Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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"Non c'è due senza... Tex"

 

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 Ritratto di Clint Eastwood: un saluto anche da parte sua,

in linea con questo articolo, specialmente per quel che riguarda l'ultima parte.

 

 

Hola, compadres!

Benvenuti o bentornati al Trading Post: oggi diremo due parole, beh, anche qualcuna in più, su altrettanti albi speciali di Tex ad opera di una coppia di artisti per i quali non servono troppe presentazioni.

In ordine rigorosamente cronologico parleremo di “Aguas Negras” con i disegni di Giampiero Casertano e di “Dopo la tempesta”, firmato da Sandro Scascitelli.

Cercheremo di restare in qualche modo fedeli al proposito di non esagerare con la prolissità mantenendo le disquisizioni maggiormente vicine alla formula dei “fumettiku”, parola che ho coniato per unire i termini Haiku e Fumetto, al fine di dare l'idea di non perdermi troppo in dissertazioni e divagazioni "sbrodolose". Per mutuare una famosa frase del simpatico Tuco ne “Il buono, il brutto, il cattivo”: “Quando si recensisce si recensisce, non si parla (d'altro)”.

Sia Casertano che Sascitelli mi hanno gentilmente fornito un loro disegno originale a testa: ringrazio ancora una volta questi maestri per la loro disponibilità nei confronti di un semisconosciuto rompiscatole quale sono, il che dimostra la loro grandezza anche come persone e non "solo" come professionisti. Potete ammirare i due disegni nelle parti che tratteranno rispettivamente il Cartonato ed il Maxi.

Ed ora iniziamo!

 

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Aguas Negras”

Ai testi come complice di Casertano, che per chi avesse bisogno di un riferimento è anche l'autore delle chine del bellissimo Texone numero 37 “Old South”, ritroviamo Pasquale Ruju. Insieme, senza dimenticare i colori dell'ottimo Matteo Vattani ed il lettering del non meno bravo Luca Corda, hanno portato nelle edicole un cartonato “alla francese” di assai pregevole fattura.

Nell'introduzione Davide Bonelli presenta la star a cui sono affidati i pennini favorendo la curiosità per chi non conoscesse a fondo il lavoro dell'artista ed al contempo la produzione di acquolina da parte degli appassionati più navigati.

Se si acquista un albo come questo probabilmente si conoscono già i discorsi sulle sperimentazioni in merito all'impaginazione che vengono concesse con maggior libertà: sebbene non sia la prima volta in cui ci è dato ammirare una tavola costituita da un disegno “primario” che occupa l'intera pagina con poi applicate sopra alcune vignette, non possiamo non restare tuttavia rapiti dalla realizzazione grafica ad opera del maestro Casertano.

La visione dall'alto appare quella che un drone può offrire in un moderno film con una ripresa continua della zona, per poi zoomare su taluni punti determinati dal regista, ad esso associamo l'autore, al fine di far cogliere allo spettatore dettagli particolari, esplicativi o aventi la funzione di sottolineare la drammaticità dell'azione. È proprio ciò che avviene in più di un punto nella narrazione: se ne volete un esempio pratico date un'occhiata a pagina 7.

Ma anche se il disegno “grosso che sta dietro” non riempie l'intero foglio, certi espedienti che evidenziano la bravura dell'artefice si possono cogliere con non meno emozione: quando una scena deve trasmettere concitazione in un crescendo di pathos ecco che le vignette si “accalcano”, proprio come le voci di una folla che si sta scaldando per la rabbia o per la paura, non finendo una sull'altra ma restando raggruppate ad hoc per far incrementare la tensione fino all'esplosione di violenza divenuta inevitabile e percepita in tal modo perfino emotivamente dal lettore. Quasi arriviamo ad udire le grida e le detonazioni degli spari o il gracchiare dei corvi, ultima pennellata per rendere l'atmosfera ancora più cupa e tragica anche attraverso la simbologia.

Per contrasto, voltando una pagina ci “assale” il completo silenzio del deserto e paiono sparire anche le ultime eco che ci avevano assordati un attimo prima. Da notare la maestria nei dettagli quali le gocce di sudore sul volto di Tex e Carson quando li vediamo nei primi piani, per dirne una, oppure l'aumento dei neri una volta che i Rangers entrano in un ambiente chiuso come quello di una cantina, cioè un piccolo ristorante/taverna, trasmettendoci perfino la sensazione di fresco rispetto all'afa degli esterni.

In un dialogo che serve anche a noi per capirci qualcosa, lo sceneggiatore ci introduce con poche parole nella vicenda, una brutta storia nei confronti della quale tipi come i Nostri non possono certo lavarsene le mani. Sempre spettacolari i “salti con la telecamera" aiutati dalla mancanza voluta dei bordi in alcune vignette o da parti di disegni che “bucano” i suddetti limiti dando al tutto ancora maggiore realismo e facendo inoltre istintivamente aprire la bocca per l'arte dimostrata dall'autore.

Le prospettive che troviamo durante la lettura sono ancora una volta associabili al lavoro di un abile direttore del montaggio che utilizza più telecamere per riprendere la medesima scena, il medesimo "shot", e non perdere così la possibilità di creare un'unica sequenza sfaccettata in questo caso quasi tridimensionale, offrendo il punto di vista di varie angolazioni per lo stesso volto o per lo stesso blocco narrativo.

Anche considerando i personaggi, se alcuni sono tipicamente stereotipi come il peone anziano che funge da tramite tra i protagonisti ed il lettore ragguagliandoci su cosa sta succedendo, il tipico braccio destro del possidente terriero che perfino noi pacifici cowboys  prenderemmo volentieri a calci e non solo nel didietro, la madre preoccupata per il figlio che è un po' una testa calda ma in fondo un bravo ragazzo, ce ne sono altri che invece rivelano maggiori profondità di quelle che di primo acchito ci saremmo aspettati. Il cattivo è cattivo, sicuro, un viscido serpente velenoso, ma verso sua figlia prova sentimenti che accomunano o dovrebbero accomunare la stragrande maggioranza dei genitori, dei padri. La stessa figlia non è la classica oca giuliva viziata e quella tale testa calda diventato un po' il leader dei suoi compagni ma che non è un cavaliere senza macchia né un eroe anche se prova a farlo, in definitiva non è, come dire, ciò che sembra.

 

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 Una bellissima illustrazione originale raffigurante Tex Willer

offerta dal maestro Casertano per questa recensione ai lettori di "Osservatorio Tex"

 

Addentrandoci nei testi, pur considerando che c'è a disposizione un numero limitato di pagine, a volte, almeno in un'occasione, Tex e Carson peccano di eccessivo ermetismo, cioè non si presentano neanche come Rangers o come “amici” ma partono in quarta interrogando, a parole, un poveraccio che ne risulta ovviamente spaventato, soprattutto sapendo quello che ha dovuto passare. Cioè noi sappiamo cosa è successo, chi sono i Nostri e perché sono li, ma gli altri nella storia che non li hanno ancora mai visti no.

Se uno dei colpi di scena era piuttosto prevedibile, non sarò io a svelarvelo con uno spoiler ma quand'anche non abbiate ancora letto l'albo se ripensate ai personaggi che ho elencato poc'anzi non avrete difficoltà a fare due più due, un altro momento di svolta invece confesso non me lo aspettavo, forse perché sono un ingenuotto e ho creduto alla faccia da bravo ragazzo di Mister Testa Calda. Eppure di solito diffido di chiunque perciò tanto di cappello a sceneggiatore e disegnatore per aver nascosto un apparente avvoltoio sotto le tenere piume di una colomba.

Buoni, buoni, non iniziate subito a prendermi per i fondelli. Andando avanti con la trama si scopre che almeno metà del “turlupinamento” non vale. Comunque sia, un bel paio di ceffoni quel tizio se li meriterebbe senz'altro.

