Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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All'armi siam fumetti: intervista a Roberto Alfatti Appetiti

allarmi-siam-fumettidi Giorgio Messina

In occasione dell'uscita del volume "All'armi siam fumetti" Fumetto d'Autore incontra Roberto Alfatti Appetiti, giornalista de Il Secolo d'Italia, a cui facciamo dieci domande partendo dal suo ultimo libro, attraversando il bailamme sviluppatosi in questi giorni intorno all'incontro "Camerata Corto", per finire all'attualità che ci circonda e alle letture consigliate.

La recensione di "All'armi siam fumetti" la trovate QUI.

All’armi siam fumetti, il titolo del tuo libro, uscito in questi giorni per “I libri de Il Fondo” (pp. 210, € 12,50, disponibile su www.lafeltrinelli.it), non lascia dubbi e funge anche un po’ da proclama: esiste anche la critica orientata a “destra” nel mondo del fumetto. Da dove arriva Roberto Alfatti Appetiti? Come si permette di fare vedere il fumetto sotto un'altra chiave di lettura nonostante in molti da dentro il fumettomondo considerino questo media uno degli ultimi bastioni “sinistrorsi” dell’italica cultura?

Arrivo dall’edicola e dalla libreria sotto casa. Ho iniziato a scrivere prestissimo e mi sono “formato” negli uffici stampa, vera scuola di scrittura, molto più utile di quelle che si definiscono creative. Impari che una parola è poca e due sono troppe, che più aggettivi insieme non andranno mai d’accordo e che uscire dai binari inevitabilmente provoca il deragliamento e il crollo di attenzione di chi ti legge. Cerco sempre di tenerlo presente, perché continuo a ragionare da lettore onnivoro: dai foglietti con le avvertenze dei medicinali – sono più ipocondriaco di Woody Allen – ai libri, saggistica e narrativa, con una predilezione per quest’ultima. E poi riviste cartacee e online, con cui coltivo la mia curiosità. Negli anni ho collaborato con quotidiani e periodici d’ogni genere, occupandomi per lo più di immaginario e cultura popolare. Da un lustro scrivo per il Secolo d’Italia, testata per la quale ho curato le rubriche settimanali “Sei un mito”, “Appopriazioni (in)debite” e “Secolo sportivo”. Scrivo da “destra” ma mi rivolgo a tutti. In certa sinistra, fortunatamente una parte minoritaria della sinistra, invece, riscontro un atteggiamento schizoide: c’è chi snobba il fumetto in quanto “controrivoluzionario”, perché intrattenimento equivale a fascismo (ride, ndr), e chi lo usa per fare operazioni di killeraggio politico malamente mascherate da satira come La Ministronza, che ha preso come bersaglio il ministro Giorgia Meloni.


 

La storia che i fumetti, chiamati spregiativamente “giornalini” o “giornaletti”, traviassero le giovani generazioni è un’idea nata da una certa sinistra negli anni ’50 che la avvalorò con il sigillo di Nilde Jotti. Oggi siamo al paradosso culturale. Quelli che si lamentano della considerazione subculturale del fumetto sono proprio quelli che non hanno problemi a nascondere il loro impegno politico a “sinistra” ma che però si sono scordati, o sconoscono totalmente, da dove nasceva il marchio di infamia per le nuvolette. Come la mettiamo?

Sì, il mondo del fumetto, sin dal dopoguerra e per molti anni, è stato un fortino assediato, soprattutto dai moralisti di sinistra e dalla chiesa, i “giornalini” considerati alla stregua di materiale pornografico e i “fumettari” liquidati come renitenti. Lo ha raccontato Hugo Pratt a modo suo: “La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. Bisognava rispolverare Marx ed Engels, autori che mi annoiarono immediatamente. Venni subito accusato di infantilismo, di fascismo e di edonismo, ma soprattutto di essere evasivo, inutile come quegli scrittori che mi piacevano e che avrei dovuto dimenticare. Non ci riuscii e mi accorsi che c’erano parecchi altri che leggevano i narratori contestati. Alla fine ci riconoscemmo come una élite desiderosa di essere inutile”.

