Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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Daltanious

di Tiziano Caliendo.

Lo scenario post-apocalittico è, da sempre, un topos importante nell’immaginario giapponese. Basti pensare a Violence Jack (1973), l’opera seminale del maestro Go Nagai, capace di anticipare di almeno otto anni il fulcro estetico e concettuale della trilogia milleriana di Mad Max, ossia il film Interceptor – Il Guerriero della Strada. Violence Jack sottolinea, in maniera neanche del tutto velata, la compulsione che spinge i giapponesi ad appassionarsi a questo tipo di narrativa fantascientifica: la distruzione reale e tangibile causata dai frequenti terremoti e dalle perturbazioni sismiche che interessano il territorio nipponico quale metafora reale e concreta del germe storico dei ricordi post-atomici (indelebili) di Hiroshima e Nagasaki. In pratica, presente e passato intrecciati assieme in una danza di morte; un incastro che lascia “sgorgare fuori” il meglio e il peggio dell’essere umano, senza più filtri o compromessi.

Tale scenario è il paesaggio inusuale in cui si muove uno dei colossi d’acciaio maggiormente amati dagli italiani: Daltanias, da noi prontamente convertito nello scorrevole Daltanious.

Ancorché la realtà post-olocausto proposta nella serie sia un pretesto per poter dipingere un particolare gruppo di disadattati (Kento & friends), svincolandolo dalle azioni quotidiane che i telespettatori compiono nella propria vita, Mirai Robot Daltanias (1979) riesce in qualche modo a trasmettere anche il senso opprimente di desolazione sociale instauratosi dopo una tra le più atipiche delle invasioni aliene della fiction – un’invasione che non ha portato a nessun tipo di integrazione tra le razze, ma solo all’annichilimento gratuito del pianeta Terra e al successivo abbandono da parte della razza interstellare dominante. Difatti, sul devastato globo terrestre, permane come unica traccia “culturale” indissolubile del passaggio dell’armata Akron soltanto un nugolo di automi giganteschi posti a guardia del nuovo avamposto planetare.

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Omaggio di Massimiliano Gissi a Daltanious, appositamente realizzato per questo articolo

Macerie, abbandono ed una funesta era post-moderna a cui sopravvivere, ma anche divertimento e comicità. La dimensione survivalist di Daltanias e i suoi personaggi principali sono innegabilmente calati in una verve da film fagioli western di Terence Hill e Bud Spencer, dove i protagonisti si barcamenano tra varie difficoltà con irresistibile sgangheratezza, allegria e buoni sentimenti. Un contrasto nitido tra chiaro e scuro che sulla carta rischierebbe di diminuire il valore dell’opera ma che, anzi, nel caso di Daltanias, finisce per infondere nelle avventure di Kento una dose di memorabilità ed una cifra distintiva che eleva piuttosto che detrarre. Il gioco dei contrasti che si annodano tra di loro in maniera stranamente plausibile non finisce qui. Kento Tate, il nostro filo conduttore, è un improbabile principe semi-extraterrestre, figlio di una terrestre umile e proletaria ed un nobile (e avvenente) principe del pianeta Helios. In sostanza, la serie punta coraggiosamente il suo occhio di bue su una figura indolente, immatura e selvaggia, il cui spessore intellettuale è decisamente sottile e fragile, e il cui temperamento è senza alcun dubbio agli antipodi dell’eroe esperto, riflessivo e prudente a cui molti titoli avevano abituato il pubblico solo qualche anno prima. Eppure, sono proprio la passionalità prorompente, la genuinità selvatica e l’energia “scoppiettante” a rendere Kento un agente del cambiamento oltremodo significativo. Kento rifiuta il suo retaggio intergalattico ed il suo sangue blu, lui sente di appartenere alla Terra e ad una vita umile o perlomeno umana. L’idea del campione che ripudia il proprio lignaggio dinastico per abbracciare i bisogni, le esigenze e le prospettive dei deboli ed umili è un archetipo fondamentale che affonda le sue radici nell’epica classica e nello storytelling cavalleresco. A conti fatti, Kento rappresenta persino un modello sovversivo, perché racchiude in sé un forte messaggio di rifiuto delle convenzioni di una classe sociale elevata a beneficio dei diseredati e di quelli che non hanno voce: vale a dire il volgo. Il finale dell’anime rafforzerà quest’impetuosa propensione a combattere per e con il popolo, visivamente sottolineata dal Daltanious ormai “consegnato” a tempo indeterminato a Kento e al suo manipolo di compagni.

