Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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QUANDO BUFFALO BILL VENNE IN ITALIA

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 Ritratto di Buffalo Bill ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

 

 

Hola, hermanos!

Questo articolo, non nella versione integrale ed integrata come questa che compare qui su "Fumetto d'Autore" in seno alla rubrica di West e western "Osservatorio Tex" gestita dal sottoscritto, è stato pubblicato anche sul noto sito "Farwest.it" dal momento che oltre ad essere un fumettaro orgogliosamente accanito con, credo, una certa esperienza sviluppata negli anni anche di ricerche per le mie recensioni ed interviste, su alcuni aspetti che riguardano le Nuvole Parlanti, io scrivo anche di e sul West dal punto di vista della Storia, quella vera, con date vere, nomi veri, uomini realmente esistiti, fonti verificate e comprovate, indagini il più possibile approfondite e ponderate, testimonianze dirette quando possibile. A differenza di qualche (simpaticamente definito) professionista che dovrebbe farlo in modo assai più appassionato di chi vi parla dato che sempre dovrebbe trattarsi, e "purtroppo" si tratta, del suo lavoro. Ma questa ora è un'altra storia.

Passione vera e persone vere, dunque, si diceva. Proprio come il protagonista del pezzo che segue: tutti conoscono il nome di Buffalo Bill, perfino chi non è esperto o non ha il "pallino" del West lo ha sentito nominare e lo identifica come una delle principali figure emblematiche dell'epopea della Frontiera.

Forse però non tutti sanno che il suo Wild West Show, nato nel 1883, uno spettacolo di rappresentazioni western dove si potevano ammirare cowboys che domavano cavalli selvaggi, indiani che assalivano diligenze, ricostruzioni di battaglie e tanto altro, è anche sbarcato in Europa, nel Vecchio Mondo, toccando numerose tappe e diversi Paesi, tra cui anche l'Italia.

Furono non poche le città della Penisola ad essere colpite dalla “febbre del West” e se ne hanno documentazioni grazie a giornali locali dell'epoca, fotografie, manifesti nonché dichiarazioni riportate da spettatori e testimoni. Il biglietto costava 2 lire, intese non come modo di dire: una cifra che secondo i calcoli che ho eseguito, oggi corrisponderebbe all'incirca a 9 euro o se preferite poco più di 10 dollari.

In quasi tutte le tappe si svolgevano due rappresentazioni al giorno, una in tarda mattinata e una in orario serale. Se aveste voluto accaparrarvi i posti migliori avreste dovuto prenotare ed il prezzo del biglietto sarebbe salito a 8 lire (circa 45 dollari, sui 38 euro) ma per ogni spettacolo i bambini pagavano la metà.

 

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 Annie Oakley in un allenamento durante un tour dello Show (foto reperita online)

 

In realtà Buffalo Bill ed il suo Show vennero in Italia due volte, durante la seconda e terza tournèe europee, rispettivamente nel 1890 e nel 1906. Quella del 1890 annoverava 4 treni speciali per un totale di 51 vagoni che trasportavano centinaia di persone ed animali. In questo caso gli spettacoli si limitarono a 5 mentre per la volta successiva si raggiunse il numero di ben 119 rappresentazioni con uomini e mezzi di entità ancora maggiore.

Uno dei momenti più significativi avvenne durante il suo primo tour italiano e fu sicuramente la tappa di Roma: Bill fu ricevuto in Vaticano e venne accolto nei più eleganti salotti della capitale, dove era molto apprezzato per i suoi modi da avventuriero gentiluomo, che emanavano una sorta di “grazia romantica”. Il 3 marzo 1890 entrò nella Cappella Sistina ed incontrò papa Leone XIII.

Una delle testimonianze dell'avvenimento la fornisce l' “Herald Tribune” nell'articolo “Buffalo Bill in the Vatican” che si può reperire per intero nel sito ufficiale degli archivi del giornale. Il reporter descrive il ricevimento come “uno degli eventi più strani che si siano mai visti all'interno delle venerabili mura del Vaticano”. In effetti cowboys e pellerossa che si inginocchiano insieme e si fanno il segno della croce quando il Pontefice li benedice deve essere stato qualcosa di coinvolgente ed unico allo stesso tempo. Negli articoli di allora si insisteva nel presentare gli uomini rossi come “civilizzati” sottolineando l'episodio di una donna che pare sia svenuta al passaggio di colui che veniva considerato (cito testualmente) “l'uomo dai poteri curativi inviato dal Grande Spirito”. Probabilmente il giornalista si era fatto un po' prendere la mano.

Anche giornali italiani ovviamente raccontarono l'incontro. Sembra che dapprima l'idea del colloquio venne rifiutata dalle autorità vaticane poiché “la compagnia era troppo numerosa. Però si permise a Buffalo Bill e a un gruppo ristretto di assistere al passaggio del Pontefice nella Sala Ducale, mentre si sarebbe recato nella Cappella Sistina per le cerimonie dell’anniversario dell’incoronazione”.