Concetto espresso anche da Sergio Bonelli, a lungo nemico pubblico numero uno dei benpensanti, in una delle interviste raccolte nel libro: “I genitori pensavano che i figli morissero dalla voglia di leggere Manzoni ed erano preoccupati che i fumetti potessero traviarli, distrarli da letture più importanti, incoraggiandoli alla pigrizia”.

Eppure alcune serie e personaggi – penso ad esempio agli albi di Max Bunker, Magnus, Milo Manara e Renzo Barbieri – hanno anticipato la rivoluzione dei costumi, dimostrando non soltanto un forte radicamento nella società giovanile ma anche la capacità di guardare avanti, di anticipare e dettare le mode. Per chi, come me, è nato nella seconda metà degli anni Sessanta, Monello e Intrepido erano veri cult, altro che Divina Commedia e Promessi sposi. Poi dagli anni Ottanta qualcosa ha cominciato a cambiare e adesso mi sembra che ci sia maggiore libertà ma nello stesso tempo permanga un’ingiustificata diffidenza verso questo medium che, al contrario, andrebbe sostenuto. A mio avviso i grandi quotidiani nazionali dovrebbero dedicare una pagina o comunque uno spazio fisso riservato al mondo delle nuvole parlanti, così come c’è quello per le recensioni dei libri e dei film.

 

 

Dalla tua postazione privilegiata di giornalista che scrive di fumetto per un pubblico generalista, come ti appare il mondo del fumetto italiano in questo momento storico?

Lo trovo vivace, in grado di esprimere lavori di grande qualità che, se non proprio ignorati, vengono sistematicamente sottovalutati, marginalizzati, condannati a una sorta di clandestinità affidata a circuiti marginali e a siti che si definiscono specializzati ma che in alcuni casi sono gestiti da dilettanti allo sbaraglio. Il “mercato” dei fumetti è potenzialmente ricchissimo, eppure la grande editoria sembra puntare soprattutto sulla narrativa, pianificando a tavolino successi annunciati e promuovendo esordienti che il più delle volte non hanno nulla da dire e, peraltro, lo dicono anche male. Fossi un editore, invece, investirei sul fumetto, valorizzando le nostre eccellenze – spesso e volentieri più conosciute e apprezzate all’estero – ma anche autori e disegnatori che in questo contesto plastificato e massificato faticano a emergere. Purtroppo in Italia sono pochi a farlo e, già per questo, meritano un grande plauso e un incoraggiamento.

 

 

Il tuo libro raccoglie gli articoli dedicati al fumetto e ai suoi protagonisti che hai scritto sul quotidiano Secolo d’Italia dal 2006 a oggi. C’è qualche aneddoto inedito riguardante quegli articoli tra cui spiccano le interviste a Sergio Bonelli, Roberto Diso (uno dei pochi autori di fumetti dichiaratamente di destra) e al “fascista zen” Roberto Recchioni (autore anche dell’introduzione del tuo volume)?

Sergio Bonelli, per me, che sono cresciuto leggendo Mister No e Zagor (che non ho mai smesso di leggere), è un mito. E la prima volta che mi telefonò, in occasione di uno dei “paginoni” che abbiamo dedicato ai suoi figlioli di carta, mi fece un certo effetto. Poi, sentendoci spesso e avendolo intervistato più volte nel corso degli anni, è subentrata una maggiore confidenza, ma da lettore “storico” avverto ancora un grande senso di gratitudine per le “pepite d’oro” che ha disseminato nelle mie letture giovanili e che hanno reso più “ricca” la mia vita. Lo stesso vale per Roberto Diso, un gigante con la matita e un uomo coraggioso: nel ’92, senza preoccuparsi delle critiche, disegnò la copertina di Io non scordo, il romanzo di Gabriele Marconi, direttore del mensile Area, in cui per la prima volta gli anni di piombo venivano raccontati da destra, pubblicato da Settimo Sigillo, casa editrice della stessa area politica (anni dopo è stato ripubblicato da Fazi). E considero Roberto Recchioni, non me ne vogliano gli altri, l’autore più interessante della sua generazione. Non è un caso se ho chiesto a lui di scrivere l’introduzione al mio libro e di tratteggiare la situazione in cui versa il fumetto italiano, e se ho scelto il suo John Doe, disegnato da Massimo Carnevale, per la copertina.

