Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
A+ A A-

Intervista a Pietro Gandolfi, autore di The Noise

the noise

A cura di Giorgio Borroni

Nel fumetto italiano da edicola l’horror manca da un bel po’. E io intendo l’horror vero, quello crudo e crudele che ti prende subito alla carotide senza neanche annunciarsi. Insomma, non mi riferisco all’horror patinato, lontano dall’underground che sfocia nel fantasy o se la cava con un sovrannaturale di cliché stagionati.

The Noise, di Pietro Gandolfi, è un horror che riesce a fagocitare sottogeneri e cliché riplasmandoli per renderli unici e tremendamente letali.

Come potremmo definire quest’opera?

Un survival senza i vecchi zombie ma che ti riporta alle fughe rocambolesche e alle barricate romeriane della “Notte dei morti viventi”?

Oppure ci vogliamo vedere del sovrannaturale come in “The fog” di John Carpenter?

Ah, dimenticavo, e i serial killer? Non preoccupatevi, ce ne è uno ed è molto agguerrito.

Insomma, detta così, The Noise potrebbe sembrare la solita minestra riscaldata, ma vi assicuro che gli ingredienti sono talmente dosati e amalgamati alla perfezione che quando pensate di aver letto tutto, e che nulla possa più stupire la vostra cultura enciclopedica in campo horror… rimarrete spiazzati. E questo non sarà indolore.

La trama è in continuo sviluppo, e appena pensi che abbia imboccato una precisa direzione, ecco che comincia a schizzare da una parte all’altra come una scheggia impazzita.

Per farla breve, un misterioso rumore venuto da chissà dove fa impazzire le persone rendendole violente: solo un serial killer mascherato sembra immune, e ne approfitta per aggirarsi ancora più liberamente in un mondo che forse solo ora sente suo, un mondo di caos e morte che vuole vivere da protagonista.

Abbiamo l’onore di avere qui su Fumetto d’Autore una persona squisita e uno scrittore con un talento smisurato, diamo quindi il benvenuto a Pietro Gandolfi!