Un altro che se li merita, ma venti e non due, è il già tirato in ballo braccio destro del cattivo di turno, una specie di soprastante tuttofare che al solo vederlo attira sberle, e pallottole, peggio di quanto una scatola di ciambelle faccia con le fauci di Homer Simpson.

Anche voi conoscete Aquila della Notte: quanti secondi credete che passino prima che inizi la ristrutturazione della mascella di German, così si chiama lo sgherro, ultimo di una lunghissima fila di farabutti che non sanno proprio quando stare zitti? Bravi. Pochi.

Don Vicente, l'antagonista dei Rangers, nel suo modo di vestire ed anche con le sue fattezze è un misto tra il Boss Hogg del vecchio telefilm “Hazzard” ed il colonnello della KFC, ovvero la “Kentucky Fried Chicken”, la famosa catena che vende pollo fritto di origina statunitense. E non lo dico come una critica negativa.

Riguardo al bandido che compare a metà della vicenda, ho cercato il suo nome per verificare se ci fossero rimandi a qualche scampaforche realmente esistito ma come Juan Heredia ho solo trovato un ex giocatore argentino ed un ammiraglio spagnolo vissuto nel 1300 perciò presumo che non siano questi i riferimenti al fuorilegge.

Ottime anche le sequenze notturne dove le ombre, parlando esclusivamente delle chine, vengono rese con un aumento dei tocchi di pennello, o pennino, che sostituiscono o si alleano con le sfumature di colore senza mai appesantire il risultato finale, inspessendo quando necessario i contorni di un volto o di un elemento che deve prevalere rispetto allo sfondo.

I movimenti si mantengono fluidi sia nelle fasi di stasi che, ulteriore nota positiva, durante le lotte o le sparatorie, non si riscontrano discordanze nelle proporzioni e le espressioni ricalcano ciò che quel determinato "attore" sente in quel particolare momento, anche lasciando trasparire quando presente un sentimento interiore che lo domina e lo spinge pertanto ad agire, dal puro odio alla ricerca di riscatto personale alla “semplice” sete di giustizia, senza dimenticare angoscia, sofferenza, stupore e disperazione.

Ci sono dettagli da tenere presenti e da non farsi sfuggire. Per averne un assaggio vi invito a confrontare l'ultima vignetta di pagina 31: mentre noi Texiani di vecchio stampo possiamo apprezzare le situazioni in cui Tex... fa Tex nella più inossidabile delle tradizioni che, diciamolo con forza, è bene, anzi è imperativo rispettare ed è ciò che ci si aspetta che avvenga in parallelo a tutte le innovazioni stilistiche che si vogliono inserire in un qualsivoglia volume.

 

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 Ritratto di Giampiero Casertano ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Anche tutti i balloons si inseriscono al meglio nelle tavole, senza che si debba sacrificare una parte di disegno per lasciare spazio alle parole pronunciate dai vari personaggi e senza che le nuvole stesse debbano assumere forme stravaganti come se fossero nel mezzo di una capriola. Luca Corda al lettering svolge come d'altra parte siamo abituati un lavoro preciso e pulito contribuendo senza alcun dubbio all'alto livello che questo volume raggiunge.

Secondo quanto accennato precedentemente, l'altro componente della “banda” che si deve ringraziare per ritrovarsi tra le mani un cartonato coi fiocchi è Matteo Vattani, il quale si è occupato delle colorazioni. Anche su di lui ci siamo sperticati in lodi, tutte meritate come per Corda e Casertano, in articoli passati, ma diciamo qualcosa anche sul suo ruolo in “Aguas Negras”.

Non sempre la colorazione aggiunge, a volte per lo meno lascia invariato il gusto di leggere la storia a fumetti ed in rari casi si arriva addirittura a preferire la versione il bianco e nero. Ma quando Vattani “ci mette le mani”, fa anche rima ma giuro che non era voluta, le cose prendono una piega ben diversa.

La tridimensionalità che le ombreggiature ottenute tramite il colore danno alle vignette, alle tavole, alle pagine offre una notevole spinta verso l'impressione che certe figure sbuchino fuori dalle pagine stesse. Quando poi ci troviamo improvvisamente a fissare il sole della prateria ci viene istintivo socchiudere gli occhi come se fossimo lì, ad sentire sulla nostra pelle il calore del Carro di fuoco.

La resa inoltre di certi dettagli come l'acqua a ridosso della diga, il fumo degli spari e l'effetto della polvere sollevata dai cavalli al trotto, beh, sono quei “tocchi di classe” che fanno da biglietto da visita del professionista.

Uno vero, non come certi presunti tali che pastrugnano con la tastiera.

I contrasti ed i cambi di tonalità tra le zone maggiormente oscurate vanno di pari passo con gli accorgimenti presi da Casertano, fondendosi in un unico assolo da pelle d'oca. Stessa musica, concedetemi di continuare con tale metafora, per il flashback che assume una patina da “vecchia pellicola della mente” o per le scene che si svolgono al tramonto oppure di notte, nelle quali le sagome scure si allungano naturalmente con il cambiare dei colori di base, mentre noi vediamo quello che vedono i protagonisti, cioè quello che gli autori vogliono farci vedere, alla luce delle torce o al pallido bagliore della luna.

Il fuoco di un bivacco rende le ombre perfino “ballerine” proprio come accadrebbe nella realtà a causa dei movimenti delle fiamme ed il mutare del giorno porta con sé il fresco dell'oscurità per fare spazio al chiarore della mattinata.

Riassumendo, le pistole cantano, i denti saltano e la dinamite esplode in un concerto nel quale Vattani è certamente uno dei violinisti di prima fila.

 

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 < Twinnn Ziiip Ziiinnng > : i proiettili fischiano vicino alle orecchie.

Ritratto di Kevin Costner nei panni di Wyatt Earp nell'omonimo film, ad opera di Lorenzo Barruscotto. 

 

Lo scontro finale o meglio quello che sembra lo scontro finale è spietato. Si deve difendere la propria pellaccia e quella di un ostaggio ma con due angeli custodi armati di Colt Frontier calibro 45 non ci sono demoni che tengano. C'è ancora spazio per più di un twist: personalmente uno che mi è piaciuto mentre sull'altro mantengo qualche riserva, sempre perchè sono un dannato cuore tenero.

Prima della vera conclusione possiamo ancora apprezzare l'abilità grafica di Casertano anche per quel che riguarda le ambientazioni e le vedute di casolari, dirupi rocciosi o fiumi prosciugati.

Il reale volto di tutti gli interpreti di questo gran bel film western su carta viene fuori... ma ne manca ancora uno all'appello, la causa scatenante di tutti i problemi a cui Te e Carson hanno dovuto far fronte. Chi crede di ottenere sempre ciò che vuole per il fatto che ritiene di essere il più forte e che questo gli fornisca ogni diritto ha modo di imparare che davanti ai roventi argomenti di due Winchesters maneggiati da “oratori” di prim'ordine tale “diritto” diventa piuttosto... storto, e si scioglie come neve al sole o se preferite come un gelato acquistato in un caldo pomeriggio nella main street di Tombstone. Credetemi, c'è chi si è impuntato in passato su addirittura quante fossero le suddette gelaterie nella città di Wyatt Earp, ma non è il caso di rimestare nella panna.

Non si dovrebbe essere costretti a ricorrere alle armi per far prevalere la legge, però la parola chiave in casi come questo è proprio “costretti”: con una masnada di balordi decisi a farti il contropelo a suon di pallottole non si può porgere l'altra guancia né regalare fiori o cioccolatini. Il solo risultato sarebbe di finire ad abbracciare le radici di un folto mucchietto di margherite e di permettere al male di prosperare anche più forte di prima.

