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Fumettiku

Ultimo Samurai min

Disegno ispirato a "L'ultimo samurai" ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

 

Sapete cosa sono gli haiku?

Si tratta di componimenti poetici nati in Giappone nel XVII secolo, solitamente composti da tre versi. Il termine potrebbe venire tradotto a grandi linee con “strofa” anche se ciò è valido unicamente per il nome che avevano inizialmente, vale a dire “hokku”. Devono il loro appellativo attuale ad uno scrittore giapponese vissuto alla fine del Diciannovesimo secolo. Mister, siamo sempre nel West, Shiki, così si chiamava, inventò l'espressione “haikai no ku”, che non è una minacciosa frase come quella che Kenshiro pronuncia prima di vedere i nemici trasformarsi in tanti grossi pop-corn scoppiettanti, ma che sta per “verso di un poema a carattere scherzoso”.

Scommetto che ci siete già arrivati: io non sono un poeta e non ho idea se qualcun altro nel mondo abbia già inventato questo termine, ma credo di no ed in ogni caso in modo indipendente, forse in una notte insonne dovuta ad una cattiva digestione o forse per l'illuminazione da parte di una Musa, ho deciso di coniare anch'io il mio neologismo, la stessa parola che funge da titolo a questo articolo e che segnerà lo stile delle prossime recensioni da ora in poi.

FumettikuFacile, no? Io non seguirò un rigido schema metrico, né i vari interventi dovranno per forza avere la struttura di tre strofe. E sicuramente non saranno in rima, tranquillizzatevi.

Ma lo stile scherzoso ovviamente rimane così come l'immediatezza, beh ci provo, del messaggio senza troppi giri di parole, tagliando parecchi fronzoli, andando subito al sodo, sia nel bene che nel male. Qualcuno potrebbe obiettare che la sintesi non è proprio il mio forte, considerando soprattutto certi approfondimenti presenti su questa Rubrica ma credo che adesso sia la scelta ottimale ed il giusto cammino da imboccare.

Che volete che vi dica, forse è solo perché devo circoscrivere le mie “passioni da teenager troppo cresciuto” dato che ho compiuto 40 anni e non ricavo un vantaggio pecuniario dalla mia attività di corrispondente dalla Frontiera, forse perché sono anche un po' stufo di batoste e di vedere che il merito o il talento non corrispondono matematicamente a porte aperte, anzi spesso è il contrario, oppure la motivazione consiste semplicemente nel banale fatto che considerando la scarsa peluria che mi ritrovo sulla zucca non potevo fare come nei film sulle crisi dovute all'età e cambiare look con un'acconciatura stravagante.

I fumettiku del sottoscritto saranno raggruppati ed uscirà con periodicità non lineare un articolo che ne conterrà diversi ed in tal modo anche se su argomenti eterogenei potrete eventualmente “consultare” solo quello che susciterà il vostro interesse o che collimerà con il vostro gusto in fatto di nuvole parlanti.

Naturalmente il Trading Post è sempre stato e rimane “roba mia” quindi quando necessario o se la situazione lo richiederà, potranno esserci ancora singoli pezzi di lunghezza variabile mirati ad un volume o ad un approfondimento al fine di spiegare il mio pensiero o sviscerare un punto di vista.

Nei veri haiku c'è sempre una sorta di cosiddetto riferimento stagionale chiamato “kigo”, da un luogo ad un animale o un evento, che qui diventerà un riferimento alla testata, alla collana che verrà trattata in quel momento o al diretto motivo del commento. Non è il caso di analizzare ai raggi X le varie forme e le caratteristiche delle liriche giapponesi: ad esempio “kireji” letteralmente significa “parola che taglia” ma non ha il significato che potrebbe apparire. Cioè non ce l'ha per le poesie ma qui quando ci sarà da usare l'ironia, non ce la faremo mancare, come al solito - non è il primo rodeo di “Osservatorio Tex” - sempre nel rispetto degli altri e delle persone, limitando la considerazioni al solo lavoro rappresentato dagli albi, dalle storie e dagli articoli in essi contenuti. Rispettando anche il buon senso e la verità oggettiva.

Ci saranno incursioni, talvolta, in altri generi ed in altre testate, e le recensioni brevi che da ora in avanti caratterizzeranno le chiacchierate qui al Trading Post verteranno sostanzialmente sui fumetti acquistati da sottoscritto, ma con la variazione che verranno analizzate le storie per le quali riterrò che ci sia da sottolineare emozioni o caratteristiche calzanti allo scopo, anche in questo caso nel bene e nel male, rimanendo sicuramente ancorati per la maggior parte al mondo del West, non serve dirlo.

Ci tengo invece a ribadire che ogni valutazione negativa non riguarderà la sfera personale di quel determinato autore ma unicamente il lavoro che tutti i lettori possono osservare mettendo i loro soldi ed investendo anche nella passione che ci accomuna. Non è la prima volta che affermo tale concetto ma vi prometto che sarà l'ultima, per non annoiarvi oltre misura, per quanto repetita iuvant.

E ciò nonostante alcune mie passate esperienze abbiano tutto di personale, da attacchi di cosiddetti professionisti incapaci di usare il loro strumento di quotidiana fatica, cioè la favella, se li si è considerati qualche gradino sotto il genio, a coincidenze piuttosto peculiari che riprendevano articoli o scritti del… sottoscritto e non una volta sola, fino a risposte o reazioni quantomeno opinabili sia di addetti ai lavori che da parti di pubblico, non rivolte a me queste ultime ma generiche, che mi hanno lasciato piuttosto basito in svariate occasioni.

Ci saranno inoltre situazioni in cui neanche qualche salto mortale letterario servirà ad impedire un piccolo spoiler e, come sempre, avvertirò prima dell'allarme anticipazione strutturandolo in modo che si possa eventualmente saltare il paragrafo o tornare a leggerlo in un secondo momento. Naturalmente da queste parti spoiler e recensione non sono sinonimi, chi segue i miei sproloqui oramai lo sa e continuerà ad essere così salvo rare eccezioni causate dalla necessità di spiegare punti di vista specifici.

Il discorso relativo alla riduzione della lunghezza si riflette anche su altre ragioni, vale a dire che per quanto sia appassionato non posso svenarmi, né voglio, per acquistare qualunque volume spunti in edicola, “tanto adesso faccio interventi brevi”: come per le storie brevi spesso è più complicato strutturarle come si deve, ed è così che io lavoro almeno a mio giudizio, e d'altronde tante recensioni brevi occuperebbero in pratica lo stesso tempo di poche lunghe piene di ricerche storiografiche.

Oltre a tali pensieri che possono riguardare maggiormente la mia sfera individuale e che condivido come si parla davanti ad un bicchiere, di caffè perché io non bevo alcolici, in un saloon e tralasciando l'aspetto prettamente monetario che mi renderebbe più triste di un tumbleweed, uno di quegli arbusti secchi trascinati dal vento delle aree desertiche e che è nullo, purtroppo, voglio rassicurare chiunque capiti su queste righe che la riduzione degli interventi sia in fatto di quantità di parole che di numero non comporterà una riduzione della qualità e non ci sarà un appiattimento dei commenti. Qui nessuno finirà per dire semplicemente “uh che bello” oppure “bah che brutto” senza fornire prove a carico o a difesa del singolo “imputato di china” ma in entrambi i casi ci saranno come al solito oggettive evidenze che motiveranno il mio muovere la boccuccia. Beh, il mio sgranchire le dita sulla tastiera.

Nel complesso questo articolo non risulta affatto corto ma la ragione è che contiene l'analisi rapida di molti albi e storie, di diversi generi, in numero maggiore di tutte le recensioni precedenti messe assieme: sono stato combattuto se pubblicare il tutto in un unico appuntamento o suddividere in due o tre parti il mio scritto. Ho scelto di tenere il pezzo in un solo… pezzo sebbene sia frutto di svariate ore di lavoro a più riprese in tempi differenti poiché voglio che faccia da emblema del “nuovo ordine” che imprimerò alla mia Rubrica.

I titoli delle storie su cui mi soffermo compaiono in grassetto così da fornire a tutti coloro che vorranno passare da queste parti la possibilità di dare una scorsa veloce ed eventualmente fermarsi sull'argomento che prediligono.

Ma ora, diamoci un taglio e cominciamo con le cose serie.

Signore e signori, ecco a voi i fumettiku di “Osservatorio Tex”.

 

Chisum JW min

Un ottimo punto di osservazione: ritratto di John Wayne/Chisum ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

 

Recuperiamo un po' di albi sul Ranger più duro della Frontiera.

 

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Nella storia che inizia con l'albo “Una Colt per Manuela Montoya” e si conclude con “Rapina a Nogales” vengono disattese le speranze di avere finalmente ripreso una quota di crociera per quel che riguarda il livello delle avventure inedite ma proprio nel complesso per il mondo di Aquila della Notte. Il soggetto co-creato da Boselli insieme a Carlo Monni appare fin dalle prime battute piuttosto lento e scontato, una minestra riscaldata fatta su misura per riportare alla ribalta una vecchia fiamma di Kit Willer, la Manuela del titolo del primo volume, costruita proprio seguendo il clichè della ragazza che non ha ancora trovato il suo posto e che per apparire a tutti i costi “adulta” e capace non solo si mette nei guai ma non fa nulla per non risultare odiosa ed irritante.

Come fatto notare da diversi lettori Mauro Laurenti fa fatica a discostarsi dalle atmosfere a cui è abituato nelle vicissitudini zagoriane a cui il suo tratto morbido sembra maggiormente adatto rispetto alla polvere di una cittadina del Sud Ovest americano. La trama in sé non suscita grandi emozioni una volta conclusa la lettura, la presenza del personaggio che torna dal passato perde parecchio del significato specialmente se confrontato con altre presenze femminili di tutt'altra caratura che nel frattempo hanno lasciato un indelebile segno nella vita di Piccolo Falco, per esempio l'indimenticabile Fiore di Luna o Donna Clemmons, di cui bisognerebbe tenere conto, e non rimane granchè arrivati all'ultima pagina, anzi non si sente quella spinta a continuare che invece in altre occasioni governa l'animo di noi appassionati. Il volto stesso di Kit ricorda molto Pat Wilding con uno Stetson in testa ed anche nella seconda parte continuano le manifestazioni adolescenziali piene di arroganza di un personaggio che, proprio come avvenuto per il ritorno di Lupe, poteva anche stare dov'era e che apparentemente comprende i suoi errori, dopo aver rischiato per l'ennesima volta di farsi ammazzare e di far morire quelli attorno a lei, solo perché ci possa essere il classico bacio conclusivo con l'eroe.

La scena finale inoltre è composta da una sequenza in cui manca un passaggio, dal momento che Kit per quanto abile non è David Copperfield a meno che non abbia imparato dallo sciamano del villaggio centrale della Riserva a far comparire dal nulla un pugnale. Se avessi fatto io un errore del genere mi avrebbero, e stavolta giustamente, crocifisso in sala mensa ma qui invece va tutto bene. Anche Tex ferito alla spalla che invece sembra essere stato preso in pieno da una sventagliata di mitra ha qualcosa che non quadra: o è il solito graffio e quindi può, beh lui è Tex, muoversi, sparare e camminare tranquillamente come se nulla fosse o è una ferita grave e allora ci regoliamo di conseguenza sia per la narrazione che per i disegni. Ma direi che si è capito dove voglio arrivare, andiamo oltre.

 

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C'è chi ha espresso pareri piuttosto negativi invece sulla storia che precedeva quella appena analizzata, mentre invece per me si tratta proprio dell'esatto contrario. Nonostante il tocco di magia anche se non c'entrano il vecchio Mefisto o il suo degno rampollo Yama, il racconto che si dipana negli albi “Il pistolero Vudu” e “La strega nella palude” scorre sicuro, non ci sono assi traballanti sul percorso e non c'è nulla di scontato, anzi non è neanche detto che l'avversario possa venire eliminato alla fine perché, lui sì, potrebbe perfino avere le carte in regola per tornare a farsi vivo in un prossimo futuro. Non credo, ma intendo dire che l'antagonista è ben delineato da Ruju, in forma per questa storia, e raffigurato con il suo malefico ghigno da Bruno Ramella che merita tutti i complimenti non solo per l'espressività dei volti, finalmente i Nostri sono proprio i Nostri e non controfigure o attori che somigliano agli originali come per certi film che scimmiottavano l'inossidabile coppia Terence Hill-Bud Spencer. Finalmente ci godiamo la lotta contro i cattivi con tutti i valori che vogliamo vedere seguendo le imprese di Tex e Carson. E se proprio si deve parlare di film, un certo diverbio con un mucchietto alquanto irritato di alligatori ci riporta alla mente una pellicola di 007 interpretato da Roger Moore che doveva vedersela con fanatici adepti di sette dietro cui si celano loschi affari oltre a squinternate credenze e per l'appunto arrabbiati ed affamati futuri valigioni costosi.

Duelli, incendi, combattimenti a mani nude fanno da ingredienti principali che ci gustiamo fino all'ultima briciola prima di giungere ad un momento in cui dovunque ci troviamo siamo in grado di udire solo il battito del nostro cuore: ok, sappiamo che la situazione non degenererà in nulla di irreparabile, non stiamo guardando “Il trono di spade” dove fanno fuori i protagonisti a casaccio, tra le altre cose, e qui i buoni vincono sempre ma non è mica detto che si possa uscirne senza danni. E che danni, hermanos! Una grande scena, degna di Sergio Leone, ma con un significato intrinseco che soltanto i veri Texiani hanno colto, i veri Texiani e tutti coloro che credono profondamente nell'amicizia. Fantastico!

Il lettering di Renata Tuis ne conferma l'esperienza. Avevo avuto modo qualche tempo fa di fare alla diretta interessata i miei complimenti per il suo lavoro sempre impeccabile e non mi sarei aspettato una risposta. Oltre ai ringraziamenti la cordiale signora Tuis aggiunge un'osservazione sull'evoluzione del suo ruolo che riporto come citazione delle sue parole: “… ho sempre fatto il mio lavoro con amore e passione. Mi divertivo anche a stilizzare il lettering in armonia con lo stile del disegnatore, questo mi gratificava. In passato ho lavorato su molti cartonati, ero veloce a scrivere...”. Conclude poi rammaricandosi di non avere più la velocità di un tempo, ma io aggiungo che probabilmente ciò è dovuto ai sempre più serrati tempi di produzione editoriale che purtroppo a volte, lo abbiamo documentato, calpestano la qualità. Ringrazio ancora la signora Tuis per la sua risposta del tutto inaspettata.

 

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Era il periodo delle medagliette celebrative per gli 80 anni della Bonelli, stemma che ha campeggiato su tutti gli albi della casa editrice per quest'anno, così come la fine del 2021 è il periodo delle ristampe a striscia delle prime storie. E sempre in linea con festeggiamenti anche Tex ha fatto il “bis” nel mese di agosto, quando è uscito l'albo che ha davvero salvato capra e cavoli contribuendo a farci dimenticare nella libreria alcuni albi decisamente carenti: “Agente indiano”. Testi di Boselli, chine di Maurizio Dotti, lettering di Luca Corda. Aaaah, che buon profumo di texianità, quello che torna ad accarezzarci le narici. Qui non c'è niente fuori posto, a cominciare dalla copertina di Villa che rischia di far cadere grosse gocce di saliva direttamente sulle pagine da parte di noi lettori, in preda ad un attacco acuto di acquolina.

Una prima parte tutta azione, che non fa mai male, offre nuovamente il passo al flashback che riporta le lancette indietro nel tempo, quando Kit era ancora un ragazzino e Tex un non ancora maturo sakem. Tutto ruota attorno al Ganado Trading Post di Lorenzo Hubbell, no io non c'entro niente, ed a Fort Defiance. Non ci stanchiamo mai di osservare Tex, indipendentemente dall'età, prendere a mazzate e quando non basta a fucilate sporchi intrallazzatori , militari corrotti e prepotenti senza scrupoli che credono di poter fare il bello ed il cattivo tempo nella Riserva Navajo soltanto perché convinti di poter agire a loro piacimento in quanto “più forti”, ai danni di persone indifese: tutti scoprono che inganni ed intrighi fanno la fine della farina del diavolo soprattutto se si cerca di essere i più furbi alle spalle di Tex Willer o dei nostri fratelli Dinè, questo è il nome con cui si chiamano i Navajos. Qualcuno anni fa qualcuno diceva che l'ottimismo è il sale della vita, ma se ad essere ottimisti sono balordi in confronto ai quali il termine “gentaglia” diventa un complimento, allora quel genere di ottimismo diventa maledettamente scomodo, perché ti piazza proprio davanti alla tacca di mira di un Winchester, impugnato da uomini giusti ed implacabili, che non esitano a fare pulizia dove necessario. E magari ce ne fossero anche nella realtà di “spazzini” di quel calibro. Preferibilmente 45, naturalmente.

