Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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Recensione dello speciale "Tex Willer": FANTASMI DI NATALE

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Hola, amigos!

Entrate, entrate pure, c'è posto per tutti. Tempaccio da lupi là fuori. D'altra parte se non fa freddo adesso…

Qui al Trading Post troverete sempre un goccio di sciacqua-budella o un simpatico fuocherello per ritemprare lo spirito e le ossa, senza dimenticare di coccolare anche lo stomaco con carne ben cotta e patate in quantità.

Mentre fate andare le mandibole diciamo due parole su un albo particolare, il primo speciale dedicato alla Collana “Tex Willer”, quella, ormai lo sappiamo, che propone inedite avventure di un Tex ancora giovane, risalendo al tempo in cui era un fuorilegge accusato ingiustamente di omicidio, con il suo ritratto stampato su avvisi di taglia sparsi per mezzo West, situazione causata da circostanze avverse, l'aver vendicato la morte prima del padre e poi del fratello per mano di feroci criminali ne sono un lampante esempio, che lo avevano portato a cavalcare per un certo periodo dalla parte opposta della legge, sebbene mai della giustizia.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI.

 

Disegni:

Si sono susseguiti, e ci saranno ulteriori passaggi di testimone, artisti di prim'ordine a cui è stato affidato il non facile compito di, come dire, tramutarsi in “chirurghi plastici” con un pennino al posto del bisturi al fine di far tornare un ventenne scavezzacollo il nostro attuale maturo e roccioso Aquila della Notte: Roberto De Angelis, Bruno Brindisi, ancora De Angelis e per ora sappiamo che si è unito al coro anche il grande Pasquale Del Vecchio.

La realizzazione grafica di questo volume è invece opera di Marco Ghion.

Esordiente per quanto riguarda la Bonelli, per la sua carriera è stato determinante, parole sue, l'incontro con Bruno Bozzetto, animatore, disegnatore, regista candidato ad un premio Oscar, laurea honoris causa presso l'università di Bergamo in “Teoria, Tecniche e Gestione delle Arti e dello Spettacolo" ed artista di chiara fama, autore tra gli altri del famoso “Signor Rossi”.

Iniziare subito con il Ranger, anche se all'epoca in cui si svolgono i fatti non lo era ancora, non è certo cosa da poco, soprattutto avendo a che fare con un volume di 128 pagine.

Lo stile è alquanto peculiare apparendo visibile l'ausilio di mezzi digitali in parallelo con le matite. Innanzitutto bisogna dire, sebbene parecchi lo considerino tale, che quest'albo non è a colori in senso stretto, non come ci aspetteremmo per lo meno, anche se non è nemmeno del tutto in bianco e nero. Viene utilizzata una tecnica di colorazione ben precisa per identificare parti definite della narrazione, in cui i colori, di un'unica tonalità per tutte le tavole coinvolte nel racchiudere quel particolare spezzone di racconto, le quali variano in blocco non appena inizia una nuova digressione in modo da differenziarsi dalle vicende che potremmo definire in tempo reale, costituiscono, per dirla in soldoni, le sfumature che forniscono tridimensionalità ai volti dei personaggi ed agli oggetti raffigurati coadiuvando le ombre ed i confini altrimenti netti tra aree illuminate e zone scure, donando spessore all'intera ambientazione visualizzata nelle vignette.

La prova di Ghion non può che risultare positiva e venire considerata di buon livello. Alcune scelte stilistiche, come ad esempio il raffigurare Tex solamente come una silhouette negativa, vale a dire non nera ma bianca su sfondo nero, in pratica quasi al contrario, mentre è seduto presso il bivacco possono stupire i lettori dall'occhio maggiormente abituato al classico ma tali escamotages sono ben dosati e non appesantiscono l'insieme.

Si può notare la rapidità del tratto che però non si traduce in una carenza dal punto di vista del risultato finale: se da un lato gli sfondi, per quanto riguarda gli spazi aperti, sono resi con pochi sapienti tocchi, quando non vengono lasciati del tutto bianchi per dare l'idea del cielo carico di neve pronta a coprire uomini ed animali, od ancora i primi piani fino ai mezzi busti vengono sottolineati, specie quando in movimento, con “semplici” (e qui le virgolette sono d'obbligo perché non c'è nulla di facile nel creare un fumetto) linee parallele o a raggiera, dall'altro gli interni, come potrebbero essere una capanna isolata sul versante di una montagna ed una provvidenziale grotta che offre riparo da una tempesta, riportano proprio le sensazioni che tali sistemazioni di fortuna suscitano nei personaggi e che vengono fatte arrivare all'animo dei Texiani pagina dopo pagina.

Anche le riproduzioni delle armi sono accurate e per lo più conformi con quelle corrispondenti al periodo storico che è precedente all'introduzione della Colt Peacemaker Single Action che siamo abituati a vedere in pugno ai Pards.

I raggi del sole che si riflettono sul candido paesaggio e ci costringono a strizzare gli occhi, la stessa neve che contribuisce a rendere come ovattati perfino i balloons mentre sfogliamo le tavole, gli stacchi sfumati che suggeriscono l'inizio di una storia nella storia, con tanto di mini-titolo a sé, il contrasto tra una figura immersa nell'oscurità, magari al riparo della boscaglia che osserva una scena prima di intervenire, e che noi possiamo spiare come se ci trovassimo alle sue spalle oppure acquattati tra le fronde aspettando di entrare in ballo, il nero della notte che è proprio nero, con l'inchiostro che riempie completamente cose e persone che non si trovino in primissimo piano, quando necessario, il vento che offusca la vista ed impedisce di distinguere in modo nitido le figure anche a pochi passi di distanza dal nostro naso, Tex, ravvisabile pur avendo ben calato il suo Stetson e con la giacca che ne copre il solito abbigliamento… fate la somma di tutti questi elementi ed avrete il biglietto da visita di un nuovo artista che nel suo battesimo del fuoco se l'è cavata proprio niente male.