Purtroppo, sebbene basati su concetti condivisibili, buone intenzioni senza buon senso insieme a distorto senso del dovere misto ad esasperazione condita con una certa dose di desiderio di vendetta possono far commettere degli errori sull'impeto della chiamiamola “emotività”.

Il fatto è che da certi errori non si può tornare indietro.

Alla fine giustizia è fatta ma il prezzo pagato, specialmente per qualcuno, risulta inaccettabile.

Disegni e copertina: Giampiero Casertano

Soggettto e Sceneggiatura: Pasquale Ruju

Colori: Matteo Vattani

Lettering: Luca Corda

Creazione ed editing font: Marina Sanfelice

Edizione a cura di Mauro Boselli e Giorgio Giusfredi

50 pagine

 

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Dopo la tempesta”

Con nuovamente Pasquale Ruju alla sceneggiatura per quel che riguarda la prima storia delle due che compongono il Maxi, mentre la seconda è farina del sacco di Antonio Zamberletti, il disegnatore di questo capolavoro, in un formato che viene amichevolmente definito “balenottero”, è come già detto Sandro Scascitelli. Se qualcuno necessitasse di un ripasso per inquadrarlo meglio, il maestro Scascitelli ha firmato memorabili albi tra cui “Gli amanti del Rio Grande” che abbiamo analizzato anche qui a “Osservatorio Tex”: eccovi il link diretto alla “non solo recensione” → http://fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5605-gli-amanti-del-rio-grande-recensione-ed-intervista-a-sandro-scascitelli-relativa-al-colortex-numero-17 .

Questo MaxiTex contiene dunque due storie complete: “Dopo la tempesta” che fornisce anche il titolo all'intero albo e “L'ultima partita”.

Ne discuteremo in parte separatamente ma in parte sarà inevitabile approfondire certe considerazioni spaziando in tutto il volume perché non solo l'autore dei disegni è lo stesso ma anche per il lettering è stato Omar Tuis a svolgere tale impegno per entrambe le narrazioni.

Già solo aprendo alla prima pagina ci sono due sorprese che ci colpiscono positivamente: innanzitutto NON ci sono articoli di sorta, né all'inizio né a metà e neanche tanto meno in fondo. Finalmente!

Si lascia la parola ai fumetti, senza pubblicità di libri o quant'altro (sono ancora in attesa di comprendere in che modo vengano selezionati quei libri a cui si dà risonanza, quando non compaiono nomi di autori universalmente noti. Per esempio si potrebbe anche dire qualche simpatica parolina sul mio “Sorrow”, ovviamente di stampo western, che uscirà a breve... Così, per dire, eh...) e senza nemmeno pezzi in qualche astruso modo legati alle storie o a qualche storia del West che quindi non corre il rischio di venire riferita in maniera non del tutto corretta o financo storpiata da castronerie dettate da mancanza di approfondimento e ricerca come troppo spesso avvenuto in albi, parecchi, speciali o non, e sui quali ci siamo soffermati per tentare di ovviare al mal di pancia provocato da quegli articoli.

Francamente ringalluzziti da tale assenza, la nostra ammirazione viene immediatamente catturata dalla primissima tavola, che lascia già presagire le vette alle quali il volume che ci si appresta a leggere porterà gli appassionati.

 

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Ritratto di Sandro Scascitelli ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Dopo la tempesta”

Avete idea di quanto possa risultare complicato, ripetitivo e difficile rendere la pioggia in una lunga serie di tavole senza che si rovini il disegno complessivo, scegliendo quali sono i dettagli da far emergere e quali coprire per avere un effetto realistico? Il risultato è che ci viene istintivo scrollare l'albo da un lato per far uscire l'acqua come se fosse un contenitore, oppure ci sentiamo come obbligati a stringerci anche noi nelle spalle per proteggerci dallo scroscio che il temporale rovescia su una piccola cittadina di Frontiera dove praticamente ogni attività è ferma nell'attesa che passi la buriana.

Lo stile di Scascitelli, lo sappiamo, è particolare ed attento ai particolari. Realistico, incisivo, pulito: i dettagli non vengono dimenticati, basti pensare alle gocce che scivolano sulla tesa del cappello di chi si trova sotto l'acquazzone, l'utilizzo di brevi tratteggi per far intendere i vestiti bagnati che si appiccicano alle membra, le criniere dei cavalli che spruzzano altre gocce, agitati dai fulmini. Se poi (piccolo allarmino spoiler ma non posso fare altrimenti) ci aggiungiamo una diga che cede, ecco che ci si ritrova in un vero inferno sebbene bagnato e senza fiamme, proveniente sia dal cielo che da terra. Ed il panico cresce mentre si cerca freneticamente di raggiungere un'altura o un qualche luogo elevato per sfuggire alla furia degli elementi scatenati ancora di più dalla follia dell'uomo.

Tavole che sono composte da una grossa vignetta accompagnata da altre due che rappresentano altrettanti fotogrammi in presa diretta sulla tragedia che si compie sotto i nostri occhi testimoniano la maestria di chi impugna il pennino spingendoci quasi a proseguire la lettura per toglierci da quella terribile situazione e scoprire cosa avviene in seguito, quali ne sono state le conseguenze.

L'espressività dei volti di coloro i quali “vivono in prima persona” gli eventi cooperano a renderli praticamente umani, non si tratta più “solo di disegni” ma stiamo vedendo delle persone, che a loro volta ci danno l'impressione di poterci guardare. E le grida di ira o di terrore sembrano quasi inghiottite dal frastuono che pare fuoriuscire dalle pagine, in una sorta di gorgo che rapisce anche noi ed al quale possiamo sfuggire unicamente continuando a sfogliare e leggere, in attesa di un attimo di respiro.

Ecco che finalmente compaiono sulla scena Tex Willer e Kit Carson.

Sono proprio loro, hanno i volti che l'artista ci ha presentato come i “suoi Tex e Carson” e che anche noi non fatichiamo ad identificare. C'è solo una differenza stavolta: non arrivano a cavallo ma in canoa, risalendo il corso di un fiume.

Per un mio giudizio personale, a me piace molto lo stile di Scascitelli, soprattutto nelle rappresentazioni che sfiorano maggiormente quel realismo di cui ho accennato poco fa. Il tratteggio per le ombre è una tecnica che mi affascina e talvolta quando posso e riesco cerco di metterla in pratica quando creo uno dei miei ritratti, dopo anni di esercizio direi che posso definirmi una specie di ritrattista non professionista ma neanche troppo amatoriale.

Il peso morto di un cadavere, purtroppo apparente vittima della piena... ma invece ovviamente no, un carro rovesciato e semisommerso dalla piena, gli abitanti che cercano di rimettere in sesto ciò che si è salvato, le ambientazioni, chiamiamole location del set, i vestiti stessi delle comparse e dei comprimari, i capelli, che li si voglia far apparire fradici o meno, le pieghe delle maniche, le ombreggiature sui volti, i baffi e le barbe... Diavolo! Un dannatissimo lavoro che farebbe invidia ad un amanuense.

Sebbene appaia estremamente chiaro poi nella seconda storia, anche in quella che fornisce il titolo al volume nove su dieci troviamo sparsi qua e là volti noti prestati al fumetto. In mezzo agli sgherri che scambiano piombo con i Nostri si identifica a volte “quell'attore che compare in diversi film western” (pagina 89), non ve lo dico come si chiama, devo mica fare proprio tutto tutto io, e forse la figura dello sceriffo ha qualcosa di Burt Reynolds, ma non ci metterei la mano sul fuoco.

 

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A volte le ombre sembrano vive: un "forse" Duca ritratto da Lorenzo Barruscotto.

 

Bisogna invece soffermarsi su un concetto per cui si è detta qualche parola di troppo, secondo me.

