Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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CARTONATO "L'UOMO DALLE PISTOLE D'ORO": INTERVISTA ed ANALISI

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Bentrovati, amigos.

L'avventura che ci apprestiamo ad analizzare in questa nostra chiacchierata trasmette sensazioni che si pongono agli antipodi da ciò che possiamo comunemente definire calma e serenità ma l'atteggiamento del Texiano "purosangue", una volta rientrato dall'edicola con la sua copia del Cartonato, è di mettersi a leggerlo tranquillo e beato. Motivo? Beh, prima di tutto si tratta di una storia di Tex e sostanzialmente, per lo meno di solito, già questo basterebbe ma stavolta abbiamo due carte che ci suggeriscono di stare giocando una mano vincente. I testi sono di Pasquale Ruju e sapete meglio di me che sentire il suo nome associato al Ranger vuol dire che andiamo sul sicuro, senza aspettarci strane e talvolta anche strampalate sorprese.

Il secondo asso nella manica riguarda invece i disegni. A dire la verità qui, a meno di non essere esperti di nuvole parlanti a livello internazionale, la nostra è per lo più una scommessa perché ci siamo basati sulle immagini che sono state fatte trapelare dalla Casa Editrice per stuzzicare il nostro palato di appassionati, ma bisogna dire che la portata principale è assolutamente in linea con l'antipasto.

In pratica, se dovessi liquidare la faccenda con tre parole, in un semplice commento, non potrebbero che essere: gran bella storia.

Pur essendomi ripromesso di essere maggiormente conciso, così sarebbe troppo anche per un poeta ermetico.

Innanzitutto va subito spezzata una lancia a favore dell'amichevole introduzione firmata da Davide Bonelli, il quale ci presenta sceneggiatore e disegnatore di questo albo con formato “alla francese”.

E' lo stesso Bonelli a fare un breve riferimento al cartonato precedente, volume che ha lasciato interdetti numerosi lettori, incluso chi vi parla, per svariate ragioni. Non solamente per il risultato finale della rappresentazione artistica che oggettivamente non raggiungeva livelli altissimi, per quanto avesse avuto la sfortuna di uscire dopo due albi inarrivabili come “Il vendicatore” e “Giustizia a Corpus Christi”, indipendentemente dalla diversa struttura delle vignette che invece, come al contrario accade in questo volume, sfrutta la per noi insolita impaginazione per fornire un taglio ancora più accattivante al lavoro dell'artista.

Abbiamo già ribadito, e non c'è nulla di male né nel dirlo né nel fatto che saltuariamente accada, che non sempre tutte le ciambelle escono con un buco perfettamente tondo o proprio non escono con nemmeno un forellino. Quando si è abituati all'eccellenza, al volo su un jet supersonico che viaggia a chilometri di altezza, ogni piccola “turbolenza” viene registrata. Probabilmente un certo peso lo hanno avuto i tempi editoriali sempre particolarmente stretti che non hanno contribuito ad un esito estremamente pulito, dal punto di vista delle chine ma soprattutto da quello della storia in sé, anche per via della grande quantità di “giornalini” usciti negli ultimi tempi, dall'anno scorso, in quel lasso di tempo che potremmo battezzare “da 70 a 700”, cioè dall'inizio delle celebrazioni per il settantennale del Ranger fino al numero "centenario" speciale, anch'esso tutto a colori.

Voltando virtualmente pagina con le parole dell'introduzione quindi, il “comandante” ci avverte che le condizioni atmosferiche sono tornate ottimali.

Tutti sappiamo chi è e di cosa sia capace Pasquale Ruju, mentre non tutti conoscono r.m. Guera, perciò lasciate che vi dica due parole su questo artista, guest star del cartonato.

Rajko Milosevic Gera, classe 1959, è nato a Belgrado, in Serbia ma vive a Barcellona dal 1991. Non è un novellino sulle piste della Frontiera, avendo lavorato ad alcune serie pubblicate in diversi paesi, quali la sua patria d'origine, Spagna, Francia e Stati Uniti. Ha iniziato a farsi un nome con “Texas Riders”, il che già ce lo rende simpatico, per poi passare a “Scalped”, una serie che si focalizza sugli Oglala Lakota, abitanti dell'immaginaria Riserva di “Prairie Rose” nel South Dakota dei giorni nostri, mentre hanno a che fare con crimini, miseria, alcolismo, dipendenza da stupefacenti, politici e tentativi di preservare la loro identità culturale.

Ho letto tra le varie fonti consultate per le mie verifiche che Jason Aaron, scrittore americano che si occupa delle sceneggiature (noto per la sua opera anche in altre collane come “Thor”, “Ghost Rider” e “Wolverine”), ha affermato che la trama del “comic” è liberamente tratta dalle vicissitudini di un attivista nativo americano che nel 1975 venne arrestato per aver ucciso due agenti dell'FBI in una sparatoria nei confini della Riserva.

Una curiosità: “Gera” non fa parte del nome anagrafico di questo talentuoso disegnatore ma è un soprannome, cambiato in “Guera” nei primi anni 90 quando si è trasferito a Barcellona, per adattarlo alla pronuncia spagnoleggiante.

Leggendo che l'illustratore ospite ha tra i suoi idoli un mostro sacro come Giovanni Ticci, siamo pronti a scommettere a favore del fatto che nove su dieci lo spirito del Ranger verrà preservato in toto dalla sua rappresentazione grafica.

I più ferrati di “Fumettologia” potrebbero obiettare che ho liquidato fin troppo velocemente la figura di r.m. Guera, esponendo le nozioni appena descritte, e neanche in modo esaustivo, giusto per fare il “dovuto compitino”. E, se le cose stessero davvero così, non avrebbero torto.

Però… c'è un però.

Ok, non vi lascio sulle spine e sgancio subito la bomba: sono riuscito a realizzare una vera e propria video-intervista con il maestro Guera in persona, durante la quale ho avuto il privilegio di potergli porre alcune domande in merito al suo lavoro in generale e nello specifico sul cartonato, ricavando, insieme a certe conferme su mie considerazioni di cui parleremo tra poco, anche chicche ed informazioni talmente preziose quanto “nascoste” che facilmente potrebbero sfuggire anche all'occhio più allenato, senza un accenno, un'indicazione mirata per aiutarci a vedere e non “solamente” guardare.

 

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 Un sorridente r.m. GUERA mentre chiacchiera con me dal suo studio, durante l'intervista.

 

Ve lo avevo detto che c'era un però.

Il mio inglese non è fluido come se fossi nato in un quartiere di Londra, specialmente quando si tratta della lingua parlata, dal momento che sono più allenato ad utilizzarlo scrivendo, per comunicare anche con alcune fonti contattate proprio per questa Rubrica o per alcuni concorsi internazionali a cui ho partecipato, però i miei ricordi linguistici, tralasciando qualche pronuncia non perfettamente “british” di cui mi sono reso conto anch'io, hanno consentito di ricavare una bella conversazione di una quarantina di minuti con il maestro Guera, tramite Skype.

Non guardatemi come se io fossi uno stalker che importuna i disegnatori in giro per il mondo. Gli avevo inviato un messaggio tramite social network e mi sarei ritenuto soddisfatto se avesse voluto svelarmi un dettaglio o un “dietro le quinte “ della realizzazione del Cartonato ma con mia non poca sorpresa ha “rilanciato” proponendomi la video-chiacchierata, proposta alla quale sono stato ben lieto di rispondere affermativamente.

Innanzitutto ho potuto verificare la veridicità di un vecchio adagio: i grandi sono grandi di per sé e non hanno bisogno di dimostrarlo né di farselo dire. Ho parlato con una persona simpatica, cordiale, disponibile, gentile ed umile, sempre con un gioviale sorriso stampato sul volto ed anche paziente nel sopportare un tizio sconosciuto per il quale ha anche impegnato parte della sua pienissima giornata. Quindi ci tengo a rinnovare la mia gratitudine con tutto il cuore verso mister r.m. Guera per il privilegio che mi ha concesso: come non ho mancato di riferirgli prima di salutarlo, cosa che ha suscitato un ancora più ampio sorriso come ringraziamento di rimando, è stato un onore, per me. Questi sono gli artisti che lavorano su Tex. Come praticamente tutti quelli che ho conosciuto di persona o via comunicazioni virtuali, sono anche dei veri galantuomini.

Ma bando ai salamelecchi.

Mi ero preparato alcune domande che poi nel discorso sono più di una volta state anticipate dalle parole dello stesso disegnatore. Vi riporto quindi l'esito dell'intervista: tranquilli, non infioro nulla perché su permesso del mio interlocutore l'ho registrata ed ho potuto, riascoltandola, soffermarmi punto per punto in modo da non tralasciare niente.

Ho voluto subito partire dai riferimenti storici: le uniformi indossate dai soldati nei flashbacks inerenti la guerra tra Messico e USA sono fedeli a quelle realmente appartenute agli uomini che combatterono, e la loro riproduzione è frutto di ricerche accurate. L'autore non improvvisa per quanto riguarda l'abbigliamento: anche i vestiti dei Rangers coinvolti nella storia si basano sulla realtà. Stesso discorso per come venivano curati e preparati i cavalli, i tipi di selle o gli aspetti che appartenevano alla vita vera di coloro che calcavano le piste del West ai tempi di Sam Huston e di Santa Ana. Perfino la piana che viene rievocata per la battaglia di Palo Alto non è lasciata al caso, sebbene si tratti solamente del nostalgico ricordo che si inserisce nello scorrere dell'avventura.

Ovviamente questa cura dei dettagli non viene certo a mancare parlando delle armi.

E' palese che nessuna delle pistole sia una Colt Single Action 45, la “nostra amica” Peacemaker né la variante Frontier, la "sorellona" calibro 44 (effettivamente si tratta di due revolver differenti per quanto talvolta questi soprannomi siano stati usati come sinonimi, anche dal sottoscritto, nonostante le differenze fossero minime a parte i calibri diversi dei proiettili e circolassero negli stessi anni, vale a dire dopo il 1873). Il “presente” della nostra avventura è il periodo quasi a ridosso della fine della guerra civile americana, quindi approssimativamente tra il 1866 ed il 1868, proprio come lo stesso Guera sottolinea, e quindi tali pistole non erano state ancora messe in commercio. Ma ciò non significa che i cattivi vengano presi solamente a bastonate. Tex e Carson impugnano delle Colt. E si tratta di due modelli diversi. Aquila della Notte maneggia una "Colt Navy" mentre il suo Pard spara con una "Colt Army".

Invece, se vi soffermate sulla cover, dove si può ammirare in ogni rifinitura una delle “pistole d'oro” del titolo, avrete una sorpresa, nel caso non vi foste fermati un attimo a fare mente locale: la Colt in questione è una "Dragoon", perché come dice il mio interlocutore “it's way before”, cioè arriva da molto (tempo) prima. Vi si è accesa una lampadina? La guerra con il Messico è stata combattuta tra il 1846 ed il 1848: basta tenere a mente questo per andare a scorrere nel nostro archivio quale sputa-fuoco fosse già stata inventata ed introdotta a quell'epoca.

La Dragoon è una versione leggermente meno pesante della "Colt Walker", la quale, ma per notarlo bisogna aguzzare veramente la vista ed ammetto che senza un'indicazione diretta me lo sarei perso anch'io, compare invece alla cintura dell'ex Ranger McKiney, lo sfortunato protagonista della prima scena del volume.

Prima di continuare per fornire qualche spiegazione in più sull'argomento devo avvertirvi, ma lo avrete già capito, che proprio per la sua natura, unita alla mia tendenza ad assecondare il mio DNA di ficcanaso, nella parte di questo articolo che comprende l'intervista ci sarà qualche anticipazione riguardante la storia perciò mi sento in dovere di fare un “avvertimento spoiler”, poiché le mie domande hanno spaziato sull'intero albo e non voglio tralasciare alcunchè di ciò che mi ha detto il maestro Guera, anche per rispetto verso la sua disponibilità e le sue delucidazioni.

E' doveroso inoltre fare una sosta, che esula dall'intervista in sé ma che può essere utile per comprendere appieno il lavoro di documentazione che si nasconde dietro ai disegni, e svolgere un piccolo, e prometto non troppo lungo, ripasso delle tappe che hanno visto l'evoluzione della pistola più famosa del West.

Il primo revolver targato Samuel Colt è stato il modello “Paterson”, collaudato sul campo da una compagnia di Rangers in uno scontro con i Comanches. Allora il tamburo conteneva 5 proiettili e la maggior potenza di fuoco era aumentata dal fatto che i cavalieri bianchi si portavano dietro altri tamburi già pronti all'uso. Paterson è una cittadina del New Jersey dove sorgeva la ditta di Colt, che però nel 1842 dovette chiudere per mancanza di ordinazioni. Beh, fino ad allora.

