vita di privazioni ed ai pericoli delle “nostre parti”, ma si trattava di “ometti”, come direbbe lo stesso Tex, anche volenterosi, non voglio partire prevenuto, magari fino a prima della nomina abituati ad una vita in una cittadina dell'Est. Quindi non solo avrebbe dovuto trattarsi di persone di specchiata onestà, il che è già un argomento su cui si potrebbe discutere a lungo, ma si trattava di gente che non ne sapeva un accidente di tradizioni indiane e spesso neanche di Frontiera, quindi immaginate trovarsi catapultati davanti ad una intera nazione su cui ci si erano fatte idee forse errate, forse perfino ritenuta ostile (a volte non era solo “ritenuta” ma avevano le proprie ragioni), con nelle tasche o comunque sul libro contabile a disposizione ingentissime somme di denaro da gestire senza sostanzialmente avere idea di come farlo. Immedesimandomi in una situazione del genere, a parte i contraccolpi familiari perché non era un lavoro di un mesetto quindi anche eventuali moglie e figli dovevano rivoluzionare la loro vita, mi sono immaginato come avrei reagito io: a parte il fatto che fortunato come sono mi sarebbero stati assegnati come primo incarico dei “pacifici e tranquilli” nativi quali ad esempio gli Apaches della Riserva di San Carlos, che per quanto fossero guerrieri onorevoli non credo avessero tutti una mente ben disposta verso un piccolo bianco che viene a spiegargli come vivere dopo centinaia di anni di libertà.

La mancanza di uno scalpo decente vista la mia zucca quasi del tutto pelata avrebbe giocato a mio favore, comunque, per conto mio, mi sarei subito informato sugli usi, magari facendomi inviare una guida indiana come interprete dal Forte più vicino, in modo da dimostrare di voler comunicare e di rispettare i capi e gli anziani chiedendo loro udienza per conoscere eventuali problemi dei villaggi, esplorando il territorio e cercando insomma di mostrarmi se non degno di essere accolto nella tribù, per lo meno di un qualche grado di fiducia facendo del mio meglio, stando il più attento possibile a non farmi fregare da commercianti ed avvoltoi di ogni genere che si aggiravano attorno a quegli immensi carichi di vettovaglie come fanno le suddette bestiacce attorno ad una carcassa.

Ma io sono un dannato idealista.

Se al “mio” posto ci mettete qualcuno che considerava gli indiani inferiori e che non resisteva alla tentazione di trovarsi a veder passare tra le mani migliaia di dollari sia in denaro ma anche in averi senza pensare che sarebbero stati meglio nelle sue bisacce, beh, non devo essere io a spiegarvi come andava a finire la faccenda. E non uso il condizionale poiché purtroppo si realizzava proprio lo scenario peggiore, in molte occasioni.

Perchè tutto questo panegirico? Di solito le noiosaggini storiche vengono dopo, voi direte. Verissimo, ma il motivo è direttamente legato alla storia che analizziamo oggi.

Il nemico stavolta infatti è proprio un agente indiano corrotto, assegnato o meglio fattosi assegnare dopo aver unto le ruote del potere, alla tribù dei Pima, il quale invece di fare il proprio dovere come Dio comanda, decide di tenere per sé tutto il “malloppo”.

E se per raggiungere i suoi scopi deve passare sopra qualche cadavere, non è un problema che gli impedisce di dormire la notte.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a SCASCITELLI

 

L'avventura ideata da quella coppia di tizzoni d'inferno che rispondono al nome di Pasquale Ruju, vulcanico sceneggiatore al quale ormai manca solamente la stella d'argento di Ranger onorario, e Sandro Scascitelli ai disegni, fin dalle prime pagine ci lascia capire che verremo coinvolti in un uragano di piombo. Beh, effettivamente, già dal titolo presente nella stupenda copertina realizzata dal solito “mostro” Claudio Villa, qualcosa si poteva intuire.