Sebbene evidente, quanto meno per chi prova a tenere in mano i “ferri del mestiere”, tra matite e pennini, il ricorso a tecniche digitali non distorce né aggrava le vignette in una commistione ben riuscita tra "vecchio” e nuovo, tradizione e sperimentazione.

Unica considerazione critica: l'outfit di un cavaliere solitario non deve per forza ricalcare sempre il modo di vestire del futuro sakem dei Navajos, a partire dalla bandana nera al collo. Per un attimo, nel primo dei racconti racchiusi nella storia principale ci si sofferma sul “fuggiasco” perché senza i suoi baffetti potrebbe sembrare proprio il giovane Willer, anche a causa di alcuni disegni conclusi forse più frettolosamente di altri che riportano le figure più lontane in prospettiva maggiormente quasi-stilizzate.

Sempre all'altezza delle aspettative la copertina che per questa Collana non impegna Claudio Villa ma Maurizio Dotti, il cui talento, per utilizzare una frase forse altisonante però di sicuro meritatissima, vola alto come un falco che volteggia immerso nei raggi del sole del deserto. Sia le singole cover mensili sia questa dello speciale sono ciò che veramente attrae il Texiano e lo convince a fare spazio nella sua libreria per il nuovo volume.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a MAGNUS. 

 

Storia:

Il soggetto è stato ideato da tre persone diverse: Mauro Boselli, Giulio Antonio Gualtieri e Marco Nucci. Sebbene la sceneggiatura sia stata poi sviluppata unicamente da Boselli si evince la presenza di più menti al lavoro. Non è la prima volta che troviamo il “trucco delle matrioska”, cioè un racconto dentro il racconto, solo che stavolta non si tratta di flashback che spiegano una situazione attuale ma di veri e propri racconti separati. Il fatto è che non vengono narrati al protagonista e finiscono per allungare in modo non sempre accattivante la lettura, tramutandosi in riempitivi che a lungo andare potremmo associare alle pubblicità presenti in un bel film in tv, che interrompono il filo del discorso principale. Stando ai trailer di presentazione ci eravamo fatti l'idea che fosse proprio Tex ad imbattersi in strane presenze o magari in una condizione che poi avrebbe lasciato il dubbio anche in chi crede solo nella forza dei suoi pugni, mentre invece assistiamo a poco più di un passatempo messo lì per poter dire di aver realizzato un “racconto di fantasmi”.

Ora, spesso si leggono critiche sulla scarsa inventiva di avventure recenti o di quelle che ripropongono temi ricorrenti, è avvenuto anche in merito al volume inedito di Dicembre 2019 della serie regolare “L'assedio di Mezcali”: non sono certo io a chiudere gli occhi di fronte a ripetizioni o sviste ma bisogna sempre aprire la bocca con cognizione di causa e non per consentire alla lingua di “aerare il locale prima di soggiornarvi”. Per esempio se si parla di un assedio da parte di una banda di indiani assetati di sangue e gloria non si può certo pretendere che spuntino, che so, alieni o dei dell'Olimpo, così come è plausibile che vengano coinvolte le Giacche Blu magari proprio impegnate a scappare da un agguato o, chissà, a toglierci le castagne dal fuoco, al pari di quanto accaduto in passato su fumetti o pellicole immortali. Questo si chiama classico, si chiama tradizione ed è ciò che ci piace vedere, specie se ben disegnato, e i disegni di Filippucci nello specifico centrano come sempre il bersaglio.

Si scivola invece nella banalità quando si vuole creare un racconto thriller, ed ancora di più horror, o comunque incutere inquietudine negli appassionati senza però fornire elementi che facciano accumulare pathos nell'animo degli stessi.

Quest'ultima situazione riassume le sensazioni che lascia trasparire lo speciale natalizio. Innanzitutto volendo proprio essere legato alla notte nella quale nasce Gesù, o per essere più "consumistici", in cui Babbo Natale rischia l'esaurimento nervoso, secondo me bisognava farlo uscire un po' più in là dei primi di Dicembre, perché in quel periodo solo i negozi hanno già addobbato le vetrine ma lo spirito delle feste non permea ancora nemmeno i cervelli dei bimbi più intransigenti sulla lista dei regali. Tra il 15 ed il 20 poteva invece essere il periodo giusto per magari spingere qualcuno anche non proprio interessato a questa Collana ad azzardare l'acquisto sull'onda del “perchè no”.

Viene poi menzionato un personaggio, tale Dusty, conosciuto nel Texone “Il magnifico fuorilegge” quando il giovane Willer si “rifugia” a Robber's Nest, un villaggio di soli delinquenti che poi finisce bellamente in cenere con un grosso aiuto da parte dello stesso Tex. Noi lettori di lunga data lo sappiamo ma inserire una didascalia con il riferimento non sarebbe stato un male specie per le nuove leve. Quello delle didascalie è un argomento non ben definito poiché a volte compaiono, spesso quando non sono strettamente necessarie, mentre in altre storie che lo richiederebbero sono assenti.

La spina dorsale dell'albo, cioè gli eventi che accadono per così dire in diretta, costituiscono una breve vicenda anche abbastanza appassionante, se letta saltando le interruzioni, che parte proprio da dove finisce o meglio finirà il ciclo di avventure che non abbiamo ancora interamente sotto mano, quelle che partono da “Paradise Valley”, il prossimo numero di “Tex Willer” ad opera dei "due Pasquali", Del Vecchio e Ruju (ai testi al posto di Boselli).