Fu proprio la guerra con il Messico a far tornare la Colt, intesa come ditta, sulla breccia. Lo stesso Zachary Taylor, generale americano che avremo modo di conoscere approfonditamente, stabilì che il suo esercito doveva essere equipaggiato con la Colt Paterson per la innovativa potenza di fuoco, dopo aver osservato i Texas Rangers coinvolti nel conflitto impugnarle con esiti micidiali per i loro bersagli. E per altro furono proprio i Rangers a dare man forte al vecchio Zachary a Palo Alto, una delle prime vittorie degli Stati Uniti nel conflitto. Nel 1847 nasce il modello “Colt Walker” ed anche se non c'entra l'omonimo tutore della legge interpretato da Chuck Norris, sempre di un portatore di stella d'argento si trattava, poiché la pistola, stavolta con i classici sei colpi da sparare, venne battezzata così proprio in onore di un capitano dei Rangers caduto in una battaglia contro i messicani. La Walker, che potremmo considerare la prima rivoltella “single action” era calibro 44. Venne usata nella guerra USA-Messico e si diffuse successivamente in tutta la Frontiera.

L'anno successivo fu la volta della “Colt Dragoon”, somigliante alla precedente ma meno lunga, sebbene con la stessa impugnatura ed il medesimo calibro.

Il nome deriva dai “Dragoni”: originariamente era una classe di “fanteria a cavallo” dal momento che cavalcavano ma smontavano per combattere, il che li rese poi una vera e propria cavalleria, addestrati anche all'uso delle sciabole. Ovviamente erano nati nella vecchia Europa e nello specifico in Francia all'inizio del Diciottesimo secolo, periodo in cui aveva fatto la sua comparsa un'arma da fuoco detta “dragon”, una specie di piccolo fucile maneggevole, adatto al combattimento di quelle truppe.
La Dragoon venne disegnata da Colt proprio per il Reggimento degli “US Army's Mounted Rifles”, che era un distaccamento costituito principalmente da elementi scelti proprio tra le fila dei Texas Rangers. Sono esistiti diversi modelli successivi di Dragoon, dal primo, quello del 1848, fino al terzo che giunse a “sconfinare” anche dopo il 1851.

In quell'anno venne messa in produzione la Colt Navy detta anche banalmente “Colt 51”. Erano state apportate delle migliorie alla Dragoon: la pistola era più leggera e maneggevole, la canna era rigata e quindi garantiva una maggiore stabilizzazione del proiettile durante il tiro. Però non era perfetta: mirini non facili da inquadrare anche perché la tacca di mira era situata direttamente sul cane. Il nome Navy (che significa Marina) le venne impartito dallo stesso Colt pensando ad un suo assegnamento alla Marina degli Stati Uniti (anche per questo il calibro delle prime edizioni fu 36) ma venne poi adottata anche dall'esercito e non solo, diffondendosi in tutto il West.

Venne largamente impiegata nella guerra di secessione ma alla cintola di Nordisti e Confederati non c'erano solo le Colt: le Remington (anch'esse calibro 44) ad esempio erano molto diffuse. Inutile dire che anche per la Navy esistettero modelli di transizione.

Alcuni celeberrimi estimatori di questa Colt furono tra gli altri anche Wild Bill Hickok, Doc Holliday e Robert Lee. Mica pellegrini qualunque.

Il modello “Navy” spunta in diversi film western tra cui “Il buono, il brutto, il cattivo” e “Il Texano dagli occhi di ghiaccio”.

Inoltre è usata da Zagor per quanto ci siano caratteristiche anacronistiche, considerando che non viene caricata da davanti al tamburo ma da dietro, come invece accade per le Colt Single Action moderne. Ma sappiamo che esistono le “Transition”, ne sapremo di più tra non molto, quindi potrebbe anche essere che lo Spirito con la scure usi una di quelle Colt modificate.

La “Navy” venne in parte rinnovata, senza andare troppo in termini tecnici riguardanti peso, leghe con cui era costruita e modifiche alle funzionalità del tiro, per lasciare spazio alla “Colt Army” del 1860, calibro 44. Visto l'anno era inevitabile che anche questo modello, l'ultima nata in casa Colt, fosse assegnata alle forze in campo durante la guerra civile, come arma sia da sella che da cintura per cavalleria, fanteria, truppe di artiglieria ed anche uomini dei reparti navali.

Non è che esteticamente ci fossero tutte queste differenze tra la “Navy” e la “Army”, anche perché il telaio di base era lo stesso. Le variazioni della canna permettevano alla “Army” di avere un cilindro più lungo, adatto al nuovo calibro e la rendevano precisa fino a più di 75 yards (1 iarda corrisponde all'incirca a 0,9 metri) sebbene la tacca di mira fosse utilizzabile solo quando il cane veniva armato. Comunque fu il revolver maggiormente utilizzato nella guerra fratricida che iniziò nel 1861 perché la maggior “agilità di azione del cilindro” la rendeva più affidabile e leggera della Remington modello 58, sebbene la canna dovesse essere rimossa per sostituire o comunque rimuovere il cilindro stesso, a differenza delle rivoltelle che avevano solamente il più pratico perno di bloccaggio.

Naturalmente ci furono delle “variant” anche per la Colt del 1860, anche se meno diffuse di altri modelli, come quelle con le canne da 7.5 pollici (poco meno di 20 centimetri) o le solite migliorie al cilindro che la “trasformarono” nel “Texas Model” dal momento che un certo numero di queste sputa-fuoco giunse in Texas dopo la fine della guerra di secessione. E direi che la cosa casca a pennello con la nostra situazione.

Poi si arriva al 1873, che non riguarda la storia del volume, ma che coinvolge comunque tutti i Texiani: i primi modelli della “nuova Colt” avevano la canna di 7,5 pollici (il modello "Cavalry") o 5,5 pollici (il modello “Artillery”), il castello in accaio, il tamburo con le tipiche scanalature ed il calcio in legno. Non serve dirlo ma il calibro era 45, rendendola la pistola più potente sulla piazza. Ma ben presto vennero introdotti altri calibri in modo da andare incontro alle esigenze della clientela, non solamente composta da militari. Infatti la Colt Single Action del 73 insieme al Winchester sembra essere stata l'arma riprodotta con il maggior numero di calibri, più di 30. E forse è anche per questo che nacquero diversi soprannomi (Peacemaker, Equalizer, Frontier per la pistola o Yellow Boy per il fucile tanto per dirne alcuni). Senza contare la comodità della interscambiabilità delle pallottole per certi calibri, come abbiamo più volte spiegato in occasioni passate e come ad esempio lo stesso Tex enuncia al lettore nel ColorTex “E venne il giorno”.

Il peso variava a seconda delle modifiche tra il chilo ed il chilo e mezzo, quindi era stata ulteriormente alleggerita. La tacca di mira compariva sul telaio superiore al tamburo sotto forma di una lieve incisura mentre il mirino era divenuto una lamina “in cima” alla canna. Giusto per completezza: il tamburo poteva ruotare solamente se il cane veniva mantenuto in posizione di sicurezza o mentre si caricava l'arma ma non quando era armato, bloccato da un gancio che impediva malfunzionamenti o spari involontari.

Modifiche le subirono sostanzialmente tutte le parti, dalle canne ai materiali e divenne la pistola simbolo di un'Era.

La calibro 45 a parte i suoi coloriti nomignoli, “all'anagrafe” si chiamava "Colt Single Action Army 73", la classica “calibro 45” mentre la "Frontier" era stata introdotta parallelamente alla presentazione del nuovo Winchester dello stesso anno, in modo che le munizioni fossero compatibili, e cioè come si è più volte riferito, calibro 44. La produzione effettiva di questa pistola iniziò qualche anno successivo al 73, quando anche il fucile aveva visto nascere i lsuo "fratello maggiore", la versione 76, con il castello della culatta non più in ottone, e quindi non giallo, ma in acciaio, grigio. "Colt Frontier Six-Shooter" era il nome completo di tale sei-colpi. Dalla fine degli anni 70 del Diciannovesimo secolo iniziò a spuntare sul palcoscenico delle progettazioni, quanto meno nella teoria, per gli strumenti di morte anche il concetto di “double action” ma non è il caso di andare oltre altrimenti, nonostante qui la regola sia consegnare i ferri prima di mettere le gambe sotto un tavolo, rischio di vedermi arrivare sui denti sedie e tavoli, per farmi chiudere la bocca.

Lasciatemi concludere aggiungendo che la caratteristica a cui puntavano le “transitional versions” era quella che invece la Colt 73 aveva di fabbrica e cioè il caricamento da dietro. I precedenti modelli originali di revolver non avevano il castello chiuso per consentire l'avancarica del tamburo. Inoltre l'eiettore delle cartucce sparate aveva finalmente una molla per consentire l'espulsione rapida dei bossoli, anche se uno ad uno, una volta aperto lo sportello di caricamento.

Tutto molto interessante, voi direte, ma cosa diavolo significa “azione singola” (in inglese “single action”)? E' presto detto: per fare fuoco bisognava alzare il cane, che era stato integrato con il percussore. Ora non è più così però all'epoca il grilletto consentiva l'abbassamento del cane ma non il suo armamento.

 

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 Clint Eastwood: il buono, nel celebre film della "Trilogia del dollaro".

Ritratto di Lorenzo Barruscotto.

 

 

Nel Cartonato sia Carson che Tex hanno varianti delle sei-colpi appena citate, chiamati “transition model”, e lo stesso avviene per Gonzales. I primi revolver richiedevano di dosare una cerca quantità di polvere direttamente nelle camere del cilindro, seguita da un batuffolo spesso di feltro per poi inserire una pallottola tonda o conica. Essendo tra le altre cose un processo lungo, di frequente i pistoleri e coloro che usavano le pistole come “ferri del mestiere” tenevano in tasca o nelle sacche da sella dei cilindri già preparati e pronti all'uso, astuzia che come abbiamo visto si rivelava determinante negli scontri. Per quanto potessero in ogni caso fare cilecca sul “più bello” soffrendo particolarmente per esempio l'umidità. Tuttavia, per i tempi, le Colt erano indubbiamente armi all'avanguardia e rivoluzionarie. Dopo la guerra civile, un certo Charles Richards (ingegnere e progettista che in seguito collaborerà con lo stesso Colt per la progettazione della "Peacemaker") ideò un processo di conversione: i cilindri vennero perforati aggiungendo una sorta di piastra di culatta, venne installato il famoso “cancelletto” per il caricamento e la leva stessa del caricamento che doveva essere piegata in avanti fu sostituita con un'asta di espulsione che doveva togliere le cartucce sparate per vuotare le camere di scoppio. In tal modo il modello della Colt 1860 poteva sparare pallottole metalliche “normali e moderne”.

Le Colt 1860 “convertite” nella realtà storica erano armate con pallottole calibro 44. La canna ed il cilindro si potevano anche rimuovere per la pulizia e la manutenzione ruotando una piccola vite di fissaggio. Come ho detto le si poteva caricare nel modo tradizionale: aprendo il cancello di caricamento.

Questo modello di transizione venne ideato per motivi legati a scadenze di brevetti tra la Colt ed altre industrie come la Smith and Wesson o altre compagnie concorrenti che erano ben decise a soffiare alla fabbrica del colonnello Samuel Colt grosse commissioni, come quelle per l'esercito. Infatti, se i modelli della pistola “preferita da cowboys e Rangers” non avessero apportato delle innovazioni, le calibro 44 proprio della Smith and Wesson avrebbero battuto sul tempo i colleghi.

Quindi la conversione di modelli che apparivano insuperabili risultò una scelta obbligata, per certi versi. Molti modelli vennero sottoposti al trattamento e divennero i "transitional models", prima che venisse messa in produzione una “handgun”, cioè una pistola con tutte le migliorie di serie, perfezionata e progettata per la Frontiera. E, visto il suo simpatico nomignolo, mettesse... pace tra le dispute. Preferibilmente eterna. Senza inoltrarci troppo nello specifico, esistono vari tipi di conversione riconoscibili, da parte degli esperti, per specifiche peculiarità come una tacca di mira sull'anello di conversione stesso o un alloggiamento dell'asta di espulsione che si ferma a circa un pollice davanti al cilindro. Perciò, tanto per fare un riepilogo, si è passati dalla Walker, alla Dragoon, poi alla Navy ed alla Army fino all'introduzione delle conversioni per creare le “transitional”. Richards non fu il solo a mettere mano per una ritoccatina alle pistole già in circolazione (alcune sono datate anche 1871 e 72) ma a noi, per questa storia, non interessa aldare oltre.

Ho letto qualche articolo di siti specializzati sull'argomento e mi auguro di aver centrato il bersaglio, giusto per restare in tema, su quello che mi è stato accennato dalla Spagna, dal momento che l'artista ha tenuto a specificare che per lui è importante la vicinanza il più possibile all'effettiva veridicità storica, che non può esimersi dal coinvolgere anche i ferri da tiro.

Per un ficcanaso come me a cui piace andare al di là del velo della leggenda per conoscere come davvero si viveva nel West, questo atteggiamento di rispetto della Storia non può che apparire affascinante nonché un valore aggiunto che impreziosisce ulteriormente i disegni.

Perciò vi invito ad identificare la “small barrel” situata sulla destra delle armi. La parte più complicata che il maniscalco, se ne era capace, avrebbe dovuto aggiungere: costituiva proprio la modifica subito dietro al cane, per permettere al percussore di funzionare consentendo un caricamento come le Colt più recenti. Non era cosa da poco e non si spendevano due dollari (non potevo dire "due lire") per un lavoretto del genere ma si trattava di una modifica piuttosto costosa, stando alle parole di Guera.