Che dire sul lato tavole? Dotti sfodera tutta la sua arte anche nel ringiovanire tre su quattro dei Pards, creandoci attorno il “nostro” West e trascinandoci istantaneamente in saloons affollati, isolate stazioni di posta che sembrano davvero illuminate soltanto dalla fioca luce di un paio di candele, buie notti nelle quali le ombre possono non solo nascondere ma diventare un pericolo per la nostra pellaccia, assolate praterie, villaggi pellerossa ed eleganti uffici di Washington nei quali rinnoviamo la conoscenza di un personaggio in bilico tra Storia e fantasia perché è veramente esistito ma è anche un grande amico di Tex e compagni.

Il brindisi finale che conclude l'avventura dovrebbe essere dedicato proprio a Dotti per la maestria dimostrata nel confezionare questo spettacolare capolavoro, antidoto all'apatia che rischiava di appiccicarsi addosso ai lettori a causa di una sfortunata serie di storie ben distanti da tali livelli ma anche dallo standard che richiede Tex in quanto sinonimo di Fumetto.

Purtroppo raggiungere la perfezione non è una “umana faccenda” ed infatti si notano alcuni errorini, imputabili forse al solito discorso sulla quantità e sulla velocità di produzione: durante uno scontro a fuoco in un balloon la punteggiatura non sta in piedi e nelle pagine finali viene ricordato un illustre antagonista, chiamiamolo così, citando anche addirittura il numero corrispondente a quella lontana vicenda cioè “Sangue Navajo”, numero 51, ma viene sbagliato il nome di tale cattivo: era il colonnello Elbert e non Ebert. Svistona ripetuta in tutto il dialogo quindi non si tratta di un errore di battitura ma probabilmente di uno scivolone causato dalla mancata rilettura o dal mancato controllo. Spesso due occhi freschi riescono a trovare questi dettagli che invece sfuggono a chi ha lavorato sulle stesse righe per ore, non è questione di fare il perfezionista, ma è solo così che si evitano quando non si può lasciar passare del tempo e riprendere in mano il tutto in una fase ulteriore.

Può darsi che sia anche per tale ragione che certi articoli hanno passato i controlli, spero più blandi di quelli usuali, controlli che hanno fallito nell'identificare non solo affermazioni sbagliate dal punto di vista storiografico ma anche immense baggianate campate in aria, rivelandosi un guazzabuglio di frasi, come direbbe Tiger Jack, “piene di vento” e di null'altro.

 

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Altra storia inedita: “Il mostro del gran lago salato” e “Dietro la maschera” sono due albi piuttosto contraddittori perché se da un lato l'aspetto grafico si difende assai bene, stavolta pur essendo firmata da Ruju, anzi Ruju ha fatto la sceneggiatura ma il soggetto è di tale Antonello Rizzo, la storia che vuole avere sfumature di thriller non convince. Si capisce chi sia il “misterioso” antagonista già nella primissima parte del primo volume. Esattamente a pagina 38 per la precisione. Tutto quello che avviene da lì in poi può essere letto nell'attesa di vedere comunque svilupparsi l'intreccio che porta sempre di più a consolidare i nostri sospetti e si arriva al termine della lettura non con la curiosità genuina instillata dall'emozione ma per scoprire se ci avevamo visto giusto, perché non poteva essere così palese, così incolore e… ok, lo era. Ma dai, però non può finire in quel modo, quello a cui tutti pensano, ci sarà senz'altro un twist, un colpo di scen… ok, no, finisce proprio così. Neanche il cavilloso ripescaggio di un vecchio personaggio impelagato in loschi affari ai danni degli indiani riesce a rinvigorire il percorso narrativo parallelamente ideato presumibilmente per dare maggior spessore all'avventura.

Avvisate la signora Fletcher, a sto giro non c'è bisogno di lei per risolvere il caso.

Strana coincidenza: il titolo di uno dei volumi della collana “Collezione storica a colori” in vendita con Repubblica e L'Espresso è proprio “Dietro la maschera”. Era considerabile l'opzione di spremere un pochetto le meningi visto che non è uscito molto lontano dal suo omonimo inedito, ma nelle ristampe è ormai tristemente risaputo che si fanno pasticci tra rimaneggiamenti e copertine infilate un po' alla rinfusa.

I disegni sono di Michele Benevento: ci limitiamo ai commenti sul lavoro di disegnatore e nulla più. Restiamo a bocca aperta ammirando i tratti particolareggiati di un campo indiano dove Tex e Carson sono ospiti ed apprendono informazioni sulla leggenda del Siats, vero mostro della mitologia di alcune tribù pellerossa, che tra l'altro avrebbe meritato qualche parola in più di approfondimento nella storia in sé da parte del capo Ute che enuncia i fatti da cui parte tutta la faccenda. Anche la vita quotidiana di un forte delle giacche blu, considerando sempre che nella realtà c'erano differenze con l'immaginario collettivo che siamo abituati a pensare, a partire dalla presenza di solite palizzate tutto attorno, spesso non costruite specialmente negli insediamenti militari delle grandi praterie e più comuni nei territori del Nord, dove inoltre il legname non mancava al pari dei posti dove nascondersi dato che nelle sterminate pianure semidesertiche per miglia e miglia era piuttosto difficile accucciarsi senza essere visti. Agguati, sparatorie e dibattiti a base di pugni più duri del calcio di un mulo non mancano, resi estremamente coinvolgenti dallo stile dell'artista che predilige i netti contrasti tra bianco e nero, scelta assai riuscita e visivamente calzante. Anche qui come detto c'è un nemico che rispunta ma che nel susseguirsi della narrazione appare come un pretesto peraltro non troppo riuscito, mentre la dinamica cover di Villa del secondo volume involontariamente contiene un grosso spoiler dato che fin dalle prime pagine del continuo della storia comprendiamo cosa stia per succedere, ma il continuo dell'indagine pare costituire solo una sequela di fatti quasi di intralcio o se non vogliamo essere troppo severi a mera conferma di ciò che avevamo capito dopo la prima quarantina di pagine. E non perché abbiamo succhiato latte di volpe, per citare un famoso film, ma perché ci si arriva con estrema facilità indipendentemente dall'aver trascorso anni al fianco dei Rangers. Intendiamoci, per noi amanti del genere western se ci sono scambi di opinioni a base di piombo equivale ad un invito a nozze a maggior ragione se sono ottimamente strutturati, merito di Ruju e Benevento – e di Renata Tuis al lettering - ed anche il clichè del comandante del forte che odia gli indiani e nega anche di fronte all'evidenza ci può stare, con Carson che ne fa le spese come più volte accaduto, ma se i “soliti” clichè vanno bene allora dovrebbero andare sempre bene e non soltanto in modo selettivo, chiamandoli a volte “gag telefonate” ed invece altre volte imbastendoci sopra due albi. Che dipenda da CHI scrive la gag?

Ai tempi in cui era uscito il primo dei due volumi avevo scritto alla pagina ufficiale di Tex avanzando la mia ipotesi su chi fosse l'assassino mascherato, appena terminata la lettura e quindi molto prima della comparsa nelle edicole della conclusione. Non avevo avuto conferme della “raccolta sfida” ma poi i fatti hanno dato ragione a me ed a tutti coloro che avevano compiuto il mio stesso ragionamento, scrivendo il nome del “loro” colpevole direttamente nei commenti della summenzionata pagina social.

La conclusione, per la cronaca, era quella che ci aspettavamo. Elementare W...iller!

 

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Anche la collana “Tex Willer” prosegue: vi si narrano le disavventure di Tex ancora giovane e ricercato dalla legge, dopo aver vendicato il padre ed il fratello. Nello specifico il futuro Aquila della Notte si trova dalla parte sbagliata della legge proprio per aver voluto fare giustizia, nel West a volte purtroppo sinonimo di vendetta, della tragica fine di quest'ultimo, però lungo il suo cammino avrà modo di trovare dalla sua parte svariati portatori di stelle, non solo sceriffi ma anche rangers. Boselli, che ha partorito l'idea di questa serie parallela amando proprio lui in prima persona i ritorni ed i racconti sul passato del Nostro, si sbizzarrisce con la sua creatura e sia lui che gli sceneggiatori che gli si alternano ci regalano storie le quali spesso superano in termini di qualità complessiva gli albi inediti chiamiamoli regolari. Pur non celando una certa ridondanza nei temi trattati dato che molte avventure paiono un elaborato cuscinetto tra i punti cardine ulteriormente sviluppati della vita di Tex accennati o già tirati fuori dal cilindro da Galep e GL Bonelli molti anni fa.

Giusto per fare qualche esempio, la “saga” disegnata da Pasquale Del Vecchio ambientata nel Montana che termina con “Sfida a Fort Owen” non solo ci fa incontrare nuovamente Birdy e l'energica moglie Lily ma fa praticamente sfiorare le piste di due uomini destinati a diventare più che fratelli, cioè Tex e Kit Carson, con il pizzetto nero data l'età non “avanzata”. Non ditegli che ho usato questa parola. Ogni Texiano che si rispetti dovrà trattenere l'emozione quando apprenderà i retroscena di come due persone che hanno avuto un enorme impatto sulla vita del non ancora Vecchio Cammello entreranno nelle vicende del valoroso ed ancora solitario ranger del Texas. Di chi sto parlando? Di Ray Clemmons e di Lena Parker! E non ditemi che avete bisogno di spiegazioni in merito. Non fate gli… innocenti!

Sulle note della canzone che ormai potremmo perfino noi sapere a memoria, “The girl I left behind me”, si susseguono scontri a fuoco e bivacchi nelle gelide notti nordamericane all'addiaccio o in un “comodo” tee-pee: i rimandi storici non mancano ed impareremo qualcosa di più sulle rivalità tra le tribù Crow e Blackfoot.

Per chi volesse documentarsi ulteriormente perfino sulle canzoni, il buon Boselli nella presentazione iniziale intitolata “Wanted” fornisce di che abbuffarvi.

 

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Ci sono poi storie che apparentemente, lo abbiamo già sostenuto, fungono da intermezzo tra vicende di più ampio respiro o di maggior peso. A parer mio, pur coprendo tre albi, è il caso in questione per “Atascosa Mountains”, “Lo sceriffo di Tubac” e “La diligenza dell'oro”: lo schema nella prima parte per lo meno è quello che ormai si ripete e che rischia di diventare un po' stonato come incipit del concerto, vale a dire Tex si trova nel posto sbagliato e viene incolpato di un crimine che non ha commesso, allora deve seminare gli inseguitori e mettersi sulle tracce dei veri colpevoli per scagionarsi da ogni colpa che gli viene attribuita da tutori dell'ordine troppo frettolosi nei loro giudizi. Nonchè alquanto fortunati dato che “il fuorilegge” Tex Willer non spara per sotterrarli ma unicamente per scoraggiarli. Ci sono poi le eccezioni rappresentate da uomini in gamba che vedono al di là delle apparenze e riescono a capire di che pasta sia veramente fatto quel ragazzo originario della valle del Nueces, senza farsi accecare dall'odio o dall'ignoranza. E che spesso per nostra gioia dato che, diciamocelo, a noi piacciono i classici, si alleano con il non più nemico per mettere il sale sula cosa al vero cattivo di turno. Uno di questi è proprio lo sceriffo Page di Tubac ma forse hanno contribuito anche le batoste sotto forma di calcio di una Colt stampato tra gli occhi a fargli aprire la mente, diciamo così, a nuove ed inattese possibilità. I testi di Jacopo Rauch ed i disegni di Roberto De Angelis confezionano albi pregevoli che contengono una trama avvincente, supportata da chine di tutto rispetto. Possiamo ammirare grandiose vignette occupanti quasi l'intera pagina che ci spingono ad allontanare il volume per godere appieno della maestosità del paesaggio e poi ad avvicinarlo per cogliere ogni dettaglio, ma anche serrati scambi di pallottole da far diventare le canne dei fucili roventi e costringerci a verificare se non abbiamo qualche buco aggiuntivo una volta che l'eco dell'ultimo sparo si disperde tra i canyons.

Se non ci fosse questa collana, tale storia avrebbe avuto a pieno diritto un suo posto nell'ambito di quei ricordi attorno al fuoco che a volte Tex rievoca a beneficio dei suoi Pards in una tranquilla serata mangiando pemmican e bevendo l'ottimo caffè di Carson. C'è perfino posto per un po' di “giallo” e non sarà così matematico intuire chi ha fregato chi e chi vorrebbe sparire col malloppo. Risultato? Ben pochi imputati per un processo, parecchia terra smossa su cui potrebbero nascere molte rose - ci siamo capiti - ed un nuovo amico con la stella di latta che potrebbe anche tornare utile prossimamente. Magari no, ma non mi piace pensare che una tale storia sia solo uno dei succitati cuscinetti e basta.

Luca Corda si occupa di numerosi volumi per quel che riguarda il lettering, è suo quello di tutti i “Tex Willer” elencati finora, e con lui si va sempre sul sicuro.

 

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Ho già parlato della ristampa in tre parti dell'avventura uscita originariamente sul Texone “Il magnifico fuorilegge” con un viaggetto sulla macchina del tempo andando a posizionare le mie considerazioni in fondo alla recensione che avevo scritto allora. Vi ripropongo qui il link dell'articolo, dove sono anche menzionati gli albi “La città dei fuorilegge”, “El Verdugo” e “Chiricahuas!”, gli “Extra Tex Willer” corrispondenti al superlativo lavoro di Andreucci in coppia con Boselli: http://fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5320-texone-32-il-magnifico-fuorilegge-bonelli .

In questo articolo, uno dei più visualizzati in assoluto per "Osservatorio Tex", sono contenuti anche altri link come quello che rimanda alla lettura di un brano nell'ambito del mio progetto "Una voce per te" ideato a favore di persone ipo e non vedenti, con le voci di numerosi doppiatori italiani.

 

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Tenetevi saldo il cappello: da queste parti non volano solo passerotti.

Ritratto di Clint Eastwood ad opera di Lorenzo Barruscotto 

 

 

Sul tavolo ho ancora cinque “giornalini” sui quali voglio dire qualche parola, mi sono lasciato gli speciali in fondo. Beh, in fondo su Tex, per lo meno.

Diamoci da fare.

 

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Il killer fantasma”: sulla carta, perdonate il gioco di parole, ci sono tutti gli elementi per un gran bel Color dato che le chine sono di Ugolino Cossu ed i colori, per l'appunto, di Oscar Celestini. Diavolo, si preannuncia sicuramente uno speciale col botto! Poi iniziamo ad avere qualche riserva leggendo che la sceneggiatura è di Gianfranco Manfredi. Mmm… è lo stesso autore che ha spento la luce su Magico Vento rifilando ai fiduciosi lettori storie come “Ok Corral”, numero 4 del Ritorno di Ned Ellis uscito nel 2019, dove si sosteneva nell'introduzione, tra le altre cosette, che Tombstone non doveva essere poi una città così pericolosa dal momento che c'erano già le gelaterie. Sssse.

Abbiamo parlato a più riprese anche troppo di ciò in passato, andiamo avanti.

Evidentemente quando si vuole andare a toccare punti fissi nel tempo e nello spazio, per usare un linguaggio da nerd che guardava il telefilm Dottor Who, non si fa mai una scommessa destinata a dimostrarsi se non vincente per lo meno esente da molti rischi dato che anche il Texone “Doc” non è che abbia conquistato una sua stella sulla Walk of Fame. Ma qui nessuno ha pregiudizi e magari siamo di fronte ad una storia di tutto rispetto.

Ecco, all'incirca. Diciamo che più semplicemente è un albo che si lascia leggere, sicuramente l'aspetto grafico domina ed almeno possiamo goderci delle tavole ben fatte, ben stampate con tratti netti senza sbavature, in un mix riuscito tra chine e colorazione, come avviene abitualmente per l'arte di Cossu anche in bianco e nero o quella di Celestini in qualunque storia quest'ultimo metta le mani. Non ci sono misteri da risolvere, sappiamo praticamente da subito chi sia il killer, il problema è che tutti lo credono morto. Ovviamente non lo è, non ci sono spettri da queste parti.

