Fumetto d'Autore

www.fumettodautore.com | Il Magazine della Nona Arte e dintorni | ISSN: 2037-6650 | Direttore: Alessandro Bottero

Sab11022012

Aggiornato alle:05:03:11

Recensioni

 

DON DRACULA

DON DRACULA Difficile definire un fumetto del genere. Questo perché tutto sta nella prospettiva da cui lo si vuole considerare. Intanto c’è da dire che l’autore l’ha disegnato intorno al 1979: capite che chi è abituato ai disegni di quest’ultimo decennio lo troverà graficamente povero, scarno e approssimativo. Intendiamoci, stiamo comunque parlando di un artista di fama mondiale (all’epoca è stato un pioniere nel disegnare personaggi e scene fuori dai canoni classici) ed è comprensibile che di più non poteva fare dato i mezzi tecnici che possedeva a quei tempi. Non da meno, al lettore che cerca serietà e drammaticità può risultare discutibile l’atmosfera goliardica e divertente dell’intera serie, mostrata oltre attraverso la storia anche dalle figure deformed, dalle posizioni innaturali e dai personaggi ridicoli. Le storie, pur avendo dei piccoli momenti drammatici e paurosi, sono straripanti di situazioni e gag comiche, soft quanto basta da mantenere l’atmosfera generale ad un livello di sana leggerezza e spensieratezza. Anche la trama è sulla stessa riga: innanzitutto il fumetto è diviso in tanti capitoli auto-conclusivi: non c’è un vero e proprio filone o continuity ma ogni storia può essere letta separatamente dalle altre. Merito dell’autore che ogni volta e in modi diversi presenta i due protagonisti: Don Dracula (il classico padre apprensivo, testardo, protettivo e vendicativo quando gli si tocca la figlia) e Chocolat (una bambina dispettosa, testarda al pari del padre e coraggiosa quanto basta per mettersi nei guai). Sono due vampiri ma più che spaventare fanno ridere; la loro condizione li proietta in situazioni sia soprannaturali che quotidiane e il loro essere vampiri è solo un pretesto per mostrare quanto in realtà siamo emotivamente umani, con i pro e contro che ne consegue. I loro caratteri forti e il loro rapporto conflittuale porta i due protagonisti a vivere avventure divertenti ed inaspettate, con un lieto fine che chiude egregiamente l’episodio. I due si circondano di co-protagonisti simpatici e mai fuori luogo. Tra i tanti, merita di essere citata la racchia soprappeso innamorata di Dracula che non smette di perseguitarlo nelle situazioni più disparate. Fanno sorridere anche le due autocitazioni che l’autore fa, inserendo nelle storie Black Jack e Astro Boy: un ennesimo tocco di classe umoristico. Come avete capito, non siamo certo di fronte alla solita versione horror-drammatica dei vampiri: ciò porta il lettore a guardare questi ‘signori della notte’ da una prospettiva diversa, più umana e terrena. L’albo, edito da Ronin Manga, è realizzato in maniera impeccabile per rendere il giusto omaggio all’autore. Interessante anche l’iniziativa della casa editrice di lasciare nelle vignette le onomatopee originali (gli effetti sonori, per intenderci), quindi in lingua giapponese, con tanto di caratteri sillabici a fine albo. Un’iniziativa certamente curiosa e originale che d’altro canto non intacca la fluidità della lettura. Per concludere, questo è un albo che può far divertire i bambini e far passare una piacevole oretta agli adulti. DON DRACULA Testi e disegni: Osamu Tezuka Editore: Ronin Manga Bianco/Nero, PP 208, € 5.90

Crtica d'Autore

 