L’anno scorso, “recensendo” Mater Morbi, l’albo in cui, indossati i panni d’inchiostro di Dylan Dog, affronta mirabilmente il delicato tema del testamento biologico e si spende in favore del diritto del malato terminale a porre fine alle proprie sofferenze, abbiamo fatto arrabbiare Eugenia Roccella, il sottosegretario alla salute, che scrisse una lettera di fuoco al Corsera prendendosela con l’autore e ovviamente con la deriva laicista e ideologica (sic) del Secolo. Dopo una puntuale e dettagliata replica di Roberto, la signora ha dovuto ammettere di non aver letto l’albo in questione ed evidentemente neanche il mio articolo. Non dico altro, perché chi vuole potrà leggerlo in All’armi siam fumetti.

 

 

Il tuo nome in questi giorni è balzato alla cronaca sui giornali e sul web per la polemica nata intorno all’incontro “Camerata Corto”, tenuto da te e da Maurizio Cabona e organizzato nei loro locali dai ragazzi di Casa Pound. Tra gli interventi dei "sacerdoti prattiani", l’articolo più sprezzante sulla questione è stato quello del sedicente critico e pennaiolo di La Repubblica, cronaca di Napoli, Alessandro Di Nocera che però ha affidato le sue invettive ad un editoriale sul sito specializzato di Comicus. Una battuta su tutto questo bailamme intorno a “Camerata Corto” e una eventuale risposta a Di Nocera?

Quella di CasaPound è stata una provocazione, direi riuscitissima se si considera che ne ha parlato tutta la stampa nazionale per più giorni e l’incontro, oltre che partecipato, è stato interessante e ricco di spunti, ospitando, com’è giusto che sia, anche opinioni diverse. Io sono dell’avviso che il confronto a viso aperto arricchisca sempre e a differenza di altri non ho la pretesa di farmi custode di chissà quale verità precostituita. Se domani mi invitasse un centro sociale di sinistra, andrei senza alcun pregiudizio. Chi alimenta polemiche per ritagliarsi un minimo di visibilità personale compie un’operazione che si qualifica da sola. Intendiamoci, criticare anche aspramente è più che legittimo ma cercare di denigrare e ridicolizzare il lavoro altrui, peraltro senza prendersi la briga di un necessario approfondimento, è ingiustificabile.

 

 

Tra i vari interventi che hanno composto la polemica su “Camerata Corto”, desta curiosità quella che sembra una gaffe di Michele Ginevra del Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona che sul suo blog scrive: “E' chiaro che montare un caso ‘Camerata Corto’ per poi avere come risposta la vignetta che apre il post (quella tratta dall’onirica storia Favola di Venezia in cui corto prende a calci un uomo in orbace della Serenessima – ndr), e che sta circolando ovunque, realizzata da Pratt in vita... rappresenta una metafora della scarsa conoscenza della materia da parte di certi che ne parlano”. Ginevra evidentemente non ha collegato il tuo nome con il fatto che entrambi farete parte della prossima giuria dei premi di Fullcomics 2011, ma al di là della presunta gaffe, ci viene dato lo spunto per la prossima domanda. La vignetta chiude la questione “Camerata Corto” come dice Ginevra?