Dopo aver rispolverato il fatto che in inglese “pistol” non è un sinonimo di “revolver” perché con quel termine ci si riferisce a una pistola automatica di attuale fattura (mi è scappato, per l'emozione… faccio anch'io le mie figure barbine), siamo passati oltre.

 

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 Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

La mia domanda successiva è stata se qualche personaggio, tra buoni o cattivi, fosse ispirato ad una persona vera. La risposta è che sono tutti di pura fantasia. Ma ci sono altri tipi di ispirazioni nell'arte di Guera. Uno dei suoi artisti preferiti, e non solo dei suoi, come da sua stessa ammissione anche nella presentazione scritta dell'albo, è Giovanni Ticci.

Ora, immaginate un maturo ed esperto disegnatore di fama internazionale ed un signor nessuno un po' emozionato che tornano istantaneamente entrambi due ragazzini grazie al fatto che hanno scoperto di avere in comune, tra le storie che restano epiche nella saga di Tex e che quindi occupano un posto speciale nel cuore di ogni appassionato, proprio come l'artista naturalizzato spagnolo ed il sottoscritto, una di quelle firmate da Ticci: “Il massacro di Goldena”, sia nella versione libro che in quella adattata per le nuvole parlanti. (Ne avevamo parlato anche noi qui al Trading Post in occasione dell'uscita della versione da libreria e fumetteria. Nel caso vi serva una spolverata alla memoria, aggiungo qui di seguito il link: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5538-recensione-de-il-massacro-di-goldena .)

Per Guera, quello di Ticci è "il migliore Tex dalla testa ai piedi": per citare le sue esatte parole “This is Tex Willer”. E proprio per onorare tale ammirazione e rendere giustizia al personaggio egli stesso ha provato a fare il miglior Tex che gli fosse possibile (io dire non solamente “provato”). Il rispetto con cui Guera ha parlato di Ticci non può che incrementare il già enorme rispetto che io ho nei suoi confronti dopo averlo potuto interpellare direttamente e che spero di riuscire a trasmettere almeno in parte con le mie parole.

Mi spunta ancora un gran sorriso quando ripenso ai minuti trascorsi nel rievocare “Massacro”, come era stato intitolato l'albo di Tex della serie regolare che aveva ospitato la parte centrale di quell'eccezionale narrazione (che era partita dal precedente “Inferno a Robber City”).

In merito alla sua visione dei due Pards, se Tex è un uomo tutto d'un pezzo, che può raggelarti con un solo sguardo, il Carson del nostro ospite ha volutamente dei tratti distintivi. L'obiettivo era quello di proporre un Kit ancora giovane ma che non è più certamente uno sbarbatello. Lo si può facilmente capire notando i tocchi di grigio che si riescono a vedere sui suoi capelli e suoi baffi ancora corvini ma propri di un uomo che sta iniziando a diventare maturo, come lo può essere una persona sui quarant'anni circa, dal momento che tra il futuro Capelli d'Argento e l'eroe dalla camicia gialla c'è una differenza di una decina d'anni.

Senza volermi addentrare in ulteriori tediosi discorsi sull'argomento, lasciatemi dire che questo però fa definitivamente barba e capelli a qualche idea introdotta anche recentemente ma che per strizzare un occhio ad una sorta di modernità narrativa ha finito per stridere con ciò che sosteneva e sostiene la matematica. Almeno quella, come dice il proverbio, non è soggetta ad opinioni.

Quindi un Carson che non è la fotocopia con il pizzetto del suo fraterno amico ma è più magro, maggiormente snello, e leggermente più alto di Tex, con una diversa conformazione del volto, intenzionalmente realizzato per differenziare i due protagonisti non solamente nel loro modo di vestire e di atteggiarsi ma anche nella costituzione e nella configurazione corporea.

Sono due uomini, non sono due personaggi, ma proprio due persone, “two guys”, e questo traspare anche dalle espressioni facciali. Visto che la storia verte su un episodio che tira in ballo soprattutto Carson, poiché ci sono ricordi che appartengono a lui ed il nemico a cui stanno dando la caccia è stato lui a conoscerlo, gli occhi del non ancora vecchio Kit sono ammantati da un velo di tristezza quando trova i suoi ex colleghi massacrati e di malinconia nel ricordare un episodio dell'inizio della sua carriera. Forse cogliamo anche un leggero rimpianto per non aver cercato di fare qualcosa di più, sentimento che gli fa onore, ma tramite il flashback stesso apprendiamo che non poteva né avrebbe potuto agire diversamente all'epoca del fatti rievocati a beneficio di Tex, che comunque non viene relegato in un angolo come portaborse ma al contrario, ascolta le parole del suo mentore ed amico e partecipa attivamente alla corsa contro il tempo per fermare quel demonio risputato dall'inferno, poiché “adesso” anch'egli indossa la stella d'argento e non è certo uno che sta con le mani in mano. Anzi Carson da solo non avrebbe forse potuto farcela: se entrambi i Pards da soli sono letali, insieme sono inarrestabili.

 

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 Non c'è scampo con Tex Willer alle calcagna.

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo "al TICCI dei tempi di Goldena."

 

Riguardo la mia curiosità inerente l'eventuale presenza di qualche altro tipo di ispirazione celata nel volume, eccovi qualcosa che certamente vi piacerà: il primo Ranger che cade vittima del cattivo, lo abbiamo già nominato perché porta una Colt Walker alla fondina, è liberamente tratto, per così dire, da un famoso attore che tutti conoscerete per diverse apparizioni in svariate pellicole, ma che a mio avviso in questa particolare occasione ricordiamo per “Open Range”, sontuosa pellicola western del 2003, al fianco di Kevin Costner, che ne è anche il regista: “In him there is something of (in lui, cioè nel Ranger, c'è qualcosa di) Robert Duvall”, che nel film interpreta il granitico e saggio Boss Spearman.

D'accordo, vi lascio il tempo di andare a spulciare nell'albo per controllare ma sono certo che molti di voi annuiranno affermativamente appena lette queste mie righe.

Discorrendo perciò anche su film e telefilm di genere western, Guera ha manifestato il suo entusiasmo verso la serie “Lonesome Dove”, una miniserie in 4 puntate con protagonisti proprio Robert Duvall e Tommy Lee Jones. Non sapendo di cosa si trattasse (dannazione, una “cosa” western che non ho mai visto? Non sia mai!) era mio dovere colmare la lacuna: nel 1985 lo scrittore americano Larry McMurtry (e chiamandosi Larry non poteva che essere un tipo in gamba…) ha scritto il romanzo “Lonesome Dove”, in italiano “Colomba Solitaria”. In realtà è stato il primo di una sequenza di libri, e la storia al centro della saga si basa sull'amicizia tra alcuni Texas Rangers ritiratisi dal servizio attivo divenuti ranchers, cioè mandriani, con il compito di trasportare le loro bestie fino in Montana. Nel 1986 lo scrittore ha vinto il Premio Pulitzer per la Fiction e nel 1989 c'è stato l'adattamento passando da carta stampata a sceneggiature ed attori. E che attori, aggiungerei. McMurtry ha continuato il suo lavoro scrivendo un sequel, “Streets of Laredo” e due prequel, “Dead man's Walk” e “Comanche Moon”. Anche queste tre opere fanno parte dell'intera produzione televisiva.

Guera mi ha anche confidato che ha interagito con Pasquale Ruju specialmente per alcune fasi finali della storia a fumetti, introducendo sue impressioni che sono piaciute allo sceneggiatore e che quindi sono state inserite nella storia (avvertimento spoiler, come preannunciato): Tex e Carson sono una squadra e sebbene siano ancora giovani, ma non “così giovani”, comunicano e si comprendono con poche parole ben piazzate, si dividono per aggirare un nemico ed occuparsi ognuno di un aspetto del “problema da risolvere”, reagiscono in modo diverso e quando uno dei due non si accorge di un particolare c'è l'altro a coprirgli le spalle o a completare alla perfezione il duo. Non sono due cloni ma sono due unità distinte che ragionano con la propria testa adattandosi alla situazione e coordinandosi per raggiungere lo scopo.

Questo conferisce maggior irrequietezza al lettore dal momento che tutto si fa sì frenetico ma il più veritiero possibile.

Ma era imperativo per la storia (spoiler) che ci fosse il confronto occhi negli occhi (letteralmente Guera mi ha detto “eye to eye”) tra il buono ed il cattivo, ed in questo il disegnatore e lo sceneggiatore si sono trovati istintivamente concordi per la conclusione della vicenda, invece di proporci un'altra sparatoria. I due nemici che si guardano l'un l'altro anche dopo aver fatto fuoco, con le pistole ancora nelle loro mani, il dettaglio di una ferita di striscio ad una spalla per uno di loro e le differenze tra gli sguardi: un Ranger sicuro del fatto suo, certo della sua abilità e delle motivazioni per cui si batte ed un bandito che nonostante il suo ghigno malefico ancora stampato sul suo grugno sta per tornare in quella tomba dalla quale non avrebbe mai dovuto strisciare fuori.

Tutto questo rende la scena autentica, classica, maledettamente western. Ed a noi piace così.

Come ho riferito al mio interlocutore, ho trovato particolarmente congeniale a questo modo di considerare l'azione, il fatto che (spoiler) Gonzales venga eliminato definitivamente da entrambi i Pards, potremmo dire a più riprese. Questo rientra nella ricerca di una sorta di realismo senza cadere nel clichè e conferisce pathos fino all'ultimo, permettendo al lettore di rilassarsi solamente quando il cadavere del nemico è riverso a faccia in giù.

A tal proposito per riportarvi un'osservazione che il maestro Guera ha tenuto a fare devo avvisarvi del più grosso spoiler che sono costretto a scrivere, quindi se non avete ancora letto il Cartonato sono io il primo ad invitarvi a saltare le righe seguenti e continuare dal prossimo capoverso. Mi è stato fatto notare che alla fine quando il balordo sta galleggiando nel fiume, il sangue che si spande nell'acqua dal suo corpo forma una vaga figura demoniaca, per sottolineare quanto Gonzales fosse un diavolo incarnato: sembra quasi che si ricreino una sorta di vaghe corna fatte di sangue che scompaiono tra le onde, quasi a voler attestare che quello era il male e che è stato sconfitto. Senza la puntuale indicazione dell'autore non mi sarei soffermato su questa sfumatura ma dopo che me lo è stato fatto notare non ho potuto più farne a meno.

(Ho avuto il permesso di scrivere questo punto.)

 

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 Uma Thurman è "La Sposa" nei film di Tarantino "Kill Bill" volume 1 e volume 2.

Ritratto di Lorenzo Barruscotto.

 

 

Successivamente la conversazione ha spaziato su argomenti non strettamente legati a Tex.

E' giunta l'ora di svelarvi cosa avevo tenuto in disparte nella presentazione dell'artista, prima dell'intervista: forse non tutti sanno che r.m. Guera ha lavorato alla trasposizione in fumetto del film “Django Unchained” di Tarantino, del 2012. In origine lo stesso regista aveva annunciato al Comicon di San Diego, qualche anno fa, che si sarebbe trattato di una collana di cinque o sei albi, pubblicata per la DC Comics, basata sulla sceneggiatura originale della pellicola.

Lo stesso Tarantino ha più volte dichiarato che per ragioni di spazio non può “mettere tutto quello che gli viene in mente per il film (che si tratti di Django o dei suoi mallopponi precedenti tutti azione e citazioni come "Kill Bill"), altrimenti sarebbero di quattro ore”, ma l'idea per questa serie a fumetti era proprio di mostrare quello che si è perso per strada nella realizzazione cinematografica, in pratica proprio l'intero “script”, cioè per così dire l'intero copione senza i tagli o i rimaneggiamenti che anche durante le riprese vengono apportati da Tarantino stesso. Quindi ci potrebbero essere scelte differenti da quello che abbiamo visto al cinema o anche parti inedite perché rimosse. Tutto ciò per lo meno è o era l'intenzione primaria. Stando a Guera, “Django” all'inizio era molto interessante ma da quel che ho capito non molto facile da gestire per la presenza di troppa gente coinvolta che voleva dire la sua. Diciamo che quando qualcosa ha successo ci sono parecchie persone che vogliono saltare sul carro del vincitore, un po' come è accaduto per le celebrazioni dei 70 anni di Tex. Non ditemi che non ne avete avuto sentore anche voi: sono spuntati da tutte le parti fantomatici appassionati del Ranger, la cui conoscenza del “nostro mondo” prima di allora si limitava con ogni probabilità proprio al nome dell'eroe, che avevano sempre guardato i veri Texiani anche dall'alto in basso.