Chester Brown, fumetti "hard" per rendere legale il sesso a pagamento

Favorevoli: il movimento per i diritti delle prostitute e le sex workers. Contrari: i moralisti di ogni religione. Divisa, l’opinione pubblica. Gli unici a non avere dubbi sono i clienti di prostitute. A lanciare la provocazione è uno di loro. Non uno qualunque. Chester Brown, geniale fumettista canadese, è tra gli artisti cui si deve il “rinascimento” del fumetto alternativo americano, già popolare negli anni Ottanta. «Credo che, se la prostituzione venisse depenalizzata, entrerebbe nella sfera dei comportamenti normali in un tempo relativamente breve, nell’arco di poche generazioni». Una vera e propria campagna per la legalizzazione del sesso a pagamento, la sua, lanciata con Io le pago. Memorie a fumetti di un cliente di prostitute, diario autobiografico reso sotto forma di una lunga quanto dettagliata confessione. Una graphic novel per adulti, ma non per questo gratuitamente volgare. L’autore non ostenta con compiacimento la sua vita sessuale tutt’altro che convenzionale, né sente il bisogno di giustificarsi. I disegni sono semplici, non indugiano in particolari pruriginosi e non cercano di “colorare” la vita del protagonista per renderla più o meno avventurosa o seducente. C’è poco del romanzo a fumetti, i suoi appuntamenti a luci rosse seguono moduli ripetitivi, ben restituiti da una gabbia grafica altrettanto monotona. Brown si limita a demolire punto per punto tutti i luoghi comuni e gli stereotipi sul mestiere più antico del mondo. «Il cliente non è né un pedofilo né uno stupratore e pensare che quel genere di uomini rappresenti il tipico cliente delle prostitute è come affermare che quelli che picchiano o uccidono le mogli siano mariti tipici». Uno dopo l’altro, confuta tutti i più ricorrenti argomenti contro la prostituzione. «Non soltanto egli dimostra come si basino su una retrograda morale religiosa, ma sottolinea anche l’ipocrisia dei benefattori liberal di “riportare sulla retta via” le prostitute. Tutte quelle intelligenti alzano gli occhi al cielo davanti a questi atteggiamenti». Così scrive nella prefazione Robert Crumb, padre storico del fumetto underground, alla cui matita, non a caso, in passato è stata affidata l’illustrazione de Il capitano è fuori a pranzo, l’ultimo diario di vita del “vecchio sporaccione” Charles Bukowski. Se negli States Io le pago ha scatenato un acceso dibattito, l’edizione italiana (traduzione di Stefano Sacchitella, pp. 292, € 18,50) è stata frettolosamente archiviata dalle redazioni culturali. A pubblicarla, poche settimane fa, la Coconino Press, che il 2 febbraio porterà in libreria un altro inedito di Brown, il volume antologico The Little Man, brillante e caleidoscopica raccolta di brevi storie giovanili con cui l’autore si diverte a irridere l’american way of life narrando di surreali rivolte della carta igienica, invasioni aliene, animaletti parlanti e televisioni che ipnotizzano l’uomo della strada. L’auspicio è che anche quest’opera, come la precedente, non venga accolta con pregiudizio. Lo stesso che, da sempre, è riservato a chiunque faccia coming out. Che si tratti di un cliente o di una escort, poco importa. Il giudizio è tanto immediato quanto severo, come se avessero confessato di essere criminali. Una condanna di indegnità sociale che genera relativi deficit di autostima, costringendo le parti alla clandestinità e consegnando quella che potrebbe essere una scelta libera e trasparente a ricattatori e sfruttatori. «Per la donna media – dice Brown – l’idea che un uomo paghi per fare sesso è ripugnante, una minaccia per la casa, la famiglia e per l’ideale dell’amore romantico, ma i comportamenti sordidi non sono certo meno diffusi tra le coppie sposate che nel mondo della prostituzione». Allo stesso modo, gli uomini considerano le prostitute delle donne dissolute, facili prede di possibili avances sessuali, anche quando in realtà, sottolinea l’artista canadese, «si tratta di donne timide, modeste e persino schive». Detto da lui, profondo conoscitore del mondo delle professioniste del sesso, la testimonianza appare più che attendibile. In quindici anni di “attività”, di febbrili consultazioni di annunci e di approfondito studio delle relative recensioni (feedback) che i clienti postano su appositi siti web, ne ha conosciute a decine. Giovani e meno giovani, belle e passabili, canadesi e straniere, gentili e sbrigative. Ha raccolto le loro confidenze, di alcune è diventato amico. Tutto ha inizio nel giugno 1996, quando la sua «ultima ragazza» gli comunica che (forse) si sta innamorando di un altro. Preludio a una convivenza a tre in cui lui finirà in breve per diventare il terzo. «Erano tre i motivi per cui volevo essere fidanzato: perché ce lo aspettiamo socialmente e i ragazzi che non hanno una fidanzata sono considerati degli sfigati, perché mi piaceva la gratificazione dell’ego quando una donna vuole quel tipo di relazione esclusiva con me e, ovviamente, per il sesso». L’amore romantico, ne conclude, non esiste e, se esiste per altri, non fa per lui. Scoprirà che l’essere amici può essere preferibile all’essere fidanzati. Anche dal punto di vista “economico”. Fatti i dovuti conti e considerata una frequenza di rapporti a pagamento ogni tre settimane (tanti gliene consente il suo badget), il ménage di coppia costa di più e si fa sesso meno spesso. Nella versione di carta e inchiostro (rigorosamente in bianco e nero), Brown non si raffigura meglio di quanto sia: un uomo di mezza età (è nato nel 1960 a Montreal), calvo e non proprio attraente, che fa un lavoro stravagante (il fumettaro). Improvvisarsi playboy sarebbe alquanto improbabile. «Non ho le doti sociali necessarie per agganciare donne che fanno sesso occasionalmente», fa presente agli amici/personaggi – tra cui gli artisti Seth e Joe Matt – che disapprovano il suo comportamento. «Sono felice dal punto di vista professionale e me la godo», risponde a chi evoca la crisi di mezza età. «Non possiamo criminalizzare il sesso a pagamento perché ci sono persone villane a letto. Probabilmente c’è più violenza negli appartamenti delle coppie romantiche che in quelli dove lavorano prostitute che, per non incorrere in multe e arresti, preferiscono tenere un profilo basso», fa notare a chi magari vorrebbe emularlo ma ha paura di mettersi nei guai. A mettersi a nudo è l’autore, vincendo il naturale imbarazzo e scavando tra le proprie debolezze con disarmante sincerità e feroce autoironia, costantemente in bilico tra il rimanere coerente con la scelta fatta e la tentazione di tornare indietro: il timore che il sesso a pagamento possa finire per lasciargli una spiacevole sensazione di vuoto. La conclusione cui giunge è un finale aperto: «fare sesso a pagamento non è una esperienza vuota, se paghi la persona giusta». Alla fine, con una di loro, Denise, stabilisce un rapporto sessuale esclusivo, sia pure sempre a pagamento. Lui è il suo unico cliente e lei l’unica donna con cui Chester va. Un contratto basato sull’affetto e sulla reciproca convenienza. «Uno dei due assiste l’altro finanziariamente. Come la chiamereste una relazione simile?», domanda Brown. Quanti matrimoni, del resto, sono palesemente basati sul vantaggio economico di una delle parti? La prostituzione esplicita è peggiore di quella implicita? Che lui la paghi rende meno “pulita” la situazione o, piuttosto, più chiaro il reciproco ruolo? Che egli stesso abbia scelto di vivere una relazione stabile, rappresenta il trionfo o il fallimento delle sue tesi? Al lettore l’ardua sentenza o, meglio ancora, si apra un sano scambio di opinioni. Perché probabilmente leggere Io le pago non vi farà cambiare idea sulla prostituzione ma ci aiuta a osservare la questione da un’altra posizione. E non fate battute sceme. *Articolo tratto dal Secolo d'Italia del 4 febbraio 2012. Questo articolo on line è reperibile anceh sul blog dell'autore a questo indirizzo.

Autori e Anteprime

 