Un incendio, un agguato, un altro incendio, un altro agguato, botte da orbi, coltelli che fendono l'aria, flashbacks almeno in questo caso identificabili, cosa non sempre scontata, frasi al vetriolo e battute da duro, un rodeo, un assassino che dovrebbe lavorare al poligono per migliorare la propria mira e che molti hanno scambiato per un redivivo Tigre Nera. Eresia!

Niente di esaltante ma abbiamo visto ben di peggio quindi se noi fossimo gente da voti si potrebbe dire che quest'albo si guadagna un bel 7 pieno ma dato che mi viene l'orticaria solo ad immaginare di esprimere votazioni del genere nei confronti di professionisti, rimango fedele alle parole: una storia simpatica, che ha fatto storcere il naso a qualcuno sul discorso qualità-prezzo, un po' piatta dal lato delle emozioni suscitate e di ciò che dovrebbe lasciare una volta conclusa la lettura ma pregevole nella fattura e nell'assenza di errori che trasformano in “Urlo di Munch” i più attenti quando riescono ad avvedersene.

Ottimo lavoro di Omar Tuis al lettering.

 

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Ecco finalmente un vero tessssssoro come direbbe Gollum, de “Il signore degli anelli”: il Texone di Giampiero Casertano “Old South”. Lasciamo da parte gli articoli che fanno da corollario per non andarci a cercare mal di fegato non richiesti, io personalmente stavolta li ho proprio ignorati, e concentriamoci sulla storia a fumetti. Ruju si riprende alla grande ed in squadra con Renata Tuis al lettering e Casertano fanno quello che autori di Tex dovrebbero sempre fare: stupire, coinvolgere, donare sensazioni ed emozioni insieme alla voglia di continuare a voltare le pagine ed al dispiacere di essere costretti ad interrompere la lettura. Per mille diavolacci, questo è un signor Texone, che può stare orgogliosamente di fianco ai suoi predecessori dalla costa gialla a testa alta.

Dal momento che c'è sempre qualche buontempone che davanti a opere d'arte del genere commenta con “speriamo in una futura storia migliore” o roba simile, stando in prima fila poi nell'esaltare storielle o storiacce senza capo né coda giusto per dare aria ai denti o forse anche credendo in quello che dice, ipotesi che mi spaventa anche di più, meglio fornire qualche spunto al fine di spiegare il motivo di tale entusiasmo per questo Texone.

Un tesoro nascosto, reminiscenze della Guerra Civile, pellerossa ribelli, il supplizio dell'eroe che dopo una strenua difesa finisce al palo della tortura ma suscita il rispetto dei suoi nemici a confronto del bieco odio del loro capo che non conosce il significato della parola onore, un vecchio soldato che scopre col tempo di avere un cuore da galantuomo, la prepotenza e la vigliaccheria che tentano di schiacciare gli altri in nome del mero interesse personale finché non trovano la roccia della giustizia su cui infrangersi come onde spinte dalla marea, la rettitudine che va al di là della razza accomunando sotto uno stesso cielo gli uomini giusti e l'arroganza che è costretta a cedere il passo quando scendono in campo il valore ed il rispetto tra gli uomini.

Che volete di più. Inoltre è sempre un piacere salutare un certo sakem Apache fratello di sangue di Aquila della Notte e per i più allupat… ehm, per i più vispi ci sarà anche un divertente siparietto in cui si potranno immedesimare in un Carson preso decisamente alla sprovvista.

Il finale è quello che deve essere ma messo in un modo meno scontato di ciò che ci si aspetterebbe se al timone non ci fosse Ruju, l'esperienza conta, ed anche i fatti che si susseguono lungo la narrazione non sono buttati a caso ma servono tutti, anche quelli apparentemente meno rilevanti, per quando ci sarà da tirare le somme e calare il sipario. I disegni sono dettagliati, precisi, puliti, lo stile diretto ed attento ai particolari di Casertano riesce a riempire una vignetta di minuzie per porla accanto ad un'altra più spoglia senza causare spiacevoli contrasti anzi l'esatto opposto: i contrasti che possono esserci servono a rendere ogni singola tavola armoniosa alla vista ma anche seguendo l'organizzazione degli ambienti o delle figure tra loro, che si tratti di una concitata battaglia tra Nord e Sud o un rilassante bagno in una camera d'albergo con tanto di tinozza colma di acqua calda.

Nota da non dimenticare: la cura anche per armi, divise, espressività dei volti, fisionomie, vestiario ed utensili sono un'altra prova della perizia dell'artista, che sinceramente vorremmo rivedere sulle pagine magari di un paio di albi nella serie regolare. Beh, per lo meno io.

In questo tripudio di bianco e nero dove le sfumature cedono quasi sempre il passo a nette distinzioni tra luce e buio ed il cui risultato è un bersaglio assolutamente trapassato in stile Robin Hood che spacca la freccia già piantata nel centro, si respira profumo di western e caffè, la polvere come spesso mi piace dire, rischia di uscire dalle pagine per coprire anche i nostri vestiti ed alcune scene paiono automaticamente fornite di sonoro, come se si trattasse di un film del mitico John Ford.

Prima dell'avventura a fumetti c'è una interessante intervista proprio al disegnatore da parte di Gianmaria Contro. Comunque se non siete tipi da “preliminari” e volete andare subito al sodo vi segnalo solo un disegno nuovamente realizzato dall'autore delle chine: un autoritratto in cui è faccia a faccia con il suo Ranger, in una posa che fa sorridere ogni volta che lo si guarda.

Una volta terminata la lettura mi ero preso la libertà di scrivere due righe al signor Casertano sul suo profilo social per esprimere i miei, non richiesti ed inutili, complimenti direttamente a lui e ho avuto modo di appurare che è una persona estremamente gentile ed umile: si è preso la briga non solo di rispondermi ma addirittura di ringraziarmi per il messaggio affermando che il carburante del suo lavoro è proprio l'apprezzamento dei lettori. Per come la vedo io, un atteggiamento del genere è proprio di chi dovremmo e possiamo chiamare maestro.

 

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E dopo una “cosa bella” ecco arrivare… qualcos'altro.

Il cartonato “Snakeman” mi ha lasciato abbastanza interdetto. Intanto ho avuto modo di ingarbugliarmi ancora di più le idee sui parametri con cui i lettori in generale esprimono un parere dato che sembra non esserci distinzione almeno per la maggior parte di loro tra La Gioconda e uno di quei “quadri” che hanno tutta l'aria di somigliare a due secchiate di acqua sporca colorata buttata contro un muro. Dunque, i disegni in questo caso sono stati affidati ad Enrique Breccia, disegnatore argentino che avevamo già avuto occasione di conoscere nel 2016 per il suo Texone “Capitan Jack”. E che anche allora non mi era piaciuto. Ok, la collana dei volumi alla francese è stata creata apposta per dare “libero sfogo all'arte” degli ospiti che ogni volta li illustrano, come dice Davide Bonelli nella presentazione. Il fatto è che in nome di questa libertà non è che si debba per forza rifilare pezzi di piombo colorato spacciandoli per lingotti. Succede quello che all'incirca era successo con il famigerato cartonato di Sarpieri che se per quel che riguarda i disegni era sopraffino, non aveva nulla a che vedere con lo spirito di Tex, ma offriva una storia western con personaggi che avevano solo i nomi dei Nostri perdendo completamente la texianità, il cuore proprio della tradizione pluridecennale del Ranger. Ed infatti ora quel decantato albo viene dallo stesso Bonelli relegato a “numero 0 disegnato in grande libertà”. Chi ha orecchi per intendere…

Non vi anticipo niente se vi confermo che in questa storia rispunta il costume da Uomo della morte che Tex aveva indossato tanti anni fa. Essendo un'idea di Mauro Boselli che ha scritto soggetto e sceneggiatura è indubbio che sia stata auto-approvata, tirando fuori dall'armadio quel travestimento così di botto. Intendiamoci, anche se non è stato mai più nominato neanche in avventure che strizzano l'occhio al passato per me è sempre apprezzabile quando si ripesca nel classico e nello scontro tra due per così dire spiriti è l'ideale.

Il fatto è che nelle poche pagine, cinquanta, dell'albo non c'è stato obiettivamente lo spazio per lo sviluppo dell'intreccio narrativo che avrebbe meritato maggior respiro, altro che le chiusure talvolta frettolose dopo due o tre albi da 114 pagine. Una vera e propria guerra tra nazioni indiane, quand'anche potesse venire ridotta allo scontro tra due villaggi, tra due bande guerriere, Navajos e Utes, beh, così soffoca peggio di un ufficiale imperiale che delude Darth Vader.

Anche queste sono opinioni? D'accordo, ora arrivano le prove. Continuiamo con l'analisi della trama, ai disegni penseremo dopo. Lasciamo pure passare il cattivo che in qualche modo, se non controlla, convive con e si serve di serpenti - ma nel Texone di Carnevale “La vendetta delle ombre” non c'era un tizio simile? - e diamo per buono il culto del dio serpente dato che ne abbiamo viste di ogni a fianco dei Rangers, però la caverna a pagina 30 cosa starebbe a significare? Un mix tra la tana di Skeletor, per l'appunto detta la caverna del serpente, e la testona a forma di pantera tutta fatta di sabbia che si staglia nel deserto in Aladdin. Andiamo, hombres, ma che cosa…

Va bene, va bene, quei fanatici giuggioloni che seguono il bruttone grigiastro potrebbero aver passato qualche mesetto con in mano martello e scalpello ed averla scolpita. Bah, andiamo avanti. Diamo anche credito al fatto che il capo dei nemici abbia i denti aguzzi perché se li è in qualche modo limati o roba de genere. La pazzia non ha limiti.

Ma sinceramente non riesco a mandare giù che con uno sparo, con una pallottola venga deviata una freccia scagliata nel buio di una caverna illuminata solo da torce. Ah no, le frecce sono due, praticamente scoccate allo stesso momento ed ovviamente le pallottole sono altrettante. Sono del tutto concorde sul fatto che Tex non è certo un uomo comune ma da qui a trasformarlo in Occhio di Falco degli Avengers che si è sniffato alcune strisce di coca ce ne corre. Comunque vogliamo ancora lasciar passare che particolarmente irritato dalla situazione Aquila della Notte possa realizzare un'impresa che perfino per Xena, la principessa guerriera o per Kenshiro risulterebbe difficilissima? Ok, come volete. Però subito dopo lo fa anche Tiger Jack. Cioè va bene tutto, e il nostro Navajo è un uomo di indubbie capacità, tempra e valore ma a questo punto si esagera un tantino.

E poi scusate ma Carson mentre la Riserva affrontava una guerra dov'era?

 

 Crudelia min

 TELEFONATE... a Carson!

Crudelia in un omaggio di Lorenzo Barruscotto

 

La sola “cosa” che salva il salvabile è un evergreen che non passa mai di moda, nonostante ci sia stato un periodo in cui parecchi invocavano una nuova compagna per Tex o quantomeno una liaison discutendo su aria fritta anche con toni francamente fuori luogo, dimentichi del fatto che nel cuore del Ranger c'è stata e ci sarà sempre solo una donna, solo un grande amore. Bisognerebbe comprendere certi significati profondi anche del fumetto prima di parlare altrimenti si fa solo rumore.

La presenza di Lilyth come memoria, come spirito guida, come intramontabile presenza che forse trascende perfino la distanza tra cielo e terra viene delineata con dolcezza e deferenza, riuscendo in tal modo a riportare in parte in carreggiata l'intera storia, fosse anche perché serve da conferma di basilari valori e sentimenti che guidano il sakem bianco dei Navajos.

Il lettering di Marina Sanfelice aiuta a lasciarci andare sul sentiero dei ricordi seguendo con lo sguardo il volo di due aquile: non ho usato l'espressione “sul sentiero dei ricordi” a caso, è il titolo di una storia a colori che vede come protagonisti proprio un giovane Tex e la bella Lilyth disegnata magistralmente da Civitelli su testi di Nizzi in gran spolvero, così come il riferimento alle aquile che troviamo nell'albo rispolvera l'introduzione del numero 500 “Uomini in fuga”, indimenticabile opera d'arte firmata dal maestro Ticci e da un Nizzi ispiratissimo, ammantata di leggenda.

Ora diciamo ancora due parole sull'aspetto artistico. Il sopracciglio da allarme ci inizia a fremere già nella prima tavola. La soave figura della sposa troppo presto perduta da Tex appare affascinante quanto una ipotetica attrice di Hollywood paparazzata in una rara foto da ragazza prima dell'apparecchio ai denti.

C'è chi ha sostenuto che non siano stati seguiti i tipici canoni ma a mio avviso la spiegazione è assai meno aulica: bastava cancellare e rifare, punto. Lo stile è un'altra cosa. Mi sono “commosso” anch'io per le pagine finali e concordo con l'idea, col messaggio che si vuole trasmettere ma se ci si vuole sempre trincerare, come hanno fatto praticamente tutti inclusi i canali ufficiali, dietro al “de gustibus” allora ci sono anche i “mieibus” e non credo ci sia niente di male nel dire che la bocca alla Picasso non si addice alla figlia di Freccia Rossa. Senza tirare in ballo concetti come misticismo o simili che per taluni sono oggettivi e per altri molto meno.

Secondo me una donna risplende nel massimo della sua bellezza quando sorride mentre qui l'accostamento con Mariangela di Fantozzi è crudelmente concreto. A parte il fatto che un attimo prima aveva un volto che diceva “ma quanto è in ritardo, quello!” che neanche una delle quattro diversamente simpatiche protagoniste di “Sex and the City”, ma sinceramente la quarta vignetta di pagina 5 sarebbe stata da bocciare o da ritoccare per lo meno.

Sfortunatamente non è la sola palese “bruttura”. Le tavole meglio riuscite sono quelle in cui non compaiono i nostri e non sono inclusi primi piani. Quando le vedute sono ampie, da lontano allora il disegnatore dà il meglio di sé, utilizzando anche i colori in modo da creare veri e proprio quadri ad acquerello ma i volti hanno sempre qualcosa che non va. Se a disegnarli così non fosse un artista noto ma un tizio qualunque, tipo me, tutti direbbero che sono sproporzionati: occhi piccoli, naso aquilino alla Dante Alighieri, bocche sbilenche con dentoni in stile Freddy Mercury.

Basti pensare alla distanza tra il naso ed il labbro superiore. In certi personaggi il filtro nasale sembra misurare come minimo un palmo, cosa del tutto fuori scala. Non c'è più neanche la “scusa” come avveniva ai tempi del Comandante Mark quando i cattivi dovevano essere anche brutti per riflettere la loro anima nera. In quest'albo si alternano mezza pagine con impressionanti, nel senso di favolosi, panorami, dal tramonto sul Grand Canyon ad un tragico villaggio devastato dalla furia del nemico, e vignette impressionanti per altre motivazioni.

Le scene di battaglia con la carica di cavalli armati di lancia al galoppo è assolutamente cinematografica, così come la grotta, una volta entrati, insinua anche nel lettore una sensazione di minaccia incombente e di ribrezzo quando volgiamo lo sguardo agli animaletti da compagnia del folle stregone che ha dato via alle lotte. I flashbacks sono identificabili anche attraverso l'uso di differenti tonalità, maggiormente tenui quasi a voler evocare le nuvole o i pensieri. L'impaginazione segue la pista dell'innovazione giocando con le posizioni delle vignette e pilotando lo sguardo del lettore.

Quindi le cose come si deve le sapete fare, quando c'è da disegnare in modo superlativo e fornire un prodotto degno si conosce il modo di farlo, allora perché alternare qualità a “cose” tangibilmente barcollanti e tra l'altro non difficilmente correggibili? Si passa dall'uso di colorazioni che influenzano il clima delle sequenze ad elementari escamotages come quello inserito per indicare uno spintone, una specie di “lampetto” azzurrognolo come quello di pagina 44, da dinamicissime movenze da guerriero alla fiera delle dentiere quando lo zoom si concentra su qualche viso, indipendentemente da chi sia il soggetto in questione. L'alba ed il tramonto grazie ai colori ed agli stacchi con le ombre sembrano fuoriuscire gettando raggi di luce anche nella nostra stanza, poi vediamo quei nasi e ci cadono le braccia.

Finendo con Lilyth come abbiamo iniziato, l'ultima pagina è costituita da una tavola muta che ci fa sinceramente chiedere se la mano che l'ha creata sia la stessa in tutto il volume: la volta celeste permette a Tex immerso in un malinconico ricordo di formare il viso dell'amata che ha veramente qualcosa di angelico mescolato all'espressione proprio della Monnalisa, intenta a guardare come per un ultimo saluto il lettore che ne rimane colpito ed allo stesso tempo ammaliato, contemplando ogni millimetro dell'ultima vignetta, ogni pennellata quasi si temesse che una tale eterea e splendida visione sparisca se voltiamo pagina.