Sul “New York Herald” dell’epoca si leggeva poi: “Tra affreschi immortali di Michelangelo e di Raffaello e in mezzo alla più antica aristocrazia romana, apparve improvvisamente una banda di selvaggi con le facce dipinte, coperti di piume e di armi, armati di accette e coltelli ». Alcune testimonianze riportate dai presenti e riprese anche a distanza di molti anni riferiscono, pare, che i Nativi americani salutarono l’arrivo del Papa con le loro urla, quindi si prostrarono per la benedizione e, rialzandosi, tornarono a urlare. Quanto fu sufficiente secondo alcuni cronisti “per far impallidire lievemente il Papa”, secondo altri “per strappargli un sorriso incuriosito”.Buffalo Bill portò in regalo a Leone XIII un bouquet e un cuscino di fiori che disegnavano il suo stemma. Il Pontefice gli fece invece dono di rosari e medaglie del Pontificato. Bill poco prima della morte si convertì al Cattolicesimo.

 

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 Locandina dell'epoca reperita in rete

 

Esistono anche aneddoti relativi alle varie visite di Buffalo Bill in tutta Italia: per esempio si narra che quando arrivò a Torino, in Piemonte (vi rimase per quasi l'intero mese di Aprile), una parte della troupe venne sistemata in una strada chiamata via dei Pellicciai (ora ha cambiato nome in via IV Marzo) e che i cittadini improvvisarono perfino un ritornello in rima in dialetto: “Alé, alé, anduma a balé, ch’a j'é l’America an via dij Plissè”, che significa: “Dai, dai, andiamo a ballare che c'è l'America in via dei Pellicciai”. Si dice, ma non si sa per certo se sia vero o meno, che il motivetto piacque a Bill in persona e che lo cantò egli stesso durante lo spettacolo conclusivo l'ultimo giorno di permanenza in città.

Pensate che l'accampamento si trovava in un'area di 40mila metri quadrati. I mezzi di comunicazione ne parlarono ogni giorno della permanenza: al tempo il giornale cittadino più importante era “La Gazzetta del Popolo”, venivano dopo “La Gazzetta Piemontese” e “La Stampa”. Dal Giornale del Popolo del 5 aprile 1906: “Il Colonnello Cody non ha risparmiato nulla per far conoscere ai torinesi che l’arrivo della sua troupe e le operazioni di attendamento costituivano per se stesse uno spettacolo assai interessante”.

Ed ancora, dallo stesso giornale di alcuni giorni dopo: “La celebrità delle pianure, il Re di tutti, riprodurrà fra noi le gesta compiute attraverso il continente americano, si mostrerà nell’abilità ad uccidere gli Siux (“gli” e letteralmente scritto così), e terminerà lo spettacolo con l’apoteosi della pace e la danza delle nazioni”.

Scriveva invece “La Stampa”: “Buona parte degli indiani, che seguivano la tournèe di Buffalo Bill, erano cattolici. L’istituto delle Missioni Cattoliche con sede a Roma, aveva provveduto all’amministrazione religiosa dei nativi e questo incarico era stato affidato a Padre Strikland, appartenente alla casa dei Gesuiti”. Lo show raccontava atti di eroismo presi dalle cronache della Frontiera e dalle pagine di storia: in “The drama of the Civilization”, la quotidianità per gli europei indomita e crudele degli indiani delle praterie e dei cowboys prendeva vita.

 

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 Pubblicità del Wild West Show in un manifesto d'epoca, reperito in rete.

 

Altra cittadina piemontese dove passò il Wild West Show è Alessandria, nel sud-est della stessa regione. Pare che, pur non essendo un grosso centro, più di settemila persone fecero la fila, provenienti anche dalle aree limitrofe per vedere il mito americano. Tale cifra collima con l'incasso totale, vale a dire quasi 30mila lire, considerando che il sabato erano previsti due spettacoli. E' opinione comune che una promozione consentisse di pagare un biglietto per l'intera giornata di “Show”.

 

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Documento che conferma che il 21 Aprile 1906 fece tappa ad Alessandria

come recita l'intestazione della lettera inviata alla sorella.

(Fonte: Mc Cracken Research, Collezione digitale della biblioteca)

 

Una pubblicità dell'arrivo di Buffalo Bill a Rimini sempre nel 1906, è immortalata in una rara immagine posseduta  dal “Buffalo Bill Museum and Grave”, Lookout Mountain, Golden, Colorado. Sul sito “tuttiarimini.com”, una delle tante fonti che ho consultato e reperito, il “circo”, così spesso veniva chiamato, di Buffalo Bill viaggiava “in quattro treni speciali (...), ognuno dei quali era composto da dodici o tredici carri e da due vetture regolari, per una larghezza media di circa 250 metri ciascuno. La carovana era composta da 700 persone e da 500 cavalli, era qualcosa di unico, di spettacolare, tutti a Rimini - per l'appunto - ne parlarono per molto tempo, fu un’opportunità eccezionale vedere coi propri occhi un mondo nuovo che popolava la fantasia di grandi e bambini”. “Lo spettacolo durò 2 ore circa e mostrava al pubblico episodi di vita vissuta: PonyExpress, la battaglia del generale Custer (1876)… veriindiani con le loro famiglie si esibirono, quel giorno (...) accorsero oltre 10mila persone, gli spettacoli in programma furono 22”.