  • FdA - Intanto ringrazio Pietro per la sua disponibilità e direi di scaldare i motori con una domanda sul Gandolfiverso. Molti storcono il naso quando vedono che ambienti le tue storie in America, vogliamo spiegare una volta per tutte questa tua scelta stilistica? Quando ti è venuto in mente di creare un tuo universo letterario americano?
    • PG – Grazie a te per l’occasione, Giorgio, e ne approfitto per salutare tutti gli amici di Fumetto d’Autore e chiunque investirà un po’ del suo tempo per leggere le mie parole. Per rispondere alla tua domanda parto dicendo che quando si presenta l’occasione o quando mi viene richiesto per un progetto in particolare – per esempio un’antologia – non ho alcun problema ad ambientare delle storie in Italia. Alcuni miei racconti editi – ma anche inediti! – sono nati da una mia visita in un luogo specifico, come il borgo di Triora o la necropoli di Staglieno. Quando invece si tratta di costruire il mio universo, be’, preferisco avere la libertà di essere io a stabilire i paletti. E anche se ho deciso di utilizzare una sorta di astrazione della provincia americana con la quale sono cresciuto attraverso il cinema, i fumetti, la letteratura e la musica di cui usufruisco fin da bambino, ho anche deciso di delineare quasi del tutto il raggio d’azione in un determinato periodo storico, che quindi pone dei limiti ben precisi. Poi trovo che sia magnifico costruire – o edificare, forse è più calzante come termine! – le mie cittadine dal nulla, ponendo un mattone alla volta, aggiungendo un elemento dopo l’altro sempre stando attento a farlo entrare in sintonia con quelli già esistenti. Di solito faccio un esempio abbastanza chiaro: adoro raccontare storie “piccole”, molto intime, quindi la provincia è la mia dimensione ideale. Però se utilizzassi la provincia italiana dovrei rinunciare a troppi elementi… voglio dire, un paesino di montagna qui da noi non ha davvero nulla da offrire, in senso pratico, non potrei mai immaginare un cinema o un drive-in da quelle parti. E poi i miei modelli di riferimento sono lo splatterpunk, il New Horror, la coerenza narrativa dell’universo fumettistico americano: se ambientassi tutte le storie in Italia dovrei cambiare indirizzo, gettarmi sul gotico, su atmosfere differenti. Non è detto che un giorno non lo faccia, ma il Gandolfiverso, come lo chiami tu, continuerebbe comunque a crescere, con luoghi e personaggi che, senza risultare invadenti, possono affacciarsi in una storia o nell’altra creando un senso di coerenza e coralità che spero venga apprezzato anche in un contesto horror e fantastico come il mio. Ai miei lettori piace e posso augurarmi che il loro numero cresca di continuo.
  • FdA - The Noise era partito come un romanzo, come ti è venuto in mente di adattarlo in fumetto, e soprattutto, leggeremo mai il romanzo?
    • PG – La ragione, come spesso accade quando si ha un approccio professionale e artigianale al mestiere, è molto pratica. Il romanzo, anche se pieno di buone idee, l’ho scritto quando il mio stile non era ancora maturo. Probabilmente non lo è nemmeno ciò che scrivo ora, ma diciamo che The Noise era sotto lo standard minimo che mi sono posto per pubblicare il mio materiale. Detto ciò, se non volevo buttare le idee, le soluzioni erano due: riscrivere tutto dall’inizio o riadattare la storia per un altro media. Considerando che ritengo la prima opzione piuttosto noiosa – a volte lo faccio, ma per testi più brevi – ho scelto di trasformarlo in un fumetto. Utilizzo il romanzo di partenza come soggetto, come guida, e a mano a mano lo adatto in sceneggiatura, aggiungendo e togliendo ciò che ritengo opportuno. Avevo l’idea di trarne un fumetto già da un po’ e penso anche di averlo proposto a qualcuno, fino a quando l’associazione culturale Ora Pro Comics non mi ha contattato per sapere se avessi l’idea per un albo o una serie da autoprodurre. Ovviamente ne avevo ben più di una, ma ho deciso di puntare su The Noise. Ho ancora nel cassetto diversi romanzi vecchiotti che ho intenzione di sottoporre a questo trattamento, trasformandoli in fumetti, sto solo aspettando l’occasione giusta.
  • FdA - Le atmosfere da cittadina di provincia e il racconto corale dei problemi quotidiani che affliggono i personaggi mi hanno ricordato molto Twin Peaks, ma forse perché la storia è concepita con gli stessi ritmi di un serial TV, mi sbaglio o ci ho preso?
    • PG – Di sicuro il lavoro di David Lynch mi influenza tantissimo, per cui il paragone è azzeccato. Diciamo che la base può essere quella, sulla quale poi ho costruito una vicenda più classicamente horror. Ma forse il merito è tutto della mia Little Wood, la cittadina del nord che ho creato passo dopo passo, come spiegavo prima. Vederla prendere vita sulle pagine disegnate è stato bello, un po’ come immagino lo sia assistere alla proiezione di una pellicola ispirata alla propria storia.
  • FdA - Pubblicare con una casa editrice in Italia, al di là delle possibilità del selfpublishing, è un miraggio di molti, ma pubblicare horror estremo equivale a sognare di giocare in Serie A e magari vincere il mondiale. Per te è stato difficile perseguire questo obiettivo? E soprattutto, come ci sei riuscito?
    • PG – Non mi sono mai posto tale obiettivo, ho solo continuato a lavorare sodo per riuscire a portare avanti la serie nel miglior modo possibile. Poi c’è stato l’intervento di una persona a me vicina che ha deciso di proporre la serie all’editoriale Cosmo e il resto è venuto in maniera molto semplice e naturale. Ho seguito anche la versione uscita in edicola, decidendo come suddividere i capitoli e che ritmo dare agli episodi, diciamo. Ma ci terrei a puntualizzare un aspetto di quanto hai accennato: il problema in Italia è che ormai quasi tutti si preoccupano di immaginare, scrivere, disegnare e produrre serie che si pongano come obiettivo il compiacere una certa elite del mondo del fumetto nostrano. Insomma, anche fra i self si spera sempre di creare qualcosa che poi venga notato dai “grandi” e di conseguenza si gioca seguendo certe regole anche quando non è necessario. Se mai mi verrà chiesto di scrivere qualcosa indirizzato a un certo mercato, lo farò perché si tratterà di lavoro, ma se devo concepire io la mia storia e farla crescere, allora lo farò nella maniera più libera possibile. E poi, sinceramente, non so quanti autori amanti dell’horror siano interessati oggi come oggi a pubblicare fumetti di questo genere: vedo una distinzione fra chi scrive narrativa – e fra questi noto una certa monotematicità nel rinverdire i fasti del weird, del gotico e delle atmosfere lovecraftiane – e chi scrive fumetti. Questi ultimi hanno come modello ben altro, non certo lo splatterpunk o il cinema di Carpenter, Hooper, Yuzna, Gordon e via dicendo. Non lo so, a volte mi sembra di essere l’unico che negli anni ’80 e ’90 si leggeva i romanzi di Barker e Laymon e si guardava Society, Candyman e Re-animator o l’unico che vede l’horror come un macrogenere costituito da libri, fumetti, musica e film. Ovviamente sto esagerando, anche da noi c’è chi lo faceva prima di me e chi lo sta facendo ancora oggi, ma è come se uno scarso riscontro dal punto di vista economico porti tutti quanti a scoraggiarsi, a mollare il colpo.