Ritengo sinceramente inaccettabile la scarsa cura che è stata messa in talune parti del cartonato quando gli autori hanno dimostrato chiaramente di riuscire a produrre lavori pregiatissimi nello stesso volume. Facendo la somma di pro e contro in ogni caso per via di tutte le motivazioni che ho addotto questa storia non ha fatto granchè… breccia.

 

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La situazione per fortuna si ribalta invece per quel che riguarda il Maxi “Mississippi Ring”, con ai testi Gianfranco Manfredi, alle chine Massimo Rotundo ed al lettering Omar Tuis.

Non spenderò più di mezza riga per chi si è inventato critiche sulle presunte non corrette proporzioni di Tex nella copertina di Villa – cioè, avete visto almeno una faccia del cartonato appena recensito? E lì andava tutto bene, mentre ora ci sarebbe qualcosa di storto? - mentre invece voglio sottolineare la profondità dell'insolita trama pensata da Manfredi. Probabilmente accantonati gelatiferi pensieri e venti magici che soffiano tra corrals più o meno ok, è riuscito a mettere in piedi un grandioso viaggio tutto action mantenendo lo stile da duri del West pur senza pianure ed assalti di pellerossa ostili. La vicenda si snoda tra ponti di imbarcazioni e località portuali lungo il grande fiume Mississippi come Baton Rouge, Vicksburg, Saint Louis o Memphis.

Ring non sta per anello ma è un termine che indica un'organizzazione malavitosa, una associazione a delinquere. In questo caso abbiamo a che fare con spacciatori di liquori, contrabbandieri e trafficanti senza scrupoli, che non si fermano, manco a dirlo, nemmeno di fronte all'omicidio per spianarsi la strada o proteggere i loro sporchi affari. Ci sono testimoni in pericolo che devono deporre ad un processo il cui scopo è quello di smantellare l'organizzazione ma ci sono anche sicari assoldati per chiudere loro la bocca. In un territorio inusuale dato che non ci saranno la sabbia del deserto o la sterminata prateria come sfondo, Tex e Carson avranno il loro bel da fare per proteggere cittadini innocenti, anche se non è scritto da nessuna parte che debbano essere amabili e simpatici, procurare eventuali nuove testimonianze o clienti a Belzebù per i suoi caldi alberghi tra coloro che vorranno mettersi sulla strada della legge sfoderando fiduciosi le proprie sputa-fuoco e contando sul fatto che i due ficcanaso sono, appunto, “solo in due”. Bah, poveretti, fanno quasi pena. Quasi.

La narrazione mostra diversi punti di vista e si estrica in un dedalo di storie personali di molti personaggi, alcuni dei quali diventeranno nostri amici, altri meno, di qualcuno comprenderemo le ragioni e per altri proveremo una certa empatia ma il punto fermo saranno sempre e comunque i Pards, unico saldo baluardo nel marciume che si annida ovunque ad ogni livello della scala sociale. In coppia o con rispettivi assoli di tutto rispetto, i Rangers schiveranno pallottole, restituendo il favore con buona misura, attraverso più di uno Stato, lotteranno contro coccodrilli, scrolleranno qualche testa dura, passeranno attraverso incendi, agguati, conflitti navali, colpi di cannone ed esplosioni dando fondo alle scorte di munizioni per Colt e Winchester, respingendo colpo su colpo sia sul campo di battaglia che in quanto a strategie gli assalti del “ring”, arrivando a scoprire la vera mente malvagia dietro all'intera cricca.

Nel West la legge, purtroppo o per fortuna, a voi la scelta, non poteva fare a meno del rovente piombo e le sentenze erano spesso firmate con una penna calibro 45.

I disegni sono uno spettacolo. E qui potrei fermarmi perché per quanto io mi batta contro giudizi superficiali che vogliono avere la solennità di un gong mentre invece hanno solamente l'immensità di una pozzanghera, per quanto ognuno debba essere libero di esprimere le proprie opinioni, ci sono situazioni in cui l'oggettività parla da sé e questa è una di quelle.

Aquila della Notte e Capelli d'Argento sono proprio loro, sebbene siamo consapevoli del morbido ed al contempo d'impatto stile di Rotundo. Ricordiamo ancora con gran piacere il suo Texone “Tempesta su Galveston” ed oserei dire che per questo Maxi è riuscito a superarsi.

Al primo posto come cartina tornasole per comprendere il livello dell'arte raggiunto ci sono quelle vignette che occupano quasi interamente una tavola, con soggetti disparati, dai pompieri che tentano di spegnere un incendio a battelli a vapore minuziosamente riprodotti, da vedute cittadine a sontuosi interni di residenze di chi si crede un “vip” e poi ancora non si possono omettere scogliere a picco sul mare, magazzini stracolmi, nebbiosi attracchi fuori dalle principali rotte e quindi già di per sé inquietanti se ci si avventura da quelle parti di notte, collisioni navali, carrozze usate come scudo in sparatorie e aule di tribunali.

I Tex e Carson di Manfredi e Rotundo fanno Tex e Carson e SONO Tex e Carson in un crescendo di emozioni che rapisce fino all'ultima pagina.

Ho avuto anche in questo caso “l'ardire” di scrivere direttamente al signor Rotundo per manifestare il mio entusiasmo nei confronti del suo stile e del Maxi. Ho ricevuto una gentile risposta nella quale ringraziava per l'apprezzamento confermando che si è trattato di un lavoro faticoso ma in cui si è impegnato appieno. E direi che si vede.

L'articolo che troviamo dopo la storia, firmato da Gianmaria Contro, ci pare da subito interessante con i suoi riferimenti storici ed al mondo del cinema solo che anche lui scivola sulla solita buccia di banana dello scambiare John Escapule per Doc Holliday.

Non è Doc!

Eppure io l'ho detto a chiunque in tutte le salse. Datemi retta, è così. E non ho mica la mano vicino al cinturone, lo dico sul serio perché semplicemente… non è Doc. Ci si potrebbe fare un tormentone estivo, ed avrebbe assai più spessore di molte canzoni in vetta alle classifiche.

 

color tex 20 min

 

Ultimo ma non per importanza, per quanto, se non fosse per una storia, tale “suddetto detto” vedrebbe di parecchio ridotto il suo significato, il ColorTex numero 20 di dicembre 2021.

Come d'abitudine l'albo contiene cinque storie brevi ed inedite. Non intendo impostare una recensione per ognuna né fare classifiche ma è il caso di sottolineare un paio di punti.

Luca Corda per la prima e Omar Tuis per le altre quattro fanno un bel lavoro al lettering.

La copertina è un gran disegno a sé, come spesso capita per il Color di questo tipo, indipendente dagli argomenti trattati, realizzato dal maestro Aldo Di Gennaro.

Le storie in cui il Ranger è da solo sono molto meno gustose di per sé rispetto a quando è in coppia con Carson, figuriamoci se poi c'è proprio il poker d'assi al completo, per cui è necessario che la trama abbia una colonna vertebrale solida. Abbiamo già indicato quanto sia complicato creare in poche pagine uno sviluppo accattivante ed infatti sono scarse le volte in cui con tale formula si è andati a segno.

In questo volume solo una cartuccia delle cinque sparate colpisce il bersaglio.

Le pallottole partite dalla sputafuoco di Ruju e Nizzi si lasciano leggere, vanno giù come un bicchiere d'acqua ma non tolgono la sete, al contrario rischiano di farla venire a causa di una situazione che se presentata con una certa etichetta è un modello, se invece la bottiglia ha una marca non troppo pregiata diventa qualcosa di banale da rimandare indietro. Sarebbe interessante valutare cosa accadrebbe in uno scambio di etichette per appurare se i giudizi rimarrebbero invariati o se molto dipende dalla “marca”. Ovviamente non si vuole togliere nulla all'esperienza e quando è d'uopo sono il primo a levarmi il cappello di fronte alle indubbie capacità, il fatto che siano capitati questi due nomi è solo un caso poiché ciò che voglio dire è una considerazione a ben più ampio spettro.

Comunque sono avventurine piacevoli, in cui la trama è un pretesto per sfoderare la Colt e far eliminare da Tex tutti i cattivi, come se si fossero messi in fila col numeretto che si prende al supermercato, tanto è vero che in un agguato organizzato come un finto duello sparano proprio in modo ordinato, uno alla volta non tutti insieme, facendosi beccare uno alla volta, come i cattivi nei film di Chuck Norris, e a me piaceva “Walker”. Avanti il prossimo.

I disegni di Torti, senza la s, riecheggiano di un mix tra gli stili di Ticci e Filippucci, quelli di Torricelli sono maggiormente espressivi e di maggior incisività forse anche grazie alla colorazione di Celestini, che rende suo il palcoscenico in grado più coinvolgente rispetto a quella di Erika Bendazzoli.

La storia di Cajelli, Jannì e Chiabotti sarebbe accomunabile alle due appena nominate ma la presenza del Vecchio Cammello ha sempre il suo valore. In questo caso il tratto del disegnatore ricorda il primo Ticci e per certi versi Repetto. Qualche ripetizione troppo ravvicinata inficia la qualità dei dialoghi.

 

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 Spiderman non è il solo ad arrampicarsi agilmente sugli specchi: opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Rimangono due storie: la migliore, che sostanzialmente da sola vale l'intero “giornalino” e che è la quarta in ordine e la prima, che è prima solo perché posizionata così ma che in realtà personalmente la ritengo la meno convincente del mazzo.

“La terribile banda” ha nel titolo l'aggettivo che la definisce. Il soggetto sembra sbucato da una puntata de “La casa nella prateria” che si prende troppo sul serio ma priva di quella leggiadria che caratterizzava la famosa serie. Neanche la sceneggiatura di Boselli riesce a sostenere come un tutore questa piantina il cui seme non si sa bene da dove arrivi. Guido Masala ai disegni e Matteo Vattani ai colori fanno del loro meglio per metterci una pezza, cucendo insieme un prodotto pregiato dal punto di vista artistico. Vattani è il solito “mostro” con le sue ombre colorate mentre appare evidente l'influenza di Villa per le chine di Masala, infatti ci sono alcune vignette che rimandano proprio a storie disegnate dal copertinista degli inediti, vi basti osservare con attenzione ad esempio pagina 21.

Alcune parti anatomiche iniziano ad oscillare pericolosamente, le ginocchia intendo… , quando leggiamo che il capo della banda dei bulletti si chiama per l'appunto “capo”, “Chief”. Non si capisce se sia il nome del ragazzino o il soprannome in quanto leader, al pari di quando gli imperatori romani venivano chiamati Cesare o come avviene per i personaggi di “Kung Fu Panda”. Alquanto banalotto ma possiamo ancora starci. I killers della storia sono più imbranati degli stormtroopers di “Star Wars” dato che parlottano come in un opportunissimo elenco di riepilogo dei dettagli del loro piano senza verificare che non ci sia nessuno nei dintorni salvo poi fermarsi per un rumore inesistente e non controllare l'eventuale presenza di ficcanaso per, boh, per pigrizia.

Ci distraiamo dalla sequela di incongruenze grazie all'arte di Masala, la visuale dell'aula di tribunale fa proprio rimanere di stucco e ci riempiamo gli occhi della maestria del disegnatore, ma il fatto che un avvocato, presumibilmente esperto e foraggiato da malviventi, non riesca a mandare in contraddizione un ragazzino, il quale dimostra di avere i nervi saldi di, che so, Spiderman senza un minimo di esitazione, è proprio di una favoletta, che grida a gran voce “datemi un pizzico di verosimiglianza in più!”. Lo sceriffo loda poi il ragazzino dicendogli che una volta cresciuto avrà il suo fondo fiduciario messo in banca come premio, chi non ha mai pensato come in quella pubblicità che “il West è tutto intorno a te”, e che potrà diventare da grande “vicesceriffo o ranger”. Sì, sì, sono proprio la stessa cosa: come dire ora “Puoi diventare tutto ciò che vuoi - giustissimo fin qui – cioè puoi inscriverti ad un corso di autodifesa che ti aiuta a farti le ossa o, se non sai come passare il pomeriggio, andare a fare il concorso per diventare un Navy Seal”. Uguale uguale.

Dopo tre vignette si capisce già dove si andrà a parare, l'ennesimo clichè senza però quei bei clichè da genere western che ogni tanto a tutti piace rivedere e che almeno ci fanno rilassare come per esempio vedere i Rangers impegnati in una furiosa sparatoria come se fosse una giornata qualunque.

Nessuno pretende che si debbano sempre avere colpi di scena geniali o che si tiri fuori dal cappello qualcosa di assolutamente originale ma anche in questo caso ce ne corre tra “telefonato” a “non ho portato i gettoni” a “ho sbagliato numero”. Molto meglio una bella classica risata alla cornetta che cercare di fare gli splendidi in una videochiamata in cui la connessione si impianta ogni due secondi o senza sapere come funziona…

Il finale è in stile Disney, tralasciando che quei ragazzini vengono lasciati circolare così non solo in paese ma anche in tribunale senza che nessuno cerchi almeno di allontanarli; non c'è un maestro, un prete che si incarichi di tentare di farli andare a scuola. Tutti buchetti nella narrazione che per “qualcun altro” farebbero affondare la barca. Però se ci ho fatto caso io che sono proprio, ed evidentemente, un signor nessuno, dovrebbe farci caso chi scrive ad “alti livelli”.

Fortunatamente e sorprendentemente ho letto svariati commenti freddini quando non proprio negativi nei confronti di questo Color, cosa che mi ha restituito un po' di speranza verso l'umanità.

Soggetto e sceneggiatura di Emanuele Mosca, disegni di Fabrizio Russo, colori di Erika Bandazzoli e lettering di Omar Tuis, “Memorie di un soldato” è invece tutto l'opposto: uno di quei rari esempi in cui il racconto si ammanta di leggenda, con varie tappe della vita e della carriera di Tex Willer viste da parte di chi lo ha incontrato nei momenti più difficili della propria esistenza e che in qualche modo può consacrarne la figura di eroe del West. Già da sola questa storia breve dovrebbe fare scuola, specialmente se confrontata con paciocchi che sono stati pubblicati giusto per pubblicare o per far discutere con intento fine a se stesso nell'ambito di avventure corte e di per sé è ammantata da un velo di malinconia che la fa spiccare tra le altre.

Ho appreso con un certo stupore e sgomento che lo sceneggiatore non è più tra noi: si è spento a soli 39 anni pochi giorni prima dell'uscita del Color nelle edicole ed avendone io compiuti da poco 40 la cosa mi ha toccato forse anche maggiormente. Non conoscevo il lavoro di Mosca prima di quest'albo ma basta questa prova di professionalità e texianità per testimoniare che avesse parecchio talento. La sua storia, da sola, vale l'intero volume. Da leggere non solo una volta.

Non c'è altro da dire se non un invito a togliere il cappello e rivolgere un pensiero verso uno dei nostri che ha imboccato troppo presto il sentiero per le verdi praterie.

Il ritratto che vedete qui sotto raffigura proprio Emanuele, ricavato da una foto del suo profilo Facebook. Adios, amigo.

 

Emanuele Mosca min

 Ritratto in memoria di Emanuele Mosca realizzato da Lorenzo Barruscotto

 

Solo un accenno alle ristampe, che siano le storie degli inizi riproposte a colori o altri tipi di rivisitazioni, anzi solo una domanda: perché chi se ne occupa si ostina a voler mettere mano alla perfezione, finendo poi sempre ed inevitabilmente per peggiorare e rovinare quello che non aveva alcun bisogno di essere ritoccato o addirittura cambiato?

No, sul serio, mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse in modo convincente perché cambiano i testi, abbiamo visto che addirittura tolgono vignette, tra l'altro vignette a carattere esplicativo, e modificano quando non il senso della frase, lo stile dell'autore. E non si tratta mica di correzioni legittime per esempio di parole sbagliate o per lettere mancanti.

Puff, oggi non mi piace quello che aveva scritto Bonelli, quindi glielo cambio. Ma che diavolo…! Dovreste mettervi i guanti anche solo per lavorarci sulla tastiera del computer altro che fare pasticci come poi vengono fuori. Stesso discorso per certe copertine riaggiustate in modo insensato e contro ogni buon senso ma a volte anche buon gusto.