I giovani amici del pilota sono a metà strada tra una punk band inglese ed una gang di ladruncoli newyorkesi, ma tutti dotati di grande cuore e straordinari slanci emotivi. I “Wild Boys” di Daltanias sono innegabilmente il perno su cui il corso degli eventi ruota con maestria, sbilanciandosi di volta in volta tra dramma e leggerezza, intreccio e frivolezza.

Un parallelismo curioso da notare è che la scalcagnata squadra di Kento e alcune atmosfere delle sue vicende presentano gradevoli reminiscenze di Tentō mushi no uta (1974), in Italia Coccinella. Il Kodomo della Tatsunoko deve aver, a livello conscio o inconscio che sia, influenzato gli autori di Daltanias, al punto che essi hanno iniettato nell’opera robotica alcuni dei suoi input accattivanti e divertenti. L’ascendente di Kento, invece, lo si può riscontrare in un suo illustre “doppelgänger”, il principe Mito della serie Saikyō Robo Daiōja (1981), specialmente dal punto di vista estetico.

Il secondo aspetto che rende l’anime decisamente rilevante per il periodo in cui esordisce è lo splendido mecha. Il Daltanious si accoda a Daiapolon/Diapolon (1976) per quanto concerne unicità e rottura degli stilemi estetici classici, risultando quasi “groundbreaking” quanto il robot giocatore di football. A tal proposito, mentre la maggior parte dei super robots continuava a destreggiarsi tra fisiologie in parte mutuate dalle creazioni di Nagai (Gaiking, Gakeen/Gackeen, Combattler e Voltes/Vultus V) e ponderose eredità storiche del Giappone feudale e dei samurai (Zambot 3, Daitarn 3, Daikengo, Baldios, Daiōja, Goshogun/Gotriniton), il Daiapolon aveva avuto l’ardore di ricalcare un’immagine sportiva americana con acume e spirito di straordinaria rielaborazione, sfociando in un design longilineo e al contempo possente.

Il Daltanious, dal suo canto, pesca nel bagaglio delle figure storiche, scegliendo quella impensabile e, all’apparenza, meno adattabile per un super robot di 56 metri: il moschettiere francese (1622-1816 D.C). Come il suo stesso nome giapponese suggerisce, l’ispirazione predominante di Daltanias è appunto Charles d’Artagnan, la creatura immortale di Alexandre Dumas, comunque basata su un militare realmente esistito nel diciassettesimo secolo. I colori “europei” del robot, il logo della croce (accostabile a quello dell’ordine dei Templari), il capo e le corna di Antares/Daltanious, le spalle e alcuni dettagli strutturali (bicipiti e cintura) sono inequivocabili. L’idea del modulo animale centrale è invece riconducibile, con i dovuti distinguo, a Gaiking (1976), e successivamente sarà ripresa da Dancougar (1985) e GaoGaiGar (1997). Del resto, anche l’anima guascona e l’agilità fisica di Kento Tate sono ovviamente un richiamo alle caratteristiche più spiccate del famoso “quarto moschettiere”, così come la presenza rimarchevole di Kalinga (la “Tigre dello Spazio”) in molti modi sembra accostabile al chiassoso e forzuto Porthos.

Gli scontri con i mostri nemici degli Akron sono curati al millimetro, perfettamente costruiti, con un mecha design particolareggiato all’inverosimile, dinamico e brillante. Daltanias non perde mai colpi dal punto di vista dell’action, ma soprattutto non incespica mai nel tratto altalenante, abbozzato, sproporzionato o sguaiato a cui una parte delle serie robotiche coeve spesso e volentieri si lasciava andare. Anticipando il gusto maniacale della grafica degli anni ottanta, Daltanias si pone come un riferimento imprescindibile per il potenziale artistico visivo delle opere robotiche, dispiegando senza indugio e senza cedimenti la bravura dei suoi mecha/character designers. La fluidità della narrazione, sempre avvincente, non viene per nulla disturbata dalle gesta ipercinetiche del robot: piuttosto, ne risulta arricchita e avvalorata, in virtù del lavoro degli eccellenti registi.