Viene menzionata anche Kate Warne, detective Pinkerton veramente esistita e tenace compagna di avventure, che molti, non il sottoscritto, avrebbero voluto non solamente di avventure, nello scontro appena conclusosi con un Mefisto ante litteram per salvare la vita di Lincoln, non ancora Presidente degli Stati Uniti.

Anche in questo caso compaiono agenti della Pinkerton, uno in particolare dimostra parecchio sale in zucca e notevole discernimento, nonché un certo fiuto, ma non voglio svelarvi troppo sui già scarsi “colpetti” di scena.

Se da un lato le capacità di disegnatore e sceneggiatore fanno arrivare fino a noi, sebbene al calduccio, la sensazione del freddo che penetra nelle ossa quando assistiamo impotenti al disastro di una valanga o sentiamo fischiare il cupo rombo del blizzard mentre le fiamme del bivacco si muovono lottando per non spegnersi, dall'altro un paio di brividi ci sono provocati dal silenzio interiore che ci pervade una volta conclusa la lettura delle tre storie “dell'orrore”.

Il “cantastorie” che dovrebbe costituire la figura cardine fa sorgere, nella mente dei Texiani abituati a ben altre “indagini”, un certo sospetto già dopo un paio di tavole. Sospetto che man mano che si procede verso la conclusione dell'albo diventa da sussurro a voce baritonale fino alla conferma conclusiva.

Chi legge Dampyr, anche in questo frangente lo zampino di Boselli quindi non manca, potrebbe cogliere nella prima narrazione un qualche parallelismo con un locale dove Harlan ed i suoi amici spesso si riuniscono e viene in mente il “buon diavolo”, non è un'espressione a caso ma è da considerare in senso letterale, Nikolaus con i suoi “spok”, cioè simulacri di persone ormai morte che diventano gli avventori del sunnominato locale.

La seconda "favola della buona notte" invece è incentrata sul mito del Wechuge, che non può non far pensare al Wendigo, o Witiko come viene chiamato nello speciale invernale di Zagor. Gli aficionados ricorderanno senz'altro un volume di Magico Vento, quello originale, non la strampalata versione del ritorno, nel quale Ned Ellis doveva proprio vedersela con quel brutto cliente del Wendigo. Il fatto che praticamente in contemporanea sulle pagine di Tex ed altre testate si presenti un'avventura con lo stesso contenuto è già avvenuto: Wyatt Earp viene chiamato in causa sia nel Texone “Doc!” sia proprio nei 4 albi del ritorno di Magico Vento ed anche in quel caso la trasmissione “in stereo” non è stata esente da pecche, storiografiche e grafiche senza “storio”.

Inoltre, tornando al volume attuale, non si può non ricordare il film cult “La casa” di Sam Raimi per il fatto che ad un certo punto viene trovato un libro alquanto pericoloso con formule magiche che non dovrebbero essere lette. Senza dimenticare l'impronta tarantiniana di "Hateful eight" dato che ci sono un gruppo di pistoleri ed una capanna sotto una spessa coltre di neve, nell'isolamento dei monti.

Tra l'altro sempre in Zagor con "I racconti di Darkwood" si era già presentato il "format" della storia che ne include altre brevi narrate dal oppure al protagonista. Qui per Tex però potremmo parlare di storia nella storia nella storia. Al cubo.

La terza ed ultima digressione horror si basa sull'influenza della paura e sulla punizione che dovrebbe sempre raggiungere i colpevoli. Ma offre la definitiva spallata alla tensione poiché finisce per suggerire la conferma ai sospetti del lettore su un piatto d'argento.

Questo volume è ben curato e ben disegnato, anche per quel che riguarda il lavoro di lettering sempre impeccabile di Luca Corda, ma personalmente non lascia nulla, non ci sono svolte nel continuum della serie, non ci sono rivelazioni particolari. E' vero, ci sono un paio di ben strutturate scene d'azione e proprio queste impediscono al prodotto finito di cadere immediatamente dopo l'ultima pagina nel dimenticatoio.

Solo l'approccio dal punto di vista artistico consente di chiamare questo speciale "speciale", insieme alla curiosità che la location, da subito resa nota, può suscitare in qualche ficcanaso come il sottoscritto.

 

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Ash, il protagonista di "La casa" e "L'armata delle tenebre"

in un ritratto di Lorenzo Barruscotto. 

 

Riferimenti storici:

Il wechuge è una creatura mangiatrice di uomini, uno spirito malvagio che appare nelle leggende del popolo Athabaska. Si dice che sia quel che resta di una persona posseduta o sopraffatta dal potere di uno degli antichi “animali spirituali”. Si credeva che si potesse diventare più forti infrangendo un tabù sacro anche se così facendo si offendevano gli dei diventando "troppo forti". I tabù sono legati a sacrilegi, gesti compiuti in circostanze drammatiche ma che potrebbero venire condannati dalle divinità stesse, come nutrirsi di carne umana, o legati al potere ed alla cupidigia. Come il wendigo, il wechuge cerca di mangiare le persone ed assorbire la loro essenza vitale, cercando di attirarle lontano dai compagni. In un racconto popolare, è fatto di ghiaccio e molto forte, viene ucciso solo quando viene lanciato su un falò e tenuto lì durante la notte fino a quando non si è sciolto. Essere un wechuge, cioè esserne caduto vittima in quanto posseduti, era considerato una maledizione ed una punizione: erano da tutte le culture che ne tramandavano il mito ritenute creature distruttive e cannibali.

La fede nel wechuge è prevalente tra gli Athabaska, come detto, ed in alcuni altri popoli del Pacifico nord-occidentale.