Agenzia Incantesimi e tutto il resto: intervista a Federico Memola

di Alessandro Bottero Federico Memola è uno sceneggiatore che ho sempre seguito con piacere, fin dai tempi di Zona X. Jonathan Steele (sia la versione Bonelli, che quella Star Comics) mi piaceva, e anche il suo spin off, ossia Agenzia Incantesimi, a mio parere aveva il suo perché. Memola nell’ultima settimana si è trovato al centro di una polemica nel fumettomondo, perché ha lanciato una proposta “scandalosa” sul suo blog (QUI la notizia). Siccome qui non stiamo mica a pettinare le bambole, ecco una bella intervistina a Federico Memola, sul tema del giorno: Federico Memola con la sua richiesta di coloristi per Aganzia Incantesimi, sta o no rovinando il mondo del lavoro italiano? In apertura il pensiero di alcuni professionisti del settore, che si sono espressi nel blog di Roberto Recchioni, riguardo a questa mossa di Memola. La discussione completa sul blog di Roberto Recchioni, da cui sono tratti sia la citazione di Recchioni che i commenti, si trova a questo link.   Roberto Recchioni: «premesso che sono abbastanza convinto della buona fede di Memola (anche se tutta la storia della carta Paypal suona proprio brutta, a leggerla), questa roba è sbagliata e non solo fa male al fumetto, ma fa male al lavoro di tutti. E no, il fatto che di mezzo ci sia un professionista non rende la cosa migliore o più seria.Anzi, PROPRIO perché di mezzo c'è un professionista, la cosa è grave. Ma tanto lo so che un mucchio di aspiranti si metteranno in fila per proporre il loro materiale.A breve, vedremo spuntare editori che si faranno pagare per pubblicare, come succede già nell'ambito letterario.» Laura Scarpa: «Sinceramente, con amicizia e simpatia per tutti, questo mi pare più grave. "Davvero" a me non piace, non è il mio genere ecc ecc, ma un progetto comune fatto gratuitamente può starci, parità per tutti. Questo mi pare invece non avere un sogno condiviso. Con tutto ciò chiediamoci quanto la crisi c'entri, e quanto no. » Davide Morando:  «Non è la stessa situazione di DAVVERO.In questi caso, quando Memola cerca coloristi per ristampare in digitale le storie già edite da Star Comics, offre lavoro non pagato a fronte di una sceneggiatura per cui ha ricevuto, a suo tempo, un compenso.Sbaglio?» Fd'A: Allora, Federico, come si fa? Sembra che tu stia facendo una cosa poco chiara (anche se devo dire che la cosa è chiarissima, se uno legge con attenzione cosa hai scritto). Vogliamo provare a dissipare i dubbi e le preoccupazioni? FM: Non immaginavo davvero che ce ne sarebbe stato bisogno, ma va bene, sono a disposizione. Cos’è questa proposta? FM: E', molto semplicemente, un progetto nato a metà del 2010 e destinato alla piattaforma Apple per Ipad (e che quindi prevedeva una percentuale per gli autori). Purtroppo, la società che avrebbe dovuto realizzarlo, dopo che era addirittura stato firmato il contratto, ha cominciato a porre problemi di carattere contenutistico per l'aspetto glamour delle storie. Prima ha ipotizzato di intervenire sulle vignette in cui comparivano dei nudi, poi ha rimandato per mesi l'uscita e infine il contratto è stato sciolto consensualmente. Ci ho pensato molto a lungo, prima di partire per conto mio, sia perché al momento ero nel pieno di altre attività, sia per problemi personali sopraggiunti in quel periodo. Alla fine ho deciso di realizzarlo in questa forma perché ritengo che sia una serie fresca e divertente, con ancora tante potenzialità. Lo faccio anche per avere un controllo creativo totale. Intendiamoci, sono abituato a rispettare i canoni delle case editrici per cui lavoro (lo faccio tuttora con il Giornalino e non solo), ma ci sono due progetti che con gli anni sono diventati troppo personali, a cui tengo moltissimo e che intendo quindi realizzare come ritengo giusto. E Agenzia Incantesimi è uno dei due. Roberto Recchioni dice che questa tua proposta è “sbagliata”, e che “fa male al lavoro di tutti”. Conoscendoti e sapendo che sei una persona seria e che rispetta il lavoro di tutti mi paiono giudizi ingenerosi. Tu che rispondi?  FM: Che non sono così importante da nuocere al mercato italiano, prima di tutto. E, francamente, non vedo dove stia lo scandalo: più della metà delle case editrici italiane, la cosiddetta "piccola editoria", pubblica libri e fumetti, anche apprezzati e premiati, alle stesse condizioni, ovvero dietro promessa di eventuali royalties (purtroppo raramente poi corrisposte, viste le cifre vendute). E queste case editrici vendono i libri, quindi ricevono degli introiti, per modesti che siano. Nel mio caso (ma anche in quello di Paola Barbato o di Giuseppe Di Bernardo con l'Insonne, tanto per citare casi analoghi che mi hanno preceduto) non ci sono nemmeno introiti su cui polemizzare. O meglio, se mai ci saranno, tramite donazioni o altre iniziative, verranno devoluti interamente a disegnatori e coloristi, visto che non ho costi di stampa da coprire. Quindi sarò un ingenuo, ma non vedo il problema. Laura scarpa parla di “un sogno non condiviso”, come se il fatto che il colorista lavori su storie ideate da te, e disegnate da altri, lo riduca a mero esecutore. Io invece ci vedo dei tratti di “condivisione”. Sbaglio io? FM: Oddio, sbagliate entrambi, a dire il vero. E' chiaro che la serie è una mia creazione (come "Davvero" è una creazione di Paola Barbato), ma chi vi partecipa, venendo meno la motivazione economica, lo fa perché l'apprezza e ci tiene a contribuirvi. Poi, boh, la definizione "sogno non condiviso" non è che la comprenda bene… Sembra adattarsi a qualunque fumetto nato dalla volontà di una persona e realizzato da uno staff. Anzi, ho conosciuto più di un disegnatore che lavora a un certo personaggio o progetto senza esserne coinvolto, puramente per una questione economica. In questo caso, se un disegnatore non fosse interessato al fumetto, perché dovrebbe contribuirvi? Per "notorietà"? Mah, non sono Sclavi e non sto facendo Tex o Dylan Dog… Davide Morando ci dice che tu, furbetto, in realtà sei stato pagato per le storie che ora vuoi far ricolorare. A me pare una insinuazione un po’ meschina, come se tu dovessi dividere con i coloristi i soldi che ti ha dato la Star Comics, per gli albi di Agenzia Incantesimi pubblicati anni fa.  FM. Non conosco la persona citata. Comunque, se il gioco è "chi ci lavora di più aggratis", rispetto a disegnatori e coloristi io arriverò certamente secondo, ma non di molto: revisionare (un'altra volta!) tutte le storie, supervisionare i disegnatori, curare di fatto la serie (lavoro che ho svolto per tanti anni in Bonelli e Star Comics, quindi so come va fatto e che impegno comporti) costa tempo e fatica anche a me. Le nuove storie, inoltre, non me le paga Gesù bambino… Certo, il progetto è mio, ma non è che vada ad allettare gli incauti con chissà quali miraggi. Dovrebbe essere tutto chiaro semplicemente seguendo il blog. Almeno spero, non fatemi pure venire dubbi!  Trovo questo modo di discutere su internet abbastanza schizofrenico. Tu fai una proposta su un tuo blog. Nessuno commenta lì, ma la discussione si accende su un altro blog, senza che nessuno ti coinvolga o ti avvisi. Questa totale dispersione delle conversazioni sta diventando sempre più la regola nella blogsfera dei fumetto italiano. O mi sbaglio?  FM: Suppongo che ci siano delle piattaforme che si sono "guadagnate" una visibilità maggiore e quindi attirino le persone che vogliono discutere di dati argomenti… Certo, sarebbe stato corretto o quanto meno "cortese" se qualcuno, magari prima di accodarsi al tifo da stadio, avesse sentito anche l'altra campana, visto che io sono perfettamente raggiungibile e sempre disponibile al dialogo, se interpellato. Però posso riferirmi a questo caso specifico, in linea generale sono impreparato sull'argomento: da ben più di un anno mi sono abbastanza "ritirato" da Internet e dalle discussioni che avvengono in rete… Anzi, essendomi anche preso un anno sabbatico da fiere e convegni, ammetto di essere persino colpevolmente un po' disinformato. Apprendo di certe iniziative o certi casi giusto quando me li segnala qualche amico o collega più attento di me! Passando alle cose serie, ho la precisa sensazione che questo lavoro di ricolorazione e pubblicazione online, sia in massima parte una operazione di promozione verso nuovi editori, che potrebbero essere interessati ad una edizione a colori di Agenzia Incantesimi. Forse anche oltreconfine? Forse qualche francese?  FM: Non nego che mi piacerebbe (forse l'ho anche scritto sul blog!) e che intendo provarci, non fosse altro che per poter poi far arrivare dei soldi a tutti coloro che stanno partecipando o parteciperanno all'iniziativa. Fra l'Italia e l'estero vedo più probabile questa seconda ipotesi (pur sapendo quanto sia difficile piazzare una serie all'estero!), al momento. Vedremo. Hai da pochissimo assunto il ruolo di direttore editoriale delle Edizioni Arcadia (a proposito, auguri). Che bolle in pentola per il 2012?  FM: Ho assunto questo ruolo perché già dalla nascita della casa editrice Maurizio Rosenzweig e io abbiamo fatto da "consulenti" per Mario Taccolini e a un certo punto, anche di fronte a certe difficoltà subentrate (di cui lo stesso Mario ha pubblicamente parlato) ho pensato che un mio maggiore apporto avrebbe potuto essere d'aiuto. Edizioni Arcadia, pur fra mille difficoltà, ha pubblicato materiale interessante (sì, lo so, anche mio!) e promosso validi autori, retribuendoli; sarebbe stato un peccato se questa piccola realtà fosse venuta meno. Il nostro obiettivo, nell'immediato, è quindi tirare su un po' di soldi per poter un giorno riprendere le serie (ovvero, pagare gli autori coinvolti). Per ora, di certo, ci sono altri due volumi della collana "La macchina da scrivere", il volume del 2012 di "Sexy & Chaotic" e un altro volume di illustrazioni di Alessandro Mazzetti. Il resto lo stiamo definendo e non posso dire nulla senza l'autorizzazione di Mario. Dopo Rourke che cosa bolle in pentola per il Federico Memola sceneggiatore? Progetti? Miniserie? Magari un ritorno alla Bonelli?  FM: Al momento sto lavorando regolarmente con Il Giornalino. Inoltre la Planeta DeAgostini ha proprio di recente riconosciuto formalmente che Harry Moon è libero e completamente di mia proprietà, e ammetto che non mi dispiacerebbe affatto riuscire a riproporlo e a concludere almeno quel famigerato ciclo di 12 numeri (di cui ne esistono 5 finiti e pronti per la stampa), almeno per quei lettori che avevano iniziato a seguirlo. Poi ci sono altre cose in ballo, come sempre, ma se ne parlerà il prossimo anno.