Il modo ideale per lavorare, e come dargli torto, per il disegnatore è permettergli di fare il suo lavoro e poi interagire con eventualmente il colorista per completare il prodotto, senza continue interferenze esterne. Ma sebbene questo incarico sia stato molto utile per renderlo notissimo nell'ambiente del Fumetto, con l'andare del tempo credo si sia discostato da quello che avrebbe dovuto essere l'obiettivo primario specialmente perché, partendo come ho detto dallo script del film, ha dovuto subire parecchie rivisitazioni per il fatto che non era stato assolutamente adattato per i fumetti (non è stato mantenuto quello nemmeno per il film, figuratevi per un lavoro sulla carta). Per non parlare del fatto che se io vi sembro logorroico, il copione di Tarantino era enorme, si aggirava attorno alle 600 pagine. In sostanza tutto il "work" di accomodamento doveva essere realizzato da capo partendo dall'iniziare screenplay, per “five or six issues” cioè cinque o sei albi. (Ma anche sette credo andasse bene ugualmente, non è quello il punto.)

Le pagine dell'intera serie avrebbero dovuto aggirarsi sulle 130 circa (126 per essere precisi), ma alla fine il numero si raddoppiò a circa 250, diventando praticamente impossibile plasmare concretamente quello che ci si era prefissati. Questo immane lavoro è stato completato, come fa un vero professionista, però non si può dire che ci sia stato quel guizzo di divertimento che invece appare subito palese quando Guera parla di “Scalped”, di cui ho scritto in precedenza qualche informazione. Quella "tarantiniana" è stata un'esperienza intensa, quasi senza fine, volendo tutti essere annoverati come partecipanti all'opera ma senza che nessuno volesse realmente esporsi e sedersi ad un tavolo per discutere dando un contributo costruttivo. Evidentemente se esiste il detto “sono tutti bravi a criticare” un motivo ci sarà. Ho anche scoperto che in Italia è stato distribuito dalla casa editrice Bompiani, in un volume, come detto, di più di 250 pagine. Esiste anche la Graphic Novel scaricabile online. Entrambe le versioni si possono rintracciare sulle principali piattaforme di vendita.

La risposta alla mia domanda, che mi sembrava scontata, inerente i personaggi, vale a dire se i disegni si basassero sugli attori da Leonardo di Caprio, a Jamie Foxx (sì, ha due x ma è un nome d'arte perché l'attore in verità si chiama Eric Marlon Bishop), dall'impareggiabile Christoph Waltz all'immenso Samuel Jackson, giusto per citarne alcuni, mi ha invece stupito. Guera ha detto che avrebbe accettato il progetto senza guardare il film, cercando di essere “as close as possible” cioè il più “attinente” possibile alle descrizioni del copione. Per il personaggio del dottor Shultz si può notare però un tributo in onore di Franco Nero realizzato “on purpose” cioè di proposito per donare al personaggio di origini tedesche una lieve somiglianza con l'attore italiano, che nel film invece compare in un cameo quasi a passare il testimone dal suo immortale Django a quello moderno.

La scena in cui lo schiavo liberato afferma che il suo nome è “Django” ma la D non si pronuncia perché è muta ed il personaggio di Franco Nero ribatte con il suo “Lo so” fa venire i brividi a tutti gli aficionados di western. Se considerate che in inglese la battuta è “D is dead” (dove dead significa in questo caso muta, cioè che non si pronuncia, ma ingenerale sta per “morto”) l'efficacia dell'intero scambio è pari a pochi altri lungometraggi entrati nel mito.

 

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 Django, nella scena conclusiva con in sottofondo la canzone principale

della colonna sonora di "Lo chiamavano Trinità", citazione voluta da Tarantino.

Ritratto di Lorenzo Barruscotto.

 

Dopo questo viaggio nella carriera del disegnatore sono tornato su binari Texiani scoprendo che prima della loro collaborazione per il Cartonato, Guera e Ruju non si conoscevano di persona, pur avendo già sentito parlare l'uno dell'altro, ovviamente. L'autore dei testi gli ha inviato la sceneggiatura che ha fin da subito conquistato l'artista per il fatto di essere scritta ottimamente mantenendo uno stile classico, adatta per il West e per la passione che accomuna entrambi (e tutti noi).

I colori di questo volume sono stati affidati ad una nostra compatriota: Giulia Brusco.

Miss Brusco non è al suo primo rodeo, tutt'altro. Sono più di dieci anni che coopera con il “mio intervistato” ed è Guera stesso a tesserne le lodi. Lei ha colorato tutti gli albi di “Scalped”, di “Django” e, cito testualmente, "in parole povere tutto quello che io disegno lei lo colora". Ai tempi di “Scalped” è stato proprio l'editore ad inviare all'artista alcuni esempi del lavoro di miss Brusco e non c'è stato bisogno di aggiungere altro. Dopo una sola occhiata, era stata trovata la colorista. E vista la sua prova per il volume della collana “alla francese” di cui ci stiamo occupando, credo che siamo tutti d'accordo con la scelta. Guera continua sostenendo che forse i suoi disegni non sono facili da colorare: tra i dettagli ed il senso che deve essere colto a seconda delle tavole, mantenendo uno stile a metà tra europeo ed americano. Però “She just fits”, cioè “Lei funziona”. La capacità del colorista di impreziosire i disegni non è da tutti poiché talvolta certi stili rendono meglio in bianco e nero, mentre se c'è armonia tra le due lavorazioni il risultato è come quello che abbiamo sotto i nostri occhi: un vero e proprio "masterpiece" (capolavoro).

Ora diciamo due parole sul formato del Cartonato: l'artista muove qualche remora su come è stata editata la sua cover originale. Infatti confrontando la copertina ed il disegno realizzato prima dell'adattamento editoriale si evidenziano delle mancanze. Siamo più volte inciampati in “correzioni” messe in atto da non so chi (e non lo voglio sapere per evitare un peggioramento della mia gastrite) a discapito di opere d'arte che erano già state delle copertine di Tex, per altro pietre miliari nella storia del Ranger. Una tra tutte, so di averla già nominata ma per me è equivalso a fare i baffi alla Gioconda, la cover di “Chinatown” con la sua lampada che farebbe restare stranito anche un tipo abituato alle chiamiamole bizzarrie di spazio e tempo come il Dottor Who. Certo, non è possibile mantenere al cento per cento i disegni realizzati per le cover dal momento che bisogna aggiungere il titolo, il logo di Tex ed altre scritte, questo nessuno lo mette in dubbio, ma il naso si storce in automatico quando si ha la presunzione di “aggiustare” senza apparenti ragioni o richieste di permesso il lavoro di chi ne sa, e ne sa parecchio. Per “Chinatown” era Galep e per “L'uomo dalle pistole d'oro” è Guera. Effettivamente, se un editing è quasi un passaggio obbligato per ogni tipo di lavoro, anche a me che non sono certo un gigante, ha talvolta infastidito che alcune frasi siano state riviste, spostando anche semplicemente la punteggiatura, quando ho presentato i due libri che ho scritto al mio di editore. Ma lo ripeto, io sono una formichina ed è anche giusto che mi si faccia notare come migliorare, se la correzione viene effettuata con “mano ferma e cuore saldo” e non peggiora la situazione. A dirla tutta però la “edited version” della cover del volume ha degli aggiustamenti che, per esserci, senza dubbio sono stati giudicati fondamentali, i quali ai miei occhi e soprattutto agli occhi dello stesso autore fanno invece spuntare l'ormai famoso punto interrogativo sulla testa, poiché le scritte avrebbero potuto benissimo comparire anche senza eliminare elementi che completano e danno “rotondità” nel senso di completezza all'opera, rendendola un vero e proprio quadro. Con l'approvazione dell'artista vi propongo la versione originale che in ogni caso è presente sulla sua pagina Facebook. Perchè togliere gli alberi, in un modo che appare piuttosto “cheap”, cioè dozzinale per non dire maldestro? Misteri che lascerebbero insonne anche il nostro amico Morisco.

 

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 Il disegno originale per la cover del Cartonato ad opera di r.m. GUERA

 

Il formato è diverso da quello americano, oltre che dal classico bonelliano, ma una volta pensata e creata la storia, non è la forma del volume che fa la differenza: la presenza di un maggior numero di vignette da organizzare in modo più “libero” in più spazio può scatenare a briglia sciolta la creatività.

Le tavole originali, cioè i disegni nella pagina, di Guera per il suo lavoro su Tex hanno le seguenti misure ognuna: 46,5 centimetri di altezza e 33,5 centimetri di larghezza a cui si aggiungono tre o quattro centimetri di passe-partout bianco attorno. E quindi ogni tavola è stata ridimensionata per la pubblicazione. C'è come già detto una differente distribuzione delle vignette ma per l'esperienza accumulata dalla nostra guest star, non costituisce un problema adattarsi alle restrizioni del mercato americano o alle variazioni di quello francese, con questo formato per noi "speciale".

Per i lettori italiani il fatto che ci siano disegni senza margini che occupano l'intera tavola e che poi su questi ci siano vignette di dimensioni più piccole, come se fossero sovrapposte, costituisce una novità, e offre l'impressione che l'ambiente descritto quasi si espanda oltre le pagine, volendo uscire dal volume per invadere la nostra realtà e trascinarci dentro la storia, “costringendoci” a fare attenzione anche alle parti tra le vignette che in questi frangenti non sono più il solo spazio bianco ma sono sottili strisce con a volte immagini importanti per l'evoluzione della narrazione o comunque tocchi da maestro semi-nascosti ma che meritano di essere ammirati tanto quanto un disegno che salta agli occhi in primo piano. Tutto ciò è una novità, lo ripeto, solamente per noi, poiché Guera continuando nella chiacchierata afferma con tutta tranquillità di farlo ogni volta che lavora, avendo iniziato ad acquisire questo particolare modo di disegnare da più di dieci anni.

Con orgoglio sostiene che tramite questo metodo di porre la storia, cerca di influenzare l'approccio alla lettura del fumetto da parte dei lettori, vecchi e nuovi, cercando di fare tutto il possibile per farlo leggere nel modo in cui lui (cioè Guera) vuole che il lettore legga. Sembra un gioco di parole ma vi assicuro che ha senso. E ho riascoltato due volte la registrazione dell'intervista per essere sicuro di non rifilarvi baggianate.

Perché questo “way of drawing” cioè questo “modo di disegnare” offre diverse prospettive e risulta piuttosto accattivante.

Per spiegare il concetto mister Guera mi fa un esempio pratico: a pagina 46 nell'ultima vignetta (spoiler) Tex mette fine alla carriera di un bandido, salvando un ostaggio (ok lo spoiler, ma non vi dico chi è l'ostaggio). Quando il messicano cade all'indietro imbottito di piombo lo sfondo quasi scompare, diventa inesistente perché il lettore già sa che tutto accade rapidamente, che è un “fast panel” cioè una “vignetta veloce” e troppi dettagli risulterebbero controproducenti e disturbanti in quel preciso momento. Stessa musica per (spoiler) quando c'è la resa dei conti tra Carson e Gonzales (ho scoperto che l'esistenza del duello era già stata annunciata su qualche social quindi non sono il primo a spiattellarlo, sebbene anche in questo caso lo spoiler non riveli completamente come va a finire il racconto e chi ha già letto il volume sa di cosa parlo): il cielo non ha particolari ma alle loro spalle c'è solamente l'azzurro o addirittura il bianco senza neanche un uccellino in lontananza. Ogni elemento deve dare l'idea della suspense che gli uomini coinvolti stanno vivendo per farla provare di rimando anche a noi. Sempre per cercare di influenzare al meglio l'approccio con cui lo spettatore, perché questo siamo e diventiamo, vede e percepisce ciò che “dicono i disegni”.

Sempre nell'ambito di quest'arte di influenzare, rientrano i flashbacks sulla guerra di cui parleremo più avanti ma vi anticipo un ultimo dettaglio, un'ultima pennellata da navigato cesellatore che forse a qualcuno potrebbe essere sfuggita e su cui invece Guera ha richiamato la mia attenzione: oltre a citare egli stesso la particolare gamma di colori che caratterizza i ricordi, i bordi delle vignette che li contengono sono lievemente frastagliati, al contrario di quelle che limitano ciò che avviene nel “presente”, come se fossero realizzate così, a mano, proprio per sottolineare i diversi momenti storici della narrazione e fornire uno squarcio nel velo del tempo.

Per gente del calibro di r.m. Guera “it's fun”, cioè è anche un divertimento, per noi è esperienza, è arte!

Finisce qui l'intervista, durata 37 minuti, e voglio ancora una volta ringraziare la disponibilità del signor Guera, aperto ed affabile che ha permesso a me ed a voi di dare una sbirciata nel “backstage”, dietro le quinte del Cartonato e del suo mondo, fatto di chine, fantasia ma anche profonda passione per quello che è un lavoro svolto con estrema perizia ed impegno.

E' stato un vero privilegio potergli parlare e spero di aver trasmesso almeno una parte dell'emozione che ho provato nel realizzare l'intervista e poi nell'aver realizzato (questo invece E' un gioco di parole) che ero riuscito a portare la nave in porto.

C'è stato un successivo breve scambio di messaggi per iscritto, come strascico della conversazione. Avendo egli rimarcato quanto avesse apprezzato la storia su “Il massacro di Goldena” mi sono permesso di inviargli la traccia del cd “My name is Tex” cantato da Graziano Romani, che si intitola proprio “Goldena”. Guera non ne conosceva l'esistenza e come ringraziamento per “la sorpresa” (pensate un po', lui ha voluto ringraziare me) mi ha mandato la cover della versione serba da lui disegnata proprio per quell'episodio. Ve la mostro qui di seguito.