Le descrizioni del wechuge ovviamente variano molto, come quelle del Bigfoot degli Appalachi. Il loro aspetto può variare dall'essere metà umano metà animale, ad essere fatto di ghiaccio come già accennato, o persino ad avere le ali.

Il wendigo o windigo (anche witiko) è invece una creatura mitologica, mangiatore di uomini o spirito malvagio proveniente dal folklore delle tribù algonchine, con sede nelle foreste settentrionali della Nuova Scozia, sulla costa orientale del Canada e nei Grandi Laghi sempre del Canada. Il wendigo è descritto come un mostro con alcune caratteristiche di un essere umano o come uno spirito che ha posseduto un essere umano e l'unione li ha resi mostruosi. Si dice che la sua presenza si manifesti in seguito ad atti di omicidio, avidità insaziabile, cannibalismo e l'infrangere tabù culturali contro tali comportamenti. Nomi diversi, credenze simili, pertanto.

Pensate che questa creatura presta il suo nome al controverso termine medico moderno “Wendigo Psycosis”, descritta dagli psichiatri come una sindrome con sintomi specifici come un intenso desiderio di carne umana e la paura di diventare un cannibale. Beh, che dire, il mondo è "bello" perchè è vario. In alcune comunità indigene, la distruzione ambientale e l'avidità sono anche viste come una manifestazione della “psicosi di wendigo”.

In resoconti storici su questa psicosi, è stato riferito in documenti che forse, ma solo forse eh, non sono del tutto verosimili, che umani sono stati posseduti dallo spirito di wendigo dopo essersi trovati in una situazione estrema, di bisogno di cibo e non avendo altra scelta oltre al cannibalismo. Alla faccia della carne troppo al sangue che ti rifilano in certi ristoranti... Ci sono perfino delle relazioni di gesuiti risalenti al 1660 che “documenterebbero” la sindrome.

Il wendigo fa parte del tradizionale sistema di credenze di un certo numero di popoli di lingua algonchina, tra cui Ojibwe, Saulteaux, Cree, Naskapi e Innu. Era fortemente associato all'inverno, al grande Nord, al freddo, alla carestia ed alla fame. Ogni volta che un wendigo mangiava un'altra persona, cresceva in proporzione al pasto che aveva appena consumato, quindi non poteva mai essere sazio. Tra gli Assiniboine, i Cree e gli Ojibwe, una danza cerimoniale veniva talvolta eseguita durante i periodi di carestia per rafforzare la serietà e la resistenza del tabù sul wendigo. La cerimonia, conosciuta come “wiindigookaanzhimowin” (provate a pronunciarlo senza che vi si attorcigli la lingua se ci riuscite), era diffusa durante i periodi di carestia e prevedeva di indossare maschere e ballare girando all'indietro attorno ad un tamburo. L'ultima cerimonia di wendigo conosciuta condotta negli Stati Uniti è stata al Lago Windigo (fantasia scappa che arriviamo noi) di Star Island of Cass Lake, situato all'interno della Riserva indiana del Lago Leech nel Minnesota settentrionale.

 

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Uno scorcio delle Uintah Mountains in una foto reperita in rete 

 

Le montagne Uintah (o Uinta) sono una catena montuosa nello Utah nord-orientale che si estende leggermente nel sud del Wyoming. Essendo una parte delle Montagne Rocciose, sono insolite per la loro altitudine. Si trovano a circa 100 miglia (160 km) ad est di Salt Lake City.

Si va dai 11.000 a "pichi" di 13.528 piedi (da 3.300 a 4.100 metri circa), con Kings Peak che è anche il punto più alto nello Utah. La Mirror Lake Highway attraversa la metà occidentale degli Uintas verso il Wyoming. Gli alti Uinta furono estesamente ghiacciati durante l'ultima era glaciale e la maggior parte delle grandi vallate su entrambi i lati nord e sud della catena conteneva lunghi ghiacciai che continuavano verso la pianura. Tuttavia il clima oggi è sufficientemente secco cosicchè nessun ghiacciaio è sopravvissuto, neanche prima dell'inizio della rapida ritirata glaciale ancora in corso, nella metà del Diciannovesimo secolo. Il permafrost si verifica ad altitudini superiori a 3.000 metri e talvolta forma grandi "ghiacciai rocciosi". Tra le vette e le creste si trovano vasche ampie e pianeggianti, con circa 500 piccoli laghi. Uno dei laghi più famosi è il Mirror Lake rinomato per la buona pesca, le viste panoramiche ed il facile accesso alla strada.

A lato della catena scorre il fiume Colorado, con altri corsi d'acqua tra cui la Blacks Fork ed il fiume Duchesne, che sono affluenti del Green River. Il Green River è il principale affluente del Colorado e scorre in un arco stretto attorno al lato orientale degli Uinta.

I fiumi Bear e Weber, i due maggiori affluenti del Gran Lago Salato, nascono sul versante occidentale della catena. Grandi porzioni della catena montuosa ricevono ogni anno un considerevole numero di precipitazioni. Gli alti Uintas sono innevati per la maggior parte dell'anno, tranne da fine luglio ad inizio settembre. Nell'area ci sono più di 400 miglia (640 km) di corsi d'acqua e mille laghi grandi o piccoli.

Quasi l'intera gamma di montagne si trova nella foresta nazionale di Uinta-Wasatch-Cache (a nord e ovest) e nella foresta nazionale di Ashley (a sud ed est). Le foreste contengono molte specie particolari di alberi, tra cui il pino Lodgepole, l'abete subalpino, l'abete rosso Engelmann, l'abete Douglas.