Invece di urlacchiare subito al miracolo quando qualcuno... eh sì, ormai mi vengono in mente sempre quel paio di nomi lì, a ragion veduta oserei dire, ne fa una delle sue come se si fosse scoperto il Sacro Graal, tralasciando i buchi nelle sceneggiature o i Triangoli delle Bermude negli articoli, e per contro ci si mette ad abb..., pardon, a criticare in modo piuttosto gratuito manifestando anche un certo scarso grado di “competenza fumettistica” in merito al disegno quando si parla di maestri del calibro di Scascitelli, ed anche altri beninteso, sarebbe d'uopo fare un bel respiro, alzarsi dal tavolo e dalla tastiera, andare a bere un bicchier d'acqua, io la bevo gasata ma per qualcuno è già troppo forte quella, e poi tornare maggiormente “ragionati”.

Sempre partendo dal presupposto che ognuno è libero di esprimere il proprio parere, e deve essere così - allora anch'io godo della stessa libertà tra l'altro - ci sono situazioni oggettive in cui si apre bocca più per aerare il locale prima che i denti ci passino la giornata. Come possono i volti di Tex e Carson non sembrare “fumettosi” se per dirla in modo brutale Tex e Carson non sono persone in carne ed ossa? Voglio dire, ogni disegnatore ci propone la SUA versione dei volti di Aquila della Notte e compagni e noi li riconosciamo nonostante cambino un po' lineamenti grazie all'arte dei disegnatori stessi che seguono canoni prestabiliti, probabilmente delle linee guida comuni. A volte li riconosciamo solo perchè sono vestiti sempre allo stesso modo e nessuno dice niente.

Ma se un personaggio è ispirato ad un volto reale è chiaro che avrà più dettagli di uno che invece ci si è dovuti costruire e sviluppare negli anni. Tutti noi lettori abbiamo la nostra idea, anche non ben conscia, di che grugno abbiano o dovrebbero avere per noi i Rangers e li "centriamo tra la folla" perché la nostra materia grigia li identifica sebbene siano disegnati da Villa nelle copertine o da chi firma le chine di volta in volta. Salvo rare eccezioni in cui una faccia somiglia più ad un quadro astratto, ma non è certo questo il caso. Tutt'altro.

Qui Tex e Carson si muovono in un contesto nel quale la maggior parte dei “ritratti” sono per l'appunto ritratti, con sfumature ed ombreggiature che restituiscono anche l'atmosfera e le varie sensazioni interiori degli interessati e non rimangono mica inespressivi o privi di dettagli quando ci viene proposto un primo piano o un dialogo serrato, né men che meno nelle scene d'azione. Loro SONO Tex e Kit, li becchiamo subito, e non c'è l'impressione che ci sia una faccina come quelle degli emoticons, senza particolari, montata su un disegno invece curato. La bravura di Scascitelli consiste proprio nel trasformare un personaggio di fantasia in una persona, beh il più possibile, mettendo i chiaroscuri nei posti giusti, usando il tratteggio e dilettandosi, cioè presumo che per lui sia stato un lavoraccio ma ci siamo capiti, nel darci perfino zoom molto ravvicinati sugli occhi di Tex, sul pizzetto di Carson sotto ai cui baffi cogliamo minime variazioni di espressione. E chi conosce il Vecchio Cammello sa già che sta per fare una battuta o per lamentarsi di un'idea del suo Pard. Credo fosse il caso di considerare tutto ciò, amigos, prima di sputacchiare “sentenze” perdendo invece una buona occasione.

Se serve che lo si dica chiaramente: un ritratto ricavato da una persona vera ha logicamente la possibilità di contenere maggiori tocchi particolareggiati, rispetto ad un volto costruito su basi stilistiche che devono rispettare la tradizione e che fortunatamente per ora ancora lo fanno. Poi si possono aggiungere pennellate personali per cui vi mando alle pagina 113, 116, 121 giusto così al fine di ammirare qualcosa di assai diverso dalla “attuazione sbrigativa”.

Tra l'altro le sequenze che avvengono durante la pioggia in notturna sono spettacolari: dal punto di vista della realizzazione grafica penso suscitino reale ammirazione, per questo ho usato il termine ammirare e non sfogliare, da parte di chiunque abbia mai tenuto in mano una matita per il grado di difficoltà e per il prodotto finito che raggiunge livelli proprio elevatissimi. Anche se lo avete già "studiato", vi invito sotto quest'ottica a riprendere in mano l'albo e ripercorrere proprio l'azione che si svolge di notte tra pathos e piombo, non lasciandovi incantare da un bel faccino e ragionando sempre, come si dovrebbe fare praticamente ogni giorno, pensando che ci sia qualcuno che non la racconta giusta. Chi lo ha letto già lo sa e chi non lo ha ancora letto da buon Texiano darà retta alla grossa pulce nell'orecchio che gli è rimasta dopo essersi tolto lo spolverino zuppo ed aver messo accanto al fuoco il suo altrettanto ben lavato Stetson.

Certe storie instillano la voglia di ricominciare l'albo dall'inizio per osservare meglio le tavole, una volta conclusa la prima lettura, perdendoci nelle vedute dall'alto che fanno da stacco, quasi a sottolineare una località dove qualcosa di importante sta per avvenire e non solamente inserite come prova stilistica. Ci godiamo la cura degli interni, dagli arredamenti ai giochi di luce quando ci sono le finestre o quando tutto si svolge nell'oscurità rischiarata soltanto dalla fioca luce di una torcia. Avete fatto caso alle venature del legname che costituisce per esempio le pareti di diversi edifici nella cittadina, quale per esempio il saloon, o il contrasto con lo sfondo spoglio se si sta per lanciare il cavallo verso la prateria nella speranza di scappare da un confronto con la Legge?

Gli stessi animali lasciano intuire la muscolatura scattante seguendo sempre i movimenti, che si tratti di correre o di impennare perché sono state appena tirate le redini. Anche da fermi nessuno ha mai la coda nella medesima posizione.

Sono “piccoli” accorgimenti che fanno grande l'albo.

 

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Riuscite sempre a "beccare" tutti i dettagli?

Ritratto di John Wayne nei panni de "Il grande Jake", dalla scena di apertura.

La posizione ricorda la copertina di "Vigilantes!" firmata da Galep,

però il film uscì nel 1971 mentre il volume di Tex nel 1966.

Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Stesso discorso per le movenze di tutti i personaggi, non si denota alcuna irregolarità come avviene talvolta in cui si ha l'impressione di osservare manichini in posa che simulano il gesto: tutt'altro, qui un cazzottone ben tirato pare proprio partire e soprattutto arrivare a segno con tanto di svolazzamento di chi lo incassa. Idem se sostituiamo i pugni con le pallottole.

In questo clima talmente umido che fa sudare perfino noi lettori anche semplicemente se commettiamo l'errore di immedesimarci troppo, l'indagine a fianco dei due portatori di stella d'argento giunge man mano a scoperchiare un nido di serpenti: diciamo che quelli “minori” li scopriamo banalmente andando avanti nella lettura perché non riescono a non farsi scoprire, per ragioni più o meno valide e più o meno “umane”, mentre l'anima nera della situazione per quanto fino ad un certo punto non faccia assolutamente niente per tradirsi, non rappresenta un grosso colpone di scenona. Sia il cattivo che Ruju non hanno tenuto conto che ci sono appassionati che hanno sul groppone decenni di indagini a fianco dei Pards e che dunque hanno imparato almeno per quel che riguarda le Nuvole Parlanti, a dare retta alle proprie sensazioni.

Perciò da quel lato non si vuole ad ogni costo smascherare un misterioso colpevole ma si procede per verificare se il nostro fiuto da Pinkerton in prova ci aveva messo sulla pista giusta. Ed in effetti, salvo qualche variazione sul movente, personalmente il vecchio Allan mi avrebbe lasciato compilare il rapporto per la chiusura del caso.