Reportage

 

Cara fiera ti scrivo: il punto di vista di Narnia Fumetto

Da organizzatore di manifestazioni, ho cercato di mettere in pratica quello che avevo imparato da espositore e da negoziante. Ed è questo che mi considero, in primis: un libraio, che fa fiere e vende anche su internet PRIMA, un organizzatore di eventi/fiere POI.Per questo, a Narnia Fumetto, è nata l'Artist Alley, allo scopo di riunire in un unico luogo tutti gli autori ospiti della manifestazione (non quelli invitati dai singoli stand), collegando la possibilità di avere uno sketch da collezione all'obbligo di acquisto di un libro. Infatti: chi non è interessato al fumetto di un autore, come può volerne il disegno? Semplice: perché è bello ed è gratuito!Oltretutto: questo da dignità a chi realizza l'albo, che non è un semplice "ritrattista" su commissione, ma sta dedicando una propria opera (che poi lo faccia sull'albo stesso o meno è un dettaglio); da la possibilità all'editore e all'organizzazione di rientrare di parte delle spese (tante, davvero tante!) legate all'ospitalità ed alla gestione dell'autore.Il disegno ha un valore: "regalarlo", senza neanche chiedere l'acquisto di un libro è uno svilire e sminuire il valore del nostro lavoro.Ma, è da espositore ed addetto ai lavori, che mi sento di dire che, al momento, le fiere italiane sono carenti sotto molti punti di vista.Ecco quelle che, per me, sono le priorità.1-Scelta degli stand per gli espositori. I negozianti sono le vere "star" delle manifestazioni. Presenti dappertutto (gli autori, gli editori non sempre ci sono), danno la cifra minima di un evento. Che può rinunciare a tutto, ma necessariamente "parte" dalla mostra mercato!Ad oggi, pochissime fiere (Fumettopoli, Roma Comics, Romics, altre non me ne vengono in mente...) danno la possibilità di scegliersi lo stand, mettendo online delle piantine chiare, indicando regole trasparenti (es: chi prima prenota e prima paga, prima sceglie), facendo partire tutti alla pari. Spesso ci dobbiamo scegliere gli spazi, pagarli, e poi, solo POI, sappiamo esattamente cosa ci viene assegnato. Fa così Lucca Comics, che tra l'altro trattiene l'anticipo se lo spazio non è gradito e ci si rinuncia...Da quest'anno, anche Narnia Fumetto metterà online la piantina degli stand vuoti, dando la possibilità di scelta... Cosa che abbiamo sempre fatto informalmente, tra l'altro.2-Date e rispetto. Quando si sceglie la data di un evento, l'organizzazione ha l'obbligo morale e pratico di verificare di non sovrapporsi ad altri eventi. "Morale", perché chi organizza da prima, chi occupa un determinato fine-settimana, ha la priorità su questo, a prescindere dalla grandezza dell'evento: priorità data dall'anzianità, un valore purtroppo sottovalutato. E dire che basterebbe poco: ci sono vari siti (tipo questo, autorevolissimo!) che elencano le varie manifestazioni.L'obbligo "pratico" deriva dal fatto che, sovrapponendo gli eventi, costringi gli espositori (oltre che il pubblico) a scegliere tra una mostra ed un'altra. E gli espositori, che lo fanno -ricordiamo- per lavoro, possono esser messi in difficoltà dal dover rinunciare ad una manifestazione.3-Dialogo con gli espositori.Se i calciatori scioperano, il campionato si ferma.Se i Tir non vanno, si blocca tutto il traffico.Eppure nessuna fiera tiene conto dei pareri o delle critiche di negozianti, autori ed editori.Ci vorrebbe un bello sciopero, eh?4-Prezzi dei biglietti, prezzi degli stand. Non è il momento per aumentarli.Anzi: potrebbe essere l'occasione per abbassarli: i primi prevedendo abbonamenti o sconti speciali, o convenzioni. I secondi, magari, tagliando gli allestimenti: meno belli, ma più economici...Ed eliminando l'inutile "terzo metro". Se uno stand è profondo tre metri, a nove espositori su dieci il terzo metro di profondità non servirà... ma il costo è comunque più alto di un terzo. Un "4x2" metri è quindi utilizzabile come un "4x3", ma costa oltre il trenta per cento in più.Almeno, dateci la possibilità di scegliere!5-Quanti espositori? Chiarezza. Lo scorso anno ho incassato 100, in una data fiera.L'anno dopo... gli espositori sono il doppio! Forse è per questo che incasso 70 o 80? O 50?E' così difficile capire che, a parità di "torta", se aumentano i commensali, la fetta diventa un "boccone"? Forse non è il caso di puntare ad aumentare il pubblico, aumentando solo gradualmente gli espositori?Per finire: da espositore ho spesso rotto le scatole. Ma ne ho anche pagato le conseguenze, come sa chi mi conosce. E da organizzatore ci ho sempre messo la faccia: Narnia Fumetto è, soprattutto, una fiera a misura di addetto ai lavori. Chi ci segue, lo sa.Quindi, massima è la mia/nostra disponibilità all'ascolto e al cambiamento.

