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Goodbye Bukowski: tutto Buk vignetta per vignetta

goodbye-bukowski di Giuseppe Pollicelli*

Chi si sente portato per il racconto, a maggior ragione se ha una qualche dimestichezza con il disegno, sceglie sempre più spesso di esprimersi attraverso il fumetto. Una tendenza destinata a rafforzarsi, poiché la compresenza di parole e immagini, tipica del linguaggio fumettistico, rappresenta un compromesso gradito, e funzionale, per chi si è nutrito di narrazioni (film, cartoons, serie tv, videogiochi) in cui è centrale l’elemento visivo. Proliferano quindi i fumetti firmati da autori giovani: opere non soltanto interessanti per le tematiche trattate ma, in molti casi, notevolmente mature da un punto di vista formale. Una delle case editrici italiane più attente alle novità fumettistiche è la Coconino Press, tra le cui ultime proposte spicca l’esordio assoluto, in ambito professionistico, di un ventisettenne di Ravenna, Flavio Montelli, cimentatosi con una biografia di Charles Bukowski che ricostruisce alcuni momenti della vita privata dello scrittore americano (Goodbye Bukowski, pp. 156, euro 16). Montelli, che pure - come vedremo - di Bukowski è un cultore, sa mantenere un tono distaccato, senza adesioni o compiacimenti, e sfodera un segno già personale benché ancora in formazione. Un segno per il quale, sia detto a merito di Montelli, è difficile individuare ascendenze palesi, se non forse - alla lontana - l’Andrea Pazienza di certe crude storie metropolitane di fine anni Ottanta realizzate con il solo pennarello nero.

La scoperta di Bukowski avviene per Montelli quando quest’ultimo ha solamente dieci anni. Una sua cugina gli porta in casa una copia di “Storie di ordinaria follia”, celebre raccolta di racconti semiautobiografici la cui lettura costituirà per Flavio - che all’epoca si dibatteva malvolentieri, per obblighi scolastici, con il “Cuore” di Edmondo De Amicis - la classica folgorazione capace di cambiare, se non proprio un’intera esistenza, almeno la visione che uno ha dell’esistenza. Da quel momento lo scrittore statunitense (che però era nato in Germania, nel 1920, e aveva origini tedesche e polacche) diventa per Montelli una presenza irrinunciabile, una sorta di faro della cui luce non si può fare a meno. L’intera produzione narrativa di Bukowski viene progressivamente divorata: sia i testi in prosa sia quelli in poesia vengono letti e riletti sino alla consunzione, finché a un certo punto, fatalmente, questo totalizzante rapporto intellettuale, questa precocissima e particolare affinità elettiva con la poetica di un artista, comincia a richiedere nuovi sbocchi. Montelli, divenuto nel frattempo un fumettista, decide allora, per garantire ulteriore alimento alla sua passione, di fare di Bukowski il protagonista del suo primo lavoro importante. A ispirarlo, dicevamo, non è stata l’immagine pubblica di Bukowski, quella dello scrittore costantemente attaccato alla bottiglia, attorno a cui si è costruita nel corso degli anni una robusta e in parte fasulla mitologia. Flavio ha fatto anzi il possibile per tener fuori dal suo graphic novel Henry Chinaski - che di Bukowski è il ricorrente alter ego romanzesco - e illuminare il Bukowski uomo. Per portare a compimento quest’operazione, non facile e sicuramente onesta, Montelli ha basato gran parte delle sue ricerche sull’epistolario bukowskiano, costituito per lo più dalle missive che lo scrittore inviava alle proprie donne. Nello studiare queste lettere, Montelli ha più volte confrontato alcuni degli episodi in esse riferiti con altri, simili, che Bukowski ha inserito nei suoi romanzi, riuscendo in tal modo a capire dove finisse la realtà e iniziasse la rielaborazione del romanziere. Un lavoro anche filologico, in un certo senso, come ben dimostrano alcuni particolari che potrebbero risultare inediti anche per quegli estimatori di Bukowski che di solito non leggono fumetti. Montelli, per esempio, evita di menzionare i due scrittori che vengono regolarmente citati quali modelli di Bukowski, cioè Ernest Hemingway e John Fante, e ci fa invece vedere Charles intento nella lettura di “Winesburg, Ohio”, raccolta di novelle dello statunitense Sherwood Anderson, considerato un maestro del racconto breve nonché uno dei principali riferimenti letterari dello stesso Hemingway. Analogamente, Montelli ha ritratto (addirittura in copertina) un Bukowski che tiene fra le mani - mentre alle sue spalle si svolge una chiassosa festa a cui appare del tutto disinteressato - “The Heart is a Lonely Hunter”, intenso romanzo giovanile (ambientato nel profondo Sud degli Usa) della scrittrice Carson McCullers, altro esponente del ristrettissimo pantheon bukowskiano. Una parte del libro, infine, mostra l’amore tenero e totale di Bukowski nei confronti della figlia Marina, all’epoca (anni Settanta) ancora bimba, con la quale si comporta, quando ha occasione di vederla, come il più irreprensibile e premuroso dei padri. “Goodbye Bukowski”, insomma, ci ricorda una cosa fondamentale: l’eccezionalità dei grandi scrittori sta quasi sempre nelle loro pagine, molto meno spesso nella loro vita.

*Articolo pubblicato su “Libero” del 28 giugno 2012. Per gentile concessione dell'autore.

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