noise3

  • FdA - The Noise può vantare artisti di grossissimo calibro come Genzianella di Dampyr e Panciroli: come sei entrato in contatto con loro?
    • PG – Nel caso di Nicola Genzianella è stato semplice, perché era lui quello che più di ogni altro all’interno dell’associazione Ora Pro Comics voleva mettersi alla prova con qualcosa di differente, lontano da quanto realizzava di solito. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per l’occasione che mi ha dato. Poi sia io che lui abbiamo cominciato a guardarci attorno per trovare un team all’altezza. Disegnatori come Cucchi, Antiga, Ferrero, Francini e Delladio sono emersi perché eravamo in contatto con loro e in alcuni casi anche perché si trattava di amici.
  • FdA - Luca Panciroli nel mondo del fumetto non lo vedevamo da tempo, e ha tirato fuori delle tavole da paura! Come hai fatto a convincerlo a ritornare alla Nona Arte?
    • PG – Con Luca è stato altrettanto naturale. Semplicemente, l’associazione è entrata in contatto con lui quando si è trattato di realizzare il volume Dedicato a… Ade Capone – autore che ho avuto la fortuna di conoscere, anche se non quanto avrei voluto, e che posso dire sia uno dei pochi ad avere provato a pubblicare ciò che voleva e non solo ciò che il mercato offriva già, sempre riallacciandomi al discorso di prima – e di conseguenza, quando ho visto a che punto era il suo stile nonostante la lunga pausa che si era preso, ho fatto in modo di averlo nella mia squadra. Prima per una storia dell’albo antologico Bloodbath, poi per sostituire Genzianella sulle pagine di The Noise. Con lui mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda e spero che riusciremo a realizzare anche molto altro, oltre The Noise. Non sta a me giudicare la qualità del nostro lavoro in coppia – o almeno, giudico la sua parte a dir poco incredibile! – ma mi piace pensare che se fossimo su un altro mercato potremmo ambire a essere un team richiesto anche su testate differenti.
  • FdA _ Sin dal Numero 0 ci hai deliziato con una estetica splatterpunk che non vedevamo da tempo: la scena dei neonati sfracellati al muro negli anni ’90 avrebbe sollevato un bel polverone! Mi è sembrato quasi che tu volessi dare un segnale a chi in campo horror è rimasto ai vampiri e ai licantropi, sbaglio?
    • PG – Diciamo che ho scelto The Noise e non un’altra storia come mio esordio nel mondo del fumetto anche perché la vicenda poi narrata nel Numero Zero era perfetto come punto di partenza. Sì, mi piace pensare di avere dato una secchiata di acqua ghiacciata in faccia a quelli di cui parlavo prima: rispetto le radici del nostro genere e occasionalmente penso si possa offrire un adeguato omaggio, ma ormai anche il cinema e la letteratura anni ’70, ’80 e ’90 hanno acquisito una loro dignità e una loro importanza storica. È per colpa di chi ignora questa verità se nel nostro paese siamo rimasti indietro, se fatichiamo a immaginare storie che non siano legate a una tradizione di cent’anni o più. O meglio, certe storie più estreme vengono “accettate” solo se proposte al cinema… ma perché? Perché nei film possiamo andare avanti e nella letteratura e nel fumetto dobbiamo incancrenirci sulle solite coordinate? E dire che abbiamo avuto una grande scuola anche qui da noi: Argento, Fulci, Soavi, Bava e una realtà importantissima come il primo Dylan Dog e tutto il magma di pubblicazioni che proliferavano nelle nostre edicole all’epoca. Sclavi dovrebbe essere insegnato nelle scuole!
  • FdA - Il tuo fumetto ha due anime: una “indie”, cioè l’edizione delle fiere del fumetto e quella da edicola con la Cosmo. Ti va di raccontare come è scoccata la scintilla tra questa casa editrice e The Noise?
    • PG – Come dicevo, è stato l’intervento di una persona “lungimirante” a stabilire il contatto e da quel punto in poi è andato tutto bene. Alla fine si è trattato di fare un po’ più in grande esattamente ciò che di solito faccio da solo, autoproducendo il fumetto. Nessuna pressione, nessun dubbio sul mostrare o no, nessuna forma di censura. Sarò un ingenuo, ma a volte basta crederci e proporre una storia buona: se viene percepita carica di un certo potenziale, anche gli altri la vedranno per quella che è, una storia, appunto. E ti assicuro che si può arrivare a far leggere storie anche molto estreme a persone insospettabili: quando una signora di mezza età compra un mio libro e comincia