L'artista che ha firmato le tavole con le sue spettacolari chine aveva esordito nel mondo di Tex nel 2013, quando era uscito il ColorTex numero 4, con la breve storia “Un covo di belve” sempre in coppia con Pasquale Ruju. Il suo passato da animatore gli offre un ulteriore vantaggio per realizzare figure che appaiono in movimento anche se sulla carta non sono mobili, dando perfettamente l'impressione del gesto che sono impegnati a compiere. Dichiaratamente fan del mitico Ticci, come chi vi parla e credo praticamente tutti noi Texiani, nel suo tratto dinamico ed affascinante talvolta si può cogliere a mio parere l'influenza di altri grandi nomi del Fumetto non solo western, tra i quali Monti e Zaniboni.

Bisogna rendere merito al disegnatore che è passato "da un Color all'altro”: infatti la Casa Editrice nello speciale con le storie brevi mette alla prova il talento di guest star o nuovi fumettisti che potrebbero entrare a far parte della scuderia fissa mentre il genere di ColorTex come questo, con un'indagine autoconclusiva in un unico albo, è un tipo diverso di "giornalino" ed in questo caso accogliamo l'artista dalla porta principale. Avanti, vecchie spugne, fate un po' di spazio al banco: questo boccale è tutto per lui.

Saremo gli impotenti testimoni di un massacro durante il quale non potremo fare altro che restare con la testa bene al riparo se non vorremo vedercela portare via da un tiratore eccezionale quanto spietato. Non vi dico nulla di nuovo poiché ci era già stato “presentato” nelle varie anteprime riguardanti questo speciale, ma eviterò di fare nomi in modo da non mettere un piede in fallo e farmi sfuggire qualche informazione in più, non volendo, per chi dovesse ancora leggerlo, privare nessuno del piacere della scoperta: si tratta di un tedesco che maneggia con fredda disinvoltura un fucile di precisione dal mirino telescopico, il quale non lascia scampo alle proprie vittime, una volta inquadrate. No, non sto parlando di un'arma simile allo Siloh Sharps di “Carabina Quigley”, famoso film ambientato in un altro tipo di West, quello australiano, interpretato da Tom Selleck nel 1990. Avremo modo più avanti di dire due parole su quel terribile strumento di morte: non temete, di sbadigli potrete farne in abbondanza.

Inutile dire che il tedesco è solo un fantoccio, uno sgherro al soldo del capoccia, anzi a dire il vero di uno dei due capoccia, visto che in quest'avventura si instaurerà un'alleanza tra due pendagli da forca fatti proprio uno per l'altro, già in passato ex soci, i quali hanno la bella pensata di mettere insieme le loro menti criminali per riempire ancora di più le loro voraci tasche.

Ogni volta che quei due vermi se la rideranno a discapito delle sofferenze di innocenti peones trattati come schiavi, i meno fortunati dei quali saranno costretti a sgobbare in una miniera per estrarre il maledetto metallo giallo, sentiremo un gran prurito alle mani ed il crescente desiderio di cancellare a schiaffoni quel loro vile e sarcastico sorrisetto dalla faccia.

Seguire le tracce del primo dei due sciacalli, vale a dire l'agente indiano, porterà i Pards che all'inizio dell'avventura cavalcavano tutti e quattro insieme, anche questo lo abbiamo già visto nei vari "trailers", a dividersi. La caccia ai colpevoli non deve mai ottenebrare la mente al punto da non occuparsi degli innocenti che rischiano di pagare un prezzo troppo alto a causa dell'avidità di pochi e Tex darà disposizioni a metà della “squadra” al fine di scongiurare questa situazione.

La pista conduce in Messico dove le nostre patacche valgono quanto una banconota da tre dollari, come direbbe il buon Carson, ma questo non ci ha mai fermato e le Colt possono cantare la loro letale canzone anche al di là del confine. E ve lo assicuro, alla fine di questa sporca faccenda avranno il mal di gola a forza di essersi fatte sentire.

L'abilità narrativa di Ruju mette a parte il lettore sia di ciò che accade ai cattivi, intenti ad organizzare il proprio “splendente” (se ripensate al titolo dell'albo non ho usato questo termine a caso) futuro sia del procedere delle investigazioni da parte dei Rangers, i quali non hanno nessuna intenzione di mollare l'osso.

E come se non bastasse, ciò che scoprono lungo la strada non serve certamente a placare la loro giusta ira nei confronti di coloro che stanno inseguendo.