Sono non-problemi sensati tanto quanto quello di non poter dire “buon Natale” o il non terminare certi nomi o certe parole con le lettere A oppure O ed altre per la faccenda dei generi.

Tra parentesi anche se non c'entra niente: tutti e tutte meritiamo il medesimo rispetto. Ma perchè siamo persone, non cambia assolutamente niente che lo scriviamo con la “e” con con un 3 alla fine. Un essere umano è un essere umano in quanto tale e non lo è di più se inizia a scrivere come se invece della lista della spesa dovesse compilare un codice segreto templare. Quello finisce solo per causare mal di test@. 

Tornando a noi, due esempi di testi cambiati? Ristampa di “Il diavolo della Sierra”: a Tex hanno sostituito proprio il copione perché dice cose diverse dall'originale. Inutile sottolineare che era meglio di com'è ora. Invece nel balenottero “I ribelli del Canada” a pagina 252 ci sono perfino di nuovo delle vignette ripetute, provenienti da circa duecento pagine prima. Pensiamo a impaginare come si deve invece di andare a “ritoccare” quello che era già perfetto così, che ne pensate?

E facciamo finta di niente riguardo tutta la pubblicità messa lì in modo alquanto posticcio e opinabile nei Tex Classic in quella che solo in rari casi è la presentazione di un argomento legato alla storia o alle iniziative della Casa editrice. Nuovamente viene solo da allargare le braccia in un cumulativo “mah”.

Tornando alle copertine molti si sono lamentati per il fatto che quelle della collana Tex Classic siano apparentemente scelte alla rinfusa e che la cover non abbia spesso nulla a che vedere con le vicende contenute in quel determinato giornalino. Cosa vera, per altro. Vera ma spiegabile col fatto che questa collana ha volumi più corti del canonico numero di pagine che da sempre caratterizza il formato bonelliano - su, sapete anche voi quante sono senza che ve lo dica - quindi i conti non tornano e devono esserne usate altre. La stessa pagina ufficiale risponde a tal proposito: “All'inizio si è cercato di recuperare alcune copertine/illustrazioni/disegni inediti di Galep mentre al momento riprendiamo le copertine del Tex Gigante - che non è il Texone, sebbene perfino qualche addetto ai lavori sia inciampato in questa facile confusione – . Da un lato dipende un po' dalla reperibilità del materiale … dove possibile si inserisce una cover attinente, dall'altro dobbiamo considerare il fatto che il formato implica avere un numero di copertine a disposizione inferiore rispetto al numero di albi che pubblichiamo”.

A me piacciono le copertine “di una volta”. A mio avviso sarebbe stato bello per chi le legge come se fossero nuove ma anche per chi le conosce già, nella seconda di copertina, anche se avrebbe mangiato spazio alle discutibili pubblicità di cui ci siamo occupati, indicare di quale volume si trattava, cioè dove la copertina usata oggi compariva originariamente. E poi per lo meno non sono mutilate in modo immotivato come avviene ed avvenuto per altre collane di ristampe.

 

Gian Luigi Bonelli min

 Ritratto di Gianluigi Bonelli ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Una riflessione generica non tanto in stile fumettiku ma sempre sul fumetto, come intermezzo che precede recensioni relative ad altre testate.

L'atteggiamento alla “Hakuna matata” senza la parte comica sostituita talvolta da una certa dose di mancanza di riguardo che traspare a volte in modo piuttosto oggettivo da parte di alcuni cosiddetti professionisti, a più livelli dal basso fino alla cima, in articoli ed anche siti o riviste dove i suddetti esperti scrivono ed in parallelo l'accettazione di tale “professionalità” dalla maggior parte dei lettori, che a volte non sanno o proprio non vogliono sapere, per rimanere nell'ambito della buona fede, fa proprio cascare la mandibola. E considerando l'episodio ormai l'emblema di tale superficialità suppongo che si debba già ritenere una fortuna che quel tale Doc non sia stato scambiato per il dottor Brown di “Ritorno al futuro”. Invece a me personalmente si fanno le pulci e si pongono ignobili, usiamo le parole con il loro significato, ostacoli sulla strada, avanzando obiezioni inconsistenti, quando non si verificano coincidenze non-tanto-casuali. Ma il talento non dovrebbe essere un biglietto da visita sufficiente nonché il solo modo di valutare?

Perchè esistono molti metodi per verificare se uno ne ha e quanto ne ha.

Siamo, al plurale perché mi auguro di non essere il solo, un po' stufi del senso di mediocrità spacciata per tutto l'opposto che viene invece avallato anche troppe volte ultimamente. Quando si leggono certe cose, ormai funzionano solo come conferma del giramento del… mondo nel verso sbagliato. Ci sono proprio “frangenti” che non riesco a capire. A volte anche i commenti ai commenti sembrano fatti apposta per nascondere elementi oggettivi dal momento che, mio parere individuale, invece di rispondere con qualcosa che suona come “Ok, ce lo hai già detto, lascia perdere” si potrebbe e dovrebbe controllare e poi rispondere sulla scia di “Grazie per avercelo segnalato, ci scusiamo per l'errore, può capitare, non si ripeterà.” il che dimostrerebbe serietà e susciterebbe perfino ammirazione.

E già che siamo in argomento, analizziamo la parola: esperto.

Ma se uno è esperto su un “qualcosa” non dovrebbe conoscere a fondo quel qualcosa? Verificare, fare ricerche, aggiornarsi quando serve, confrontare dati, chiedere, incrociare fonti… Manifestare passione per l'oggetto del proprio paventato “espertume”, entusiasmo e non supponenza. Forse, eh. Mi rende perplesso, come già affermato, lo stuolo di chi considera “esperti” coloro i quali dicono/credono di esserlo senza farsi troppe domande o accettando la teoria in stile “ipse dixit”, quando invece spesso un grosso punto interrogativo misto ad una risata che ormai diventa tanto automatica quando beffarda, amara ed assai poco gioiosa si manifesta sulla fronte di chi, ad esempio capita sulla mia stempiata ed ampia, invece espertissimo non è e lo riconosce, ma che si impegna ottenendo anche dei risultati, ma non viene considerato tutto sto granchè quasi per partito preso salvo rare eccezioni, un “me qualunque” il quale però per lo meno semplicemente conosce, cerca di conoscere, un argomento perché ha letto, analizzato o perché, grossa “colpa”, risulta motivato da genuina passione. Senza avere alle spalle niente e nessuno, famo a capisse, né soprattutto il biglietto da visita come quello di Wile Coyote: “Genius”.

Ma se ogni, e sottolineo ogni, volta ciò che dovrebbe essere un esempio di professionalità, diligenza, padronanza di un bagaglio di nozioni, che comunque non richiedono le capacità per effettuare un'operazione a cuore aperto, diviene una pseudo-barzelletta quando non un “simpatico” e pure lungo nonché impietoso trenino di palesi errori - date, luoghi, nomi, a volte perfino la grammatica - in qualche caso conditi da opinioni soggettive piuttosto opinabili e difficilmente condivisibili fino a vere e proprie altrettanto oggettive ca...stronerie, possibile che nessuno si faccia una domanda? Mezza? Cioè, me ne accorgo solo io? Verrebbe quasi da riportare in auge quel vecchio proverbio: a pensar male si fa peccato, però…

Certo, stiamo parlando di fumetti quindi non sicuramente di generi di prima necessità né di questioni di vita o di morte, le cose importanti sono altre, prima fra tutte la salute, ma non è del tutto vero che si disquisisce solo di un hobby: per qualcuno non è un hobby ma un lavoro ed il confine tra passatempo ed un altro modo di considerare il punto è alquanto labile.

Voglio chiarire una sfumatura. Se mi capita di criticare in modo negativo un aspetto che si tratti dei disegni o della parte scritta non sono parole portate dalla brezza e non è certamente frutto di un interno rosicare quanto di un esterno alzare la mano: ho sviluppato una certa esperienza, per quanto possa apparire agli occhi di molti di infimo livello, sia in ambito scrittura che in campo arte. Realizzo e ho realizzato numerosi articoli, scritto due libri pubblicati e miei pezzi sono stati apprezzati da vari autori e professionisti disinteressati anche al di là dell'Atlantico. Per quel che riguarda matite e chine, da anni mi sono, per così dire, specializzato nel disegnare ritratti, ho esposto opere in mostre e concorsi, vincendone alcuni, a febbraio 2022 ci sarà una mia esposizione personale a Torino, e ho ricevuto feedbacks positivi da molti che ho avuto modo di ritrarre, giungendo a raffigurare anche personalità importanti, una su tutte il Pontefice. Quindi quantomeno posso dire di saper tenere in mano una matita ed è per questo che mi spingo nel valutare anche dal lato grafico le tavole dei volumi di cui parlo. Se non avessi alcuna esperienza potrei ugualmente restare sul generico e dire la mia ma ciò credo mi legittimi ad andare maggiormente a fondo e cogliere elementi non unicamente suggeriti dal mero gusto personale.

 

Bugs emotions 2 min

Come le emozioni dovrebbero essere "orchestrate" fino ad esplodere.

Tributo ai Looney Tunes ad opera di Lorenzo Barruscotto: Bugs Bunny.

 

Non posso evitare la prossima, ed ultima, digressione/considerazione prima di tornare sul binari che mi sono preposto di seguire relativamente alle recensioni.

Parallelamente alla mostra per gli 80 anni della Bonelli ancora visitabile alla Fabbrica del Vapore a Milano, occhio che possono rompervi qualcosa se esponete li, lo dico per esperienza, ovviamente è uscito in vendita dal 25 novembre 2021 il corrispettivo cartaceo sulla storia della Casa editrice, a cura di Graziano Frediani. Ok, c'è chi lo compra e chi no. Non è questo il punto.

Periodicamente sono state pubblicate alcune pagine, come per esempio incipit di articoli scritti da vari autori, su molteplici argomenti tutti legati al percorso editoriale della Bonelli. Bene, interessante, direte voi. Sì, sì, verissimo. Una delle pagine presentate al pubblico ha un titolo che capeggia maestoso: “Il decennio del futuro”. Eh la peppa! Fermiamoci a leggere di cosa si parla. Io di pipponi me ne intendo e quindi so riconoscerne un altro: inizia infatti un rimescolamento di parole per dire che il Duemila “incarnava” le speranze di un nuovo inizio all'insegna della tecnologia e del progresso. Va bene e… ecco le prime note stonate. Cito testualmente: “… traguardo apparentemente irraggiungibile ove collocare ogni sorta di meraviglia e prodigio della tecnica, aiutato in questo suo ruolo anche dalla 'rotondità', sia numerica che vocale, provate a pronunciarlo ad alta voce, non possiede un suono sublime? …” Vi lascio un attimo perché so che alcuni si staranno spanciando.

Provate a pronunciarlo? Possiede un suono sublime? Fino al fatto che è una cifra tonda ed è “bella da vedere” ci possiamo ancora stare ma poi? Scusa, hombre, che “rotondità” ti sei bevuto?! E' una candid camera, dai, non è possibile che sia tutto vero. A parte il fatto che “il 2000” non è un decennio, ma un millennio, poi l'articolo continua dicendo che “era inevitabile che la Sergio Bonelli Editore aprisse le porte a una serie di novità per lungo tempo rimaste pazientemente ad aspettare fuori, nell'androne”. Nell'androne non è una battuta mia. E quali sono queste novità: maggior uso del colore, nuove formule come le miniserie o i romanzi a fumetti. Quindi partiamo in quarta, vai col turbo, che inizio di millenno! Yuppie!

Però… Neanche la riga successiva ma proprio sulla stessa riga poi si continua così: “Il decennio si apre con la notizia della scomparsa di Gianluigi Bonelli, che avviene ad Alessandria il 2 dicembre 2001, un triste evento che rende orfano il personaggio più rappresentativo e iconico della Casa editrice...”.

Alla faccia della partenza a razzo. Complimentoni!

 

Duffy emotions 1 min2 min

 Come ci rimane il lettore certe volte.

Tributo ai Looney Tunes ad opera di Lorenzo Barruscotto: Duffy Duck.

 

Noto solo io una sottilissima discrepanza e che forse, ma forse, non era il caso di impostare l'inizio in modo così inutilmente festoso e per giunta infantilmente avventato?

Se “duemila” suona rotondo, “immensa figura di...” come suona? Sferico, come minimo.

Poi la pagina continua come se le sole scoperte che erano state fatte all'epoca fossero la ruota, l'uso del fuoco e poco altro, non so se sono state pubblicate altre pagine ma mi è bastata questa, anche per autoconfermare il fatto che da ora in avanti quando troverò un “articolo”, le virgolette ormai sono imprescindibili, del genere, non solo ma specialmente, io faro un bel saltello non carpiato ma preciso preciso che mi farà atterrare alla fine, magari prenderò una altrettanto simpatica clip e lo pinzerò senza danneggiare l'albo e fine della storia. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. Andiamo, possibile che non ci sia nessuno messo lì col compito di rileggere ed approvare o respingere gli articoli di chi non solo non ha bene idea di cosa parla ma che va anche proprio alla deriva come una foglia al vento abbandonandosi a tali uscite non soltanto poco consone in generale ma proprio irrispettose tanto quanto la sfilza di fesserie già scritte e che purtroppo molti si bevono tranquillamente, nonchè che dimostrano assai scarso riguardo verso il posto di lavoro?!

Ricordiamo che se per noi è un passatempo per altri si tratta proprio di impiego, quindi il tutto cambia leggermente aspetto. Il suono sublime è diventato un rumore equiparabile a quello di una vuvuzela in una giornata in cui abbiamo avuto mal di testa dal momento in cui ci siamo alzati dal letto e sarebbe stato il caso di ripensare la partenza per lo meno, iniziando magari proprio dalla perdita, dicendo che dopo il dolore tutti alla Bonelli si sono rimboccati le maniche al fine di onorare chi ha creato la Fabbrica di sogni, per farla continuare a dignitosa testa alta e mantenerla una competitiva produttrice di emozioni, una fucina di passioni ed un luogo di rispetto, competenza e qualità di livello eccellente, che l'ottimo non sarebbe mai diventato l'eccezione e che l'impegno e la serietà non sarebbero/saranno mai oscurate dalla ricerca del profitto o dalla mancanza di luce riguardo ogni cosa, ogni atteggiamento, ogni punto di vista.

Questo si doveva dire.

No, ancora meglio: si doveva dire grazie. Sentite com'è davvero “rotonda” per quanto qualche sinonimo come armonica, melodiosa, musicale fosse sicuramente più calzante, questa parola. Ed il significato sarebbe stato, ed è, a doppio senso perché in questo utopico caso noi ringraziamo per le emozioni ma loro ringraziano perché alla fin fine siamo noi i loro datori di lavoro.

Perché si è consapevoli che donare un sorriso, costruire un ricordo, instillare un momento di svago quando tutto intorno è avvolto nelle tenebre è qualcosa di più di un compito che si può fare svogliatamente, e non ditemi che non è così, ma si tratta di una missione che si rinnova ogni volta che si incrocia lo sguardo di un appassionato appena corso in edicola per la sua mensile o comunque periodica “dose di sogni e china”.

Fermatevi a farci un pensierino, amigos. Tutti dovrebbero, lettori e addetti.

Anche perchè questo... "questo", nel suo complesso, arriva se non a distruggere per lo meno a pestare di brutto il vivo entusiasmo e la pura passione di chi ci mette il cuore, in ciò che fa, di chi non è solito mollare, mai, di chi ha solamente la propria spinta interiore a sostenerlo nei tentativi, nel metterci la faccia, il tempo, il talento, di chi ci crede e si lancia investendo su se stesso, sulle proprie energie intellettive ed emotive e che se fallisce vuole fallire dopo essersi reso conto che "là", in quello spazio, esiste qualcosa di livello concretamente superiore. E non un fiorente sottobosco di superficialità, quasi di supponenza, tenute insieme da una buona dose di mesta - per lo meno così si percepisce, troppo spesso ultimamente - carenza di ardore, di fervore per l'oggetto del proprio disquisire, del proprio creare.

Però se è vero come lo è che si può sempre migliorare ed imparare, è altrettanto vero, passatemi un'immagine che forse risulta criptica quando al contrario vorrebbe spiegare, che non si può spacciare il sole per verde, anche se certuni dicono che è divenuto improvvisamente di quel colore o altri ancora affermano che bisogna saper guardare le righe... si tratterà sempre di un dannatissimo squinternato sole verde che ci filtra, fra quelle righe, anch'esse, di riflesso, verdastre. 

Chi vuole capire ha capito.