Degne di nota sono le scazzottate per mettere fine ad una faida di vecchia data, momento coinvolgente con tratti divertenti che trasporta anche l'animo del lettore sul posto e senza dubbio la rissa con un inutile gruppo di inutili sciacalli che vogliono approfittarsi della difficile condizione susseguente l'inondazione ai danni di persone oneste. Dei vigliacchi bulletti che vanno a sbattere contro le nocche di ferro di due mastini, i quali non spandono neanche mezza goccia del summenzionato sudore, per rimettere in riga malriuscite, non per i disegni ma intendo in generale, iene travestite da vermi, come purtroppo ce ne sono tante in giro anche ai giorni nostri ed in molti, troppi, ambiti.

C'è sempre però uno che non capisce l'antifona e che crede che la propria vigliaccheria mista a cattivo whisky e prepotenza lo rendano invincibile e legittimato ad agire come crede.

Non temete, la seconda lezione alla fine gli entra in testa. Proprio tra gli occhi.

Il confronto finale non va così “liscio” come ci si aspetterebbe e se fino all'ultimo possiamo bearci delle chine dell'autore, non ci possiamo in ogni caso distrarre più di tanto: di pellaccia ce n'è una sola. Siamo anche testimoni dell'ira di un giusto nei confronti della bassezza a cui si può spingere l'anima di un altro uomo, quando quest'ultimo perde tutto ciò che lo rende tale.

Giustizia è fatta, ma non si può riportare indietro chi ha pagato senza colpa con sangue innocente l'odioso prezzo della violenza.

 

 

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 Uno splendido ritratto/studio di uno dei personaggi principali di "L'ultima partita",

disegno originale inviato dal maestro Scascitelli appositamente per questo articolo.

Non vi ricorda qualcuno?

 

"L'ultima partita" 

Per quanto riguarda il lato puramente grafico della seconda storia non c'è nulla di nuovo da dire, rischieremmo di ripeterci: la fine maestria di Scascitelli domina anche nelle tavole di quest'avventura. A dire il vero qualcosa da approfondire comunque ci sarebbe: appaiono assolutamente chiari nei volti di alcuni personaggi i riferimenti ad altrettanti attori assai noti che abbiamo potuto vedere in numerosi film hollywoodiani. Non starò ad insultare la vostra intelligenza nell'associare pedestremente il personaggio al nome ma riporto qui le “guest stars” di maggior rilevanza: Jeremy Irons, Willem Dafoe, Viggo Mortensen e Clarke Gable.

Niente meno.

Pur non essendo una novità, lo abbiamo già spiegato, è sempre un piacere da cinefilo e fumettaro in parallelo, trovare questi intrecci, specialmente quando vengono ideati con il supporto delle capacità proprie di cotanto disegnatore. La somiglianza è così palese che quasi ci viene da “chiamarli” direttamente e non come sono presentati nella narrazione.

Personalmente sebbene non ci siano né buchi né difetti di altro genere nella prima storia, avrei considerato questa come principale, forse perché tocca corde maggiormente coinvolgenti per quel che mi riguarda o perché ci sono articolate e trascinanti sparatorie, cosa che, sebbene per qualcuno possa apparire come una “situazione già vissuta” fa sempre, e sempre dovrebbe far, piacere ad un appassionato di western e di Tex, specie se ci si vuole o peggio ancora si ha il bisogno di svagarsi dalla orrenda o quantomeno pesante realtà quotidiana. Perciò tanto di cappello a Zamberletti per aver messo in piedi una trama che contiene sia l'elemento di indagine ma anche una certa abbondanza di “action” dove far sfogare i summenzionati attoroni scritturati per la parte.

Non che le revolverate o i soddisfacenti sganassoni rifilati a balordi e prepotenti di turno non andassero bene nell'avventura di prima, intendiamoci. Però "ora" i Winchesters hanno sicuramente tempo di scaldare la canna e togliersi di dosso l'umidità accumulata da tutta quell'acqua: certamente non rischiano di arrugginire nei foderi.

Per quel che concerne i disegni, ribadisco quello che ho già affermato. Volete un riassunto? Ok: wow! Fine riassunto.

Ombreggiature, espressività e plasticità nelle movenze sembrano davvero ricavati da fotogrammi, nuovamente, di un bel film alla John Ford e quando una delle attrici deve urlare pare quasi di sentire il grido riecheggiare fuori dalle pagine. Occhio, se leggerete il balenottero non da soli, che potreste spaventare qualcuno. Vi serve un'ulteriore prova della pazienza di un fumettista? Andate a pagina 191 ed osservate con attenzione la pianta che compare nell'ultima vignetta, insieme ai muri della stanza in cui Tex e Carson stanno discutendo con lo sceriffo e la figlia di un fuggiasco, l'urlatrice di poco fa: se non vi cade la mandibola per lo stupore avete messo troppa colla per la dentiera. Stesso discorso per la ghost-town di pagina 271.

Ancora una volta il lettering di Omar Tuis mantiene alto lo standard, in tutto il Maxi.

Sia le montagne attorno ad Arroyo, non il letto di un fiumiciattolo asciutto ma il paese dove si svolge la vicenda, sia le vedute della main street sono ben più di vignette, sono finestre aperte sul West ed il lettore che si lascia catturare dalla storia adatta sguardo e perfino respiro a seconda di quello che vede, dalla polvere di una cittadina alle estensioni incontaminate di una foresta che si evince in lontananza nella prateria, fino a provare il giusto disagio nel trovarci faccia a faccia con un crotalo che abbiamo involontariamente disturbato presso la riva di un laghetto.

Faremo la conoscenza di una “persona comune”, un uomo onesto e simpatico, in gamba come deve essere chi vive alla Frontiera pur non essendo un Ranger e non chiamandosi Willer o Carson, ed allo stesso tempo avremo a che ridire con un anche troppo folto numero di pendagli da forca foraggiati da uno, più di uno ma diciamo uno perché è il peggiore, cattivo dall'anima nera che trasuda quanto basta viscidume e mancanza di scrupoli da causarci una smorfia di disgusto sempre più marcata ogni volta che lo vediamo durante la lettura.

 

Sharon Stone 2d min

"You stole my life!" - "Mi hai rubato la vita!" dice Sharon Stone a Gene Hackman in "Pronti a morire",

anche se il titolo in inglese "The quick and the dead" suona meglio.

I cattivi delle storie di Tex e molti altri cattivi anche non di carta, più o meno reali, più o meno vicini alla quotidianità di ognuno,

sono accomunati da questo infimo scopo: sete di potere o denaro.

E questa è una delle ragioni per le quali Tex non è "solo un giornalino",

ragione che tutti, i suoi addetti ai lavori, i lettori nonchè chi "non lo capisce", dovrebbero ricordarsi.

Ritratto ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

La Texianità, lo spirito Texiano, che traspare in quest'avventura è di quelle che piacciono agli aficionados di vecchio stampo, vecchie pellacce ma che non si vergognano di provare pietà anche per un nemico il quale, sebbene non ci sia possibilità di salvezza o redenzione per uno come lui, nel momento conclusivo della sua sicuramente non edificante pista, svela un insospettabile, sebbene distorto dal male, spicchio di umanità.

La stessa umanità, che quando è votata, al bene può addirittura perdonare e forse addirittura comprendere le motivazioni di chi ha commesso uno sbaglio e poi si è trovato in una situazione senza uscita, costretto a percorrere una via che aveva scelto di non intraprendere mai più, per proteggere chi gli sta a cuore a dispetto della sua stessa vita. Agendo da uomo, agendo da padre.