Non ci saranno solo polvere, sangue ed avvoltoi ma avremo anche modo di gustarci una classica rissa da saloon, forse trovandoci nel caliente Mexico dovrei dire “da cantina”, scatenata dai soliti quattro buzzurri che non hanno idea di contro chi si stanno mettendo e che non finiscono in braccio a messer Belzebù solamente per il rigore morale di Tex e Carson, i quali, tra una battuta al vetriolo ed un cazzotto tale da far scordare anche il nome della propria madre, si limitano a difendersi facendo sputacchiare qualche dente e disarmando gli stolti energumeni che saltano loro addosso, trasformandoli, come abbiamo visto accadere già innumerevoli volte, da minacciosi lupacci in bercianti cagnacci spelacchiati che si leccheranno le ferite andando a nascondersi nelle loro tane, ma solo dopo essersi ripresi dalla batosta subita.

Spiacente, hombres, ma ve la siete andata proprio a cercare…

 

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 Ritratto di Sandro Scascitelli, ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Continuando con la cinematografica tecnica degli stacchi in parallelo, veniamo a sapere come e quando i due alleati si sono conosciuti e che entrambi hanno già, in modi non del tutto completamente differenti per certi versi, avuto a che fare con i Nostri.

Al che ci viene spontaneo sostenere che non solo questi due sono senza un cuore ma devono anche avere un cartello con scritto “torno subito” al posto della materia grigia: ve la siete cavata una volta e ci riprovate? E' come infilare la mano in una tana di un serpente a sonagli oppure usare un alveare come copricapo. Ed il fatto è che i componenti di questo duo di geni credono, anzi sono convinti, tra una odiosa risata ed un brindisi, di raggiungere i propri scopi, ritenendosi al sicuro. Pericolosi e bastardi sì, ma anche un'esimia coppia di babbei come non se ne vedevano da parecchio: non perché il loro piano non sia solido, intendiamoci, tra l'altro hanno a disposizione un numero parecchio folto di facce da galera ai loro ordini senza dimenticare quel temibile cecchino di origine europea, ma perché fanno i conti senza un paio di spine nel fianco che potrebbero rivelarsi molto ma molto fastidiose.

Leggeremo una battuta del suddetto tedesco che riferendosi a Tex chiede: “Dovrei conoscerlo?” Si, amigo, dovresti proprio conoscerlo ma non temere, lo conoscerai presto!

Comunque sia, pare che almeno fino a quando gli interessi vanno nella stessa direzione, anche tra vermi possa esistere una qualche forma di amicizia o diciamo per lo meno una sorta di sodalizio.

E siamo quasi tentati dal chiudere un momento il volume per combattere l'ondata di nausea che ci assale quando scopriamo i dettagli di come i farabutti si organizzano per spartirsi quella che nei loro crani sbiellati dovrà essere una torta di proporzioni enormi, tale da poterli far vivere da nababbi per il resto dei loro giorni, naturalmente sulle spalle di poveracci trattati come bestie.

Ecco, è proprio sul concetto del “resto dei loro giorni” che io avrei qualcosa da ridire, soprattutto avendo alle calcagna dei mastini come i Rangers.

Le chine di Scascitelli ci rapiscono portandoci nelle assolate praterie delle polverose piste "tra inferno e Messico", tanto per non farmi scappare una citazione musical-texiana dal CD che ormai ben conosciamo, cantato da Graziano Romani. Lo stile dell'artista si adatta alla perfezione con l'ambientazione che non è certo quella di un lussuoso albergo di Frisco: la sabbia sollevata dai cavalli lanciati al galoppo rischierà di offuscare anche la nostra vista quando dovremo prendere la mira per unirci al concerto di clarini, sentiremo anche noi il fin troppo familiare "ronzio di mosconi" vicino alle nostre orecchie e ci accamperemo nel deserto con in sottofondo il lontano ululare di un coyote, attizzando il fuoco insieme ai Pards.