 

Genio ma cosa dice min

 "Ma cosa dice, questo?"

Il Genio della lampada in un tributo di Lorenzo Barruscotto

 

Secondo voi chiedo troppo? Si esagera? Guardate che non è un discorso che esula dal piano puramente professionale, in cui mi muovo per le recensioni e per i ragionamenti. Ce n'è già d'avanzo, in ogni caso. Non mi interessa nemmeno andare oltre, sinceramente.

Sapete cosa mi ha dato il colpo di grazia per farmi alzare gli occhi al cielo e le mani in alto in segno di resa, inducendomi a pensare di pinzare via le pagine di certi articoli? Quello che ritengo come ennesima prova a conferma del mio pensiero e che mi ha davvero fatto accartocciare in una risata isterica come quelle di Duffy Duck nei suoi bisticci con Bugs Bunny: gli scritti su Zagor Magazine per i suoi 60 anni. Come ogni magazine bonelliano ci sono storie intervallate da approfondimenti e reportages: le due storie inedite sono piuttosto interessanti anche se trattano di concerto di argomenti che in teoria già sappiamo ma qui sta il trucco. In teoria, perché prima Burattini e poi Rauch ci deliziano con particolari nuovi, costruiti ad arte sulle basi della nostra conoscenza della saga dello Spirito con la scure, dai retroscena sulla scelta dell'isolotto nella palude nel cuore di Darkwood come rifugio e casa da parte del non più Pat Wilding al bracciale di pelle indossato tanti anni fa dal “primo Zagor” e poi sparito.

I disegni di Arturo Lozzi e Walter Venturi meritano sicuramente di venire lodati per l'armoniosità delle forme ed il dinamismo che offrono a tutti gli zagoriani. C'è anche la chicca di una vecchia storia disegnata da Gallieno Ferri, il padre di Zagor graficamente parlando, sui testi di Nolitta. Le premesse per leccarsi i baffi ci sono tutte. Ma non sono qui per una recensione mirata sull'albo quanto per terminare la mia argomentazione lasciata aperta.

Ci sono articoli, dicevamo, con splendide illustrazioni firmate da Di Gennaro o con ricordi a fumetti di Bacilieri e disegni provenienti da archivi ed albi.

Ora, la carrellata di sceneggiatori che intercorre tra le due storie inedite risulta affascinante anche per chi conosce gli stili della maggior parte degli autori menzionati e per chi ritiene di avere poco da scoprire su Zagor anche se c'è sempre qualcosa da imparare, e comunque ricordare momenti piacevoli andando a citare, grazie ai disegni di corollario soprattutto, avventure di albi letti in passato è sempre una goduria. Solo che poi, e non so se chi scrive la lunga prefazione che precede l'avventura ristampata sia sempre lo stesso o un altro dal momento che non c'è la firma, poi iniziano i guai palesi.

Ma se nel racconto intitolato “L'avvoltoio” il cattivo porta una maschera nera sul volto e quindi all'epoca avevano fatto i salti mortali, pur nell'ingenuità dei tempi, per celarne l'identità perché, no anzi PERCHE' tu che scrivi mi spiattelli così tranquillamente tale nome rovinando la sorpresa a chi non ne sapeva nulla, la cui unica colpa è stata leggere prima il tuo sermone e solo dopo le tavole disegnate? Quando si inserisce la scritta “attenzione: allarme spoiler” bisogna metterla nei punti giusti, non come se si fossero chiusi gli occhi puntando il dito a casaccio sul foglio per scegliere dove scrivere quelle parole.

Sul serio? Andate a dire a chi sta in fila in biglietteria al cinema il nome dell'assassino in un thriller e poi vediamo se non gli viene voglia di tirarvi uno stivale in mezzo alla fronte come minimo. La sensazione che si prova è sovrapponibile.

Ma facendo due passetti indietro e tornando tra quelle pagine delle quali si sa senza possibilità di equivoco chi sia l'autore, nella sesta pagina dell'articolo per essere precisi - ribadisco, l'ultimo articolo che il sottoscritto ha letto in siffatte “medesime circostanze” - mi sono imbattuto in qualcosa di poco chiaro. Dunque, lasciamo stare il fatto che anche qui in Osservatorio Tex più di una volta si è spiegato approfonditamente con le stesse tonalità di discorso il concetto di “sospensione dell'incredulità”, la quale è il fondamento della plausibilità di molte storie non solo viste in fumetti e che in effetti potrebbe anche starci parlando del ruolo ricoperto da Zagor nel coro degli eroi Bonelli, ma sostenere in pratica che Zagor stesso per certi versi sia più verosimile di altre testate, per esempio più di Tex, è segno che una testata la si è battuta davvero, su uno spigolo anche parecchio aguzzo. E si adduce come prova per avvalorare questa tesi che in una storia Tex riesce a divellere a mani nude le sbarre di una cella mentre Zagor non ci riesce, rinunciando alla speranza di evadere. Ora, una volta smesso di ridacchiare, ci sono un paio di concetti chiave da ribadire e che bisognerebbe considerare, quando si scrive su un personaggio anzi su più personaggi essendo non tanto ferrati su entrambi. Non lo dico io, lo dicono molte esternazioni, nero su bianco, questa è solo l'ultima di una serie.

Primo, sarebbe stato “carino” fornire le coordinate cioè numero dell'albo e titolo per indicare la scena di Tex, dato che per Zagor si tratta del primo numero, in questione. A me a dire il vero vengono in mente non un solo episodio ma sinceramente sono un po' stufo di fare il tappabuchi per il lavoro a guisa di groviera di altri e quindi darò solo un esempio, dato che è recente e rientra tra l'altro tra gli albi pasticciati da chi rimaneggia i testi nei balloons: in “Il diavolo della sierra” Tex si trova rinchiuso in una specie di gabbia e si sforza, riuscendoci con la forza decuplicata dalla rabbia e dalla disperazione, di svellere due delle barre che lo imprigionano per uscire. I suoi stessi nemici Yaqui rimangono molto stupiti dall'azione di Aquila della Notte. Un'altra volta, ma non metto il titolo perché ripeto non voglio fare io sempre gratis il compitino di chi non è capace, i Pards devono superare la porta di un tunnel chiuso come se fosse una prigione e per allargare quel tanto che basta le sbarre di solido ferro che li intrappolano si mettono due da un lato e due dall'altro e tirano cercando di far leva nel punto meno solido. Questo è verosimile, molto di più del beccare con un proiettile una freccia al volo ed assai maggiormente di alieni viola, di telepati, di liane a cui ci si aggrappa come Tarzan - lo so che proprio Tarzan ha ispirato Zagor, sto parlando con lo zoom al contrario - di robottoni alti come palazzi o di incontri ravvicinati con mostri di ogni genere.

Ma a noi Zagor e Darkwood piacciono così, anche con le armi storiograficamente non esatte, anche questo è un dettaglio da dire in una panoramica, il western in tutte le sue sfumature ci piace com'è, d'altra parte un “confetto” in un braccio è solo un graffio, giusto?

Conoscendo anche la produzione di certi articoli aventi la stessa sorgente a carattere “storico” per uno dei principali siti sul West non dovrei stupirmi delle traballanti certezze manifestate sul Magazine.

Inoltre forse basterebbe soffermarsi a riflettere sul fatto che Tex è nato nel 1948 e Zagor nel 1961 quindi quand'anche in una vecchia storia di Tex gli avessero fatto strappare delle sbarre con la sola forza delle braccia, 15 anni dopo avrebbero semplicemente potuto ritornare su quel fatto e pensare: “Beh, ci eravamo fatti prendere troppo la mano, ora non facciamolo più” per non ripetere un tale orrendo misfatto. Non vi pare? A me sembra già al limite del plausibile che Zagor vada in giro sempre con la sua pittoresca casacca rossa e gialla dovunque, anche davanti al Presidente o in giro per l'Europa e che per chiunque passi inosservato.

 

Krusty stupore min

 "HEY hey..."

Tributo ai Simpsons di Lorenzo Barruscotto: Krusty.

 

Del tutto condivisibili invece sprazzi di lucidità in cui si esprimono concetti inappuntabili come quello del “dubbio dell'eroe” e del significato della vendetta. D'altra parte sullo speciale che segna l'incontro tra un irruente Tex Willer e un attempato Zagor c'è uno scambio di battute proprio su questo argomento, che dipinge perfettamente il carattere dei due, per quanto a diverso sceneggiatore diverso modo di intendere il “suo” personaggio, a volte prediligendone l'aspetto riflessivo, altre rendendolo più impetuoso ed istintivo. E dato che tale storia è stata scritta da Boselli direi che i dubbi e l'interpretazione del concetto di vendetta non sono marchio registrato di un unico autore ma se sono stati portati dietro nei decenni fanno invece parte dell'intimo modo di essere di un protagonista e cui tutti coloro che gli si approcciano devono innegabilmente attingere.

“Tex è autonomo da Carson, mentre non può esistere Zagor senza Cico, anzi tutt'al più è vero il contrario”. Questo è in soldoni il pensiero esposto, anche se non è ben chiaro se si volesse ricalcare il modo di pensare nolittiano o se c'è stato uno sbrodolamento fuori dai margini. Forse un po' tutti e due, però in entrambi i casi, da lettore, mi sento di dire: ehm, no. Banalmente no.

Intendiamoci, che la figura di Cico sia servita per alcuni più come spalla comica e per altri abbia acquisito maggiore dignità e spessore è fuor di dubbio, ed è vero che Tex è protagonista di molte storie in solitaria e che sono esistite avventure e diverse parti di esse, a volte evidenziate in modo manifesto, in cui gli altri Pards si muovevano per conto proprio ma se si vuole dire in senso assoluto che Cico è sempre o è sempre stato ritenuto essenziale per la buona riuscita di una storia di Zagor è un tantino forzato. Soprattutto quando si sostiene poi che non c'è alcuna differenza tra le avventure di Tex da solo o quando è in coppia con il fedele anziano Ranger dal pizzetto bianco. Per non parlare di quando sono tutti e quattro riuniti. C'è proprio “qualquadra che non cosa” nel tuo modo di approcciarti a Tex come fumetto, hombre. E ci scrivi pure sopra. Pagato.

Inoltre francamente Zagor non funziona peggio senza Cico, al massimo funziona in modo differente. Mentre Tex senza Carson è tollerabile e non per lunghi periodi. E non credo che nessuno si sia mai sognato di accostare Capelli d'Argento al messicano, che rimane una spalla nonostante i rari momenti in cui lo si erge a ruolo di co-protagonista, per dare una mano al titolare di testata. Per me lo è anche se si vuole interpretare, così pare, l'intento narrativo di un grande autore come Sergio Bonelli. Forse una volta di più in questo caso bisognerebbe contestualizzare il concetto: la comicità degli anni 70 non è certo quella di oggi e se alcune gag possono fare “tenerezza” nel ricordo di quando ci si sbellicava per un capitombolo dovuto al solito calcione nel sedere rifilato al Piccolo uomo del grande ventre, adesso quando capita ritengo li si debba considerare omaggi ai maestri, un evergreen che funge da biglietto da visita di una certa atmosfera proprio per onorare i padri del Fumetto. Poi per carità se qualcuno si piega in due dal ridere, ben venga.

In svariate situazioni proposte da differenti sceneggiatori Cico funge da contraltare per Zagor e non solo da pagliaccio che regala uno spunto ilare, a volte tirando fuori sentimenti, rimorsi, drammi interiori che se tenuti dentro finirebbero per logorarlo ulteriormente, altre volte solo per fare il punto ed altre ancora per sottolineare l'importanza del sostegno che un amico può fornire nelle difficoltà. E' questo il compito di un “secondo” che però quando si chiama Cico rimane tale, visto che difficilmente potrebbe sbaragliare una torma di nemici, mentre nelle pagine di Tex diviene comprimario che si tratti di Carson, Kit Willer o Tiger Jack, loro sì in grado di cavare le castagne dal fuoco e senza stupire più i testimoni delle loro audaci imprese.

Sono gradazioni e sfumature che contano quando si campa e si mette nel piatto il pasto con la parola. Secondo me, come sempre e come ovvio, dato che scrivo io.

Sinceramente, per concludere, se al sottoscritto si va a sindacare per un commento su Facebook dove essendoci il mio bel faccino ed il mio nome è chiaro che si tratti di un mio pensiero e non di una verità assoluta, a maggior ragione su albi importanti come questo, ed ancora non capisco o meglio diciamo che mi rifiuto di… , è imperativo distinguere tra la filosofia dei maestri che si vuole in qualche modo spiegare o riportare e le contaminazioni personali a cui ci si lascia andare rimescolando il calderone, visto che solitamente risuonano “rotonde” come quella che sosteneva che il naso di Gros-Jean era ridicolo per come era stato concepito dalla penna di Galep, nelle sue prime apparizioni.

 

Fare o non fare min

"Fumettare o non fumettare. Non c'è provare."

Talvolta gli appassionati devono farsi, ehm, usare la Forza.

Ritratto di Yoda ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

 

Per quel che riguarda le storie in corso nel periodo di stesura e pubblicazione di questo articolo, se ne riparlerà tra un po', una volta terminate.

Dopo aver parlato di Aquila della Notte in tutte le salse, è ora di chiacchierare su altri generi, altri protagonisti. Beh, a dire la verità per lo meno all'apparenza non subito visto il titolo che segue.

 

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Comancheros”: albo che inaugura la collana “Le grandi storie Bonelli”. Non sono cartonati, albi giganti, fuori serie, maxi o quant'altro. In pratica si tratta di una ristampa che per l'occasione è stata considerata il primo di due prequel riproposti ad hoc in previsione dell'uscita del terzo speciale “Tex Willer” in cui ci sarà il fatidico e da moltissimi pregustato, ma anche da altri osteggiato, incontro tra Zagor ed il giovane futuro Ranger del Texas. Per come la vedo io ed avendo raccolto le informazioni senza farmi rovinare troppo le sorprese da buontemponi che hanno pubblicato intere tavole in modo troppo rapido nonchè alquanto inopportuno sui social, ritengo che per come sembra essere stato ideato sarà un team-up, usiamolo ogni tanto un parolone da “intenditori”, spettacolare.

Fortunatamente, sia per questa ristampa che per “Bandera”, tale il titolo del terzo ed attesissimo volume, il solo intervento incluso nell'albo è stato scritto dal curatore di Tex e non da qualcuno che improvvisa ogni singola volta spettacolini capaci di far rotolare via dal corpo di tutti i lettori forniti di almeno un paio di neuroni in forma e funzionanti qualunque cosa che possa rotolare... a voi la scelta.

La storia, tornando a “Comancheros”, è fantastica sia per i disegni di Andreucci sia per l'intreccio narrativo ad opera di Boselli, come lo era stata quando uscì per la prima volta sulla serie regolare proprio di Zagor, nel 1995. All'epoca le copertine erano di Gallieno Ferri mentre ora sono state affidate all'attuale copertinista dell'eroe di Darkwood, un Alessandro Piccinelli ispiratissimo nel fotografare in un'unica immagine tutto lo spirito… dello spirito con la scure. L'impeccabile lettering di Omar Tuis non crea intralci nella fluidità della lettura.

Riferimenti storici anche relativi a località ed eventi che hanno fatto la storia dello Stato della stella solitaria non sono pochi: d'altra parte ci sono Comanches e Rangers, pertanto stiamo parlando di roba da far venire l'acquolina in bocca a tutti gli appassionati.

Ancora di più ciò avviene per “Fratelli di sangue”, il secondo prequel di “Bandera”, sempre raccontato da Boselli ma stavolta disegnato da Marcello, uscito per la prima volta nel 1999: lo stile diciamo “texiano” che viene dato all'avventura di Zagor mette nuovamente d'accordo tutti e la presenza dei Rangers e dei Quahadi, e non solo, anche in questo secondo episodio rende la faccenda dannatamente stuzzicante oltre a far andare in visibilio chi ama la Storia con la S maiuscola: eventi reali al di qua ed al di là del confine con il Messico, tragici quanto marchiati a fuoco sui libri si mescolano a sparatorie, duelli, battaglie e colpi di scena dove non mancano tocchi di mestizia percepibili addirittura da dure pellacce abituate a cavalcare mustangs ed a non far trapelare le proprie emozioni.

Anche noi siamo fratelli, non di sangue ma di china, e che abbiamo letto i volumi originali o le ristampe, siamo sempre pronti a schierarci dalla parte giusta sotto il cielo del Texas.

