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Zagor, compie cinquant'anni l'eroe che supera le stagioni della moda
di Roberto Alfatti Appetiti*
Ha cinquant’anni, praticamente un ragazzino. Facile a dirsi, oggi. Il problema, tuttavia, per chi taglia questo traguardo, è riuscire a tenere il passo. Di chi è giovane davvero. Pochi ci riescono. Lui senz’altro sì.
Nella palude che ha trasformato in una specie di agriturismo postmoderno, balza con naturalezza di liana in liana, manco fosse Tarzan. Non sa cosa siano giacca e cravatta e il suo look sembra quello di Vasco Rossi: stivale inverno / estate, jeans sfrangiato e t-shirt con impressa un’artigianale aquila nera. No logo, per dirla con Naomi Klein. Pur non essendo affatto vendoliano, coltiva l’adolescenziale velleità di combattere le ingiustizie. A cazzotti, a colpi di scure o, al più, a pistolettate: neanche un milionesimo delle dotazioni tecnologie dei moderni giustizieri televisivi. È un romantico, al punto di indignarsi ancora per il mancato rispetto dei diritti umani e della natura, anche quando tutto ciò si verifica Not In My Back Yard, fuori dal suo giardino, ovvero l’immaginaria foresta di Darkwood di cui è signore. Fautore della coesistenza fra culture diverse, si guarda bene dall’ostentare una bandiera arcobaleno o stringere alleanze improprie. Politicamente potremmo definirlo un terzista: non si schiera per partito preso ma, prima di picchiare, valuta situazione per situazione.
La Sergio Bonelli editore, per l’occasione e come da consolidata tradizione, festeggerà il “compleanno” con un albo tutto a colori – il n. 551, Lo scrigno di Manito, (n. 602 Zenith) – affidato a Moreno Burattini: classe 1962, di un anno più giovane di Zagor, è da oltre vent’anni sceneggiatore di punta della serie, di cui è anche curatore dal 2007. Non solo. A testimoniare la vitalità dello “Spirito con la scure”, un vero cult in Turchia, Serbia, Croazia, Brasile e chissà dove altro, è appena arrivato nelle nostre edicole il primo inedito albo gigante, Il castello nel cielo, la pubblicazione annuale che la casa editrice riserva solo ai personaggi in “salute”, quelli che, per intenderci, possono garantire un cospicuo numero di copie vendute. Gran parte degli eroi delle nuvole parlanti, infatti, ha mostrato qualche difficoltà a navigare nell’agitato mare magnum dell’offerta (bombardamento) di fiction e la maggior parte di loro è stata pensionata senza tanti complimenti. Al personaggio creato da Sergio Bonelli (con lo pseudonimo di Guido Nolitta, per non “confondersi” col padre Gian Luigi Bonelli) il compito, con pochi altri, di continuare a rappresentare l’avventura a fumetti anche nel nuovo millennio.
Alla sceneggiatura, dopo l’era nolittiana, si sono alternate le migliori penne della Bonelli. In ossequio alla continuity ma ognuna con il proprio stile di scrittura e una diversa vocazione di genere che ha fatto sì che – a differenza di Tex, “confinato” per lo più nell’ambientazione tradizionale western – ambienti e scenari, comprimari e situazioni, cambiassero continuamente, alternando realismo e fantascienza, drammaticità e umorismo. Senza mancare di incrociare la grande storia: dal passato remoto all’ucronia. Una miscela sempre imprevedibile in cui gli autori hanno riversato tutti gli ingredienti del racconto, pescando a piene mani dalle suggestioni filmiche e letterarie del secolo scorso. Se nelle storie scritte da Alfredo Castelli, papà di Martin Mystére, si riconoscono i temi “investigativi” che caratterizzeranno negli anni Ottanta il detective dell’Impossibile, nelle sceneggiature di Mauro Boselli come in quelle di Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog, sono le chiavi horror e fantasy a prevalere. Con l’inevitabile ispirazione al Signore degli anelli di Tolkien, come nell’avventura in cui Zagor e Cico si trovano, tramite un libro magico, nella terra di Golnor, impegnati a combattere contro il terribile Signore Nero insieme al guerriero Galad, al mago Elchin e al popolo Parvol, riferimenti espliciti al mondo tolkieniano. Tali contaminazioni, tutt’altro che improvvisate, rappresentano sin dall’inizio un chiaro indirizzo editoriale e hanno permesso a Zagor di superare indenne il susseguirsi delle mode, riuscendo a strizzare l’occhio alle nuove generazioni senza per questo tradire se stesso e contravvenire alle aspettative dei lettori storici.
Non c’è playstation, vincolo familiare o lavoro, del resto, che possa competere con il fascino dell’avventura, il richiamo della strada, la tentazione del viaggio. Anche solo con la fantasia, accompagnando Zagor nelle sue “camminate” in ogni angolo del pianeta: Messico, Arizona, Louisiana, Alaska, Florida, Scozia, Africa e, dai prossimi numeri, anche in Sud America. Luoghi che adesso è possibile visualizzare con immediatezza e ricchezza di particolari sul monitor di un qualsiasi computer ma fino a qualche tempo fa persino inimmaginabili, la cui conoscenza era affidata a disegni e vecchie fotografie nascoste in polverosi atlanti. Una cosa è certa, anche nell’epoca di Google, della multimedialità e dei social network, in cui il tutto e subito è (o sembra) a portata di click: l’irrazionale desiderio di evasione continua ad alimentare l’immaginario di ogni bambino, indipendentemente dall’età anagrafica. Che abbia dieci o cinquant’anni la “sete” di altrove è sempre forte.
L’auspicio, pertanto, è che Zagor – king of Darkwood, come titola un cd musicale a lui dedicato da Graziano Romani – continui a regnare sui nostri sogni per altri cinquant’anni con la forza evocativa del fumetto e, perché no!, anche della narrativa, considerata la fresca pubblicazione de Le mura di Jericho (Cartoon Club editore, pp. 96, € 12), il primo romanzo, scritto dall’instancabile Burattini e illustrato da Massimo Pesce, ad avere come protagonista proprio il leggendario Za-Gor-Te-Nay, il nome indiano (rigorosamente inventato) del nostro Zagor. Lunga vita alla letteratura, pertanto, anche a quella disegnata.