 

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Ritratto di Gian Maria Volontè, ad opera di Lorenzo Barruscotto:

l'attore interpreta la parte del cattivo messicano sia nei panni di Ramon in "Per un pugno di dollari"

sia come capo di una banda di tagliagole senza scrupoli, noto come Indio in "Per qualche dollaro in più"

 

Ogni scena, da quelle d'azione a quelle che prevedono un dialogo, che si tratti proprio di una conversazione o che a parlare siano le nocche di un pugno che stenderebbe un bisonte, è ben calibrata e studiata ad arte, ed il maestro Scascitelli all'occorrenza si trasforma in regista, scenografo e direttore della fotografia meritevole di una nomination agli Oscar, visto il risultato di questo volume, che vi risucchierà nel West che piace a tutti noi, impedendovi quasi di interrompere la lettura prima di scoprire che fine fanno i vari personaggi coinvolti.

Inoltre se aguzzerete la vista potrete constatare che uno di questi personaggi smuoverà qualcosa nella vostra memoria. Individuerete una faccia conosciuta che costringerà gli ingranaggi del vostro cervello a riportare a galla ricordi che contribuiranno ulteriormente ad avvolgere l'albo con un'aria “dannatamente western”, facendovi apprezzare ancora di più l'opera del fumettista.

Vi do qualche indizio: Sergio Leone, la "Trilogia del dollaro"…

Va bene, andrò più nello specifico: il gigantesco e taciturno braccio destro dell'ex bandido ora signorotto messicano, che costituisce il 50 per cento dell'associazione a delinquere a cui Tex e Carson si oppongono e che ci presenta fiero la sua hacienda, ricorda moltissimo l'attore Mario Brega. Indimenticato interprete di Chico in “Per un pugno di dollari”, di El Nino in "Per qualche dollaro in più" (quello sempre dietro all'Indio per intenderci) e del caporale nordista Wallace in “Il buono, il brutto, il cattivo”. Naturalmente i più giovani di voi lo conosceranno anche come caratterista in diverse pellicole di stampo romanesco realizzate da Carlo Verdone ma noi amanti del genere non possiamo che rivederlo così, con la cicatrice che gli attraversa il volto ed una minacciosa cartucciera a tracolla.

 

1oep 7 min

Ritratto di Mario Brega, ad opera di Lorenzo Barruscotto, nei panni dell'iconico braccio destro del cattivo

 

Poco fa ho parlato di Oscar. Beh, il parallelismo, per quanto probabilmente il diretto interessato non ne possa più di questo accostamento, è d'obbligo dal momento che non si possono non citare i magnifici colori di questo speciale, realizzati da Oscar Celestini, nome già noto al pubblico dei Texiani per altri suoi lavori di altissimo livello alle colorazioni. Ed anche in quest'albo l'ottimo Celestini una volta di più si dimostra all'altezza del compito affidatogli: il sole che ci costringe a socchiudere gli occhi quando ci troviamo coinvolti in uno scambio di opinioni presso un villaggio messicano è colpa/merito suo, la tonalità velata di ombre e perciò maggiormente scura all'interno di un carro, il classico conestoga dei migranti dell'epoca, che contrasta con l'abbagliante luce che ci investe una volta scesi è un altro particolare che ci sembra “normale” ma tutt'altro che facile da rendere e che spunta dal suo cappello, così come sempre a lui si deve il cambio di atmosfera quando calano le tenebre o quando all'orizzonte si delinea già il rossore di un tramonto.

Le fiammate degli spari di pistole e fucili diventano talmente reali che ci sembra di udire la detonazione e di avere ancora le orecchie che fischiano mentre dobbiamo scrollarci di dosso la sabbia del deserto che ci ricopre i vestiti, una volta rialzatici da terra, dove ci eravamo gettati per schivare qualche pezzetto di piombo svolazzante, rimesse le sputafuoco nelle fondine.

Inoltre il nostro colorista si sta dando da fare per realizzare tutto da solo, disegni, colori e sceneggiatura, un nuovo fumetto d'avventura chiamato “Leone Bianco”, creato proprio dall'eclettico artista. Il numero zero è uscito ad aprile 2018 quindi è una realtà piuttosto recente ed attualmente è in produzione il numero 5. Come potete desumere dal disegno che mi ha gentilmente fornito lo stesso autore, si tratta di un progetto che, per citare le sue esatte parole “strizza l'occhio a cartoni e fumetti anni 80 e 90”, come ad esempio He-man, Kenshiro, I cavalieri dello Zodiaco.