 

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 La versione serba di "Massacro!" ad opera di r.m. GUERA

 

Adesso è tempo di gettarci sulla pista dell'avventura.

Siamo in Texas, non troppo lontani dal Rio Grande e quindi dal Messico.

Un gruppo di pacifici cowboys sta conducendo una mandria di manzi ben pasciuti verso l'acqua per far abbeverare le bestie. Sembra tutto tranquillo ma ecco spuntare da dietro una collina un gruppetto di uomini. In tutte le epoche è meglio tenere gli occhi aperti ma nel West lo si fa con una mano pronta ad afferrare il calcio di una Colt. Potrebbe non essercene bisogno, nel qual caso il nostro occasionale incontro capirebbe comunque che siamo persone previdenti e per nulla incoscienti, oppure potrebbe risultare necessario per avere voce in capitolo se si chiamassero in causa le sputa-fuoco ed il dibattito prendesse, come dire, una brutta piega.

Purtroppo, specialmente se si hanno per la mente altri pensieri, per meglio dire, se stiamo pensando ai fattacci nostri, risulta più semplice coglierci di sorpresa. Quando poi il tizio di fronte a noi, seppur suscitando un'istintiva reazione di disagio, resta a fissarci costringendo la nostra memoria a fare gli straordinari per andare a dissotterrare qualcosa che ritenevamo definitivamente seppellito nel tempo, quelli morti e sepolti rischiamo di essere proprio noi, poiché la sorpresa diventa sgomento, uno sbigottimento al quale non eravamo affatto preparati e che rischia di farci finire a faccia in giù nel fiume, zavorrati di piombo.

Ho parlato come se accadesse a noi, per rendere più vivida la sensazione di rammarico che il lettore prova assistendo impotente alla scena, ma in realtà tutto questo succede a qualcuno che non se lo merita, il quale però ha commesso proprio gli errori che ho indicato.

Morale della favola: gli unici contenti a fine giornata sono gli avvoltoi che rischiano un'indigestione per l'abbondanza del “buffet”.

Ma chi è il morto e chi il suo assassino?

Sul ranchero già spuntato prima nell'articolo, ritorneremo brevemente in seguito, ma sul killer posso sbottonarmi maggiormente. Andiamo, ormai lo sapete benissimo: se lo affermo è perché è già stato reso noto in altre sedi ben più autorevoli di questa e comunque sputacchiare il nome di quel coyote a due gambe non sposta di un millimetro l'enigma su cui si regge questa sporca faccenda.

Non ci credete? Juan Gonzales. Vi dice niente? Nemmeno a me. Stavolta non ho trovato riferimenti storici a bandidos realmente esistiti nel vecchio West ma se anche non avessi spulciato in rete prima dell'intervista, me lo avrebbe in seguito confermato el senor Guera, che si tratta di un personaggio di fantasia.

Non serve ma ve lo dico giusto per curiosità: sulle Pagine Bianche del Texas ci sono più di cinquemila hombres che rispondono a tale nome. Ho rinvenuto qualche articolo su alcuni fatti di sangue il cui colpevole era “un” Juan Gonzales e c'è anche un giornalista che ha scritto per il "Daily News" di New York, ma nulla che porti alla nostra Storia, intesa come riferimento temporale.

Dopo solamente una mezza dozzina di tavole veniamo già catturati dallo stile “polveroso” ma preciso dell'artista, ottimo per un'avventura sanguinosa e cruenta come si preannuncia questa, ma anche perfettamente adattabile a ciò che il nostro occhio da Texiani si aspetta di vedere, sebbene preparato a qualche innovativo accorgimento, trattandosi per l'appunto di un formato che è stato creato proprio per sperimentare.

Se un attimo prima tutto sembra tranquillo, l'istante successivo uno sparo preannuncia lo scatenarsi di un vero uragano di fuoco. L'utilizzo di disegni a piena pagina o se preferite di tavole che occupano quasi l'intera pagina senza margini con l'aggiunta, come se fossero sovrapposte, di un paio di vignette di dimensioni ridotte, quasi si trattasse di “una striscia” (ne ho accennato prima nel colloquio con l'autore), consente di avere immediatamente la visuale su tutto il campo di battaglia, tenendo sott'occhio inseguitori e vittime, in un crescendo di frastuono e di angoscia causati dal concerto per clarinetti ad opera di una banda di spietati killers, che travolge ogni cosa, ogni vita, sul proprio cammino.

L'arte e l'esperienza che trasudano da questo Cartonato stanno anche negli stacchi da una scena piena di concitazione e “sordo frastuono disegnato” a quella successiva, dove perfino il nostro sguardo agogna di arrivare e ha bisogno di soffermarsi un attimo, come se anche noi dovessimo riprenderci.

Un tramonto visto dall'alto, il sole che lancia i suoi ultimi strali prima di cedere il passo alla notte, sebbene le ombre si allunghino già sulla prateria.

Ma anche questo momento di quiete non dura, per colpa degli uccellacci di poco fa, i soli esseri viventi a divertirsi in mezzo allo scempio che siamo obbligati a trovarci davanti.

Il buio rende ancora più lugubre e triste il luogo dello scontro ed è una ben magra consolazione scacciare con un paio di revolverate quei dannati becchini alati, i quali comunque si rivelano particolarmente cocciuti nell'alzare “i tacchi”.

Ma per fortuna adesso ci sono due uomini che non lasceranno nulla di intentato per punire gli artefici di tale barbarie, due uomini a fianco dei quali anche noi riusciamo a scrollarci di dosso il senso di oppressione ed inquietudine che aveva rischiato di dominarci in un primo momento, per far prendere il loro posto da una giusta ira, dal disgusto nei confronti di quelle belve con le fattezze di esseri umani.

Badate bene, compadres, non ho parlato di vendetta. Anche se ci sarebbero tutte le ragioni perché il nostro intero essere la gridasse a gran voce, quei due uomini sono mossi da qualcosa di più alto: dal senso della giustizia e del dovere. Nelle loro vene scorrono sangue, caffè ed onore, sul petto hanno una stella d'argento e nel petto un cuore valoroso. Quei due uomini sono Kit Carson e Tex Willer.

Intendiamoci, la vendetta è uno dei temi al centro della vicenda ma si tratta di una punizione “sbagliata”, una ricerca di colpevoli che stavolta neanche dal punto di vista del cattivo, se avesse qualcosa di diverso da bitume tra le orecchie e non possedesse una pietra al posto del suo cuore morto, sarebbe ragionevole. La vendetta, se mai ce n'è una giusta (beh, in qualche occasione abbiamo visto che i due concetti possono anche coincidere...), non viene perpetrata al fine di colpire i responsabili di un delitto e nel metterla in pratica appare quasi come “una scusa” per seminare ulteriori lutti e distruzione, per causare insensato dolore, come se uccidendo, quel balordo cercasse di riempire un vuoto interiore che invece già possedeva precedentemente al fatto che nella sua mente, decisamente disturbata da una lucida pazzia, ha scatenato la sua furia, fomentandola per addirittura anni con fredda determinazione.

 

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 Un uomo d'azione, un rubacuori, un difensore della legge, un Ranger:

Kit Carson è stato tutto questo da giovane e lo è ancora in età matura.

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI.

 

La notte come abbiamo detto avvolge i cadaveri di uomini ed animali caduti sotto i colpi dei messicani ma prima di compiere una pietosa opera, seppellendo un amico, abbiamo avuto la conferma che colui al quale stiamo dando la caccia è proprio chi eravamo convinti di stare cercando.

Attorno al fuoco di un bivacco, consumando un frugale pasto per chiudere quella terribile giornata, siamo il silenzioso ed invisibile “terzo pard” che si appoggia con la schiena contro la sella per distendere le ossa dopo ore ed ore di cavallo su sentieri impervi ed arroventati dal sole.

Ascoltiamo le parole di Carson che ci spiega chi è il nostro uomo e perché ha fatto ciò che ha fatto.

E così veniamo catapultati durante la guerra che gli Stati Uniti combatterono contro il Messico, una ventina di anni prima di quando è ambientata l'avventura a fumetti, che si svolge, oramai lo sappiamo, poco dopo la guerra di secessione.

Durante il flashback esplicativo si denota la complicità del disegnatore con la colorista dal momento che per favorire l'idea che si tratti di fatti svoltisi nel passato, e quindi per differenziarli nettamente dagli avvenimenti “attuali”, persino i colori acquistano un tono “irrealistico” ma splendido e direi perfetto per la loro funzione: le basi di ogni tavola hanno una tonalità giallastra, che sovrasta, anche se non li omogeneizza, i colori degli elementi presenti nelle pagine, ma che a me ricorda l'ingiallire proprio delle pagine di vecchi giornali che devono sottostare alle leggi del tempo.

Ecco, allo stesso modo, i ricordi, ancora ben definiti nella mente del narratore perché non sono passati dei secoli ma solamente una ventina d'anni e non si può certo sostenere che siano cose facili da dimenticare neanche per un duro come il nostro Pard, stanno già subendo quella virtuale erosione nonostante l'averli rievocati li abbia costretti quasi controvoglia a tornare alla luce.

Sebbene il tratto dell'artista li renda maledettamente intensi, nitidi e sfolgoranti nella loro tragicità, rimangono comunque distaccati, e la nostra mente che si lascia facilmente ammaliare da questi trucchi del mestiere, quando sono ideati a regola d'arte, sembra quasi leggere sottovoce le parole contenute nei balloons delle vignette che riproducono i ricordi, per poi tornare a pronunciare “a voce alta” le didascalie e le frasi che vengono dette nei pochi ma stupendamente inseriti intermezzi in cui ricompaiono i volti di Tex e Carson, colorati “normalmente”, alla fioca fiamma del falò acceso per scaldarci dal fresco delle ore piccole.

In una parola: fantastico!

E qui bisogna fermarsi un attimo per evitare di fare confusione perché altrimenti si rischia di incappare in scivoloni madornali, come taluni che si possono trovare scritti od esposti qua e là, sciorinati con la stessa leggiadria con cui una campionessa olimpica di pattinaggio artistico compie un triplo avvitamento.

 

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 Un Ranger è la legge. Tex Willer in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a TICCI.

 

Dunque: la Guerra Civile insanguinò gli USA dal 1861 al 1865, quella contro il Messico, cioè quella a cui ci riferiamo, si svolse tra il 1846 ed il 1848. Pertanto il Cartonato è verosimilmente ambientato negli ultimi degli anni 60 del Diciannovesimo secolo. All'incirca tra il 1866 ed il 1868, tanto per voler mettere a tutti i costi una data. Non me lo sono inventato ma lo stesso Guera ha accennato alla stessa datazione e per quanto il mio inglese possa anche zoppicare, la testa che va su e giù in modo affermativo è un “sì” universale. Di per sè non ha importanza ma servirà per un paio di considerazioni in ambito artistico.

Senza trasformarmi in un indegno conduttore di un programma di approfondimento, è il caso però di spendere qualche parola direttamente sul conflitto Messico-USA.

Diciamo che queste due nazioni non sono andate sempre d'accordo e non si può parlare di rapporti di buon vicinato neanche per quanto riguarda il nome di questa guerra, dato che ognuno ha il proprio. In Messico si chiama ad esempio “Invasione statunitense” mentre negli Stati Uniti è nota come “Guerra messicana”.

E' anche vero che i punti di vista sono radicalmente opposti e vale per diversi altri luoghi. Se andate in Austria, per esempio, a visitare un qualunque museo che abbia riferimenti storici., la guida, pur conoscendo l'italiano, si riferirà a voi come "ribelli” ed agli austriaci come “patrioti” quando da parte nostra le guerre di Indipendenza che caratterizzarono i moti contro l'impero austro-ungarico sono parte onorevole della Storia d'Italia. (Non è una battuta ma un episodio di “vita vissuta”. Da me.)

Tornando al West, indovinate quale fu la causa scatenante del conflitto? Vi fornisco un indizio: teste calde, bandiera con una stella… Bravi: c'erano questioni irrisolte tra il Messico ed il Texas.

La cosiddetta Repubblica del Texas venne fondata nel 1836 dopo la sua Rivoluzione (una vera e propria guerra d'indipendenza anche quella).

All'epoca, i Texani (senza la “i”) volevano maggior quantità di terre, rivendicando anche aree che appartengono ora a New Mexico, Oklahoma e Colorado. Dal 1845 non fu più una repubblica perché si annesse agli Stati Uniti.

E quando scoppiò la guerra? L'anno dopo. Coincidenza? Certo che no.

Bisogna dire che i Texani avevano avuto le loro ragioni per decidere di staccarsi dal governo tutt'altro che illuminato del “generalissimo” Antonio Lopez de Santa Ana, per quanto una cosa almeno la avesse azzeccata nel mucchio delle sue bislacche idee, dichiaratamente ispirate dall'essere un “fan” sfegatato di Napoleone. Il che è sufficiente ad inquadrare il personaggio, a mio avviso. E cioè l'abolizione della schiavitù, cosa che al contrario in Texas era vista come fumo negli occhi. E sarebbero stati duri da convincere su questo punto anche in seguito, come ben sappiamo.