Off Topic

 

Strumenti di giornalismo » Segreto professionale dei giornalisti

Come già anticipato, pubblichiamo un testo su cosa sia il segreto professionale del giornalista e su che basi giuridiche si fondi. Europa Il segreto sulla fonte fiduciaria è salvaguardato dalla Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo. L’articolo 10 («Libertà di espressione») tutela espressamente le fonti dei giornalisti, stabilendo il diritto a ricevere notizie: « Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere. » (Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.) La Corte europea dei diritti dell'uomo ha ulteriormente rafforzato la tutela delle fonti di carattere fiduciario. Interpretando estensivamente l'art. 10, ha stabilito che tale norma comprenda anche la tutela delle fonti giornalistiche, in virtù dello stretto legame tra diritto di informare e diritto di cercare notizie. Grazie a questa interpretazione estensiva, l'art. 10 della Convenzione garantisce sia il diritto di un individuo alla libertà di espressione sia il diritto della collettività a ricevere informazioni. In tal modo i giudici sopranazionali hanno previsto una tutela più ampia rispetto a quella offerta da ordinamenti giuridici nazionali, tra cui quello italiano, che garantiscono un diritto attivo a fare informazioni, ma non uno passivo a riceverle. Due sentenze della Corte europea hanno fatto giurisprudenza in materia. Sono le sentenze Goodwin (27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito) e Roemen (25 febbraio 2003, Roemen e Schmit c. Lussemburgo, Procedimento n. 51772/99). In esse la Corte ha affermato che il diritto alla protezione delle fonti giornalistiche è da considerarsi strettamente connesso al diritto di ricevere notizie. Inoltre ha stabilito l'illegittimità delle perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei giornalisti, nonché negli studi dei loro avvocati, volte alla ricerca delle fonti confidenziali. Se tale protezione non esistesse, cioè se le fonti confidenziali sapessero che un giudice può ordinare al giornalista di rivelare il loro nome, sarebbero dissuasi dal fornire notizie. Ma ciò sarebbe a detrimento della completezza dell'informazione e, in definitiva, della stessa libertà di stampa. Italia La legge istitutiva dell'Ordine impone al giornalista l'obbligo di tutelare la segretezza delle fonti: « [Giornalisti ed editori] sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse. » (legge professionale n. 69/1963.) La violazione del segreto comporta una sanzione disciplinare (articolo 48 della legge n. 69/1963). I giornalisti italiani devono rifiutarsi di fornire i nomi delle persone dalle quali hanno avuto notizie di carattere fiduciario anche di fronte ai giudici. L'obbligo della segretezza della fonte può essere rimosso soltanto nel caso in cui la rivelazione della fonte si riveli indispensabile ai fini della prova del reato. In questo caso il giudice (mai un pubblico ministero) ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni (articolo 200 del Codice di procedura penale). Solo il giornalista professionista ha la facoltà di opporre al giudice il segreto sulle proprie fonti. I pubblicisti e i praticanti, invece, sono sempre tenuti a rispondere ai giudici sul segreto professionale.
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L'Editoriale » Mi compro l’iPad, e poi ci leggo i fumetti. Sono un ficone, eh?

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ipadmanidi Alessandro Bottero

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del….”non si vende una ceppa!”.

Dopo questo incipit/parafrasi del più anziano dei fratelli Marx (Karl), iniziamo a parlare di cose serie.

Anche chi ha negato per anni la realtà della crisi, dicendo che invece le cose andavano bene, e che il mercato era più florido che mai, deve ammettere che le vendite dei prodotti editoriali sono in calo. E se i fumetti barcollano, e più o meno riescono a contenere le perdite (non ad annullarle, a contenerle), per quotidiani e riviste è la debacle. In Europa, ma sopratuttto in America. Non è un discorso nuovo. È dal 2001 (almeno) che si parla di e-book, e di supporti per leggerli. Ricordo che al Salone del libro di Torino 2001, per la prima volta si allestì una sala dedicata apposta ai lettori e-book. Ma più o meno l’interesse era pari a zero. Poi è arrivata la Apple. Dovete capire che la Apple non è una semplice casa di produzione di materiali informatici. No. La Apple è “roba per tipi fighi”. E tu utente paghi i prodotti Apple un fottio di euri, perché compri l’oggetto, e il nome. Prendiamo il caso dell’iPod. Che è? SOSTANZIALMENTE che è? Una grossa penna USB, dove ficchi canzoni, immagini, giochini, film, e che ti porti appresso. A livello logico tra una memoria di 512k e una da 80G, non vi è differenza. Sempre di un aggeggio che immagazzina dati si tratta. Però tu paghi un lettore “simil iPod” 50 euri, e un iPod 200 euri. Perché? Perché sei stupido, ecco perché. Ma non divaghiamo. Editoria, crisi, grossa crisi, e chiunque la risolverà verrà salutato come salvatore, e si chiuderà un occhio su eventuali cose poco chiare. La Apple allora dopo l’iPod, dopo l’iPhone (altra bella genialata. Un telefono che costa 500 euro. Un TELEFONO?!?!?!?. Però sei collegato a iinternet 24 ore su 24, e puoi facebucchare, twitterare, messengiare senza interruzione…DAL DOTTORE devi andare, altro che iPhone!), dice “Uhmmm….qui negli iStore vendiamo paccate di cose…canzoni, giochini, applicazioni, cazzatelle…perché non vendiamo anche riviste/giornali online?”. Sì, però non puoi leggere un giornale sull’iPhone, e allora devi realizzare una cosa nuova. E dai, e dai…e prova e riprova…alla fine, a febbraio 2010, la Apple presenta l’iPad, ossia una tavoletta, grossa più o meno come un foglio  A4, con le stesse carateristiche dell’iPhone, ma che non telefona. E su cui, udite udite, puoi leggere i quotidiani, le riviste, i fumettini, e un sacco di cose.