E' bello vedere che un giovane italiano sta cercando di costruirsi la propria strada a 360 gradi nel mondo delle nuvole parlanti. Avendo avuto una seppur breve esperienza come realizzatore di una storia a fumetti, in bianco e nero, anche se finora mai pubblicata, chi vi parla conosce bene le difficoltà che possono sorgere dietro ad un progetto del genere specialmente se si fa tutto come dire “dal produttore al consumatore”. Anche “solo” realizzare un racconto senza fumetti ma in forma di prosa diventa un'impresa non da poco (parlo per esperienza diretta anche in questo caso). Se poi l'ideatore è, per dirla mutuando le parole di Capelli d'Argento, un simpatico galantuomo, il tutto fa ancora più piacere.

 

 1oep 8 min

Leone Bianco, ad opera di Oscar Celestini 

 

Un altro motivo che ci farà tornare alla mente un classico western, stavolta senza il granitico Clint Eastwood come protagonista ma un po' più vecchiotto, sebbene per quel che mi riguarda sia una pietra miliare senza tempo, è la presenza dei peones, che sono costretti a chinare il capo e sottostare alla frusta ed alle prepotenze dei padreterni locali, senza dare credito, apparentemente e per ragioni che umanamente non facciamo fatica a comprendere (non commettiamo l'errore di tacciarli di codardia senza prima riflettere sulla situazione) alla sola voce fuori dal coro, che invoca aiuto ed incita alla ribellione contro i soprusi.

Ancora nel buio? Vi accendo io una luce: “I magnifici sette” del 1960, film anzi filmone con alla regia John Sturges, pellicola passata alla storia in pratica per tutto, perfino per le musiche di Elmer Bernstein, nel quale un gruppo di mercenari risponde alla chiamata degli abitanti di un pueblo messicano, uno sperduto paesino di peones per l'appunto, vessati dai bandoleros di Eli Wallach.

Yul Brinner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn… vi lascio un secondo per asciugarvi le bave.

Ci troveremo di fronte ad esempi di ributtante crudeltà, insensata violenza, estrema vigliaccheria e spregevole opportunismo ma anche di profondo senso dell'onore, di dignità, di coraggio e di valore che forse riusciranno a riequilibrare i piatti tenuti in mano dalla Signora bendata che tutti noi chiamiamo Giustizia.

Combattere per la libertà o per la legge comporta dei sacrifici e senza dubbio dei rischi.

Questa volta l'azzardo messo in atto per chiudere la partita puzzerà dannatamente di zolfo: se da una parte chi ha più diritto di altri ad ottenere soddisfazione avrà la possibilità di tagliare la testa ad una serpe velenosa ed assisteremo alla giusta fine di qualche cialtrone che non si merita altro se non di fare un tonfo all'inferno, anche fin troppo rapido visto tutte le ignobili azioni di cui si è macchiato, dall'altra non potremo abbandonarci al seppur giustificato sentimento di vendetta nei confronti di un cattivo, il quale si dimostra uno di quegli insignificanti opportunisti che non si sporcano le mani se non quando sentono caldo ai piedi, uno di quelli che riesce quasi e sottolineo quasi sempre a cavarsela. Potrebbe esserci ancora utile per saldare un conto che non si può assolutamente lasciare aperto.

La posta in palio ad un certo punto diventerà altissima e maledettamente personale.

Sparatorie, esplosioni, mosse e contromosse saranno la colonna sonora di quest'albo che ci terrà col fiato sospeso fino all'ultima pagina, beh diciamo letteralmente la penultima, dimostrandoci che a volte si può infliggere una punizione a chi se la merita, ma che la si può raggiungere solamente attraverso la battaglia e le armi, armi che, se messe nelle mani di uomini retti, i quali si ricordano di essere per l'appunto uomini e non animali come venivano trattati da bastardi forti solamente per via della paura che erano riusciti a diffondere, allora vale la pena di impugnare al fine di combattere, non solo per se stessi e il proprio orgoglio ma per la propria terra, per i propri compagni, per le proprie famiglie. Per il diritto a vivere in pace.

 

1oep 5 min

Ritratto di Yul Brinner, ad opera di Lorenzo Barruscotto: è Chris, il capo dei "Magnifici Sette"

 

Ci sono ancora un paio di cosette da dire, di impronta maggiormente storica.