Di “Bandera” anche solo per l'evento che contiene, bisogna parlare in separata sede e ciò avverrà prossimamente in un articolo a sé.

 

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Volgendo il timone a storie più recenti restando ancora un po' nel nord-est americano, il color “La prigioniera degli Huron” è un signor albo. Pur reintroducendo personaggi attinti dal passato di Zagor, perfino quasi andando indietro a quando era ancora “solamente” Patrick Wilding e Cico non faceva parte della sua vita condividendo i pericoli ed i guai della sua missione di giustiziere, anche un completo neofita apprezzerebbe di sicuro questo volume, non soltanto per l'indubbio pregio del tratto ad opera di Val Romeo. Pur non tessendo una trama complessa, il merito dello sceneggiatore Luigi Mignacco è quello di riuscire ugualmente a piazzare un paio di twists ben incastonati nel susseguirsi delle vicende, non lasciando buchi o sospesi.

La copertina di Piccinelli non lascia spazio ad equivoci: tutti gli aficionados riconoscono al volo il prode guerriero irochese Banack pronto a lottare ed anch'egli fornito di addominali da fare invidia a Kevin Sorbo quando impersonava “Hercules” nel famoso ed ormai datato telefilm.

E' sempre piacevole quando incappiamo in una storia che svela momenti finora sconosciuti di un personaggio, chi legge fumetti apprezza questo genere di esposizione fin dai tempi dei racconti attorno al fuoco di Nonna Papera, e rendere tale impostazione interessante e non banale non è sempre facile. Così come è assolutamente meritorio il delineare le abilità di un uomo fuori dal comune come senza dubbio è Zagor senza cadere nel tranello di renderlo troppo simile ad un supereroe quando la realtà o meglio la verosimiglianza, già accantonata vedendolo saltare di ramo in ramo così preciso e sicuro da causare una crisi di identità a Tarzan, vogliono che sia un uomo, per l'appunto, non sempre al cento per cento infallibile, che almeno una volta ogni tanto ha bisogno di poter contare su un compagno che gli dia una mano.

Gli alberi della foresta diventano essi stessi personaggi fornendo punti di vedetta o basi da cui pianificare e concretizzare un attacco a sorpresa, permettendo ai protagonisti di saltare letteralmente addosso ai nemici, che sono tanto infidi quanto abili con le armi: ma niente paura, nonostante la nobiltà d'animo di chi lotta per la giustizia e l'uguaglianza, i “villains” anche in questo caso faranno di tutto per rendersi maledettamente antipatici, non solo per il loro atteggiamento di completo disprezzo nei confronti della vita umana ma proprio perché sebbene si dimostrino validi combattenti, non riescono a capire che la strada su cui si ostinano a restare termina sempre e solo in un modo, reiterando le proprie orrende azioni anche dopo più di un avvertimento.

Le scuri svolazzeranno a pochi centimetri dal nostro naso ed anche noi percepiremo lo spostamento d'aria causato dal lancio, ma niente paura, mancare il bersaglio non è un'opzione.

Senza nulla togliere all'altrettanto preciso lettering di Alessandra Belletti, troviamo tavole mute di una sorprendente espressività, affidata candidamente ai disegni che dai primi piani fino alle figure intere sono un vero piacere per il lettore, indipendentemente da chi, di quando in quando anche cascando nell'esasperazione ed andando parecchio fuori strada, ulula alla luna vedendo una bella donna con un costume indiano che ne mette in risalto le atletiche forme.

Le scene di battaglia anche, o forse proprio per questo, nei momenti in cui contengono pochi balloons si dipanano fluide come il Pleasant River in una giornata di primavera: che vi troviate da soli a casa nel silenzio o che siate su un treno con gente che parla al cellulare o conversa a voce alta, dopo un po' gli unici rumori che sentirete saranno il cozzare delle scuri o il sinistro sibilare delle frecce che vi passeranno ad un palmo dal cranio. Anzi, meglio drizzare le antenne, perché quel cespuglio potrebbe non averlo mosso il vento e potrebbe celare una mortale minaccia, pronta ad aggredirvi e verificare se la vostra testa sia più dura di un tomahawk.

 

1634650750228.png il raduno dei trappers zagor 03 min

 

I racconti di Darkwood”: il volume che contiene cinque storie inedite da solo comporterebbe un articolo alquanto corposo la cui somma delle considerazioni farebbe sicuramente pendere la bilancia a favore di un risultato più che positivo. Andiamo per ordine.

I disegni sono estremamente pregevoli in tutte le storie inclusa quella che funge da contenitore nel quale poi si dipanano i vari racconti. Anzi, a mio giudizio proprio gli stacchi tra le narrazioni raggiungono ottime vette relativamente alla grafica grazie all'arte di Voltolini che ci rende subito partecipi del clima gioviale ed allegro di una riunione di trappers a Darkwood, il tipico randez-vous di mountain men. Onore al merito per Piccinelli che riesce già nella copertina a far sentire tale atmosfera ed a lasciarci intendere che ritroveremo i “soliti” amici di incontri del genere quali Rochas, che svolazza in acqua nella cover, o “magari” Doc.

Il lettering di una tale mole di lavoro è stato perfettamente gestito da Alessandra Belletti e Omar Tuis.

Gli artisti che si passano il testimone nella matrioska di ricordi e rievocazioni sono Walter Trono, Arturo Lozzi, Antonella Vicari, Luca Dell'Uomo. Forse i tratti proprio di quest'ultimo risultano un po' troppo fumettosi, per così dire, nondimeno per una storia di siffatta guisa anche grazie alla sceneggiatura che, in linea con il resto dell'albo, diviene subito cupa ed opprimente, sia detto non come critica ma perché così deve essere, non risultano spiacevoli alla lettura. E poi, come mi capita di asserire spesso, magari fossi capace io a disegnare così inventando senza avere un modello di riferimento come invece ho quando realizzo i miei ritratti.

Comunque sia, se volete informazioni di base sui disegnatori il buon Moreno Burattini, che ha firmato il “contenitore” dei racconti, le fornisce nella presentazione rivolta agli Zagoriani. In questa stessa presentazione ci sono anche i nomi dei vari altri sceneggiatori: Luigi Mignacco, Luca Montagliani, Marcello Bondi, Diego Paolucci. Confesso che due non li conoscevo, Montagliani e Paolucci, mentre per Mignacco non serve dilungarsi troppo.

Il denominatore comune delle avventure è il fantastico, che riporta la mente ad Halloween, tra lune piene, miti appartenenti alla tradizione pellerossa ed assassini nell'ombra. Qualche colpo di scena non proprio inaspettato viene in ogni caso reso perfettamente, incastonato nel poco spazio a disposizione per lo sviluppo di una trama che stia in piedi. C'è anche posto per chi chiede la presenza di fascino femminile, anche se si tratta stavolta di un momento tragico, così come per chi apprezza collegamenti a storie passate.

Proprio la storia disegnata da Lozzi spicca secondo me per lo stile maledettamente particolareggiato ed al tempo stesso quasi etereo nel raffigurare in “carne e china” una leggenda indiana, con tocchi da navigato artista: basti pensare all'accuratezza della rappresentazione della neve o delle scene corali in cui non si contano le “comparse” e se ci pensate significa disegnare decine di volti.

Tutto bene quindi? Beh, per i quattro quinti decisamente si, solo che poi c'è il quinto pezzo del puzzle che da solo rischia di far crollare l'intera baracca.

Qualcosa mi dice che neanche ai “capi” deve essere particolarmente piaciuta tale storia perché l'autore, fateci caso, non viene menzionato nella presentazione iniziale, a differenza della disegnatrice dell'avventura, le cui evidenti qualità artistiche avrebbero meritato ben altro soggetto e svolgimento. Il primo pensiero che mi è venuto sconsolatamente spontaneo, non alla fine ma già a metà è stato: “Ma cosa diavolo sto leggendo?!”

No, davvero, ditemelo, è stato lo “scherzetto” perché non ho aperto la porta e non ho regalato nessun “dolcetto”? Così lo so e amici come prima.

Volendo rimanere fedele a quanto ho espresso poco fa, mi sono accostato alla lettura senza pregiudizi nonostante io abbia trascorsi personali, per l'appunto, diretti con lo “sceneggiatore” in questione ed abbia sperimentato atteggiamenti che mi hanno lasciato un ricordo tutt'altro che positivo sia dal punto di vista professionale sia in altri ambiti. Quindi mi limito a questo albo, a questo prodotto e nulla più: direi le stesse cose chiunque fosse l'autore, che io ne avessi sentito parlare o che fosse un emerito sconosciuto.

Lasciamo stare le banali battute sul fatto che c'è chi predica che per “creare”, questo veniva sostenuto per esempio parlando di qualche grande band del rock di altri tempi, si debba come dire ampliare i propri sensi… ma qui viene il dubbio che sia troppo forte già l'acqua del rubinetto.

Ecco, qui incappo in una di quelle volte in cui non posso non mettere il cartello di allarme spoiler, ma altrimenti non si capisce cosa intendo.

Dunque, va bene che vuole essere una storia dal carattere horror ma che io sappia non credo esista il genere “horrendor”. In confronto a questa, il film “Cowboys and Aliens” è da Oscar, non parlo della recitazione degli attori ma proprio dello script, del copione.

Ragnoni giganti che ipnotizzano, controllano telepaticamente o metteteci l'assurdo verbo che preferite, soldati in modo che questi catturino gente a caso da portare ai suddetti ragni perché diventino il loro pranzo. Cosa? E nessuno cerca di far fuori gli aracnidi troppo cresciuti ma li si chiudono in una caverna, la stessa da cui sono venuti fuori a causa di lavori non ben precisati in una miniera. E dunque potrebbero di nuovo uscire così puff, tra l'altro. Cosa??

 

Hector 2 min

 "Lettore di fumetti" non è matematicamente sinonimo di spensieratezza,

mancanza di serietà o carenza di profondità interiore.

Spesso una genuina passione indica l'esatto contrario.

Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Ogni volta che prendiamo in mano un fumetto noi accettiamo la sospensione dell'incredulità e noi tra l'altro sappiamo bene che a Darkwood succede di tutto, letteralmente, ma a questo punto facciamo parlare le bistecche e rendiamole, ad esempio, fameliche mentre inseguono i clienti di un ristorante… Guardate che le storie in cui Zagor si scontra con gli Akkroniani, cioè alieni violacei invulnerabili e assetati di conquista, sono più credibili e sensate di questa caricatura di, boh, di qualunque cosa sia.

Ok, ok, si tratta di gusti e magari a qualcuno può anche essere piaciuta. Non lo metto in dubbio, c'è chi crede che la Terra sia piatta…

Ma che mi dite di basilari incongruenze non solo per la trama in sé ma proprio se confrontate con quello che si deve, si dovrebbe, sapere sul personaggio di Za-gor-te-nay se si vuole scrivere un pezzo su di lui?

Una delle caratteristiche che lo contraddistinguono è che lui e Cico praticamente sempre vanno a piedi. Ed infatti come inizia la storia? Sono a cavallo, ovvio. Certo, è capitato svariate volte che si spostino usando i nostri amici a quattro zampe ma solitamente viene specificato che hanno affittato gli animali, li hanno presi in prestito o anche comprati, tanto per dire. O ancora glieli hanno affidati altri personaggi minori. Se la storia, quella sì che merita, ed a opere del genere bisognerebbe guardare ed imparare, ambientata in Texas nelle praterie immense ed assolate, se ne vanno arrancando e consumandosi gli stivali, in un'area vicino a casa loro e per un motivo che non ha alcuna attinenza con la trama, cioè non serve a niente se non a far capire a chi legge che chi ha scritto la sceneggiatura se ne fr… scusate, bypassa bellamente la tradizione di una testata che in sostanza è la seconda colonna portante della Sergio Bonelli Editore o che apparentemente dimostra di non conoscerla a fondo, eccoli galoppare “ai margini della foresta di Darkwood”.

Mah. Ho scritto apparentemente perché potrebbe anche essere che il personaggio lo si conosce bene e ciò vorrebbe dire che chi ha il compito di verificare e filtrare o approvare le storie non era distratto ma ha davvero dato semaforo verde a questo. A qualcuno potrebbe perfino passare per la mente che non ci sia, come la posso mettere, assoluta purezza, completa diafanità in taluni frangenti o che in buona fede ciò è un sintomo palese di una grossissima carenza di idee: un conto è voler sperimentare o percorrere sentieri “moderni” e un conto è rifilare str...avaganze del genere. Andiamo, amigos.

Cioè a me dopo avermi risposto che la mia idea è buona e che scrivo in modo niente male, per bloccare l'iter del soggetto, viene fatta una sfilza di obiezioni piuttosto traballanti come per esempio che non si capisce cosa intendo dire quando in una sparatoria scrivo “colpito” - scusate ma se si stanno sparando, uno da cosa sarà stato colpito, da una noce di cocco? - e qui si lascia carta bianca? Già quando lo stesso autore aveva fatto una storia breve per Tex e una per Diabolik, non so se per il Re del Terrore ne abbia sfornate poi altre, erano state caratterizzate dallo stesso tema, violenza su una donna, tema ricorrente ed al centro della vicenda narrata in una breve avventura slegata da case editrici e che penso sia stata una delle molle che hanno dato il “la” alla sua carriera di sceneggiatore. C'erano parecchie incongruenze anche in quelle, come ce ne sono qui, cavalli a parte.

Altre? Vi servo subito: Zagor salta dal camminamento di ronda giù dalla palizzata di un forte. Cosa c'è che non va. Beh, saltare dal secondo piano di un palazzo se non si è in un telefilm come “Xena” ma si vuole essere plausibili almeno, lo ripeto, nei gesti basilari, non è consigliabile. Sì, lo so che non è la prima volta che succede e che quindi questa potrebbe passare tra le azioni che un uomo fuori dal comune riuscirebbe a compiere.

La Colt, molte, che non corrisponde al tempo storico non è considerabile e questo ormai lo sappiamo e lo accettiamo, per quanto l'impugnatura che in una vignettta ricorda una moderna rivoltella piuttosto che una vecchia “black-eyed Susan” del West faccia scattare il nostro sopracciglio da stup...ore. Ci beviamo anche la fortuna che i vestiti presi ai prigionieri siano perfettamente calzanti. Però dato che Zagor è sempre un uomo fuori dal comune, alto, ben piantato con tutti quei muscoli, accidenti, che combinazione e che pasti iperproteici servivano ai militari di stanza in quel forte!

Avete visto la saga del Signore degli anelli? Come si chiama quel ragno che vuole papparsi Frodo? Ah, già, Shelob. Ci sarebbe poi da citare anche Harry Potter ma non sono ferrato su nomi e dettagli relativi alle avventure del maghetto. Quindi non è neanche una trovata così originale. Vogliamo parlare di “omaggio”? E allora escogitate qualcosa di meglio che un pessimo film della Asylum con Patrick Wilding al posto di Ian Ziering.

Ancora un'ultima delle sopra accennate incongruenze? Se ci vuole mezzo caricatore per abbattere una delle persone possedute dal morso delle tarantolacce, come mai Zagor non pensa che una semplice botta in testa ottenuta sbattendo le zucche di due cattivi tra di loro forse ma forse non è sufficiente per metterli fuori combattimento dato che l'intero piano di salvataggio orchestrato dall'eroe di Darkwood si basa sull'effetto sorpresa una volta messi ko quei due? A parte il sangue freddo delle mancate vittime dei ragni che reagiscono meglio degli Avengers invece di scappare o per lo meno avere una fifa blu, questi si chiamano buchi di sceneggiatura. Grossi come un foro in un muro fatto dalla dinamite o da barili di polvere da sparo. Oh, che per altro, una simpatica esplosione sarebbe stata la soluzione per uccidere i ragni, tirandogliela tra le fauci e non facendo crollare l'entrata di una anonima caverna che altri minatori potrebbero riaprire.

Scusate per gli spoiler in questo caso anche se più che anticipazioni questi sono tutti motivi di risata isterica: ecco perché si usa il termine “testata”, perché dopo non sai più dove sbattere la crapa...

Senza sottolineare il fatto che questi antipaticissimi aracnoidi se ne sono stati buoni buoni per anni o decenni o chissà quanto senza mangiarsi nessuno e non hanno avuto neanche un calo di zuccheri.

Come detto… ma che diavolo ho letto, per mille scalpi!

Va bene, va bene, un goccetto di quello buono ora può servire per riprenderci.