Non credo che facesse riferimento a me, visto che non ci conosciamo ancora. Chiude la questione? Semmai l’apre, magari ne parleremo a Piacenza davanti a un caffè. Corto, per come la vedo io, è insofferente nei confronti del potere, che in quel particolare contesto è rappresentato da due squadristi arroganti. Ma da qui a farne un icona dell’antifascismo ce ne passa, è altrettanto strumentale che definirlo camerata. Nelle opere di Pratt sono tantissime le suggestioni che potremmo definire di destra e probabilmente ce ne saranno altrettante che potrebbero essere “rivendicate” dalla sinistra. Il senso dell’onore e la voglia di avventura sono di destra o di sinistra? Piuttosto la domanda è un’altra: hanno ancora senso queste categorie novecentesche? E ha senso applicarle agli eroi d’inchiostro?  Tornando a Pratt, in realtà era egli stesso un personaggio tra i suoi personaggi, un genio pieno di sfumature e contraddizioni. Gli piaceva abbellire la realtà, contaminarla con una fantasia fervida. Credo che più di altri abbia capito come l’ambiguità di Corto potesse contribuire ad accrescere il fascino del marinaio e, da buon affabulatore, ammiccava intenzionalmente a lettori dalle sensibilità più diverse.

 

 

Dopo domande lunghe, ora una beve. Inizia la discesa. Cosa ti riservano il futuro e i fumetti?

Chi può dirlo? Sto scrivendo un paio di saggi su argomenti assai lontani tra loro, ma non sui fumetti. Però continuerò a occuparmi anche di nuvole parlanti, sul Secolo e tra qualche giorno anche sul Fondo Magazine, il settimanale online diretto da Miro Renzaglia. Il libro è talmente piaciuto che mi hanno proposto di inaugurare una rubrica settimanale ad hoc. Così a breve nascerà FumettAltro.

 

Domanda prettamente politica (per dimostrare ancor di più, casomai ce ne fosse bisogno, che non è vero che si parla poco di politica nel fumettomondo). Come finiranno il Ruby-Gate e il berlusconismo, gli argomenti che riempiono completamente i giornali e i mezzi di informazione in queste ultime ore?

Ti rispondo francamente: quest’argomento non mi appassiona neanche un po’, trovo avvilente l’uso politico del gossip e questo clima da guerra civile permanente. Se scrivo “d’altro” è proprio perché  non mi interessa questo gioco al massacro. Ti cito John Fante. “La guerra in Europa, i discorsi di Hitler. Sciocchezze! Date ascolto a me, invece, che ho qualcosa da dirvi sul mio libro... Ma a loro non interessava”. Ecco, questo per dire che preferisco parlare del mio All’armi siam fumetti.

 

 

Il palcoscenico è tutto tuo. Puoi andare a ruota libera. Lancia un messaggio alla Nazione.

No, per carità, le maiuscole mi danno l’orticaria (ride, ndr). Non credo che la Nazione si aspetti granché da me, né io dalla Nazione. Credo nell’individualismo, negli eroi solitari, irregolari, fuori dagli schieramenti. Alessandro Trocino, sul Corriere della Sera, qualche tempo fa mi ha definito “agiografo e grande fan di Mister No”. Ecco, più che parlare alla Nazione, mi berrei una cachaça col buon vecchio Jerry Drake e il suo “camerata” Otto Kruger, meglio noto come Esse-Esse. Che, lo dico subito per rassicurare qualche sinistro in cerca di pubblicità, non era un nazista, anche se Mister No gli rimproverava, scherzando, il suo passato nell’esercito tedesco.

 

Decima e ultima domanda per non deludere gli amanti della cabala degli interrogativi alla D’Avanzo. Che letture a fumetti consiglieresti ai nostri lettori?

Non ho un’idea precisa del pubblico di Fumetto d’Autore. Un appello, però, mi piacerebbe rivolgerlo ai miei coetanei: fate leggere i fumetti ai vostri figli. Io ne ho tre, maschi, e rappresentano un alibi inattaccabile per riempire gli scaffali di giornalini vecchi e nuovi. Introduceteli nel magico mondo delle nuvole parlanti. Che siano bonellidi o manga poco importa. Comprate gli albi in edicola o almeno tirateli fuori dagli scatoloni che le vostre signore hanno destinato alla cantina e inevitabilmente alla muffa. Tornate a Topolino, se è il caso, che funziona sempre. Non vergognatevi di questa vostra passione, siatene orgogliosi. Non arrendetevi di fronte all’incedere dei giochi elettronici. Resistere. Resistere. Resistere. Che non è solo un “verbo” della sinistra.

 

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