Abbiamo lasciato in sospeso il discorso sul fucile del tedesco.

Potrei anche sbagliarmi ma confermo il fatto che non sembra a prima vista una carabina Sharps per via della differente modalità di caricamento, non è un fucile a leva come erano gli Henry ed i Winchester, non si tratta di una carabina a percussione né di un Remington.

Il modello utilizzato per realizzare graficamente il fucile, a parte il cannocchiale, appare simile ad uno Springfield utilizzato dall'esercito americano, il fatto è che il modello a cui sono arrivato nelle mie ricerche venne prodotto solamente a partire dagli inizi del 1900 infatti si chiama M1903. Il tipo di arma con otturatore girevole e scorrevole sembra compatibile con quello che si vede nelle tavole. Con una cadenza di tiro pari a circa 10-15 colpi al minuto (dipendeva dall'abilità del tiratore dell'azionare l'otturatore), la gittata copriva lunghissime distanze, impensabili per altri tipi di fucili. Bisogna dire che la messa in funzione di questa micidiale arma a canna lunga fu preceduta da una trentina d'anni di prove e prototipi, basandosi sui modelli chiamati Springfield M1892 e guarda caso sul tedesco G98. Tra l'altro sempre i tedeschi si erano fatti conoscere diffondendo in America efficaci fucili alla fine dell'epopea del West.

Rimane il fatto che l'otturatore girevole e scorrevole era già presente nel 1882 nella carabina Remington-Lee calibro 45 (progettata nel 79) e che fu acquistata in numeri limitati dalla marina degli Stati Uniti e dall'esercito per essere utilizzata non solamente in patria. In pratica fu la ditta Mauser, fondata nel 1873 ad inventare quel particolare genere di otturatore anche detto a “bold action” ed i produttori americani, su commissioni del Governo, tentarono di riprendere le peculiarità migliori del fucile nato nella vecchia Europa. L'arma che ho nominato all'inizio di questo trafiletto tecnico, cioè l'M1903, fu acquisita ufficialmente dopo che si passò attraverso tutti (ed altri) i tentativi per raggiungere una maggiore precisione e rapidità di tiro. Perciò la micidiale carabina maneggiata dal cecchino di origine germanica potrebbe anche derivare da uno di questi "step" intermedi che ho nominato prima del "risultato definitivo". D'altra parte era più una mia curiosità rispetto ad una questione che potesse avere una qualche rilevanza nell'analisi sulla storia in sè.

Ma cosa significa azionamento ad otturatore girevole-scorrevole? Presto detto: è un sistema della culatta in fucili a ripetizione, manuali o a colpo singolo, in questo caso direi manuali, nel quale l'otturatore viene spostato da chi impugna l'arma prima ruotandolo sul proprio asse e poi arretrandolo in modo da far espellere il bossolo dalla culatta e con il movimento contrario far entrare la cartuccia successiva nella camera. Poi si richiude e si fa fuoco.

Pare che in realtà le prime applicazioni di questo metodo di tiro siano da far risalire alle guerre prussiane a metà del 1800 con un fucile chiamato Dreyse, dal nome dell'inventore, che rimase in dotazione dell'esercito prussiano proprio fino all'avvento del Mauser. Diciamo che per come la vedo io ha costituito il passaggio dai fucili a caricamento dalla canna a quelli a retrocarica, ma per quanto innovativo per l'epoca il percussore “ad ago” (era proprio una sorta di ago) che doveva perforare la base della cartuccia e raggiungere l'innesco in mezzo alla polvere e consentire lo sparo, insieme al fatto che bisognava posizionare ogni singolo proiettile, non permetteva una funzionalità tale da non essere poi soggetto a migliorie, cosa che infatti avvenne nel giro di poco tempo.

A trovare modi sempre più “facili” e comodi per farsi fuori a vicenda, gli uomini sono sempre stati bravi.

All'inizio dell'albo viene poi nominato un forte: Fort Lowell.