Se questo provvedimento fosse stato uno di diversi altri “decreti di stampo illuministico”, situazione del tutto distante da quelli promulgati da Santa Ana, oggettivamente non si sarebbe potuto fare il tifo per i compatrioti di Tex ma senza sfociare troppo nel politichese, per il resto il non ribellarsi sarebbe stato come vivere sotto una dittatura.

Tutti sapete cosa accadde ad Alamo, un avamposto texano spazzato via dalle esorbitanti forze messicane ma che diede, ormai è leggenda, la spinta ai ribelli per vincere a San Jacinto (ad una trentina di chilometri dall'odierna Huston), dove il generale Sam Huston (altra non-coincidenza) sconfisse il “Napoleone del Messico” in meno di 20 minuti, letteralmente, con tanto di Santa Ana preso prigioniero.

Bella figura! Quando parte la prossima nave per Sant'Elena?

Inutile dire che la Repubblica non ebbe mai l'ufficiale riconoscimento dalla Nazione da cui si era divisa diventando, diplomaticamente parlando, la “questione texana”.

Per qualche anno il Governo centrale di Washington tentennò rifiutando l'adesione del Texas proprio per evitare grane peggiori ma come ho detto, il territorio dove sorge la valle del Nueces nel 1845 divenne il 28esimo stato federale.

L'artefice di ciò fu il Presidente John Tyler che pare inviò allo Stato della Stella Solitaria l'offerta di diventare parte degli Stati Uniti l'ultimo giorno del suo mandato. Un simpaticone, tanto lui andava in pensione.

Secondo voi come la presero al di là del Rio Grande? Beh, come un vero e proprio ficcanasare negli affari del Messico e per altro con l'aggiunta di una beffa. Perfino la diplomazia mondiale si mosse per cercare di placare gli animi con il solo risultato che si misero a bisticciare anche USA e Gran Bretagna. Come se non bastasse, il successore di Tyler, James Knox Polk, forse un amante dello shopping, decise di “comprare” la California. Che era sempre, ed a quei tempi tutta, messicana. La corsa a nuove terre necessitava di uno sbocco sul Pacifico che avrebbe aperto immense possibilità anche commerciali dal punto di vista navale. Oltre al fatto che la Gran Bretagna, non chiedetemi ragioni più specifiche, sembra avesse allungato gli occhi proprio sulla California. Niente, dalla vecchia Europa non riuscivano proprio a restarsene a casa.

Comunque sia, vennero inviati fior di ambasciatori per acquistare la California (ed il New Mexico, già che c'erano. Evidentemente doveva essere stagione di saldi…) per una cifra esageratamente grande per l'epoca: se le mie fonti non mi ingannano si trattava di 30 milioni di dollari, non odierni.

Giusto per allentare il clima di tensione, vennero inviate sul confine tra Texas e Messico, sulle rive di Nueces (e dove se no!) e Rio Grande, delle simpatiche compagnie di soldati al comando del generale Zachary Taylor. Il quale, all'apparenza leggerissimamente troppo zelante, guadò il fiume per costruire Fort Texas in territorio messicano.

Non serve dire che l'offerta di vendita venne rifiutata e mi immagino l'ambasciatore rimandato a Washington con i documenti arrotolati nella sua bocca, in stile zio Paperone con chi gli chiede dei soldi.

Dopo questa serie di provocazioni, più o meno premeditate, il Congresso approvò la richiesta di Polk di dichiarare guerra.

Pare che truppe regolari messicane avessero a loro volta attraversato il confine e ucciso un certo numero di soldati americani, oltre ad attaccare nel 1846 proprio quel distaccamento costruito al di là del Rio Grande. Ormai era guerra. Nonostante qualche dubbioso, i membri del Congresso votarono per il sì ed il conflitto iniziò ufficialmente nel maggio del 1846. Non è di scarsa importanza che “qualcuno” avesse avanzato delle rimostranze sulla legittimità di chi “aveva versato sangue per primo” e soprattutto dove, se in terra statunitense o messicana, dal momento che un allora giovane Abramo Lincoln avviò una specie di interrogazione parlamentare per appurare proprio questa fondatezza del cosiddetto “casus belli”, in altre parole sul pretesto per passare allegramente due anni a scannarsi a vicenda con i propri vicini a sud del confine, ma dopo la vittoria da parte degli USA tutto questo venne messo a tacere, anche perché in effetti, i messicani erano stati realmente poco furbi a cedere alle provocazioni facendo ricorso alle armi e sparando su soldati americani, diciamo “senza licenza di uccidere”. Non sta a noi giudicare se la situazione sia stata frutto di un mefistofelico calcolo o se ci sia stato un effetto domino non proprio voluto, fatto sta che le truppe erano in campo.

A dire la verità, non è che il Messico potesse contare su tutto questo colossale esercito, dopo la batosta subita a San Jacinto: economia alla deriva, politica gestita come abbiamo detto da una caricatura di Napoleone e perfino uniformi, armi e naturalmente derrate alimentari per le truppe carenti quando non proprio mancanti. Gli americani erano armati di tutto punto ed addestrati e tra le proprie divisioni, nel senso di schiere (quelle vere ed interne arriveranno in seguito), annoveravano anche volontari, i quali erano pagati dal Governo con dollari sonanti, al contrario dei loro avversari, reclutati anche a forza e ricompensati per la maggior parte delle volte a promesse. Nuovo Mondo ma vecchi problemi: i soldati nelle tante guerre europee di qualche secolo prima, come quelle che infiammarono la zona dei Paesi Bassi includendo anche gli spagnoli (come i soldati appartenenti al “Tercio”, per esempio) o i tedeschi dell'imperatore Carlo o i francesi di re Francesco (lasciamo stare gli italiani che se le devano tra loro senza avere neanche una vera nazione, tra alleanze posticce e momentanee, come delle prime donne) arrivavano a far bollire carne di cane o di ratti, condite con cinture e strisce di cuoio per buttare giù qualcosa nello stomaco… mentre i rispettivi capi stavano comodamente seduti sui loro troni a far prendere la forma ai loro morbidi cuscini.

Anche in questa guerra non mancarono cruente battaglie dal momento che non si fronteggiavano a parolacce: gli Stati Uniti invasero il Messico in più punti, facendo ricorso a forze navali per occupare la California, comandate da John Sloat.

Le forze di terra ad Ovest, chiamate proprio “Army of the West”, cioè “Esercito dell'Ovest”, guidate da Stephen Kearny giunsero ad occupare Santa Fe, nel New Mexico, per poi “conquistare” San Diego e Los Angeles. Non erano neanche a metà della guerra ed i generali si contendevano già il diritto di governare le nuove terre, come due cagnacci randagi che ringhiano per lo stesso osso. Alla fine Kearny ringhiò più forte e divenne governatore della California.

Comunque sia per fortuna c'era anche qualcuno guidato dal dovere e dal buon vecchio senso pratico: il generale Taylor, già nominato poco fa, una volta in ballo non si tirò indietro bensì continuò a penetrare nel territorio messicano come un coltello che taglia del burro.

La prima grande battaglia vinta dagli statunitensi si tenne a Palo Alto, nel 1846, a poca distanza da quel Fort Texas che era stato al centro di parecchie contraddizioni. L'esercito messicano con al comando el general Mariano Arista e composto da circa 4000 (c'è chi dice 3700, chi 3400) uomini si scontrò con le truppe americane, che non superavano le 2500 unità, ma la superiorità tattica di Zachary Taylor fece pendere la bilancia a favore degli USA. Rispetto ad altri combattimenti, per quanto ogni vita umana sia da considerare inestimabile, il numero delle vittime, rispetto ad altre tragiche e similari circostanze, non raggiunse cifre spaventose: se le mie fonti non mentono, 5 morti ed una quarantina di feriti per gli americani ed un centinaio di morti e poco più che altrettanti tra feriti e dispersi per i messicani.

Una curiosità: nel caso voleste andare a cercare adesso Fort Texas non lo trovereste, perché al suo posto sorge la cittadina di Brownsville, nella Contea di Cameron, in Texas, ma già durante la guerra tale avamposto cambiò il suo nome in Fort Brown, in onore di un ufficiale, il maggiore Jacob Brown, caduto durante un “diverbio” a suon di piombo. Per i patiti di geografia, sulla sponda meridionale del Rio Grande, in corrispondenza con la città, c'è Matamoros.

Un'altra famosa battaglia della guerra fu quella di Monterrey, la quale, sebbene sia passata alla storia come una vittoria americana, vide le truppe degli “invasori” seriamente impegnate in guerriglia addirittura casa per casa al fine di stanare i nemici che diedero loro del filo da torcere.

Comunque sia anche sommosse sparse nel Paese indebolirono il già provato Mexico: lo Yucatan ne approfittò per dichiararsi indipendente e ci furono moti rivoluzionari anche a Città del Messico, il cui governatore chiese aiuto a Santa Ana, il quale si trovava a Cuba, non in vacanza ma a respirare aria migliore. Figuratevi se quella specie di gallinaccio con il nome che assomiglia ad una marmellata si sarebbe fatto scappare l'occasione di tornare in grande stile. D'altra parte anche Napoleone dopo l'Elba di aveva riprovato. Nessuno aveva spiegato al "generalissimo" il concetto di “corsi e ricorsi storici”.

Santa Ana si mise addirittura alla testa dell'esercito marciando contro Taylor, che tra l'altro aveva con sé esperti di tattiche militari tra i volontari Texani che avevano combattuto gli indiani, come i Comanches. Dopo averle prese di nuovo, Santa Ana pensò bene di creare ulteriore caos con qualche legge a caso, mascherando il suo intento di arraffare più pesos possibili e sparire verso altri lidi.

Non stupisce che quando i rinforzi americani giunsero per mare a Veracruz, vennero perfino salutati come liberatori. Queste nuove truppe erano guidate dal generale Scott e collezionarono una vittoria dopo l'altra anche grazie ad una sorta di partigiani che combattevano contro Santa Ana, il quale dal canto suo non si sognò neanche di far scavare trincee o fortificazioni sul percorso degli "Yankees", non dico per vincere, ma giusto per rendergli più difficile il tragitto. No, nada.

In conclusione: truppe USA a Città del Messico e Santa Ana che rinuncia nuovamente alle sue mire gloriose, nonché alla presidenza del suo Paese.

 

 1acaa14 min

 Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

La fine ufficiale degli scontri comportò una serie di trattati per spegnere i vari focolai dove ancora si combatteva nonostante la vittoria ottenuta. Quello che si può considerare definitivo fu il "trattato di Guadalupe Hidalgo", firmato nel febbraio del 1848 dove si stabiliva che Texas, California, Nevada, Utah, con parti di Colorado, Arizona e New Mexico passassero sotto la bandiera degli Stati Uniti, i quali comunque sborsarono una grossa cifra per questa acquisizione, sui 18 milioni di dollari di allora.

A parte le ragioni quasi "da bullo" che erano state semi-imposte dagli Stati dell'Unione, forse al Messico sarebbe convenuto prendersi i 30 milioni offerti in partenza, risparmiandosi una notevole figuraccia ma soprattutto evitando che uomini e ragazzi finissero a mordere la polvere in una guerra che a dirla tutta appare sostanzialmente inutile, escluso il fatto che i messicani hanno potuto ridimensionare Santa Ana e la sua incompetenza.

Sembra che diverse fonti concordino sul fatto che un soldato di origini irlandesi, Owen Thomas Edgar, anche a detta dello “United States Department of Veterans Affairs”, sia stato il più longevo tra i sopravvissuti alla guerra tra USA e Messico, morto nel 1929 all'età di 98 anni. Attualmente è sepolto a Washington, nel Congressional Cemetery.

Sebbene non possa confermare con certezza le cifre, sembra che circa 13mila americani morirono negli anni del conflitto ma solamente poco più di un decimo di quella cifra cadde in azione: il resto venne vinto da ferite e condizioni igieniche e sanitarie impossibili.

Non si conosce la cifra esatta dei morti messicani ma alcune stime parlano di 25mila.

Mi sono dedicato maggiormente alla battaglia di Palo Alto perché viene citata direttamente nel Cartonato: è lo stesso Carson a rievocarla insieme ad un suo ex compagno d'armi, il quale poi aggiunge in due parole i dati storici che vi ho raccontato dopo aver spulciato su qualche sito internet di approfondimento "in loco", cioè del Texas, oltre che di divulgazione generale.

Entrambi i due uomini ricordano con fervore patriottico quell'8 maggio del 1846, quando la cariche di cavalleria ordinate del comandante Arista si rivelarono terribilmente inefficaci contro l'artiglieria americana. Di sicuro, Carson propenderebbe per la versione che vuole i caduti nemici superare i 400, come ricavato dagli interrogatori dei tenenti e dei capitani messicani catturati, al contrario dei numeri "resi noti dagli storiografi" che ho riportato prima, ma non si può mai andare sul sicuro riguardo certi dati.