Gli editori quasi svengono dall’orgasmo, perché la massa di persone che comprano prodotti Apple a prescindere è immane. Si parla di milioni di persone potenzialmente interessate ad avere un iPad. E se l’iPad ce l’hai, lo usi, no? E come fai ad usarlo se non ci leggi niente? È un oggetto fatto APPOSTA per spingerti a leggere. Se non lo usi per leggere quotidiani o riviste, che BEEEP lo compri a fare?

Comunque l’Apple lancia l’iPad, ci piazza un prezzo di 500 dollari (ma anche di più), lo lancia sul mercato a marzo 2010 in america, pianifica un secondo lancio internazionale in altri nove paesi a fine maggio, e fissa come previsione per fine 2010 un venduto di otto milioni e 130mila pezzi. Ossia, stiamo parlando di una situazione di crisi finanziaria globale, di gente che non ha i soldi per pagare le rate del mutuo e perde la casa, di disoccupazione, e si prevede che otto milioni di persone spenderanno 500 dollari circa per un iPad. Non so voi, ma io resto allibito.

Qualche dato:

L'Italia sarebbe al settimo posto con 46mila unità vendute a fine giugno (211mila a fine anno), mentre la Francia guiderebbe il mercato europeo a quota 171mila (805mila nel 2010). Davanti all'Italia ci sarebbero, oltre agli Stati Uniti (che compreranno nel 2010 4 milioni e 600mila iPad), anche Gran Bretagna, Giappone, Germania e Canada.

Ecco i prezzi

  • iPad Wi-Fi 16GB: 499€
  • iPad Wi-Fi 32GB: 599€
  • iPad Wi-Fi 64GB: 699€
  • iPad Wi-Fi + 3G 16GB: 599€
  • iPad Wi-Fi + 3G 32GB: 699€
  • iPad Wi-Fi + 3G 64GB: 799€

Allora, ricapitolando, nella primavera 2010, viene lanciato sul mercato un oggetto, che costa un fottio di euri, tra i 500 e gli 800, ossia quanto uno stipendio, che dovrebbe salvare l’editoria.

In Italia ad oggi (fine giugno) si prevedono 46.000 pezzi venduti (e a fine anno saranno 211.000).

Ok?

Cosa c’entra tutto questo con i fumetti?

Semplice. Anche i fumetto sono editoria. Anche i fumetti non vendono nulla. Anche per i fumetti, (alcuni) editori si sono detti “L’iPad? Evvaiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!! Venderemo un fottio di copie del mio fumetto, perché me lo scaricheranno sull’iPad, e in culo alle edicole che non ci si vende più niente!”.

Ecco, magari non hanno usato proprio queste parole, ma il senso era simile.

Solo che….a un certo punto ci si rende conto di una cosa: l’Apple vuole il controllo dei contenuti venduti tramite i suoi iStore.

Già. Perché il discorso non è “L’iPad mi fa vendere per grazia divina”. No. Il discorso è “SICCOME l’Apple mette il mio fumetto nel suo iStore, ALLORA chi ha un iPad, e vuole qualche cosa da fare con questo ca@@o di iPad che ha comprato, buttando 500 euro, viene nell’iStore, mi vede, e SCARICA il mio fumetto, facendomi guadagnare.”

Grosso modo lo stesso  discorso di iTunes, no? Io ho un’iPod, vado su iTunes, e mi scarico le  canzoni.

Quindi, io vado su iStoreComics (nome inventato), pago, e mi scarico RANXEROX.

Non fa una grinza, no?

E invece le fa. Le fa perché l’Apple pare abbia detto “Ranxerox nel mio iStore non si vende. Punto.” E allora dibattiti, interventi, lamentele, critiche, ecc…ecc… L’Apple censura, l’Apple ce l’ha con le tette, l’Apple è bigotta, e così via. In realtà il vero problema parrebbe essere non di natura etica, ma commerciale: se l’Apple vieta la presenza di determinati contenuti nel suo iStore, allora impedisce al contenuto X di usare la via preferenziale, e più facile, per entrare in contatto con persone che HANNO l’iPad e possono scaricare il contenuto X , pagandolo. Infatti un’obiezione potrebbe essere “Ok, l’Apple non inserisce “Le Porno imprese di Bot-Man” nel suo iStore, ma io  le metto acquistabili sul mio sito, e tanti saluti”. Perfetto. Solo che così in teoria a) - non tutti quelli che arrivano sul sito hanno l’iPad, e b) - non tutti quelli che hanno l’iPad sanno che esisti tu, il tuo sito e questo misconosciuto capolavoro. Però, in fin dei conti si tratta solo di farsi conoscere, ed andare a cercare il pubblico. Parrebbe quindi che  la “censura” dell’Apple si possa rubricare come “fastidio”, ma che con un po’ di buona volontà si possa superare. Giusto? O no?

La risposta potrebbe essere no. Le cose potrebbero essere più serie, e gravi. Molto più serie, e molto più gravi. Qui, su Zeus News, trovate un articolo del febbraio 2010, ossia in coincidenza con la presentazione dell’iPad, che dice cose inquietanti.

Ecco il nucleo del’articolo, che invito a leggere:

“Durante la presentazione del nuovo Apple iPad alla stampa internazionale, Steve Jobs si è "dimenticato" di una delle caratteristiche del suo nuovo giocattolo. E non si tratta di una cosa di poco conto: a quanto pare, infatti, l'Apple iPad è a tutti gli effetti teorici e pratici una vera "Trusted Platform".