a seguirmi, per me è un bellissimo segnale. Lo stesso vale per un ragazzino, che magari conosce l’horror solo attraverso i videogiochi o le serie tv. Bisogna stabilire un contatto e alla fine tutto si riduce alla necessità che le persone hanno di sentirsi raccontare una storia: se la storia piace, si può anche superare l’ostacolo rappresentato dal media utilizzato. Si può portare anche un lettore poco attivo a decidere di recuperare tutti i tuoi libri. Per esempio, sono felice quando un lettore di fumetti “duro e puro” sceglie di provare un mio romanzo: lo vedo la volta successiva e mi dice che non pensava di potere leggere un libro in due giorni. È bello e penso faccia bene allo spirito delle persone, anche se la storia parla di sangue e orrore.
  • FdA - Sei principalmente uno scrittore di romanzi e racconti: hai avuto difficoltà a sceneggiare un fumetto?
    • PG – No, per niente. In vita mia ho letto sicuramente più fumetti che romanzi, quindi è tutto naturale, per me. Leggo fumetti da sempre, a migliaia… Come dico spesso la mia formazione è quella cui accennavo prima: fumetti, romanzi, cinema e musica, in egual misura, e quello che scrivo emerge da questo calderone. Certo, poi bisogna studiare alcuni aspetti tecnici della sceneggiatura e sono certo che non finirò mai di imparare, ma in fondo si tratta di scrivere per una sola persona e non per tante: devo dialogare col disegnatore e risultare chiaro con lui. Quello che mi secca è dovere rivelare a lui particolari della storia che mi piacerebbe nascondergli come faccio col lettore “normale”! Per il resto posso dire di avere letto talmente tanti fumetti da potere ragionare per immagini senza grossi sforzi. E poi mi sono diplomato al liceo artistico, qualche base la conosco, per fortuna.
  • FdA - Oggi gli editori raramente puntano su una serie non divisa in stagioni o che abbia un numero predefinito di episodi: non è il caso di The Noise… ma cosa puoi dire ai lettori che ti chiedono se un giorno ci sarà una conclusione?
    • PG – Anche in questo ritengo che una storia di qualità debba godere dei giusti ritmi, senza subire grandi pressioni. Quante volte leggiamo storie dal grande potenziale costrette in poche pagine o al contrario vicende allungate solo per raggiungere una certa foliazione? The Noise può essere concepito come una prima, lunga stagione, già scritta per intero, nella quale saranno piantati i semi della seconda, ancora da mettere per iscritto. Poi ci sono tantissime storie parallele che possono essere raccontate, un po’ come succede in serie americane come Crossed. Di certo procrastinerò il più possibile la rivelazione legata all’origine del Rumore, perché temo che dopo quella qualsiasi narrazione risulterebbe molto meno interessante.
  • FdA - Una caratteristica che ti contraddistingue rispetto a molti altri che promuovono i loro prodotti solo dietro a uno schermo è che tu giri fiere fumettistiche in lungo e largo: credo sia un bel tour de force… come fai a scrivere e curare allo stesso tempo una promozione così “fisica”?
    • PG – In linea di massima scrivo durante la settimana e partecipo a eventi nei weekend. Poi a volte ho periodi molto intensi durante i quali riesco a scrivere fumetti e racconti – perché richiedono meno tempo – e impiego i momenti più tranquilli per occuparmi dei romanzi. Comunque negli anni ho raccolto tanto di quel materiale da potere vivere “di rendita” per un po’. Al momento sto pubblicando romanzi scritti tre o quattro anni fa, tanto per intenderci… Sono anche curioso di sapere come saranno accolte alcune mie storie un po’ differenti, più legate a scrittori quali Joe Lansdale, che non ho ancora avuto la possibilità di proporre. Comunque ritengo che sia fondamentale partecipare a eventi, farsi vedere, parlare con i lettori. Ormai la rete è un caos di stimoli tutti identici a se stessi, una continua sfilata di gente che propone libri in digitale e fumetti ancora acerbi. Bisogna sapere aspettare e solo quando si ha accumulato un po’ di esperienza cercare di offrire qualcosa di personale e diverso. Io ci metto la faccia e grazie a questo approccio mi sono creato una base solida di lettori. Per me sono importantissimi e in rispetto del tempo che mi dedicano e del denaro che investono cerco di proporre sempre il mio meglio. L’alternativa quale sarebbe? Restare davanti al monitor a lamentarmi della situazione? In Italia non si