Realmente esistito, è stato un presidio dell'esercito statunitense dal 1862 al 1891, situato non lontano da Tucson, Arizona. Quindi i più pignoli (non guardatemi così pensando che io sono il più pignoli di tutti. Lo sono se mai in senso positivo, mi piace contestualizzare, sono curioso...) avranno anche modo di inquadrare storicamente il range di anni nel quale potrebbe essersi svolta l'avventura narrata. Sfruttato durante le ostilità contro gli Apaches, oltre a controllare i confini ed a proteggere i coloni, in realtà pare avesse maggiormente il compito di fungere da nodo di coordinamento per i materiali e le suppellettili da spedire agli altri stanziamenti militari, il che quadra perfettamente con la narrazione. Una sorta di deposito ed un centro amministrativo, sebbene fortificato, più che una base atta al combattimento. Nel 1873 il Forte fu spostato a circa sette miglia di distanza a nord-est della città dove permangono i resti della costruzione.

Naturalmente oltre a rimaneggiamenti delle strutture a scopi turistici, ora esiste il "Fort Lowell Museum" nel quale si possono vedere le condizioni di vita dei soldati durante le guerre indiane.

Un paio di particolari negativi, che in ogni caso non intaccano minimamente il capolavoro nella sua interezza sono un errore in un balloon, dove una lettera è sbagliata, precisamente a pagina 60 se siete desiderosi di verificare o ve lo siete perso, ed un paio di pagine come dire leggermente “fuorifuoco”, ma quest'ultimo potrebbe essere un banale refuso di stampa che mi sono beccato io andando a scegliere proprio il volume contenente l'irregolarità tra i vari esposti in edicola. E non sarebbe la prima volta che la mia indole da carta moschicida svolge il suo compito con un notevole zelo.

 

 1oep 4 min

Ritratto di Clint Eastwood, indiscusso protagonista della "Trilogia del dollaro" di Sergio Leone,

nonchè uno dei simboli del cinema western 

 

Di oro non ne vedrete neanche un'oncia, ma di piombo potrete fare una vera e propria indigestione, leggendo questo tredicesimo ColorTex: anche voi scalderete la canna della vostra “Peacemaker” al fianco del Ranger contro gli spietati ma fortunatamente non proprio intelligentissimi tirapiedi del "jefe" messicano, trovandovi però quasi a secco di munizioni e con ancora un mezzo esercito di arrabbiatissimi scalmanati desiderosi solamente di farvi la pelle.

Vivrete anche voi la sorpresa del colpo di scena che darà una svolta alla situazione, restando a bocca aperta nello scoprire che ci sono ancora uomini d'onore a questo mondo, persone in gamba che decidono di contrastare in prima linea la prepotenza.

Ma non sarà né sarà stato il solo momento nel quale manifestare il vostro stupore con un sentito “per tutti i diavoli”: il finale una volta letto farà spuntare sul vostro volto un ghigno di appagamento, inutile negarlo, ma prima di arrivarci, non soltanto tornerete indietro per “centrare” un piccolo particolare nascosto nel caso vi fosse sfuggito durante la foga per giungere alla conclusione, ma per un attimo, verrà anche a voi istintivamente di far correre la mano al fianco, per afferrare il vostro ferro da tiro ed intervenire.

Però non preoccupatevi se invece di una Colt troverete solamente un vostro fazzoletto: è un lavoro per un esperto e ci penserà Tex a mettere la definitiva parola fine, senza parlare ma spiegando il proprio punto di vista in modo estremamente convincente. Talmente convincente che rimarrà impresso in modo indelebile “nell'interlocutore”. Proprio tra gli occhi.

Bueno, hermanos! Siamo giunti al termine della chiacchierata, ancora legata al periodo estivo poichè il volume era uscito ad Agosto.

Cercate di non sfiancare il vostro ronzino nei prossimi giorni perchè nei due mesi che verranno ci saranno parecchie occasioni per incontrarci e ne vedremo delle belle. Perciò controllate le vostre sei-colpi e fate scorta di viveri e munizioni.

Tex si appresta a compiere 70 anni, ma io eviterei le battute sull'età, se ci tenete a potervi ancora gustare una bella bistecca. La pista dell'avventura è ancora lunga e finché al mondo ci sarà bisogno di eroi, il poker d'assi dei Nostri cavalcherà sempre in nome della Legge, sotto il segno della Leggenda.

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Sandro Scascitelli

Copertina: Claudio Villa

Colori: Oscar Celestini

Lettering: Riccardo Riboldi

162 pagine

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