In ogni caso, per chiudere il discorso, Palo Alto è una località realmente esistita ed esistente, è un centro abitato degli Stati Uniti, nella Contea di Santa Clara, nella baia di San Francisco, in California. Attualmente ospita una sezione della prestigiosa università di Stanford oltre alle sedi di social network tra cui Facebook ed una famosa scuola di psicoterapia. Qualcuno direbbe che nemmeno questa è una coincidenza.

L'amico di Carson ci confida anche che il summenzionato generale Taylor è già passato a miglior vita al tempo dell'avventura narrata nel volume. In effetti morì nel 1850.

Ad essere onesti, forse, per quanto assurdo possa suonare come ragionamento, questa guerra ha avuto qualche conseguenza positiva proprio per chi l'ha persa. Il Messico infatti, oltre ad essere invaso da una valangata di soldi, aveva sì perduto praticamente una metà dei suoi territori ma si era ritrovato più compatto (non solo perchè rimpicciolito), con un forte sentimento di unione, che portò a liquidare l'assolutismo che da anni regnava nel Paese (lo avevo detto che bisognava spiegare a Santa Ana la storia di Sant'Elena) per proseguire su una strada più democratica. Non per niente molte famiglie che si erano ritrovate “americane” da un giorno all'altro fecero i bagagli per rientrare nei confini nazionali. Però a dire il vero ce ne furono parecchie ben felici di rimanere nel loro nuovo Stato.

Taylor fu eletto Presidente (il dodicesimo) dopo la guerra, sull'onda di un senso di nazionalismo che correva per tutti gli Stati Uniti, sebbene la vittoria per certi versi rivelò avere un effetto boomerang. Già all'epoca gli stati del Nord non avevano partecipato attivamente al conflitto, il cui peso era quindi ricaduto sulle aree meridionali delle ex colonie britanniche. C'era poi il problema della schiavitù, praticata in Texas e non solo, mentre al Nord era non solo osteggiata ma sorgevano movimenti abolizionisti che facevano appello al fatto che perfino in Messico non venisse approvata. Ok, che poi nel caliente Mexico pagassero con moneta sonante scalpi di indiani, con un tariffario per uomini ma anche donne e bambini è un'altra questione, non andiamo a cercare per forza dei santi da una parte o dall'altra.

Diversi nomi assai noti durante la Guerra Civile avevano militato negli scontri tra il 46 ed il 48: Ulysses Grant aveva servito sotto Scott e si era pronunciato a sfavore di tale “espansione” avanzando l'ipotesi non proprio campata in aria che la divisione fratricida tra Nord e Sud affondava le radici al di là del confine.

Anche Robert Lee e Jefferson Davis si erano fatti le ossa combattendo i “mangiatortillas” e divennero poi famosi per essere leader degli Stati Confederati.

Già durante la brevissima presidenza di Taylor le due fazioni si stavano delineando sempre più chiaramente. Bisogna dire che il Governo e Taylor stesso erano contro l'istituzione della schiavitù nei nuovi territori, nei quali vennero “suggerite” costituzioni che andassero in questa direzione. Ciò non andava certamente giù agli Stati del Sud, tradizionalmente pro “manovalanza gratis”, i quali al contrario esigevano leggi severe per gli schiavi fuggiaschi.

L'ex generale non doveva essere un tipo malleabile, sebbene in casi spinosi come quello che si trovava per le mani risulti sempre necessario un uomo di polso: senza troppe cerimonie, pare che in una sorta di conferenza indetta per “trovare accordi con i rappresentanti del Sud” fece capire che eventuali ribelli all'Unione sarebbero stati pulitamente eliminati, con una cravatta di canapa o una pallottola, non aveva granchè importanza. E la cosa non gli avrebbe minimamente tolto il sonno. Sbrigativo ma quanto meno dalla parte giusta.

Forse avrebbe potuto dare un'impronta maggiore alla Storia degli Stati Uniti ma il destino ha voluto diversamente. Ci sono state speculazioni in merito alla sua dipartita, alcuni hanno anche sostenuto per decenni che fosse stato avvelenato tanto che il suo corpo, alla fine del secolo scorso, è stato riesumato per cercare proprio tracce di veleni, ma questa indagine alla CSI ha portato alla convalida della causa di morte riportata sugli annali (gastroenterite), fornita nel Diciannovesimo secolo: ucciso sì, ma dal colera, per aver consumato cibi contaminati.

Va bene, vi tranquillizzo subito: i motivi per scardinarvi la mandibola a forza di sbadigliare peggio di un leone che pigramente si gode la digestione di una gazzella che non si era svegliata con l'idea di mettersi a correre già dal mattino presto, sono terminati.

 

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 Ironico quando si può ma serio, valoroso e guidato da incrollabile senso dell'onore e della giustizia.

Kit Carson in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a TICCI.

 

 

Tornando all'opera d'arte a fumetti che stiamo analizzando, è proprio dal fuoco delle battaglie combattute a cavallo del confine tra Texas e Messico che l'inferno ha sputato sulla terra quel flagello che risponde al nome di Juan Gonzales: c'è chi lo definirebbe un "guerrillero", un combattente per il suo Paese, ma anche nel suo modo di lottare c'era una ferocia che superava ciò che si può essere costretti a fare in guerra e che aveva ben poco a che fare con il valore di un eroe. Le sue azioni denotavano già in quel frangente così tragico di per sé una ferocia ed un fanatismo impregnati di odio nei confronti non solamente dei “gringos invasori” ma verso tutti coloro che potevano pararglisi davanti, incurante del benchè minimo rispetto verso la vita umana per tacere del rispetto che si può concedere ad un nemico sconfitto. Non si tratta di esecuzioni di condannati a morte per tradimento o per chissà quale onta, né dalla imperdonabile ma comprensibile foga del momento che potrebbe spingere a vendicare compagni uccisi. Quelli di cui si macchia “Golden Guns” Gonzales sono omicidi a sangue freddo, brutali, insensati e semplicemente crudeli. E non si può certo giustificare il tutto col fatto che in tal modo si intendeva fiaccare lo spirito del nemico. Non c'è ragione al mondo per la quale si possa provare piacere ad infliggere dolore, sofferenza e terrore ad altri uomini. Come direbbe il mitico Duca, John Wayne, a volte ci sono cose che un uomo deve fare e da vero uomo, essendo lettori di Tex noi possiamo aggiungere da vero uomo di legge e paladino dei galantuomini, si vede costretto a farlo, ma anche quando si cavalca sulla pista della vendetta personale non c'è mai un sentimento di esaltazione né men che meno di godimento. Ira e odio certamente ma sempre e solo secondo un più alto codice d'onore, sempre per un “greater good” se vogliamo parlare forbito, un bene superiore che è quello del perseguimento della giustizia.

Abbiamo più volte sperimentato come i Rangers dei tempi andati, coloro che erano in servizio come veterani quando Carson era ancora quasi un novellino, fossero anche più duri dei nostri Pards ed applicassero le leggi della Frontiera invece della Legge in senso stretto (come non ricordare il bellissimo Texone "La cavalcata del morto" con altri "vecchi" Rangers, tra cui qualche personaggio storico, mescolato ad altri di pura invenzione) ma se il nostro West è esempio di tempi tutt'altro che tranquilli, i tumultuosi anni che abbiamo attraversato, durante i quali abbiamo assistito alla creazione dello Stato dalla stella solitaria, erano anche peggio e le circostanze necessitavano di uomini d'acciaio. Pertanto non si può nemmeno provare pena per la sorte dell'anima nera di questa storia, sebbene la trama partorita dalla instancabile mente di Pasquale Ruju ci offra l'occasione di conoscere il punto di vista dell'antagonista, dandogli spessore e motivando anche il come, il perché ed il quando della sua rabbia nei confronti di chi così spietatamente intende cancellare per sempre dalla faccia della Terra.

Abbiamo per altro la possibilità, se mai ce ne fosse bisogno, di accertarci che alcuni metodi non collimavano con l'integrità morale di un giovane Ranger che sebbene fosse a quei tempi per così dire l'ultima ruota del carro, non esita a dire la sua inserendosi nelle decisioni dei suoi superiori i quali in ogni caso sono persone degne di rispetto, per cui non si può insistere più di tanto davanti alla loro esperienza soprattutto poichè le atrocità commesse dal messicano sono palesi.

Ma a volte il passato ritorna per presentare il conto e se talora lo fa "solamente" attraverso un senso di colpa od un rimpianto, altre può diventare un demone con due pistole d'oro pronto a seminare la morte.

A proposito, da me non lo saprete, ma prima della resa dei conti scopriamo anche da dove deriva il titolo dell'albo, cioè quale sia l'origine delle pistole d'oro. Eppure ai Texiani esperti le parole che campeggiano sulla cover avrebbero già dovuto accendere una lampadina prima di iniziare la lettura.

Vi aiuto a togliere le ragnatele: nel 1998 era uscita sul periodico Specchio, una breve storia di Tex a colori. Questa storia che si chiamava “Il duello” era stata disegnata da Civitelli, che a mio parere aveva realizzato un vero e proprio mini-quadro in ogni vignetta (l'artista aveva anche ideato il soggetto, sviluppato poi con la sceneggiatura di Nizzi) e conteneva due particolarità: Sergio Bonelli e Decio Canzio, allora curatore della testata, comparivano tra gli avventori di un saloon, ben identificabili, mentre un'altra immagine riprendeva la copertina di “I quattro amuleti”. A parte queste finezze celate (oggi li chiameremmo, come sappiamo, “Easter eggs”), Arizona Kid, il “cattivo che però poi alla fine proprio cattivo non è”, porta una pistola placcata oro.

Se poi vogliamo andare sul classico c'è il celeberrimo film della saga di James Bond che si intitola “L'uomo dalla pistola d'oro” (in inglese proprio “The man with the golden gun”), del 1974. 007 interpretato da Roger Moore deve vedersela con un perfido Christopher Lee in una delle avventure più iconiche tra tutte le pellicole che hanno come protagonista l'agente segreto al servizio di sua Maestà.

A dire la verità esiste anche un film omonimo appartenente al genere western, spagnolo, uscito nel 1965 ma confesso che oltre alla sua esistenza non so molto altro in merito.

Ad ogni modo, se anche stavolta le pistole dorate sono impugnate da un nemico che va a tutti i costi fermato, quelle “normali” dei Rangers non se ne staranno a riposare nelle fondine ma potete scommettere che diventeranno incandescenti, eruttando fiamme e piombo nel loro canto mortale.

Sappiamo che la trama, orchestrata da Ruju come se volesse ammiccare al lettore, rassicurandolo che la resa dei conti non si farà attendere, ci porterà ad affrontare quella masnada di pendagli da forca ma, da buon veterano tra gli autori di Aquila della Notte, lo sceneggiatore sembra quasi volerci comunicare di non caricare a testa bassa ma di attendere il momento propizio, per quanto non ci sia di sicuro tempo per farci crescere l'erba sotto i piedi se vogliamo salvare chi ancora non è stato travolto dalle suddette “golden guns”.

Non dimentichiamoci della sempre eccellente prova al lettering di Luca Corda che con il suo impegno incasella alla perfezione tutte le frasi, espresse ad alta voce o pensate.

Seguendo la pista degli assassini, i nostri sforzi vengono premiati: ormai talmente assuefatti alla violenza da considerare ordinaria amministrazione la tortura nei confronti di un prigioniero inerme al fine di cavargli di bocca informazioni, ma anche di vederlo soffrire per appagare l'inestinguibile sete di sangue che li invade, Gonzales ed i suoi uomini si credono intoccabili per la paura che hanno seminato. E perciò invincibili. Ritengo non ci sia bisogno di sottolineare quanto sconvolgente e ben poco delicato sarà il loro risveglio da questa illusione.

Ci pare di udire la musica che potrebbe appartenere alla colonna sonora di questo “cortometraggio a fumetti”, se mi passate il termine, il cui crescendo, come sempre accade per acuire un momento di tensione, diventa quasi fastidiosamente ripetitivo, aumentando il tono per intensificare il pathos della scena fino a costringere lo spettatore a trattenere il fiato (in gergo musicale diremmo che si fissa in levare) costringendoci a volere che tutto finisca, in un modo o nell'altro.

Beh, meglio “nell'altro”: un fragore di spari costituisce il sottofondo sonoro alla cavalcata che precede l'irruzione nella pagina di Tex e Carson, ben decisi a fare piazza pulita di chi ormai non ha più un'anima.

Se il tempo scorre pacato mentre ascoltiamo i ricordi di guerra di Carson o è arrivato a rallentare proprio come i nostri passi mossi nel letto di un fiume, quando abbiamo dovuto farci largo tra numerosi cadaveri di persone innocenti, così le sparatorie sembrano accelerarlo inaspettatamente: il modo in cui veniamo trascinati negli scontri a fuoco grazie sia alle battute sprezzanti di Nostri, che non abbassano lo sguardo di fronte a nessun tipo di ostacolo, sia ai disegni i quali ci risucchiano al centro dell'azione con visuali prima da lontano ma poi talmente ravvicinate da farci per un attimo esitare nel tenere in mano il Cartonato perché d'istinto il ranger che è in noi vorrebbe gettarsi a terra portando contemporaneamente la mano alla sei-colpi, travolge completamente il lettore, il quale non solo si trova ad aver sfogliato un certo numero di tavole senza quasi essersene accorto (e sfido chiunque a non essere tornato indietro per godersi ogni minimo dettaglio di un paio di scambi di opinioni da antologia) lasciandolo anche con un certo ronzio alle orecchie. Fate attenzione a dove siete, quando ammirate questa storia, compadres, perché la polvere che ancora deve tornare a posarsi dopo il combattimento potrebbe cercare di uscire dalle pagine che diventano “portali” verso un mondo crudo, duro e, per quanto fatto di china e sogno, maledettamente realistico. Oserei dire, reale, per l'impatto che ha su ogni appassionato del genere.