legge più? Può essere, allora facilito l’approccio e sono io ad andare a “casa” della gente e proporre il mio lavoro. Cosa pensano, questi guerrieri della tastiera? Di rimanersene nella propria cameretta, scrivere il libro della vita e diventare ricchi e famosi? La situazione in Italia fa schifo? Vogliamo continuare a lamentarci o fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose? Il mio modo per provarci è farmi vedere in giro, stabilire un contatto, scendere dal trono e fare l’autista, il facchino e il commesso di me stesso. In quanti sono pronti a sacrificare ogni fine settimana per recarsi a eventi a volte persino male organizzati e con poco afflusso di pubblico solo per inseguire il proprio sogno? A volte è frustrante e sempre faticoso, ma penso ne valga la pena. E poi bisogna imparare a utilizzare i mezzi digitali nelle giuste misure, bisogna tornare a vivere la vita in maniera più fisica, più concreta. Guardare qualcuno negli occhi e raccontare cosa faccio è ben diverso dallo scrivere due righe e farle girare su facebook sperando nel miracolo.
  • FdA - Come ultima domanda voglio farmi portavoce di ogni aspirante fumettista o sceneggiatore: tu cosa consiglieresti a un esordiente che voglia realizzare un fumetto horror splatter qui in Italia?
  • PG – Eh eh, bella domanda. Ti assicuro, non mi sento così esperto da potere elargire consigli. Di certo posso darti un mio parere, basato sull’esperienza, ma soprattutto sul mio approccio personale. Quello che vedo in giro, agli eventi, è questo: l’aspirante sceneggiatore vaga con occhio vigile e non appena può punta l’editore o l’autore “famoso”, lo approccia e comincia a parlargli, a vendersi. Insomma, a leccare il culo. Magari questo stesso aspirante sceneggiatore è presente con la sua produzione e mentre il disegnatore è al banco a realizzare sketch su sketch, il nostro continua a praticare la sua strategia per fare carriera. Sinceramente, non so perché dovrei comprare il fumetto o il libro di qualcuno che preferisce andare a farsi un giro invece di restare allo stand a vendere il suo lavoro. Invece ci investire ore e ore cercando di conoscere la persona giusta, ritengo sia meglio scrivere quando ci si trova a casa e parlare coi lettori quando si partecipa a una fiera. Ti dico, in passato ho provato ad approcciare dei professionisti, ma alla fine ho deciso che dovesse essere il mio lavoro a parlare per me. Risultato? Non conosco praticamente alcun curatore di testata, ma decine e decine di lettori. Io sono lì per loro, non per inseguire gente che magari si dimostra pure poco disponibile. Quindi penso che chi scrive debba passare anni e anni a esercitarsi e migliorare, per poi proporre il proprio lavoro solo una volta giunto a una buona base di maturità. E poi, sia che pubblichi per editore sia che si autoproduca, sbattersi, farsi vedere in giro, promuoversi, ancora e ancora. E quando si tratta di scrivere, bisogna farlo per se stessi, non perché si insegue la tendenza attuale del mercato, non perché si spera di essere pubblicati. Bisogna scrivere senza porsi alcun limite, senza preoccuparsi di cosa possa pensare il lettore, il potenziale editore, la mamma o chissà chi. È sempre meglio prendersi del pazzo o del maniaco a causa di ciò che si scrive, piuttosto che ritrovarsi frustrati per il successo di qualcun altro a sputare veleno da una tastiera, tentando di rendersi più credibili denigrando il lavoro altrui. E poi bisogna divertirsi, quando si scrive, mentre vedo tanta gente che non riesce a lasciarsi andare, tutti impegnati a rispettare mille regole, a non uscire dal seminato. Nella vita è meglio compiere un errore guidato dalla passione e condannato dall’imperfezione, che omologarsi all’inseguimento di un “bravo” con conseguente pacchetta sulla spalla. Soprattutto se si decide di affrontare generi come l’horror, dove i confini e le regole portano solo alla sterilità. Scrivete quando state bene e quando state male, fatelo con amore ma con l’approccio di un artigiano, cercando di farlo ogni giorno, con regolarità, non restandosene seduti in attesa dell’ispirazione. Create di continuo, azzardate e accompagnate i vostri personaggi e scoprite con loro cosa accadrà, anche quando siete i primi a non averne idea. Il peggio che possa accadere? È fallire, ma poi ci si rimbocca le maniche e si ritenta. Sempre meglio che restare fermi ai blocchi di partenza, no?