Non è uno spoiler, state tranquilli, e non ho alcuna intenzione di sbottonarmi ulteriormente su ciò che capita. Come ben sapete quando posso, e si può quasi sempre, volendolo, evito anticipazioni di sorta perché sono il primo a cui danno fastidio. In giro ci sono già molti che confondono “recensione” con “descrizione”. Per quanto stavolta potrebbe essere in tema vista la presenza al Trading Post di un illustre rappresentante del mondo del cinema trasformato in carta e china, non mi sembra giusto verso chi legge lavarsene le mani con un “francamente me ne infischio”. Lo so, lo so, QUESTA era davvero una “gag telefonata” ma qualche volta lasciatemene sparare una, non sono mica Dante.

La giustizia attende, presso le scalcagnate assi di un vecchio saloon abbandonato: sarete pronti a mettervi in gioco per l'ultima mano di un letale e rovente giro di poker? Attenti però perchè non si puntano dollari, ma pallottole e non è prevista la rivincita.

D'altra parte che ci si trovi nel vecchio West o nel 2022 bisogna sempre agire sostanzialmente allo stesso modo: studiare gli avversari, capire se e quanto bluffano e calare gli assi al momento opportuno. Non si può sempre vincere, non ditelo a me, ma quel che conta è giocare pulito.

La differenza tra avere ed essere è tutta qui: se si bara si può anche portare a casa il bottino, il risultato, chiamatelo come volete, con maggiore facilità e spesso si ha magari molto, ma alla fine in fondo in fondo cosa si è?

Copertina: Claudio Villa

Disegni: Sandro Scascitelli

Testi: Pasquale Ruju e Antonio Zamberletti

Lettering: Omar Tuis

290 pagine 

 

 

L'articolo sui due albi termina qui.

Ciò che segue è una sorta di pensiero "della sera" personale e conclusivo, non legato alle precedenti recensioni.

 

Gorilla min

 

Ed eccoci arrivati alla fine anche di questa chiacchierata.

In effetti non solo, perché per qualche tempo l'articolo che avete letto e che forse state ancora leggendo rimarrà l'ultimo dell'intera Rubrica, includendo anche le varie incursioni in altri generi quali le interviste, che nel corso degli anni si sono susseguite da quando è iniziata la pista di “Osservatorio Tex”. Non è un addio, perché non voglio assolutamente far chiudere i battenti al Trading Post specie con tutto il lavoro svolto per aprirlo e, come dire, avviarlo nonché gestirlo e mantenerlo attivo. Ma ci sono circostanze e questioni che per i prossimi mesi assorbiranno completamente il mio tempo, il mio impegno e la mia attenzione per cui questo “hasta luego” durerà un po'. D'altra parte anche gli sforzi dei Pards saranno rivolti a quel folle demonio di Mefisto ed al suo degno rampollo Yama quindi ognuno sostanzialmente dovrà vedersela con i suoi guai.

La mia volontà di continuare a scrivere di West e genere western, che resta piuttosto salda come ho avuto occasione di spiegare in pezzi precedenti anche di recente pubblicazione, si scontra però purtroppo con la dura realtà delle porte in faccia e del fatto che non si può campare di sole pacche sulle spalle. Certo, fanno sempre piacere ma non è possibile vivere d'aria o lavorare gratis. Non dovrebbe neppure esistere il concetto. E sinceramente non lo trovo neanche così edificante o giusto. Per lo meno non più, sebbene non rinneghi mezza riga né una sola goccia di fatica spesa per mettere insieme i miei sproloqui, le mie ricerche e da tale esperienza abbia ricavato il più possibile imparando a migliorare ed affinare tecniche, financo a saper guardare le cose e perché no me stesso in modo differente, forse migliore, sicuramente più maturo e disilluso. Sembra strano che una specie di crescita derivi da una serie di articoli di siffatto argomento ma in effetti è avvenuto proprio così.

A volte scherzo dicendo che adesso “il West mi conosce” perché gruppi social, pagine e siti anche prestigiosi in tema di Frontiera mi hanno scritto, hanno risposto a mie email, che si tratti di musei, uffici federali o persone, oppure mi hanno permesso di scrivere con e per loro o hanno condiviso miei lavori. Sia per quel che riguarda la scrittura che i ritratti; riviste in Patria e negli USA hanno fatto lo stesso, una promettendo perfino di PAGARMI PER UN ARTICOLO, se arriverò a vederlo pubblicato il prossimo anno. Pensate che roba. Quest'ultima situazione naturalmente viene da oltre oceano, figuriamoci se succede qua.

I Rangers, quelli veri, e la Polizia a cavallo canadese, i Mounties, mi inviano gli auguri di Natale e Pasqua o rispondono direttamente tramite messaggio, da più sedi, oltre che dal Quartier Generale al piccolo insignificante rompiscatole che dall'Italia li aveva contattati per interviste o domande.

Ah, giusto, ci sono ancora un paio di cosette che senza dubbio... spero... compariranno su queste pagine e che saranno mi sa una vera esclusiva italiana. Per i San Tommasi, quando saranno uscite, trovatemi chi ha fatto lo stesso e vi pago un giro di bevute.

Anche alcune case editrici si sono in qualche misura interessate a chi vi parla, non solo la Bonelli. Anzi...

Una su tutte Astorina, che ringrazio per l'attuazione di seppur non tutto ciò che mi ero prefissato, almeno un'importante parte. Ma ho avuto occasione di appurare che il mio naso ha un limite alle tranvate che può sostenere e c'è un limite inoltre al numero di quelle suddette porte che io sono disposto a beccarmi sul muso, in special modo quando non tutte sono motivate da ragioni al cento per cento valide.

Infatti se ho potuto raggiungere molte persone con cui dire la mia su svariati argomenti e posso ritenere di aver maturato un certo occhio o fiuto sempre in ambito delle Nuvole Parlanti, ma neanche poi solamente, al servizio del genere western, ho di contro sperimentato la chiusura del menzionato mondo dell'editoria verso chi gli si affaccia da, diciamo così, indipendente: mi sono giunti apprezzamenti da molti professionisti, la maggior parte dei quali genuinamente sinceri, però in concreto sono rimasto sempre al margine, “tollerato” come un prurito non troppo fastidioso di cui ci si dimentica dopo una veloce grattatina. Le ragioni dei vari no, quando non sono state proprio fregature, insulti espliciti o velati, o ancora proposte che mi hanno fatto cadere... gli speroni, insieme a quant'altro di rotolabile e che per altro fa anche rima possa precipitare al suolo una volta udite, oppure, perfino peggio, i “si, ma...”, “sei bravo, però...”, sono state quasi tutte delle barzellette che non fanno ridere e se vi facessi l'elenco sono certo che non avreste difficoltà nel convenire con me che non sto affatto arrampicandomi sul solito discorso alla “tanto è acerba”.

Ho anche dimostrato al di là di opinioni personali ma con oggettività inappuntabili che, in ogni caso se preferite consideriamola solamente una mia idea, spesso purtroppo non importa cosa si scrive ma CHI lo scrive al pari di quegli aneddoti sul metre che cambia solo l'etichetta di una bottiglia di vino riproponendo dieci secondi dopo la stessa al cliente che crede di essere un esperto e che la volta successiva esalta le lodi di quello che ha nel bicchiere anche se si tratta della medesima “bevanda”.

Più di una volta per l'appunto mi sono chiesto se, invece di aver proposto io una mia storia, un soggetto, qualcosa, avessi potuto farlo fare da qualcuno che viene considerato “infallibile”, espertone, professionistone, si sarebbero mosse le stesse critiche. O se il medesimo esperto dopo un po' avesse proposto un'idea sovrapponibile, quale reazione otterrebbe o avrebbe ottenuto. 

Non è il caso che vi dica quale risposta mi sono dato.

 

Gandalf min

"Tu non puoi passare!"

Probabilmente i "chiuditori di porte sul naso" sono estremamente appassionati di "Il Signore degli anelli"

tanto da fare propria la famosa frase di Gandalf quando lo stregone affronta il demone nel primo film.

Ritratto di Lorenzo Barruscotto, il "portatore del naso".

