Alan Ford Story N.14
[06/02/2010] » Due storie per la collana in edicola con Panorama e Tv Sorrisi e Canzoni dedicata al personaggio creato da Bunker e Magnus.
È in edicola, con Panorama e Tv Sorrisi e Canzoni, Alan Ford Story N.14 (formato 14x21 cm, Cartonato, B&N / pagine 256 / Cura editoriale Magic Press / Grafica della copertina Marco Pennisi / Grafica interna MP Studio / € 7,90) che contiene le storie Alan Ford #27: La minaccia alcoolica e Alan Ford #28: Il fiasco spezzato. Nel primo fumetto, nessuno riesce a fermare Superciuk, il super-ubriacone dalla letale fiatata alcoolica che ruba ai poveri per dare ai ricchi, mentre nel secondo albo il lettore potrà leggere la conclusione della storica trilogia di Superciuk: chi si nasconde dietro la maschera a calotta? E da dove hanno origine i suoi superpoteri?
Di seguito riportiamo l’intervento critico di Moreno Burattini, intitolato: “Il bandito con le scarpe da tennis”:
Può sembrare strano, se non incredibile, ma cinquant’anni fa (o giù di lì), andare in giro in scarpe da ginnastica era da barboni. A testimoniarlo, resta una celebre canzone di Jannacci: El purtava i scarp del tennis. Oggi, le scarpe da tennis sono supertecnologici oggetti di culto da sfoggiare in ogni circostanza con il marchio di fabbrica in bella evidenza. Ma nel 1964, quando il brano fu pubblicato nell'album "La Milano di Enzo Jannacci", le calzature di quel tipo non identificavano un look o uno style o un trend. Persino il tennis non era così diffuso come adesso. Le scarpe da ginnastica non solo erano di tela, e dunque non proteggevano dal freddo, ma erano anche le più economiche; si usavano in palestra, ma per le strade della città le calzavano soltanto i meno abbienti. Così, dipingendo un altro povero cristo nella galleria delle sue canzoni, Jannacci poteva descrivere il suo clochard dagli occhi buoni, dicendo: “El purtava i scarp del tennis, el parlava de per lu / El purtava i scarp del tennis, perché l'era un barbun”. Cioè: “Lui portava le scarpe da tennis e parlava da solo, lui portava le scarpe da tennis perché era un barbone”. Alla fine, lo trovarono cadavere sotto un mucchio di cartoni. “L'an tuca che'l pareva che'l dormiva / Lasa sta che l'è roba de barbon”: qualcuno l’ha toccato per vedere se dormiva, ma gli hanno detto di lasciare stare, “è roba di barboni”. Indubbiamente, la canzone è una straordinaria fotografia di un’umanità disperata, in una Milano diversa da quella delle cartoline o degli spot pubblicitari. Esattamente come molte sequenze di Alan Ford, milanesi al punto da venire dialogate con parole prese in prestito dal dialetto meneghino (come “ciuk”, che significa “sbronzo”), ma perfettamente universali nella denuncia delle disuguaglianze e delle contrapposizioni tra le classi sociali.