Ringrazio ancora Pietro che ci ha deliziato con un’intervista destinata a fare “rumore” e ne approfitto di nuovo per darvi un consiglio: che sia la versione indie o la versione da edicola, fatevi coinvolgere da The Noise, perché è una delle letture horror migliori degli ultimi anni!

gandolfi

Magazine

Sulle orme di Magnus: intervista a Gabriele Bernabei (saggista e promotore del Magnus Day)

04-10-2017 Hits:794 Autori e Anteprime Redazione

  di Giorgio Borroni. Nell’era di internet l’esperienza del fumetto si può vivere in tanti modi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Uno può essere un semplice lettore, un collezionista che con un semplice click può procurarsi più facilmente di una volta ciò che cerca, il professionista della tavola disegnata o sceneggiata...

Leggi tutto

Intervista ad Alessio Riolo, organizzatore di Palermo Comicon

21-09-2017 Hits:1070 Reportage Redazione

  Di Alessandro Bottero Palermo Comicon è arrivato alla terza edizione, e quest’anno si presenta particolarmente interessante. Prima di immergerci nella kermesse ecco quattro chiacchiere con il direttore/organizzatore/imperatore Alessio Riolo, che insiste & persiste nel promuovere il fumetto nell’antica terra di Trinacria.  Tra un’arancina e una cassata ecco la saggezza delle sue...

Leggi tutto

Analogie kafkiane tra Egon Schiele e Angelo Stano

12-09-2017 Hits:1355 Critica d'Autore Redazione

    Le atmosfere gotiche nell’opprimente angoscia di un comune tratto artistico di Roberto Scaglione   Forse non aveva tanto torto Hugo Pratt a definire il fumetto quale “letteratura disegnata”, con un chiaro omaggio autoreferenziale alle proprie indelebili opere ed in particolare alla più rilevante, quel Corto Maltese che lo rese celebre come uno dei...

Leggi tutto

Monolith - il film: Recensione e Analisi

21-08-2017 Hits:2478 Critica d'Autore Lorenzo Barruscotto

di Lorenzo Barruscotto (contiene – forse - spoiler) Il nostro Lorenzo Barruscotto, titolare della seguitissima rubrica Osservatorio Tex, recensisce Monolith, il film coprodotto da Sky che vede l'esordio alla produzione cinematografica di Sergio Bonelli Editore.Il fim, distribuito in 200 sale, dal 12 agosto, giorno della prima, al 20 agosto ha incassato 265.808...

Leggi tutto

Masters of the Universe: storia di un cult - Parte #04

07-08-2017 Hits:2323 Off Topic Davide Mosciaro

di Davide Mosciaro (QUI trovate le altre puntate) Tanto fu il successo da parte dei MOTU - che ricordiamolo sempre, è l’acronimo di Masters of the Universe -, che addirittura vennero suddivise in  ben 4 schiere di guerrieri. Una votata al bene, le altre tre votate al male: gli eroi di Eternia;...

Leggi tutto

Intervista ad Andrea Manfredini, nuovo Direttore Editoriale di Cagliostro E-Press

01-08-2017 Hits:2665 Autori e Anteprime Redazione

Di Giorgio Borroni Di recente alla Cagliostro E-Press c’è stato un cambio di ruoli nella direzione editoriale e la patata bollente è passata ad Andrea Manfredini, già creatore del super eroe sopra le righe Lo Scarafaggio e al timone della serie fantascientifica "Incrociatore Stellare E. Salgari".Oggi abbiamo il piacere di torchiare...

Leggi tutto

Masters of the Universe: storia di un cult - Parte #03

26-07-2017 Hits:2672 Off Topic Davide Mosciaro

di Davide Mosciaro (QUI trovate le altre puntate) Il cartone animato di He-Man è composto da due serie di 65 episodi ciascuna (per un totale di 130 episodi e ne era prevista pure una terza serie, che però non fece in tempo mai a vedere la luce in quanto i giocattoli non...

Leggi tutto