Gli Uintas ospitano “Camp Steiner”, il più alto campo di boy scout degli Stati Uniti a 10.400 piedi (3.200 metri). Il campo si trova vicino al miglio 33 della Mirror Lake Highway, nel caso vi servissero le indicazioni.

La Contea di Uintah ha come capoluogo Vernal. Costituisce il più grande produttore di gas naturale nello Utah. La prima esplorazione documentata e conosciuta di “non indiani” fu fatta dai padri Domínguez ed Escalante nel 1776, mentre cercavano di stabilire una via terrestre tra la California e l'America spagnola.

Nel 1861 il Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln creò la Riserva indiana di Uintah e Ouray, destinata ai pellerossa di Utah e Colorado. La valle di Ashley non faceva parte di nessuna delle riserve e nel 1880 un numero di coloni sufficiente per formare anche dal punto di vista legislativo la Contea di Uintah vi si trasferì. Si trattava di allevatori ed agricoltori che riunirono porzioni delle Contee di Sanpete, Summit e Wasatch. I confini della Contea di Uintah furono modificati nel 1892, nel 1917 (adeguamenti con i confini della Contea di Duchesne e Summit), nel 1918 (creazione della Contea di Daggett) e nel 1919.

La geografia della "nostra" Contea spazia dai terreni di alta montagna (Monti Uinta) alla fertile Ashley Valley (sede del capoluogo), ad un aspro e desolato “canyon-land” che comprende il monumento nazionale dei dinosauri, ad ancora quasi disabitate colline a sud ("The Bookcliffs " per i pochi locali, ufficialmente Roan Plateau).

Se volete fare una gita muniti di zaino in spalla potete effettuare prima una visitina al sito specifico che fornisce tutte le informazioni necessarie: https://utah.com/uinta-mountains .

 

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L'inconfondibile sagoma di Clint Eastwood, ad opera di Lorenzo Barruscotto. 

 

La Pistola Colt Revolving Belt calibro 36, in seguito conosciuta come Colt 1851 Navy, è un revolver progettato da Samuel Colt tra il 1847 e il 1850. Colt in realtà battezzò l'arma “Modello Ranger” ma la designazione "Navy" prese rapidamente il sopravvento. La Navy, con le sue rivisitazioni, rimase in produzione fino al 1873, sostituita poi da quella che sarebbe diventata una delle pistole più famose di sempre, la Colt Single Action calibro 45.

Il revolver Navy calibro 36 a sei colpi era molto più leggero delle precedenti Colt Dragoon e Walker calibro 44, le quali date le loro dimensioni ed il loro peso, erano generalmente trasportate in fondine da sella.

Si trattava di una versione ingrandita del calibro 31, la Colt Pocket Percussion, che si è evoluta dalla “Baby Dragoon” e, come loro, è una discendente meccanicamente migliorata e semplificata del revolver Colt Paterson del 1836.

Perchè il nome “Navy”, cioè “Marina”? Innanzitutto il calibro 36, più adatto all'uso sulle navi, era detto Calibro Navale ed inoltre il modello di presentazione di questo revolver aveva incisa una scena della vittoria della Marina del Texas nella battaglia di Campeche risalente al 16 maggio 1843.

Proprio la Texas Navy aveva acquistato il Colt Paterson Revolver in precedenza. Comunque nonostante la designazione "Navy", l'arma stavolta fu acquistata principalmente da civili e forze militari di terra.

La sfera di piombo tondo, come già affermato, calibro 36 (0,375 - 0,380 pollici), in seguito con l'opzione di poterla sostituire con un proiettile, pesava circa 80 grani (di polvere da sparo) e, ad una velocità di 1.000 piedi al secondo, era paragonabile alla moderna cartuccia per la pistola calibro 38. Quindi non male. Le cariche consistevano in polvere sciolta e pallina (o proiettile), cartucce di lamina metallica (all'inizio) e cartucce di carta combustibile (era della Guerra Civile), tutte le combinazioni venivano accese grazie ad un tappo di percussione applicato sul retro delle camere di scoppio.

Un numero molto ridotto di revolver Navy fu prodotto in calibro 34. Un'altra rarità nella produzione della Colt del 1851 è il modello calibro 40, solo 5 di questi sputa-fuoco furono realizzati nel 1858 per essere testati dal “Navy Bureau of Ordinance” degli Stati Uniti.

Il mirino è a cono in ottone pressato nell'estremità del muso della canna superiore piatta con una tacca nella parte superiore davanti al cane, come avveniva con la maggior parte dei revolver a percussione marca Colt. Consentivano un tiro generalmente abbastanza preciso, come d'uopo per le pistole dalla canna rigata.

Wild Bill Hickok, John Henry Holliday, Ned Kelly, Robert E. Lee, "Jack" Hays, "Bigfoot" Wallace (realmente esistito e che noi abbiamo incontrato nel Texone "La cavalcada del morto") e la maggior parte dei Texas Rangers prima del conflitto tra Nord e Sud furono tra i “clienti” più affezionati del Colonnello Colt preferendo questo modello di "attrezzo" del mestiere.

Il personaggio di Clint Eastwood ne “Il buono, il brutto, il cattivo” impugna una Colt Navy convertita.