 

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Già che ci siamo concludiamo la panoramica dedicata all'eroe dal costume rosso con due parole sulla prima parte della storia inedita iniziata a dicembre, dopo la lunga trasferta europea intrapresa per fermare Rakosi. “La diabolica trappola” già dal titolo lascia presagire che non ci verranno mostrati pigri giorni di pesca o di ristrutturazione della capanna nella palude di Mo-Hi-La ma che un nuovo pericolo incombe su tutta Darkwood. Ed i più attenti potrebbero capire chi sia la causa della valanga di guai che capiteranno a Zagor osservando attentamente la copertina. Senza svelare nulla sull'intreccio che viene ordito dal macchinoso Burattini, abilissimo nel mettere il suo “protetto” nelle situazioni più disperate per poi “godersi lo spettacolo” di come riesce a venirne fuori, voglio soffermarmi su due punti.

Innanzitutto sono d'uopo i complimenti agli Esposito Bros per l'accuratezza e l'effettiva bravura ai disegni: alcune vignette sono così particolareggiate e curate che sembrano vere e proprie finestre su un trading post frequentato da trappers o su scorci di foresta incontaminata, possiamo quasi udire il rombo della cascata presso la quale si svolge una delle scene chiave così come il dolce sciabordio delle onde di un fiume solcate da una canoa.

Anche per quest'albo il lettering è affidato a Omar Tuis e non mi stanco mai di sottoilneare l'importanza che ha tale compito: non è una quisquilia il non trovare nemmeno un errore di battitura nelle nuvole parlanti. Quando capita di riscontrarne alcuni, e purtroppo negli ultimi tempi qua e là ce ne sono stati parecchi, ce ne accorgiamo, come si fa caso ad una stecca di un musicista impegnato in un assolo durante un concerto. Quando invece fila tutto liscio si ha la dimostrazione dell'alto livello professionale raggiunto in questo ambito.

Inoltre, ecco il secondo punto, voltando una pagina, avviene qualcosa che sinceramente non mi aspettavo, ma credo che ben pochi non si emozionerebbero nell'ammirare tale sorpresa: una carrellata di quadri, perché chiamarle tavole in questo caso sarebbe riduttivo, raffiguranti alcuni monumenti, piazze o località del nord Italia toccate da Zagor e Cico nel loro viaggio per potersi imbarcare alla volta degli Stati Uniti. Davvero grandioso: la sensazione che si prova equivale a quella che può aver avuto chiunque abbia modo di posare lo sguardo sulle foto che documentano i due tour nel nostro Paese di Buffalo Bill, realmente avvenuti.

Per ora viene soltanto rapidamente accennata, senza dare specifiche, una misteriosa avventura vissuta in Italia che noi tutti speriamo venga prima o poi narrata poiché così sono riusciti a trasformare ogni lettore in un Homer Simpson che sta pensando alle sue adorate ciaaaambeeeelleeee!

 

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Un gradito ed atteso ritorno è stato quello di Nick Raider che per l'appunto torna a far rispettare la legge nelle strade di New York in “Trent'anni dopo”: i testi di Nizzi coadiuvato nei disegni da Freghieri e dal lettering ancora di Omar Tuis, sfruttano il meccanismo dei ricordi . Grazie ad un lungo flashback ripercorriamo alcuni momenti della carriera dell'allora detective Raider risalente a prima che facesse coppia con il suo storico partner Marvin. Non aspettatevi scontri a fuoco alla “ispettore Eastwood” ma sicuramente per stavolta non li rimpiangerete, impegnati come sarete a seguire l'indagine ed anche a non rimetterci la ghirba in notturni inseguimenti a tutto gas.

La evocativa cover di Rosario Raho nella quale sembra soffiare la brezza proveniente dal porto e la lettera di Davide Bonelli completano il quadro.

Ottima ripartenza per Nick, come lo era stata per Mister No e che lascia fortunatamente isolato dietro la lavagna il povero Ned Ellis a cui non è stata resa giustizia con quel piuttosto imbarazzante reboot, revival, chiamatelo come preferite, di Magico Vento, pallida controfigura del personaggio che aveva conquistato molti veterani della Frontiera.

 

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Un ritorno diverso è invece stato quello di Rick Master, personaggio di svariate decine di anni fa: in un albo voluminoso e per questo piuttosto soddisfacente sono state riproposte le indagini del detective che veste da damerino ma mena come un fabbro e spara come un pistolero del West, sebbene le sue avventure siano principalmente ambientate sulla costa Est degli Stati Uniti. La copertina di Villa fa riassaporare atmosfere che sanno di naftalina, però con un'accezione positiva e malinconica, che scatena il meccanismo della memoria, colpisce chi lo conosceva già e rapisce chi invece si avvicina per la prima volta a questo eroe Bonelli. Qualora voleste scoprire qualcosa di più sui suoi creatori e sul mondo di Master, la lunga presentazione scritta da Graziano Frediani inquadra nel migliore dei modi la situazione, fornendo anche dettagliati approfondimenti sui dietro le quinte e sui parallelismi del genere tra libri e cinema. Le storie a fumetti riportano in mano nostra tavole disegnate da mostri sacri come Letteri e Tarquinio, ribadendo a gran voce le capacità di questi artisti, sostenute anche dalle sceneggiature ideate niente meno che da G.L. Bonelli: in pratica si parla di una vera chicca per collezionisti, da tenere nella libreria e rileggere ogni tanto. Nessun pericolo di annoiarsi. E tenetevi forte perché gira voce che in una futura storia di Tex, il detective farà squadra con i Rangers, perciò ci sarà da divertirsi.

 

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A parte la presenza di Aquila della Notte e compagni, potremmo dire all'incirca le stesse cose parlando de “Il Ribelle”, storia divisa in due albi proposta dalla collana “Le storie”: i disegni sono anche in questo caso di Sergio Tarquinio ma i testi portano la firma di Guido Nolitta, che ormai perfino i sassi sanno essere stato lo pseudonimo di Sergio Bonelli quando scriveva. L'ambientazione si sposta nel momento storico immediatamente successivo alla conclusione della Guerra Civile americana, e la trama si incentra sul ritorno a casa di un giovane e valoroso ufficiale sudista, cosa piuttosto pionieristica per i tempi, relativamente al fumetto, dato che i Confederati erano “i cattivi” e che il Sud era stato sconfitto. Se aggiungiamo che il protagonista diventa amico di un ex soldato dell'Unione, chiunque ne sappia un po' sul West comprende facilmente quanto risulti eterogenea ma diventi subito simpatica questa insolita strana coppia e che tipo di valori proponga tale cult. Nel quale, niente paura, non mancano scazzottate, rombi di cannoni, galoppate furiose e pistole fumanti. I disegni anche se non hanno uno stile che si potrebbe definire moderno, nonostante spesso il termine non voglia dire granchè ed anzi, certe volte sia piuttosto abusato - ben vengano i classici rispetto a qualche troppo azzardato esperimento graficamente esagerato - sono assai minuziosi, coinvolgenti ed espressivi e sebbene le conversazioni rispecchino le decadi passate da quando erano state pubblicate come inedite le avventure in questione, non sono mai ridondanti ma catturano l'attenzione come fa un “caro vecchio” film western.

 

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Dampyr ha regalato, beh regalato no perché lo compriamo ma avete capito cosa intendo, diverse occasioni per stupirci e per apprezzare il gran lavoro di sceneggiatori ed artisti. Mi limiterò a proporre un paio di esempi: sicuramente non si può non menzionare la storia in due albi che vede ai testi Giorgio Giusfredi, unico candidato ad essere potenzialmente l'erede di Mauro Boselli al timone prima di questa testata e poi di Tex. Speriamo, dato che serve qualcuno non solo con talento ma anche con la testa al suo posto, testa non piena di segatura ma di sale, e non come se la avesse posizionata a guisa di una raffigurazione in un quadro astratto, anche considerando taluni esempi di altri filoni bonelliani o certe altre “infiltrazioni” assai poco fauste avvenute perfino negli albi diciamo paragonabili ad ammiraglie della flotta Bonelli e che hanno ottenuto le stesse ripercussioni di un cowboy che per sbaglio fa partire un colpo della sua Colt beccandosi un piede.

Tornando al cacciatore di vampiri, i volumi “Messico e sangue” e “Dottor Dolore” trasudano tensione ed azione in un crescendo di pathos che alterna flashbacks a scene nel presente, senza mai cadere nello splatter o nell'insidia di strizzare eccessivamente l'occhio agli aficionados tralasciando eventuali lettori occasionali che non conoscono per filo e per segno la continuity della saga.

Anche le copertine di Andrea Riboldi si difendono bene, in special modo quella della seconda parte della storia, piuttosto inquietante e talmente realistica che vi verrà istintivo fare attenzione a non pungervi con l'ago della siringa minacciosamente impugnata da un tutt'altro che rassicurante dottore intento a fare qualcosa di brutto nel disegno della cover. Se la storia non ha nulla da invidiare ad un buon libro con sfumature horror, grazie anche al come sempre eccellente lettering qui curato da Luca Corda, i disegni di Andrea Del Campo hanno tratti puliti e nitidi, ideali per rappresentare un vampiro che “si svampa” - eh, vampiro… - se imbottito di pallottole trattate da Harlan Draka, una conversazione che spiega le prossime mosse del cattivo o le locations lungo le quali si snoda la caccia al male di turno. Non mancano spettacolari tavole talora anche caratterizzate da una non usuale impaginazione che fornisce una fresca prospettiva alla griglia nelle pagine.

Su segnalazione della mia compagna Dafne, la quale ha avuto modo di curiosare tra la maggior parte dei fumetti che compaiono nell'articolo, alcuni in modo più approfondito altri fermandosi alle copertine, vi indico un Easter Egg, come piace chiamarli ai tecnici ed ai "gggiovani" o a chi vuole fare il gggiovane, un riferimento celato: proprio la cover di "Dottor Dolore" sembra avere nella scena un abbastanza esplicito omaggio al personaggio interpretato dall'attore James Cromwell nella serie "American Horror Story", serie di cui la mia fidanzata era fan accanita. Confesso che pur conoscendo l'attore, vincitore di un Emmy come miglior attore non protagonista in quel ruolo tra l'altro, non mi sarebbe venuto in mente l'accostamento, non avendo visto neanche mezza puntata di "AHS". Cito testualmente: "E' uguale, sempre proprio il dottore pazzo della seconda stagione". Giusfredi è solito introdurre riferimenti a volte anche piuttosto colti nelle sue storie, spargendoli e nascondendoli per bene, in questo caso, in piena vista. Per chi sa vedere, naturalmente.

Ci saranno risposte a domande lasciate in sospeso, qualche conto verrà regolato e ci si presenterà l'occasione di spalleggiare Dampyr contro un potente ed antico nemico: perciò sensi all'erta poichè basta un niente per ritrovarvi con due forellini ben poco estetici sul collo ed iniziare a dover temere la tintarella in modo assai diverso da quanto vi capita ad agosto.

 

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Il Codice Ferrucci” porta Harlan ed il suo compagno d'armi Kurjak in Italia, non è la prima volta che succede ma emoziona sempre vedere un personaggio Bonelli muoversi in una regione del nostro Paese, per cercare di risolvere un mistero che affonda le radici nientemeno che nel 1500.

La storia è firmata da Moreno Burattini, curatore e colonna di Zagor mentre le chine sono di Fabrizio Russo, a suo agio tra ricostruzioni di battaglie in stile cappa e spada parallelamente ad esplorazioni in cunicoli bui o assalti di succhiasangue gentiluomini più di un bambino in un negozio di giocattoli la vigilia di Natale. Omar Tuis mantiene i suoi altissimi standard nel lettering.

Che sia a Firenze o nel paese di Gavinana, la Storia che forse qualche lettore di Dago ha imparato a conoscere, travolge già fin dalla prima pagina: farete la conoscenza tra gli altri del comandante delle truppe fiorentine Francesco Ferrucci, di creature della notte che per questa volta, forse, non saranno il nemico, di un apparentemente innocuo topo da biblioteca dotato al contrario di una solida tempra e di un cattivo assolutamente odioso per cui non spendereste una lacrima nel caso dovesse andare incontro ad una punizione meritata e, come dire, definitiva. Appare palese fin dalle prime pagine il gran lavoro di ricerca e documentazione che sta dietro alla sceneggiatura ed anche la profonda conoscenza delle aree visitate dai protagonisti e dai lettori insieme a loro, probabilmente ben note allo stesso Burattini. Non vi importerà di non essere ferrati su un personaggio già apparso nella serie, poiché sostanzialmente la narrazione ne delinea i tratti e la specializzazione utile per questa vicenda come se quel tal personaggio vi stringesse virtualmente la mano: empatizzerete con lui perché in pratica è una delle poche persone comuni che spuntano lungo la lettura, quasi sentendovi anche voi tirati in ballo vostro malgrado ma ben lieti di farvi trascinare nel nome dell'avventura e del Bene al fianco del figlio di Draka. Ci sarà da scavare e, come dice Indiana Jones, la X non indica mai il punto dove scavare. Non sarà una passeggiata ritrovare il punto esatto soprattutto se quello che state cercando fa gola anche a gentaglia senza scrupoli: occhio a quando vi esporrete spinti dalla curiosità di dare uno sguardo anche voi a cosa ha fermato la pala che affondava nel terreno e state pronti a riparare dietro la vostra poltrona non appena voleranno i primi proiettili. Avete già rischiato di rimetterci le penne in quella caverna, e non è detto che ci si debba difendere “soltanto” dalle solite controparti infernali. Sapete bene che anche troppo spesso sono gli uomini i veri mostri. Ecco, voi “mostrate” buonsenso, lasciate fare ai professionisti: loro sono allenati a schivare coltelli e pallottole oppure artigli affilati e denti aguzzi. Uomo avvisato...

 

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Gert e Babbo Natale in un tributo a Skottie Young ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Siamo giunti al termine anche stavolta. Ringrazio tutti coloro che sono arrivati fin leggendo tutto qui e anche chi ha fatto un giretto rapido magari soffermandosi su un punto che ha suscitato la sua curiosità.

All'apparenza sembra che io faccia incetta soltanto di "giornalini Bonelli". Principalmente le mie spese in questo campo sono rivolte a favore di via Buonarroti, è vero, ma spazio anche in altri "continenti fumetteschi" quali ad esempio il noir di Astorina, rifugio di Diabolik e della sua compagna Eva Kant ed il cappa e spada gironzolando anche per Europa e Nuovo Mondo al fianco di Dago, il giannizzero nero, o Cesare Renzi, se preferite. Per quel che riguarda il Re del terrore a parte il fermento per l'imminente uscita del film, non ho nulla di nuovo da segnalarvi, per ora s'intende, mentre relativamente a Dago a parte la "solita" ripetizione della lettera aperta di scuse sul fatto che sebbene abbiano tenuto duro fino all'ultimo alla fine "perfino loro" siano stati costretti ad aumentare i prezzi degli albi per sopravvivere, peccato che già da mesi, come segnalato anche da queste parti, la qualità degli inediti sia diventata talmente, a mio avviso, insostenibile alla lettura, verso il basso voglio dire, da avermi spinto a sospendere tali acquisti, nulla di significativo da segnalare. Talvolta mi rifaccio gli occhi con le ristampe a colori delle inarrivabili storie di tanti anni fa. Ehm, solo una cosetta, signori di Aurea: ok che avete adattato i prezzi al mercato, ma non risparmiate proprio sul materiale, che pare diventato carta velina - diavolo, sembra di avere a che fare con un tizio ubriaco dalle gambe molli quando si maneggia l'albo di novembre - non proprio il massimo per un volume a fumetti, specie a confronto con i precedenti o, per dire, con tutti gli altri. Verrebbe da chiedere di non esagerare, che già così non è che siamo di fronte a calamite di sorrisi e simpatia a fiumi, per lo meno stando alle mie personalissime esperienze dirette.

Ma si era detto di essere arrivati in fondo, perciò basta così.

Non è stato certamente l'ultimo articolo di “Osservatorio Tex”, incrocio le dita affinchè i fatti non mi smentiscano.

Gli appuntamenti futuri non saranno così affollati di testate, intese come protagonisti ma anche contro il muro - sto scherzando - o di albi, sebbene potrà passare un certo lasso di tempo prima di avere pronto un altro, meno folto, gruppetto di pensieri sul nostro “hobby che non è solo un hobby ma qualcosa di più” preferito.

Non mi resta che salutarvi, per ora, augurandovi visto il periodo buon Natale e buon anno nuovo, nella speranza che possa esserci davvero del nuovo e soprattutto del buono là dietro l'angolo.

Hasta luego, hermanos!

 

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