di Giorgio Messina
La serie animata di Mazinga Zeta segna, nel 1972, la definitiva evoluzione dell’animazione giapponese che passa definitivamente da una tipologia produttiva di tipo artigianale a una di tipo industriale. Questo balzo fu dovuto al fatto che la Toei Doga, pionieristica casa produttrice dell’opera di Go Nagai, comprese che il successo di una serie non era più ascrivibile e correlabile soltanto ai risultati dello share televisivo, ma si doveva necessariamente mettere a frutto commercialmente i contatti sul piccolo schermo creando attorno ad una serie di anime quel fenomeno che la critica moderna ha definito “commercial crossmedia”. Mazinga diventò così un manga, che usciva contemporaneamente agli episodi televisivi (nel paese del sol levante all’epoca la frequenza della messa in onda delle serie era settimanale come l’uscita delle riviste a fumetti). Un manga che però si discostava anche abbastanza dalla serie TV, affrontando con maggiore tragicità e ironia alcuni temi che nella serie erano molto più edulcorati dalle esigenze di produzione. Mazinga diventò una serie di gadget e giocattoli che ebbero un successo di vendite al di là di qualunque ricerca di mercato dell’epoca avesse potuto suggerire. In poche parole diventò un fenomeno di massa, che travalicò il semplice concetto di “cult”, diventando un fenomeno che si è perpetrato sino a oggi attraverso le generazioni, le Mazinsaga, le Gettersaga e tutte le varie riletture che Go Nagai ha fatto nel corso di questi (quasi) quaranta anni. Inutile dire che Mazinga fu l’ariete che sfondò il limite dell’artigianato traghettando un intero settore in una dimensione industriale di carattere internazionale che è ancora oggi leader mondiale dell’animazione. Epigoni, più o meno riusciti, furono inquadrati, se non addirittura progettati alla radice, per sfruttare il concetto di “commercial crossmedia”. Molte serie TV di successo, robotiche o di qualsiasi altro genere, non videro la luce, come spesso si pensa, sulle riviste settimanali di fumetti, ma nacquero invece direttamente negli studi di produzione. Una formula di produzione dell’ “entertainment”, quella giapponese, che è un sinonimo di successo ancora oggi. E con la Disney che acquista la Marvel sembra di assistere ad una mossa ben studiata per fronteggiare l’affacciarsi dei colossi giapponesi del fumetto e dell’animazione oltreoceano, andando a fronteggiarli sulla stessa strategia di produzione, diffusione e profitto. In Europa invece che succede? Nella perfetta Francia e nella utopica Spagna i fumetti diventano sempre più spesso oggetto di interesse da parte delle case di produzione cinematografica e dell’animazione. E in Italia? Esclusa la Rainbow che fa corsa da sola, non sembra si muova granchè da questo punto di vista. Mentre negli USA, anche fumetti realizzati da case indipendenti come The Surrogates di Robert Venditti della TopShelf vengono selezionati per diventare dei blockbuster, qui, nella terra del tricolore, il fumetto, almeno al momento sembra essere ignorato dai produttori. Guardando i palinsesti televisivi, o la programmazione nelle sale cinematografiche, viene il sospetto che si potrebbe attingere da un certo tipo di produzione a fumetti che per ora ha un buon riscontro di pubblico. Le “docufiction”, quelle per intenderci in stile Beccogiallo, potrebbero essere fonte di ispirazione per produttori e sceneggiatori. Nella produzione dell’editore padovano specializzato in cronaca e giornalismo a fumetti, La Grande Guerra di Alessandro Di Virgilio e Davide Pascutti, si presta bene a portare la Prima Guerra Mondiale sul grande schermo. L’intreccio e i tempi sono già pronti per una trasposizione funzionale che entrerebbe nelle corde dello spettatore con semplicità e dovizia storica. La Dottrina di Bilotta e Di Giandomenico, sarebbe un ottima mineserie TV, ricalcando la formula dello sceneggiato RAI anni ’60/’70, ma con un gusto moderno della trasposizione e con maggiori possibilità di utilizzo e resa degli effetti speciali. Stessa prospettiva per “Le Avventure di Giulio Maraviglia”, sempre degli stessi due autori. Nella categoria serial TV in stile americano si potrebbe collocare benissimo una serie come The Bodysnatchers di Pako e Marco C, edito da GGStudio. Magari miniserie della Bonelli come Caravan o Volto Nascosto, se portati sul piccolo schermo potrebbero diventare dei successi in stile Lost. Magari. Per quanto riguarda la possibile trasposizione in serie animate si prestano bene Omar Moss di Paco Desiato e Viaggio a Occidente di Gianluca Maconi, entrambi pubblicati da Lavieri. Immaginate un negozio in Giappone dove l’action figure di Goku in vendita è quella ispirata al personaggio interpretato da Maconi. Siamo alla terza stagione del serial animato. Tutti i giovedì alle 21.30 su MTV. Immaginate. Sarebbe lo Spaghetti Commercial Crossmedia.