Volendo essere precisi oltre misura, non esiste solo la versione del 51, che presumibilmente è quella di cui si serve Tex nell'albo. Ne è passata alla storia anche una sorella maggiore per così dire, diffusa una decina di anno dopo. Il revolver Colt modello 1861 Navy calibro 36 era un'arma a percussione a sei colpi, a singola azione, in commercio dal 1861 al 1873. Incorporava la leva di caricamento a cricchetto e la canna rotonda del modello Army calibro 44 del 1860 ma con una canna di mezzo pollice più corta, di 7,5 pollici. La produzione totale è stata di 38.000 esemplari. Perciò, sebbene simile nel design alla Colt Army Model 1860, il rinculo più leggero era preferito da certe compagnie di soldati di Cavalleria. Vi furono ovviamente alcune varianti anche del modello 1861. Circa 100 delle prime pistole costruite avevano cilindri scanalati ma non incisi. Altre 100 erano state tagliate per un calcio a spalla. La protezione del grilletto (il ponticello) ed una cinghia posteriore in ottone, o argentate, erano di serie. La Colt 1861 Navy veniva in genere utilizzata con cartucce di carta, ovvero con una cartuccia costituita da carta nitrata, una carica di polvere nera pre-misurata ed un proiettile che era una palla rotonda di piombo o un proiettile conico di piombo. In alternativa, era sempre possibile caricare con cariche di polvere misurate.

Come detto non è difficile pertanto desumere che il modello impugnato da Tex in quest'avventura sia la Colt Navy 1851. Sapendo che il futuro Ranger è nato nel 1838, lo abbiamo imparato nel favoloso Maxi “Nueces Valley” (Del Vecchio – Boselli), basta fare la differenza per arrivare ad inquadrare, all'incirca, l'età del giovane fuorilegge: sui 23 anni. Certo, non si può pretendere di indovinare anche il mese, beh stavolta il mese sì, è Dicembre visto che il tutto si svolge la vigilia di Natale ma avete capito cosa intendo, e Tex potrebbe comunque avere un annetto in più o in meno: i conti li abbiamo fatti in modo accurato già in altre occasioni, prendendo come riferimento l'età del figlio Kit, alcune datazioni (esatte e fisse, non messe a casaccio come se si fossero lanciati i dadi per far saltar fuori due numeri da giocare poi alla lotteria, quella dove presumibilmente si vincono dosi di professionalità, come avvenuto in un paio di sfortunate storie brevi, per fortuna brevi) e perfino certi eventi storici, ed invenzioni scientifiche, avvenuti nella seconda parte del Diciannovesimo secolo. Questo è il link della recensione che ne parla: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5549-recensione-di-colortex-numero-14 .

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a CIVITELLI. 

 

Texianità:

Presente in quantità molto minori rispetto ad altre storie.

Ma effettivamente un po' tutta la serie che narra le vicissitudini del passato di Tex, non mi riferisco ai racconti attorno al fuoco comparsi nella serie regolare, non può per definizione raggiungere i livelli degli albi “normali” innanzitutto perché mancano i Pards. Ho letto commenti entusiasti sulla Collana e ci sono anche feedback da parte della stessa Casa Editrice che non perde occasione per precisare quanto successo abbia avuto tale filone parallelo di avventure. Potrebbe suonare stonato, se ci si sofferma a pensarci, ribadirlo, come se fosse un concetto che bisogna ripetere più volte per convincere gli altri e se stessi, nonostante sia già passato un anno dalla sua inaugurazione.

Battute ironiche a parte, l'idea di per sé non è certamente malvagia, si denotano elementi innovativi, i dialoghi a volte sono più scarni e sciolti, Boselli si diverte a divertirsi "texianeggiando", ma a modesto parere di chi scrive il tutto avrebbe maggior valore se si trattasse di un numero di volumi definiti. Intendiamoci, presumibilmente lo diventerà per forza visto che in teoria poi la linea temporale del giovane Tex inevitabilmente finirà per cozzare con quella della serie regolare.

Da un certo punto di vista la nuova serie offre infatti un intero mondo di sottotrame e collegamenti più o meno sottili che fanno gola ai Texiani purosangue, incluso me. Però ad esempio l'inserimento di altri personaggi anche alquanto importanti, da specifici agenti Pinkerton ad occasionali partners che non sono mai stati menzionati in precedenza ma che invece giocano un ruolo tutt'altro che secondario in qualche svolta del soggetto, mette in allarme la nostra ormai ben nota area del sopracciglio che si alza in caso di dubbi.

Fuor di dubbio invece è l'impegno che Mauro Boselli mette nella collana, che, essendo partorita dalla sua vulcanica mente, probabilmente, per lo meno all'apparenza anche visti alcuni risultati recenti, assorbe una fetta di tempo e lavoro sempre maggiore a discapito di altri albi, inediti e ristampe, che invece meriterebbero ed avrebbero meritato miglior sorte, o per lo meno una revisione prima di essere pubblicati, dal momento che qualche collaboratore lasciato allo stato brado è riuscito a fare più danni del già citato blizzard, la bufera che infuria più violenta di dieci tempeste nelle pagine dello speciale.

Non sono considerazioni del tutto campate in aria e la prova si trova proprio nell'articolo introduttivo di "Paradise Valley", fornitaci direttamente dalle parole dello stesso Boselli in risposta alla remore avanzate da un appassionato. Il concetto cardine della critica però non viene sviluppato come avrebbe dovuto e quindi perde mordente e significato in quanto si focalizza su un aspetto palesemente facile da confutare, vale a dire che non si tratta di Tex perchè "non c'è nemmeno Carson". Errore, visto che abbiamo già potuto apprendere che il "giovane vecchio cammello" spunterà in più di un'avventura. Avendo pertanto gioco facile si ribadisce che "...più che una serie di storie interscambiabili e atemporali, come quella mensile classica, questa collana è una saga in continuità della vita di Tex". Mmm... Appare un po' insolito che il curatore della testata madre della Bonelli sminuisca l'importanza della colonna portante di tutta la stessa testata nonchè della Casa Editrice, vale a dire i volumi inediti, che da più di sette decadi riempiono cuori e fantasie di generazioni di lettori. Ed offre anche la conferma all'impressione che nel periodo più recente ci si sia focalizzati maggiormente su questa che dovrebbe essere una serie parallela, non intendo di qualità inferiore ovviamente, quasi a voler dire: "O faccio questo o faccio altro, ma preferisco questo". Magari i rinforzi rappresentati da Ruju permetteranno a Boselli di tirare il fiato e riprendere la sua attività di controllo anche su più fronti lasciati forse fin troppo sguarniti negli ultimi mesi.