Con questo termine si identifica un computer dotato di un particolare chip, noto come TPM ("Trusted Platform Module") o "Fritz Chip", e di alcuni altri componenti hardware e software. Nell'insieme, questi componenti permettono di identificare con assoluta precisione qualunque programma esistente e di decidere se esso possa essere o meno installato ed eseguito sul computer. (…)

Tutto questo è possibile grazie al fatto che il processore Apple A4 che muove lo iPad è, in realtà, un SOC (System On a Chip) formato da vari elementi. Il suo componente principale è una CPU multicore ARM Cortex che include al suo interno le funzionalità tipiche di un TPM sotto forma di quella che viene chiamata tecnologia "TrustZone". “

Non so se avete colto cosa si sta dicendo. Qui non si tratta se Apple ammetta o meno un fumetto sul suo iStore. Qui si sta dicendo che l’iPad in realtà, in ultima analisi, non è controllato da chi lo acquista, ma dalla Apple. Vi ricordate alcuni anni fa una trama di Superman, intitolata “La Caduta di Metropolis”? Finiva con Action Comics 700, pubblicato su Superman spillato Play Press n.27. Era la storia di Luthor, che stava morendo, perché il suo corpo-clone degenerava, e aeva deciso di distruggere Metropolis. Vabbé, alla fine Superman risolve le cose, e Luthor viene scagionato, perché si dice “evabbèèèèèèè, ma era un clone malvagio…..il vero Luthor mica ha fatto nulla…”. Comunque, al di là di questa fuffa, nel corso della trama Lois Lane scopre che la Lexcorp aveva istallato in ogni computer venduto tramite le sue affiliate un chip, che trasmetteva al database della Lexcorp TUTTE le informazioni che si trovavano in quel PC. Un “fritz chip”, proprio come questo dell’iPad.

E allora mi dico…ci si preoccupa della censura di un paio di tette, e non ci si rende conto che i probemi sono un po’ più gravi? Si lotta e si urla per la legge anti intercettazioni, e si comprano oggetti che incarnano molto meglio l’idea di “Grande Fratello”?

In chiusura un ultimo pensiero: l’iPad (ricordo) costa uno sproposito. 600 euri non sono bruscolini. Mi dovete spiegare come è possibile che la salvezza dell’editoria, come situazione allargata e non come “io mi salvo, e in culo tutti gli altri”, possa passare attraverso un oggetto che tutto è, meno che popolare. Con 600 euro una persona compra 60 fumetti a 10 euro. Compra 220 albi a 2,70. E io editore sono così ottuso da dire “Ecco, adesso LUI spende 600 euro per l’iPad, così poi sicuramente  spenderà soldi in fumetti da scaricare sull’iPad.”

Ma se questo farlocco, che butta 600 euro in un coso per leggere, voleva davvero leggere fumetti, poteva comprarne 200, e ci avrebbe pure risparmiato.

Cioè, per provare a spiegarmi meglio, io che faccio  fumetti a basso costo, popolari, per risollevare le mie vendite, devo sperare che molte persone abbiano 600 euro da buttare, così che poi per usare l’iPad e non sentirsi scemi, scarichino il mio fumetto e lo leggano sull’iPad? Ma mi chiedo….ma allora PERCHE’ non l’ha comprato quando gli costava solo 2,70 euro? Aveva bisogno di spenderne 600 e leggerlo su uno schermo, perché così è più fico? E allora curati, figlio mio. Perché tu hai grossi problemi, ma grossi grossi. E anche da un punto di vista strategico degli editori…non è molto intelligente, perché si legano le possibilità di ripresa alla capacità di tenuta di questa fascia di persone non toccate dalla crisi (perché uno che spende 600 euro in un iPad la crisi non la sta  vivendo), ma è tutto molto episodico. Un espediente tattico, non strategico.

Allora: tattica e non strategia, e mancanza di controllo del mezzo = un gran casino.

Comments

avatar eldino
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Mi sono registrato appositamente per commentare questo "editoriale", la cui serietà viene sminuita principalmente da due fattori:

a) dal tono evidentemente di parte che attinge ad una cultura di odio (immotivato - si può odiare un'azienda per partito preso?) verso l'azienda Apple, molto comune negli ambienti meno informatizzati del nostro paese, noto appunto per essere un paese di allenatori (tutti sono esperti di tutto), che lo priva della necessaria obiettività (daltronde è un editoriale no? mica una conversazione da bar dello sport);
b) dalle teorie bislacche e prive di fondamento informatico ivi riportate, che non fanno altro che fare disinformazione - tale tecnica è nota in inglese come "FUD" (Fear, uncertainty and doubt).

Tra queste, ho piacere di fare un chiarimento sul cosiddetto chip Fritz. La teoria da Lei sostenuta, ovvero l'inserimento del chip Fritz al solo scopo di creare una trusted platform, viene smentita dalla storia stessa, si documenti. Il chip Fritz, infatti, è presente da circa tre anni nei notebook di casa Apple, e al tempo dell'introduzione tutti costruirono i suoi stessi castelli di critiche su fondamenta di vuoto. Invece poi suddetto chip è stato adoperato da Apple soltanto per far sì che Mac OS possa riconscere una macchina Apple genuina ed essere installato solo su di essa. In sostanza, il chip Fritz serve a distinguere, agli occhi di Mac OS, un Macbook da un Acer da 400 euro, è una misura antipirateria.

Che poi l'iPad sia o non sia la salvezza dell'editoria a fumetti questo non glielo so dire. So soltanto che qualora i molteplici acquirenti dell'iPad vorranno acquistare un fumetto X di una casa editrice Y che non ha aderito al progetto, non lo troveranno sullo store e saranno utili mancati. E vista la popolarità dei prodotti Apple, non mi sembra una mossa saggia restare fuori dalla digitalizzazione dei contenuti ;)
avatar Luca
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Aggiungo una piccola considerazione, premettendo che posseggo un ipad e quindi parlo basandomi su fatti e esperienze dirette.
E' vero che c'è la censura preventiva di apple sui contenuti, ci sono stati casi più o meno eclatanti, dal vignettista premiato (ma censurato) ad alcuni manga giapponesi, alla famosa "se volete il porno prendetevi android" di Jobs.

E' però vero che ci sono anche modi per evitare tale censura.

1) Le app che hanno uno store interno che scavalca quello apple, cito per restare in argomento le varie applicazione disney, marvel, dc, idw, boom, comixology, ecc (anche una francese).
In quel caso i fumetti si comprano direttamente da loro e quindi non ci sono particolari problemi.
Ovvio che è una strada "diversa" ma, secondo me anche più corretta che avere 1 applicazione diversa (e che sottostà alle regole apple) per ogni ecomics come invece fanno altri editori penso per esempio a quelle dell'italiana Enhanced Press.