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Beralios, il mastodontico leone cyborg, non è affatto uno sterile gimmick, al contrario della testa del Drago Spaziale in Daikū Maryū Gaiking. Esso è un vero e proprio “personaggio”, originario della Terra (precisamente Africa) e dotato di una natura senziente. Uno degli episodi più sorprendenti e profondi della serie, L’inganno (numero 24), è incentrato su Beralios - il suo background e le sue vicissitudini (interiori ed esteriori) - e ne tratteggia un profilo significativo e unico.

Siamo giunti dunque al terzo cardine. In sostanza, Daltanias è innanzitutto un’ottima storia di fantascienza, e come tale non può trincerarsi dietro una singola tematica. Difatti, nella parte conclusiva, le sceneggiature introducono gradualmente il soggetto delicato e persino controverso della clonazione. Tuffandosi nelle inquietudini dell’antagonista e nell’ambiguità di una situazione complessa e spinosa: chi è il template biologico naturale? Chi è il clone? Chi è “vero” e chi è “falso”? Harlin o Kloppen? L’opera allunga la sua gittata con un colpo di coda improvviso e pone lo spettatore in uno stato di totale empatia con il nemico. In questa abbacinante stanza degli specchi, dove non riusciamo a distinguere il veritiero dal bugiardo e dove, ancora più importante, non riusciamo a scorgere il giusto dallo sbagliato, ci lasciamo avviluppare dalla trama di Daltanias, oramai trasformatasi da pura fonte di entertainment in un dibattito avventuroso sull’identità e sulla legittimità di un’identità. Con vere e proprie sfumature da feuilleton francese e la stessa intensità tragica di opere come Versailles no bara (1972) – benché nell’arco sintetico di pochi episodi – la terza sezione della serie ruota attorno a Kloppen, alla sua anima tormentata in cerca di giustizia e ai suoi dilemmi esistenziali pesanti come macigni e taglienti come lame. Il doppiaggio di Romano Malaspina, qui in perfetto stato di grazia, è essenziale per trasmettere lo struggimento psicologico di questo villain controverso.

Nel 1979, la problematica della clonazione è assolutamente impensabile, special modo per un’anime robotico mirato ad una fascia di pubblico ben precisa. Non a caso, l’opera si scaraventa su un termine (inesistente) addirittura più complicato, “Biodroide”, pur di non esacerbare eventuali polemiche etiche sulla soglia degli schermi televisivi. Daltanias supera le convenzioni dei seventies e fornisce un precedente incredibile e inappuntabile per la sci-fi imperniata sull’argomento.

Il fascino di questo dilemma si protrarrà nell’immaginario collettivo e darà vita ad un ciclo di tre anni (1994-1997) nell’epopea dello Spider-Man della Marvel, la cosiddetta Saga del Clone, che inequivocabilmente conserverà delle similitudini con la vicenda angosciosa di Ormen e Kloppen.

Ebbene, in ultima istanza, la decaduta dell’impero di Helios e la creazione degli Akron è riconducibile alla mancanza di empatia degli stessi regnanti di Helios, alla loro manifesta incapacità di distinguere i Biodroidi quali esseri umani in tutto e per tutto “legittimi” e pertanto meritevoli di un trattamento dignitoso e perfino esclusivo. In questo senso, è proprio Kento l’emblema della necessità di un rinascimento che possa riproporre Helios quale baluardo e centro di un rinnovato sistema galattico. Kento è necessità e impulso, faro nella notte, ma non fautore materiale di questa rigenerazione: lui appartiene ed apparterrà per sempre alla Terra, ultimo epigono di una lunga schiera di condottieri improvvisati.

Al di là delle disquisizioni filologiche sull’opera, molte saranno le iconografie di Mirai Robot Daltanias che resteranno impresse nella mente e nel cuore degli appassionati. Il ruggito e la maestosità brutale del grande Beralios; la sequenza di trasformazione dei tre componenti nel regale, micidiale ed efficiente Daltanious; la spada infuocata e la croce risolutiva che permette al gigante di distruggere le creature nemiche. E se chiudiamo gli occhi, possiamo tranquillamente sentire il rombo del nostro titanico moschettiere che vola al di sopra di una Terra in via di ricostruzione, desiderosa di accogliere lo splendore di una nuova epoca.

 

Tiziano Caliendo: Classe 1977. Scrittore di fantascienza, blogger cinematografico, musicista e addetto ai lavori/manager nel campo musicale, impegnato nella fase di pre-produzione di un ciclo di novelle imperniate su un super-robot di sua invenzione: Quantaldian.

 

 

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