Invece parlando di aspetti realmente "terrificanti" alla Dylan Dog, vista l'atmosfera del volume natalizio, stiamo ancora aspettando, ma non tratterrei il fiato nell'attesa, qualcosa che si avvicini ad una comunicazione ufficiale (con delle scuse o una correzione) che cerchi di mettere una pezza alle str...aordinarie bubbole in cui siamo inciampati ultimamente, non solo nelle storie del Ranger più vicine a noi temporalmente parlando (l'articolo di questa Rubrica intitolato "Un trittico speciale" ne analizza gli aspetti sostanziali: http://www.fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5586-un-trittico-speciale ). Se in uno dei passati volumi di “Tex Willer” il curatore della testata si era preso la briga di ritoccare un errorino che equivaleva ad una pagliuzza in un occhio, a maggior ragione bisognerebbe medicare il bernoccolo causato dalla trave che ci ha fatto vedere le stelle piovendoci sul cranio e facendoci ripetere la scenetta in cui Paperino tutto fasciato in testa viene interpellato da Qui, Quo e Qua che chiedono : “Ti fa tanto male, zio?” e lui risponde solo: “Male, zio… male, zio...”.

Ci sono stati apprezzamenti più che positivi riguardo quest'albo (a parte chi esprime giudizi piatti o confusi sempre e comunque acclamando come "nuovo messia" ogni singolo autore, risultando perfino per gli addetti ai lavori controproducente in quanto completamente acritico, non sono solamente io a sostenerlo ma se date un'occhiata a pagina 4 di "Tex Willer" numero 14 lo afferma qualcuno ben più ferrato in materia), ricchi talvolta di osservazioni “artistiche” decisamente sui generis.

Io come avrete già capito non sono completamente d'accordo con l'atteggiamento entusiastico alla cheer-leader dimostrato per la storia, che viene anche stavolta nuovamente salvata solo dalla realizzazione grafica, interessante per i suoi aspetti che uniscono al bianco e nero un tocco di colore come se fosse una sorta di “acquarello digitale”.

E' chiaro che i gusti sono gusti. Ed in generale, non solo in questa serie, quelli del “Bos(s)” influiscono parecchio sulla rotta da seguire, ma se ciò potrebbe risultare più o meno condivisibile, lo sforzo non dovrebbe essere rivolto unicamente a nuove idee né contribuire a diminuire il livello qualitativo complessivo dei nostri “giornalini” preferiti.

 

1aaa1n 8 min

L'attrice canadese Victoria Pratt posa per una foto

che Lorenzo Barruscotto trasforma in un disegno d'altri tempi.

Cowgirl

 

La primissima avventura della Collana "Tex Willer", quella che inizia con il volume “Vivo o morto!” è maledettamente accattivante, stupendamente realizzata, studiata nel minimo dettaglio per far collimare ciò che i lettori più affezionati sapevano, avendolo letto nelle strisce o nel primo albo di Tex, “La mano rossa”, con i nuovi fatti dietro ai fatti, in una sorta di perenne corsa sul filo del rasoio, rispolverando luoghi e persone sepolte nella nostra memoria: Coffin, Dente di Lupo, il Rainbow Canyon, Tesah, Cochise… se fosse stato sempre così ci saremmo leccati i baffi. E chi di noi non li ha se li sarebbe fatti crescere proprio per poterseli leccare. Anche le armi sono corrette.

Inizia a perdersi quell'entusiasmo iniziale con il secondo blocco. A parte il fucile Henry imbracciato da Tex, che noi sappiamo essergli stato messo a disposizione quando operava come scout per l'Unione (si combattè tra Unionisti e Confederati dal 1861 al 1865) e tale arma iniziò ad essere distribuita in produzione dal 1860, era il precursore del Winchester, i disegni di Brindisi non paiono all'altezza della solita bravura dell'artista, facendo apparire Tex come se avesse i capelli pieni di brillantina alla "Happy Days" e tradendo una certa voglia di arrivare in fondo, magari sempre imputabile ai soliti stretti tempi editoriali. Ci si dilunga alquanto in una sorta di tira e molla che perde un po' di attrattiva durante i vari tentativi di salvare la piccola Tesah. Probabilmente pressati dalle continue insistenti ed inconsistenti richieste di chissà quali “ringraziamenti” la giovane principessa Pawnee avrebbe dovuto elargire al suo amico bianco, gli autori fanno addirittura parlare di ciò lo stesso Tex, il quale piuttosto alterato spiega in due parole che è solo una ragazzina e quindi chiude l'argomento una volta per tutte.

Ambientazione cittadina e senza prateria per il terzo ciclo di avventure della collana: in Missouri tra intrighi politici e killer spietati, c'è il primo incontro tra l'Agenzia che non dorme mai diretta da Allan Pinkerton e quello strano fuorilegge che lotta per la causa giusta. Altra volta De Angelis alle chine ed altre spettacolari vedute come quelle che includono il battello a vapore in partenza da Saint Louis sul fiume omonimo dello Stato, il Missouri.