 

Ed il "bello" è che i rifiuti non ci sono stati per colpa della mancanza di talento, a quanto pare. Intendiamoci, non lo dico io ma questa premessa compare quasi sempre nelle varie risposte, le quali a dire il vero diventano man mano vere e proprie, talvolta alquanto arzigogolate, scuse. Non nel senso di “I'm sorry” ma di giustificazioni diciamo anche "autoinferte", cavilli, difese, pretesti, ripieghi, scappatoie... in un paio di casi ci si avvicina piuttosto notevolmente a supercazzole.

Per carità poi può essere stato anche tutto comprovato, sicuramente lo è, per far quadrare il cerchio e giustificare, lo ribadisco, il mantenimento per così dire dell'ordine costituito. E così, tirando le somme, di conseguenza si sono ignorati progetti che potevano portare solo e ripeto solo benefici e non principalmente a me, basti pensare a “Una voce per te”, eccovi il link → http://fumettodautore.com/index.php/magazine/osservatorio-tex/5618-le-letture-per-ipo-e-non-vedenti-di-una-voce-per-te-il-progetto-gratuito-dei-video-che-si-ascoltano , come si sono ignorate alcune occasioni per risultare grandi riconoscendo un passo falso commesso, a cui si poteva rimediare con un umanissimo mea culpa o dando un colpetto di sprone o una tiratina di redini qua e là quando necessari.

Ed erano, e sono, maledettamente necessari in certe occasioni... accidenti se lo erano.

Lasciamo pure perdere le interviste con il Comandante dei Rangers o con la Mounted Police che mi sono state rilasciate dai rispettivi uffici tramite mail con tanto di autorizzazioni. Naaa, a chi volete che importi di bazzecole come queste, sono solo due centri nevralgici dell'epopea della Frontiera. Molto meglio collezionare una sfilza di certificate baggianate messe lì con il nastro adesivo, che tanto mica nessuno se ne accorge, i lettori sono tutti dei giuggioloni. Eh, non proprio tutti tutti, sorry. Stavolta è un vero "sorry". E non sognamoci di pagare l'articolo. Vade retro.

Qualche volta certe idee che ho visto poi realizzate non mi sono suonate nemmeno così nuove...

Ma anche di ciò vi ho già annoiato parlandone in passato.

Sempre per i San Tommasi, eventualmente nuovi arrivati, o per chi è affezionato al mio ficcanasare vi lascio con un ultimo esempio: niente di troppo grave, ci mancherebbe, siamo tutti ben consapevoli che in giro ci sono problemi vagamente più gravi e che un fumetto per quanto possa accomunarci la passione non rappresenta neanche lontanamente un bene di prima necessità, non servirebbe sottolinearlo ma è sempre bene ripetere ogni tanto certi concetti base, repetita iuvant. Cioè, dopo più di due anni c'è ancora chi sta con il naso fuori dalla mascherina, per non dire nulla sui luoghi dove adesso è solo "consigliata" anche se si è accalcati come su un carro bestiame, e non credo siano tutte persone asmatiche.

Tornando a noi, l'intramontabile Mr C. è come i Marines, sempre pronto.

Abbiamo già commentato l'esternazione presente in uno dei volumi della collana “Tex Willer”, risalente solo a pochi mesi fa, nella quale il Boss della Bonelli rivelava ai lettori che una nostra vecchia conoscenza ha/aveva acquisito, per quanto in quel contesto venisse dato per scontato già da parecchio, il ruolo di “controllore”, una sorta di editor a cui spetta il compito di approvare le storie e scovare gli errori da correggere. Tralasciando il grande stupore parallelo a un improvviso occhio ballerino alla Scrat de “L'era Glaciale” o meglio ancora alla Wile Coyote quando sta per piombargli addosso un masso, che tale informazione ha portato con sé, in stile proprio “Urlo di Munch”, ecco che praticamente subito ci si offre l'opportunità di “munchare” ed il nostro sopracciglio dei “boh” si alza quasi volesse provare a fare il base-jumper.

Nel numero di Tex 736 dal titolo “Le frecce del nemici” non avete riscontrato nulla di anomalo? Tutto liscio? Vi rinnovo l'invito a soffermarvi sulla prima vignetta di pagina 106. Il sakem Quercia Rossa, sakem Comanche, afferma: “Ora io e i miei guerrieri torneremo al nostro villaggio. I pochi Comanche fuggiti non sono più un pericolo.”

Ehm... no.

Lo scontro appena avvenuto a cui ha partecipato anche Aquila della Notte si è tenuto contro una banda di Kiowas, nemici dei Comanches. Per di più non si tratta di una storia in cui ci sono diverse tribù ma si menzionano solo quelle due e per un tempo limitato dal momento che l'azione si svolge in un flashback. E l'intera storia sviluppata in due albi è incentrata proprio SUL ruolo del capo Comanche Quercia Rossa. Lasciamo pure perdere l'incongruenza che i Navajos vengano citati con la S del plurale, come Apaches quando ci sono loro, ma le altre genti, proprio come Comanches o Kiowas, la perdono - se si vuole rispettare le regole della lingua italiana allora si fa tutto uguale o si scrive correttamente per tutti, tanto più che qui non si parla di Sioux e perciò non ci sono neanche difficoltà fonetiche - ma, dai, una cosa si doveva fare. Vale a dire rileggere una storia di Tex sapendo di che si tratta. Beh, e ovviamente capire cosa si stava leggendo.

Ora, chiariamo, a tutti capitano sviste e a tutti scappa qualche errore, probabilmente nonostante le mie di riletture me ne saranno scappati altri che non ho visto in questo articolo, come in altri, ma stavolta non è un “errore di calcolo”. A ben considerare è piuttosto uno “di concetto”, almeno così pare.

Dalle vite inventate di personaggi con grandi nasi che non si riescono a mandare giù nonostante li abbia creati un certo Aurelio Galleppini, a ragnoni giganti pseudo-psicopatici, con l'aggiunta di gelati sparsi qua e là per le città dove se tieni in mano un cono non puoi prendere la Colt, fino a tradizioni decennali messe a gambe all'aria... Wikipedia dovrebbe utilizzare tale esempio alla voce "professionalità".

E stando a come e quanto una certa fetta di lettori osanna inspiegabilmente questo “tipo di professionalità” anche alla voce “santo subito”.

Comunque in entrambi i casi e battute a parte, bel controllo! Possiamo proprio stare tranquilli che la nostra passione menzionata poco fa è al sicuro.

“Ottimo lavoro: l'operazione è perfettamente riuscita ma... scusi, dottore, lei prima non aveva un orologio? E cos'è questo ticchettio che proviene dalla pancia del paziente?”

Bah...

 

Ahsoka min

A volte ne serve di Forza...

Ritratto di Rosario Dawson nei panni di Ahsoka Tano, non scelta a caso:

è una ex Jedi che comunque non perde la voglia di lottare per ciò che ritiene giusto.

In versione cartone compare tra i "Rebels" mentre in versione live action in "The Mandalorian",

nell'universo di "Star Wars".

Qui ritratta ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Ci sarebbero molti altri esempi, sia con radici che affondano nel passato, può avvenire di rendersene conto quando si va a riprendere in mano un vecchio albo risalente a qualche annetto fa, sia pubblicizzati tutt'ora perché inclusi in volumi di prossima uscita, al pari di talune avventure riproposte a colori o in serie parallele. Ci sono poi i tentativi di utilizzare un tono epicamente poetico o “rotondo” proprio come Mr C. riteneva fosse la parola "Duemila", riferendosi all'inizio del millennio poco prima di scivolare in una rovinosa gaffe, tale da lasciare presumibilmente di stucco persino Dylan Dog che di orrori se ne intende. In quel caso più che di gaffe si dovrebbe parlare proprio di mancanza di rispetto sebbene probabilmente colposa, non rendendosi neanche conto degli scivoloni che talvolta si vanno direttamente a cercare e che si tramutano in ripetizioni o immagini forzate prive di supporto dal punto di vista, spesso necessario, delle note storiografiche. Oppure banalmente bisogna semplicemente essere capaci di crearle e scriverle, tutto qui.

