- Categoria: Critica d'Autore
- Scritto da Roberto Alfatti Appetiti
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"1975 Un delitto emiliano". La meglio gioventù (o la peggio?) a fumetti
di Roberto Alfatti-Appetiti*
Due ragazzi: quello con i Ray Ban e una copia del Secolo d’Italia ben visibile nella tasca del cappotto nero ha tra le mani un accendino con cui sta facendo accendere una sigaretta al coetaneo in Montgomery bianco. Look a parte, per il resto sembrano molto simili, anzi: a ben guardare sono la stessa persona. Si chiama Adelchi Chiesa. Alter ego di carta e inchiostro di Alceste Campanile, il ventiduenne militante politico ucciso nella natia Reggio Emilia – in circostanze che definire misteriose è un eufemismo – il 12 giugno 1975, più di un quarto di secolo fa.
«Li chiamo anni piombo anche io – sottolinea il cantautore bolognese – ma non è corretto liquidarli così. C’era una grande energia sia da una parte che dall’altra, una forte mobilitazione delle coscienze, che ti faceva vivere e sperare, al di là dei grandi sbagli che pure si facevano, una naturale predisposizione a valutare le cose attraverso il sociale». Anni in cui la militanza politica giovanile aveva un minimo comune denominatore: la generosità. «Oggi sembra che non ci sia più alcun tipo di mobilitazione spontanea, solo quella indotta. C’è quello che chiama la gente ai comizi o ti arriva la roba a casa».
«Questo fumetto – scrive nella postfazione Luca Telese – può aiutare a sfatare il grande equivoco su quegli anni. Non fu una lotta fra bene e male. Sono tutti (un po’) vittime e tutti (un po’) carnefici. Ma era uguale il sentimento che questi ragazzi misero nell’errore e nella speranza. Di tutti questi ragazzi, rossi o neri, che erano caduti sul campo, compreso Adelchi/Alceste, si era raccontato un altro stereotipo delirante: se sono morti ammazzati, in fondo, qualcosa devono avere pur fatto. Invece, era vero esattamente il contrario: i caduti della guerra non dichiarata, come in tutte le guerre non convenzionali, erano tendenzialmente i più giovani, i più indifesi, talvolta persino i più puri».
Chi moriva, «nella piccola macelleria della P38», erano quelli che non avevano nessuno alle spalle. Una crociata di fanciulli, per dirla con Ray Bradbury. Una guerra combattuta tra eserciti l’un contro l’altro armati, ognuno dei quali esibiva una divisa d’ordinanza in cui riconoscersi, caratterizzata da “abiti simbolo”: quelli di sinistra con l’eskimo di Guccini e quelli di destra, ad esempio, con i Ray Ban. Un capo d’abbigliamento, in quanto segno di appartenza, poteva risultare fatale. Telese ricorda l’assassinio di Stefano Cecchetti: «Ucciso l’11 gennaio del 1979 davanti al bar Donatone, di nuovo a Roma, solo perché porta ai piedi un paio di stivali Camperos». Stivali resi popolari da John Travolta, che li aveva calzati ne La Febbre del sabato sera, film culto del 1978 sprezzantemente considerato “fascista” dalla sinistra extraparlamentare. Di lì l’equazione “travoltini” uguale fascisti. Vagli a spiegare che Stefano aveva una sorella di sinistra e un padre della Cgil, e che quel giorno avrebbe potuto tranquillamente infilarsi un paio di Clark. E cosa dire della (mala)sorte di Mario Zicchieri detto “cremino”, militante missino freddato a soli diciassette anni mentre sta ciclostilando un volantino al Prenestino a Roma? L’obiettivo era un altro: Gigi d’Addio (segretario della sezione e teste del processo Mantakas), ma quel giorno non c’era. «E allora cosa fai? Dopo che hai rubato una macchina, un fucile a canne mozze, dopo che ha costituito il commando, che fai, non spari? No, spari».
«C’è stato un nucleo di vita che mi fa molto piacere venga ripreso in questa storia – scrive Dalla – riletto in un modo diverso e libero dagli slogan e dalle letture di parte». Magari proprio formidabili quegli anni non lo furono. Ma quel nucleo di vita sì, andrebbe alimentato.
*Questo articolo è stato pubblicato su Il Secolo d'Italia del 29 ottobre 2011 e on line è reperibile sul blog dell'autore.