Adesso invece, sta per iniziare una nuova avventura che vede Tex interagire con una comunità di Mormoni. Poichè fino ad ora, a dire il vero già quando c'era ancora in scena Tesah, ci si è parecchio discostati dall'intento originale (ampiamente dichiarato con squilli di trombe, non mi invento nulla) che voleva essere una sorta di intreccio con il vecchio per raccontare quello che avveniva tra una storia, in origine a volte solo accennata senza essere sviluppata, e l'altra di tanti decenni fa ed onorare il personaggio nonchè Gianluigi Bonelli e Galep, ci si è un po' persi forse nella foga dell'impeto creativo, facendo diventare la serie un volume in tutto e per tutto quasi a sè che potrebbe avere una vita propria parallela, virtualmente infinita prima di arrivare a toccare quei temi che erano stati preannunciati. Cioè, certamente prima o poi verranno trattati ma intanto in un arco temporale necessariamente definito ci saranno tante occasioni per calciare via la palla o per diluire il brodo, ditela come preferite, con la complicità del fatto che le pagine di ogni albo sono 66, il che inevitabilmente implica una certa dilatazione delle storie.

Ben vengano avventure extra come quella in cui il futuro Ranger ed il futuro Mefisto si sfiorano senza mai incontrarsi, magari avverrà qualcosa di simile con Carson, che abbiamo visto comparire in un'anticipazione in compagnia di Arkansas Joe, il gigante dei Rangers, amico mai conosciuto veramente, il quale finora aveva fatto una fugace comparsata quando Tex viene nominato il "numero 3" del servizio segreto da Marshall. Ci piacerà dargli il benvenuto nella combriccola, cavalcando al suo fianco, e sarebbe bello vedere nuovamente insieme al suo uomo la dolce Lilyth. Lasciatemi sognare: quanto sarebbe coinvolgente trovare la moglie di Aquila della Notte in dolce attesa o perfino essere testimoni dei primi passi di Kit, per rileggere anche rimodernate le strepitose ed esilaranti tavole in cui un piccolo terremoto vestito da indiano, che parla ancora all'infinito, infilza il cappello di uno sbalordito "padrino" Carson con una freccia e poi cerca di sfuggire alla ramanzina paterna. E come non ricordare che ribattendo alla sgridata di Tex che gli raccomanda di non tirare nè alle persone nè ai cani del villaggio dice solamente: "Ugh! Piccolo Falco non sbaglia!". Una genialata ever green che sarebbe fantastico rivivere sulle pagine di "Tex Willer" e che sicuramente sarebbe più in linea con il progetto, perchè si inserirebbe tra ciò che sappiamo e ciò che è avvenuto "negli spazi tra le tavole" di tanto tempo fa e coinciderebbe con i gusti di chiunque bazzichi la Riserva Navajo.

Per come la penso io non ci si dovrebbe dilungare troppo in vicende completamente slegate dalla “saga”: se si volevano far entrare nelle sceneggiature, avrebbero almeno dovuto venire “preparate” ad esempio con un incontro con qualcuno dei personaggi nuovi più importanti nel presente, in una storia regolare, in modo da giustificare la loro presenza nel passato, presenza che per alcuni si presume sarà anche ricorrente.

Senza necessità di introduzione invece ci sono i personaggi rimasti poco in scena, non solo Lilyth, ma anche Freccia Rossa, oltre allo stesso Arkansas Joe appena nominato ed altri rangers (vi ricordate di Dan?), speriamo non più Lupe ed il suo piattume caratteriale riscontrato anche anni e anni dopo nel suo ritorno, o Manuel Cortina, per dire un nome conosciuto solo negli ultimi tempi, i quali, sulla base di queste premesse, per lo meno ci auguriamo che occupino il loro posto nella Collana tanto quanto, per dirne una, i due sconosciuti desperados che Tex si porta dietro per ben 4 volumi: d'accordo, simpatici ed in gamba, ma chi li ha mai visti prima.

Sottile è stata invece la tavola in cui Tex e Mefisto si sfiorano in un vagone ferroviario ma sono ignari l'uno dell'altro: un bel punto in cui si è giocato col fuoco e non ci si è bruciati, d'altra parte non sarebbe stato nemmeno pensabile stravolgere gli eventi che porteranno ai futuri scontri tra il Nostro e l'infernale Steve Dickart.

Lo ribadisco: forse la presenza di racconti non strettamente legati a filo doppio ai primi albi deriva proprio dal fatto che alcuni maggiormente specifici necessitano uno studio ponderato molto oculato, che come detto porta via tempo e lavoro da altri fronti.

La pseudobattuta “io sono sempre disponibile” anche se non è più nuova e le mie parole equivalgono ad un vago rumore di fondo ed attirano l'attenzione ancora  meno degli squittii di un topolino con la raucedine, è sempre valida.

 

Con questa chiacchierata siamo giunti alla fine anche dell'ultima recensione di “Osservatorio Tex” per il 2019.

Vi auguro quindi un buon Natale ed un nuovo anno liscio come l'olio.

Se vedete un tizio in carne con una folta barba bianca vestito di rosso che si aggira su un tetto aspettate prima di dare fuoco alle polveri: un paio di anni fa la macchina nera di “Monolith” (eccolo, un elemento veramente... horror! A proposito, lo sapevate che esisteva già un film con quel titolo? Se non mi credete andate a googlare.) aveva asfaltato la renna Rudolf che si stava beatamente rilassando in una vacanza al caldo della California, se quest'anno per giunta impiombate pure il fondoschiena del vecchio Santa Claus, non si può certo sperare in un bel regalo sotto l'albero.

Hasta luego, hermanos!

 

 

 

Soggetto: Mauro Boselli, Giulio Antonio Gualtieri, Marco Nucci

Sceneggiatura: Mauro Boselli

Copertina: Maurizio Dotti

Disegni: Marco Ghion

Lettering: Luca Corda

128 pagine

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