Per mutuare una frase che Bud Spencer e Terence Hill si scambiano più di una volta in uno dei loro più fortunati film: “Se sta bene a voi...”.

Già, io non sono nato con la camicia. Cioè sono ancora vivo sebbene almeno due, quasi tre, situazioni avessero lasciato presagire il contrario quindi non dovrei lamentarmi, nonostante le varie rogne che mi sono rimaste appiccicate addosso e che affronto ogni giorno, però questo è un discorso di ben altro tono, credo si comprenda.

Avrei potuto inserire un disegno di Wile Coyote, in effetti è uno che non molla, o magari anche di Trinità e Bambino ma suppongo che ciò che penso di chi o cosa, sparsi per i miei 40 anni non solamente nell'ultimo lustro... poco lustro, mi ha impedito di salire "quel" gradino, un qualunque gradino, di prendere "quel" treno, di raggiungere un tale obiettivo opponendosi in differenti modi, apertamente o con fare subdolo, a priori, in tanti ambiti della vita, possa venire riassunto dal ritratto di Di Caprio che vedete qui sotto e che ho realizzato appositamente per l'occasione.

E che invece si trasforma in un reale e sentito saluto per chi, in qualunque maniera lo abbia fatto, mi ha considerato positivamente.

Sempre come dicono Bud e Terence: ho proprio idea che la... supposta sia giusta.

 

Di Caprio min

Ritratto di Leonardo Di Caprio ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Si potrebbero aggiungere altre osservazioni senza inventare nulla, spaziando su diversi piani anche più seri.

Per esempio si potrebbe discutere sull'editoriale di Davide Bonelli comparso sui numeri più vicini temporalmente parlando, come su Tex numero 739 ma anche da altre parti, in merito ad un certo discorso sulle edicole. E senza che ci sia sentore di aumento di prezzo, dato che come ammette egli stesso, quando scrive lui, gira gira di pecunia si tratta, solitamente.

In pratica, a causa della chiusura diffusa di molte edicole, ci viene "chiesto" di acquistare gli albi sempre nella stessa edicola. Lasciando a chi di dovere le elucubrazioni sul lato economico, io sinceramente non ho bisogno di "obbedire a richieste", dal momento che fin da quando gattonavo, all'incirca, ho avuto la fortuna di avere come riferimento un paio di edicolanti - esatto, sono un dannato abitudinario fiero di esserlo - e poi dopo che qualcuno ha dovuto cambiare, me ne è rimasto uno per fortuna che ormai mi conosce, con cui scambiare due parole e presso cui posso permettermi anche di "prenotare" qualche fumetto.

Ma comunque sia, se mi trovo per mille ragione fuori zona e succede che vedo un albo che mi interessa lo compro, senza sentirmi un traditore. Cerco di non farlo, potendo, per una questione mia, più che per seguire la via che potrebbe portare a salvare l'industria della carta stampata. L'intero argomento probabilmente lascia perplesso chiunque non ne mastichi, mi ci metto anch'io tra i non masticanti. Personalmente credevo che la distribuzione si basasse quanto meno sulla provincia o sulla città e non certo sulle singole edicole. Deve esserci qualcosa che mi sfugge ed il tutto necessiterebbe di approfondimenti che sarebbero troppo tecnici e per questo, credo, non sono stati forniti. Perchè messa come viene messa suscita semplicemente un "ok" alzandosi nelle spalle.

Ma confesso che non ho voluto effettuare ricerche anche in questo campo quindi se ne sapete di più buon per voi: ad ogni modo gli "aficionados dei giornalini" di varie età credo abbiamo delle abitudini consolidate, degli usi ben rodati senza andare volontariamente a prendere un albo qui e uno là come api che impollinano tanti fiori. 

Rientriamo in carreggiata.

Sapete, io sono un tipo abbastanza cocciuto e tra le ragioni di questo stop ce ne sono anche un paio, forse apparentemente sembrerò contraddirmi, che riguardano il mio non voler cedere del tutto dal lato dei tentativi per raggiungere almeno qualcuno di quegli obiettivi, certi cambiati col tempo altri sempre uguali, per mille fulminacci!

E proprio per questo, condivido con voi un piccolo “short”, un minivideo da Youtube che ho creato io, con le parole di Stan Lee, non serve che spieghi chi sia - basta dire "Spiderman" e le teste dovrebbero annuire all'unisono - riguardo i momenti di difficoltà e gli ostacoli sul cammino. Sono solo pochi secondi, neanche una decina, ma credo che condensino perfettamente quello che ognuno deve pensare.

E' ovvio che bisogna anche riconoscere fin dove uno si può spingere e che non tutti siano dei geniacci, io non mi sento affatto superiore a nessuno nè una gran cima, il "common sense" non deve mai mancare. Saranno pochi quelli che faranno onestamente i salti di gioia per festeggiarvi e talvolta un “no” ha anche ragion d'essere però ci sono quelle situazioni in cui non bisogna mollare, diciamo come il simpatico Coyote per quanto l'impegno possa essere rivolto a fini più nobili, perché se le cose andassero facilmente come devono andare, come è giusto che vadano e come sarebbe opportuno che andassero, allora tutto questo implicherebbe di vivere in un mondo perfetto e invece, chi non lo sa?, la perfezione non esiste, neanche o proprio quando inseguiamo un sogno che a noi appare genuino e concretizzabilissimo.

E che non prevede di dover andare nello spazio o voler "diventare un calciatore", per inciso, basandosi invece su preparazione, impegno, passione (quella che ritengo verace, che c'è sempre), rispetto, talento (un minimo penso, spero) ed onestà.

LINK → https://www.youtube.com/shorts/b3mzd1Fr0A8 .

 

 Stan Lee min

 Ritratto di Stan Lee ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Insomma, ho sbrodolato anche stavolta e per dire un semplice “ciao”.

Però non voglio solo salutare, ci tengo a ringraziare chi mi ha fornito la possibilità di creare la mia nicchia per buttare giù i miei pensieri e fissarli nero su bianco, quindi innanzitutto Fumetto d'Autore nella figura del suo “jefe” e poi coloro che hanno dedicato parte del loro tempo a leggere le mie recensioni, cioè voi che siete arrivati fin qui.

Come ho detto prima questo non è un adios: torneranno anche i “fumettiku” ed avremo ancora modo di scaldarci allo stesso falò in un bivacco nella prateria o di buttare nello stomaco un po' di carne e patate sciacquando il tutto con del buon caffè infilando le gambe sotto un tavolo.

Se ne avrò la possibilità nel mese di luglio 2022 al massimo pubblicherò un articolo che costituisce una sorta di riassunto di certe attività, alcune come se fossero uno scarabocchiato promemoria ed altre per ribadire quello che si è fatto! I Rangers ed i Mounties passeranno a trovarci in un secondo tempo, anche considerato che il 2023 sarà un anno importante per i portatori di stella d'argento.

Ma i saluti li ho fatti ora, così mi dilungherò meno quando farà più caldo.

Restate sempre all'erta, non gettate mai alle ortiche il buon senso e non state soprattutto mai a sentire chi vi invita direttamente o indirettamente a farlo, in qualsiasi modo e per qualsiasi ragione, chiunque sia: la vostra pellaccia è la prima cosa da difendere in questo selvaggio mondo. Come lo si doveva fare nel Far West, ad ogni alba.

Vayanse con Dios, hermanos!

Alla prossima - che prima o poi, anche se più poi che prima in questo caso, ci sarà, potete scommetterci.

 

 

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