Coltelli che saettano nell'aria, le grida di dolore di chi viene colpito, striduli nitriti dei cavalli incitati in sfrenate corse, pistole roventi… "solo" un altro giorno di lavoro per due tipi come i Pards.

Ormai si gioca a carte scoperte, non c'è alcun margine di trattativa, anche se nessuno aveva mai immaginato di parlamentare. Non c'è tregua, non c'è quartiere. Ed il solo tribunale sarà quello del Giudice Colt.

 

 1acaa11 min

 Un simbolo, una Leggenda. Tex Willer, in un disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a VILLA.

 

Ci sono state alcune critiche in merito ad una frase pronunciata dal futuro Vecchio Cammello, che avrebbe inciampato in una gaffe e con lui chi ha scritto i testi. Ad un'analisi approssimativa potrebbe anche apparire così ma visto che noi non ci fermiamo mai alla superficie, esaminando il contesto, per quanto la scelta dei termini possa suonare involontariamente fuori luogo, non risulta scorretta. Come accaduto in alcuni punti dell'intervista, anche qui forse dovrei inserire un avvertimento spoiler ma non facendo nomi e mantenendomi sul concetto generico, non credo sia il caso.

Carson si riferisce ad un suo ex collega su una sedia a rotelle salutandolo calorosamente osservando che è “...già in piedi” di primo mattino. A mio modo di vedere si tratta di una frase fatta, un'espressione non infelice ma anzi, al contrario, che testimonia come un uomo della caratura del Ranger non veda davanti a sé qualcuno che debba essere commiserato e verso cui ci si debba comportare in modo diverso per non urtare la sua sensibilità. Di fronte ha un amico, un compagno, un commilitone e tanto basta. Alcune ferite non sono e non devono essere un motivo di imbarazzo ma sono medaglie il più delle volte faticosamente conquistate in quella lunga e spesso ingiusta continua battaglia che va sotto il nome di vita. Vi invito a riflettere sul modo di salutarsi che i due uomini utilizzano (a pagina 41, nella prima vignetta): io avrei voluto e vorrei avere un amico come Kit Carson.

E' proprio in questo frangente che viene nominata nella storia la vera Storia, quella con la S maiuscola, rimembrando Palo Alto ed il generale Taylor di cui ora sappiamo qualcosa in più.

Sono anche state fatte come sempre diverse osservazioni, alcune delle quali mi sembrano oggettivamente arbitrarie mentre altre possono considerarsi sovrapponibili con ciò che un Texiano pensa e prova dopo aver letto quest'albo. Si è parlato di “disappunto” riferito al non aver potuto conoscere le storie dei personaggi minori coinvolti, archiviando i livelli artistici raggiunti dai disegni con la complicità delle colorazioni come un risultato “che ci si aspettava”. Un po' come se al liceo uno che prende sempre 8 arrivi ad annoiare perché “tanto lui è bravo”. Ok, però il lavoro che sta dietro a quel “noioso risultato” c'è sempre ogni singola volta. Il Cartonato non è un romanzo, non è un Maxi (che in ogni caso è da un po' che non ci regala una storia completa e lunga nella sua interezza, tralasciando le critiche rivolte proprio alle storie lunghe perché... troppo lunghe). A mio giudizio non basta mettersi una cravatta ed osservare un quadro con aria contemplativa per diventare un esperto d'arte e così non basta snocciolare un paio di termini tecnici presi dal vocebolario o dal gergo cinematografico per poter criticare, in senso sia negativo che positivo, un fumetto o generalizzando su IL Fumetto. Alla base deve esserci la passione per ciò che si legge e per ciò su cui poi si scrive mantenendo una propria linea di pensiero. Oltre qualcosa di necessario come le motivazioni (nell'ottanta per cento dei casi mancanti) da apportare accanto alla sentenza “è una bella storia” o “si poteva fare di meglio”, spesso ci si imbatte in commenti che mirano ad etichettare le avventure o perfino gli orientamenti stilistici di un autore o un disegnatore. Intendiamoci, che qualche artista si trovi a casa sulle piste del West e che altri invece non siano a proprio agio in sella ad un mustang è normale, è inevitabile, ma la faccenda diventa piuttosto fumosa quando si vuole classificare come viene scritta o ancora prima ideata una storia. E' ovvio che ogni sceneggiatore fornisca la propria impronta ma non credo sia corretto considerare i vari lavori come se appartenessero a compartimenti stagni, da cui fuoriescono gli stessi personaggi ma con caratteristiche e caratteri diversi. Il tocco di chi crea c'è e deve esserci ma la personalità dei protagonisti è e rimane quella. Quando tale alchimia non si percepisce, la storia ne risente ed è obiettivamente accaduto in qualche sporadica occasione in passato: il lettore “sente”, più o meno fortemente, che quello non è Tex o se vogliamo, “il” Tex di sempre, il Ranger che vuole vedere ad al cui fianco vuole cavalcare. E' successo anche a me, ho ancora il segno di dove mi sono grattato sulla zucca, per via della perplessità. Ma di sicuro non è il caso di questa opera d'arte di 50 pagine. Innanzitutto un punto cruciale è proprio questo: sono 50 pagine. Non si può tirare su una casa in una settimana, nonostante alcuni programmi televisivi ce lo vogliano far credere, salvo poi vedersela svolazzare via alla prima folata di vento o al primo sternuto, e non è possibile fare meglio di quello che la squadra Ruju-Guera-Brusco-Corda ha fatto anche in ambito dell'approfondimento dei vari “characters”, buoni o cattivi che siano, incontrati sfogliando le tavole.

Quando si capisce che un tizio ha un deserto al posto del cuore senza neanche ancora aver avuto spiegazioni sul suo conto, quando comprendiamo, ancora prima che le Colt vengano sfilate dalle fondine, al fianco di chi stare, senza nemmeno una didascalia, allora siamo di fronte ad un artista che ha raggiunto una tale esperienza da modellare le nostre sensazioni con le sue chine e possiamo solamente toglierci lo Stetson dalla zucca. Lo stesso vale per i testi: spesso meno spazio si ha a disposizione e meno diventa facile dare vita ad un racconto dove le parole dosino nelle giuste quantità tensione, drammaticità, forza ed efficacia per guidare il lettore attraverso le varie scene facendogli provare quello che lo scrittore vuole che provi, e che forse, chissà, ha provato egli stesso in prima persona quando l'idea ha preso corpo nella sua mente. Non ho alcuna intenzione di paragonarmi a giganti di tale calibro ma lo dico solamente per rassicurarvi sul fatto che non ho assunto nessun fungo allucinogeno né mi sono procurato del peyote, pur affermando ciò che affermo: ho scritto questa considerazione anche perché nel mio piccolo, molto piccolo, è ciò che accade ed è accaduto a me, quando lavoro ad un racconto adesso e quando ho scritto i miei, lo ribadisco piccoli, libri. Indipendentemente dall'ambientazione, western o moderna che sia.

Il cappello ce lo siamo già tolto, perciò stavolta non ci resta che offrire da bere a chi riesce a regalarci una tale sequela di emozioni.

Dal punto di vista artistico anche le fasi finali dell'avventura hanno un che di unico. Ci sono numerose vignette con forme e tagli a cui non siamo abituati ma che si inseriscono splendidamente come i pezzi di un complicato ma stupendo puzzle e che parlano sebbene siano mute, senza balloons né didascalie. Ancora una volta sceneggiatore e fumettista sono complici poiché se è vero che un compositore deve saper dosare anche le pause tra le note per dare maggior significato alle fasi del suo brano, così Ruju lascia campo libero all'abilità di Guera. Il lettore viene nuovamente coinvolto nella vicenda, quasi strappato da un agognato momento di calma, a causa di un'enorme pulce che la “semplice” espressione corrucciata di Tex (anche se giovane sappiamo che l'eroe della camicia gialla ha un fiuto eccezionale), per di più in una vignetta di dimensioni ritengo volutamente ridotte, ci infila a forza nell'orecchio.

 

 1acaa7 min

 Davide Bonelli in un ritratto in stile vecchio West, ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Quando c'è in ballo la pelle, si mantengono tutti i sensi all'erta e non si deve mai dare nulla per scontato. Il buio spesso cela una minaccia e gli stessi colori suggeriscono che qualcosa non quadra, proprio perché non contengono le colorazioni che ci saremmo aspettati.

Potrebbe esserci una trappola, dietro l'angolo. O dietro una porta. Ma allora se c'è un tranello c'è anche un traditore. O magari no. Il West non è diverso dai nostri giorni e spesso l'apparenza inganna: prima di condannare qualcuno per una scelta, bisognerebbe trovarsi nei suoi panni, o come direbbero alla Frontiera, indossare i suoi stivali e vivere lo stesso momento, andando a sbattere il proprio muso contro le angosce che il nostro animo tirerebbe fuori in quegli istanti.

La sola cosa certa è che i vigliacchi riescono sempre a trovare il punto debole di chi vogliono colpire e se poi sono anche dotati di un minimo di materia grigia, sebbene deviata e votata al male, fanno di tutto per sfruttare quella breccia nella nostra armatura a proprio vantaggio.

E' qui che entrano in gioco uomini di una tempra impareggiabile, di quella che “dopo averli fatti il Padreterno ha gettato via lo stampo”, per citare una evocativa espressione spesso riferita ai Nostri.

Il destino getta sul tavolo le sue carte e proprio come se si trattasse di carte da gioco, con alcuni margini che rimangono sovrapposti ad altri anche se è ora di “vedere” la mano dell'avversario e di mostrare il nostro punteggio, le vignette di una concitata scena d'azione rimangono ben definite ma in un paio di tavole si susseguono a ritmo serrato, con un margine accavallato alla seguente, mentre alcuni elementi in esse contenute ne fuoriescono: in pochi secondi si decide tutto, come a volta accade anche nella realtà. Non c'è tempo per esitare, non si può stare a discutere.

La differenza di un attimo vuol dire poter lottare ancora oppure finire sotto un buon metro di terra talmente riempiti di proiettili da far impazzire un mucchio di calamite, ma molte cose possono accadere in quella manciata di secondi ed è proprio questa la sensazione che l'impaginazione decisa dall'artista vuole trasmettere allo spettatore.

O ancora, dopo una forsennata corsa, nuovamente una secchiata di tensione che inevitabilmente sfocia in ulteriore fuoco, in ulteriore piombo. Se poco prima non abbiamo concesso al bastardo di turno nemmeno di terminare di parlare, grazie alla mira di un certo Ranger ed alle capacità di un certo disegnatore, stavolta l'avversario riesce a finire di sputacchiare il suo veleno.

E qui Sergio Leone stesso elargirebbe una pacca di approvazione sulla spalla degli autori perché tra stacchi misurati a regola d'arte (è la parola giusta) e sguardi intensi fino ai minuziosi intarsi sulle pistole ”inquadrate dalla telecamera” c'è tutto.

Mi correggo, qualcosa manca: una tromba che sparge nel vento le struggenti note di una canzone e che si interrompe solamente per far suonare altri strumenti. Spari esplosi quasi all'unisono, fumo che esce dalle bocche da fuoco. Uno dei due contendenti che cade e l'altro che rimette via il suo "strumento".

E' finita...

Oppure il destino quando ha distribuito le sue carte, prima, ha barato e ha voluto tenersi un asso nella manica, per tentare di arraffare tutto il piatto quando meno ce lo aspettiamo.

Qualcuno mi darebbe del pessimista, Carson direbbe che sono uno con del buonsenso e chi mi conosce meglio si affretterebbe a scuotere la testa sostenendo che vedo tutto nero.

Può anche darsi, ma è altrettanto vero che in più occasioni di quelle che vorremmo, il solito destino che non vuole perdere a carte e non si fa scrupoli a giocare sporco, ha anche un pessimo senso dell'umorismo.

Anche se siete sicuri di aver abbattuto una belva, non abbiate troppa fretta di avvicinarvi alla potenziale carcassa ed allo stesso modo per quanto lo desideriate non abbassate la guardia troppo rapidamente, sebbene convinti che il pericolo sia cessato.

Non fatevi distrarre, non perdete la concentrazione. A volte un obiettivo lo si raggiunge al primo colpo ma il più delle volte bisogna insistere e, come dire, sparare tutte le cartucce per poter vincere.

Hasta luego, hermanos!

Visto il periodo, auguro a tutti voi di aver trascorso una serena Pasqua.

Alla prossima

 

 

 

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: r.m. Guera

Colorazione: Giulia Brusco

Lettering: Luca Corda

 

 

 

 

I link di "Una voce per Tex"

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada", voce di Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda", voce di Christian Iansante: https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ

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