2) Ibooks, lo store "librario" (in fondo i fumetti sono molto più vicini ai libri che alle applicazioni software).
I titoli venduti dallo store (apple) non vorrei sbagliarmi ma non dovrebbero essere sottoposto a censura, probabilmente perchè si considerano, bene o male, tutte opere di "cultura", pop o meno.


Sul discorso dello "sperpero" di denaro, beh il ragionamento non è di per se sbagliato ma è la finestra dei nostri tempi, non sono solo i prodotti apple a vendere come il pane contrariamente a quanto una crisi economica farebbe supporre.
Penso al 3D (si, anche ai prezzi dei cinema aumentati di tot euro!) moda 2010, o per citare "iphone" al fatto che si siano venduti da inizio 2010 55mln di smartphone (e no, apple avrà si e no il 20-25% di quella cifra, la maggioranza sono nokia), a quante auto circolano (per modo di dire) nelle nostre città, ormai 2-3 per famiglia, a centinaia di altre cose.

Mi sfugge quindi questo voler associare ad apple e ai suoi prodotti tutti i mali del mondo.

Ah, piccola nota per un eventuale correzione dell'articolo, l'ipod di apple a meno prezzo costa 61 euro non 200, quindi al massimo il paragone 50 vs 200 andrebbe corretto in 50 vs 61. ;)
avatar antonio 001
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Alessandro il tuo ragionamento è poco condivisibile. L'ipad, ll'iphone, il kindle e tutti gli altri lettori non sono acquistati solo perché si possono leggere libri e riviste ma per una serie di funzioni molto avanzate, usate da pochi e molte frivole usate da molti. Forse la funzione meno interessante è proprio quella dell'ebook. Il fatto di spendere 600 euro per un aggeggio multifunzione non mi sembra una cifra così inavvicinabile per un ragazzo dei nostri tempi, altrimenti non si comprenderebbe il vasto uso di Iphone e "ultimi modelli" in mano a studenti delle medie e delle superiori. Senza contare che i prezzi scendono e scenderanno sempre più in futuro, basta vedere i portatili che prezzo hanno oggi rispetto a qualche anno fa.
Questi congegni sono un mezzo per risollevare le sorti del fumetto? Per come è messo in Italia, è caduto così in baso, che parafrasando una vecchia battuta, dovremo presto cominciare a scavare. Ma ci sono due tre elementi da valutare:
1) non tutti i lettori di fumetti amano frequentare le fumetterie (vuoi perché in molte fumetterie manca la materia prima, ovvero i fumetti, ricche come sono di gadget e coltivando la monocoltura manga) e le librerie che hanno un canale fumetti degno di questo nome sono pochissime
2) i fumetti comunque hanno uno spazio molto importante nella cultura italiana, tutti sanno cos'è un fumetto, allora come è possibile fare il passo successivo e rendere nuovamente questo mezzo popolare?
In fondo l'Iphone è solo un telefono ma per gli acquirenti è qualcosa di più, un simbolo, allora forse è possibile attraverso un bravo sfruttamento delle potenzialità dei mezzi elettronici rendere "figo" leggere di nuovo fumetti. Invece di essere nascosti, i lettori potranno esibire sull'ipad l'ultimo libro della 001 Edizioni, o di Saldapress o della Planeta.

Questi device potrebbero coprire il ruolo di innovativo mezzo di alfabetizzazione di nuovi lettori al fumetto, dobbiamo aspettarci un futuro di lettori "policentrici", con lettori che consumano su carta, su pc e su device portatili.
Sarà un bene? A breve-medio termine il libro resisterà, ma con l'avanzare delle tecnologie e delle nuove generazioni abituate fin dalla nascita a questo approccio informatico, la quota di lettori che preferiranno la carta si ridurrà notevolmente. Il processo è già in atto, sono molto pochi i lettori giovani che acquistano il loro giornale in edicola, si sta quindi già verificando una traslazione dal consuno su carta a quello su internet in modo naturale.
Con il nuovo sistema da una parte ci sarà se verranno organizzati degli ottimi market virtuali la possibilità di chiunque di accedere al fumetto, attenuando se non eliminando strozzature distributive come le attuali.
Dall'altra sparirà il mercato florido del fumetto usato e delle fiere del fumetto, e queste manifestazioni si trasformeranno forse in luoghi di incontro dove poter parlare di fumetto, relegando l'acquisto alla fase elettronica. Ma chissà, forse si ragiona ancora in modo "vecchio" e tra cinquant'anni dibattiti e incontri si svilupperanno sui social network o su quello che ne prenderà il posto.

Comunicazioni di servizio: fumettoduatore è il sito più scomodo per inserire commenti, una interfaccia con login e password sempre presente a fine articolo e i commenti sempre visibili non si possono implementare?
avatar The Hedge Editor
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Non so per quale motivo il mio commento non sia stato pubblicato comunque quoto in pieno quello di Antonio. Questi strumenti, che sono certamente solo l’inizio, permetteranno un abbassamento di costi incredibile, per noi e per il pubblico. Se poi si riuscirà a mettere un po’ di zucchero nella medicina amara, ovvero portare i giovani sempre più analfabeti a compiere l’immane sforzo cerebrale di leggere un fumetto perché è “cool”, tanto meglio.
avatar contedicagliostro
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Sono 10 anni che attendiamo l'esplosione degli ebook reader e la attenderemo per altri 10 anni ancora. L'Ipad sta vendendo perchè è Apple, ma ha avuto già predecessori molto più tecnicamente avanti. L'Ipad è e sarà acquistato da chi al 95% vuole contenuti gratis, perchè la spesa si è già conclusa con l'acquisto del lettore. Rimane un 5% che non è influente e non crescerà mai. Perchè gli ebook reader non funzionano? Per un solo semplicissimo motivo. Il lettore "vero" di libri vuole la fisicità del libro e l'ebook reader è solo un giocattolo come la PSP. Diverte 5 minuti ma poi non ne puoi toccare veramente la carta e l'inchiostro. A proposito del trusted chip: un TC può controllare qualunque cosa. La genuinità del sistema operativo non regge come scusa, perchè MAC OS è il sistema più blindato della storia e ci vuole praticamente un hacker per installarlo su un HW x86. Paura legittima quella della Apple da quando, per guadagnare di più sul venduto ha progettato l'IPAD con HW commerciale fatto da Intel...
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