Così il “selvaggio Far West” si presentò alle genti italiane.

A Padova, Veneto, arrivò gente da tutta la regione, bambini in testa. Un cronista scrive, ammirato dall’ordine che regnava in quella folla circense dai colori della pelle diversi: “Ogni forma di rumore e chiasso è bandita, tutto ciò per noi veneti espansivi in ogni nostra manifestazione costituisce un quadro sorprendente” - e aggiunge - “quando scendono le pelli rosse di una compostezza quasi ieratica, avvolte in strani ponci multicolori, e sudicetti anzichenò, dai lunghi capelli untuosi raggruppati in trecce sulla fronte sfuggente, l’effetto è disastroso”. Non doveva essere un grande fan del genere western.

 

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 Locandine della "mostra" a Rimini

 

Cody, Annie Oakley e cinque nativi americani, noleggiata una carrozza, si recarono a Venezia.

All’imbarcadero (non dimentichiamo che eravamo nel 1906) Missy, questo era il nomignolo di “Piccolo Colpo Sicuro” Oakley (erroneamente a volte scambiata da qualche giornalista con troppa fantasia per un'amante di Bill), non volle salire in gondola. Un indiano rimase con lei per proteggerla e aspettarono gli altri in un'osteria. Cody ed i compagni invece non si meravigliarono dell’acqua, dei canali e dell’aspetto della barca: era una gondola. Il gondoliere li portò a San Marco dove finalmente gli americani ebbero un momento di stupore e di incanto nel vedere la piazza e la famosa basilica. Un cicerone improvvisato raccontò agli stranieri delle bellezze artistiche e dei Dogi (paragonati da Cody ai presidenti Usa). Di seguito tornarono tutti insieme e mangiarono frittura mista di pesce. Così recitano le cronache del tempo.

Le città dove passò il Wild West Show di Bill Cody furono: nel 1890 Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Verona (*) e Venezia (da gennaio ad aprile di quell'anno) e nel 1906: Genova, La Spezia, Livorno, Roma nuovamente, Perugia, Arezzo, Firenze, Terni, Pisa, Parma, Modena, Bologna, Forlì, Rimini, Ravenna, Padova, Verona, Cremona, Piacenza, Pavia, Alessandria, Ancona, Ferrara, Mantova, Torino, Asti (la mia piccola città, con una sola data il 27 aprile), Novara, Como, Milano, Bergamo, Brescia, Vicenza, Treviso, Udine, Trieste (da marzo a maggio).

Grandi città e centri più piccoli, la seconda volta prediligendo il nord ed il centro del Paese. Tutti questi spettacoli entrarono nell'immaginario collettivo contribuendo ad influenzare addirittura la visione italiana del West ed il mito del cowboy, come eminenti critici cinematografici anche del secolo scorso ancora riconoscevano: ciò insieme alle prime scene girate dal neonato Cinema, vale a dire sequenze di vera vita vissuta tra pianure e selle, raccontarono a generazioni di pubblico la leggenda della Frontiera.

 

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 A Venezia, in gongola. (Foto reperita online)

 

(*) Sulla visita a Verona del 1890 devo fare una piccola digressione: tra i commenti, alcuni oggettivamente posticci (non si tratta di un'opinione unicamente da "autore stizzito" ma venivano indicate come assenti o volevano essere "aggiustate e corrette" con menzioni errate parti al contrario presenti nell'articolo), uno ha attirato maggiormente la mia attenzione. Questo: < Nel 1890, il Wild West Show face tappa anche a Verona, oltre alle città citate, e in quell'occasione ebbe uno spettatore d'eccezione: Emilio Salgari, allora cronista de "La Nuova Arena". Salgari prese posto insieme ad un collega sulla diligenza di Deadwood e scrisse poi un appassionato resoconto sul suo giornale. A lui spetta il merito di essere il padre della letteratura Western in Italia e di essere stato il primo ad aver romanzato le avventure di William Cody ne "La Sovrana del Campo d'oro". > 

Stimolato nella mia curiosità e perchè no professionalità ho effettuato ulteriori indagini verificando almeno sulle prime che, per dimenticanza non per questo meno colpevole, avevo proprio "saltato" Verona nell'elenco del primo tour italiano, pur avendo riscontrato, a mia difesa pallide, verifiche positive in tal senso. Mea culpa. Sulle certezze manifestate senza alcun dubbio ho invece mostrato le mie remore, nella risposta, che ripropongo paro paro: < Ho letto anch'io le sue stesse fonti, probabilmente, se si riferisce a siti come verona.net o veronasera.it : oltre al fatto che per tale notizia il condizionale fosse credo comunque d'obbligo, errore mio non aver riportato il nome della città anche per il secondo tour europeo. Quanto al resto ho preferito evitare inesattezze per non creare storcimenti di naso, evidentemente non ci sono riuscito, anche perchè sulla tappa del 1890 del Wild West Show a Verona esiste discordanza anche sulle date: c'è chi dice 15 e 16 mentre c'è chi dice 14 e 15 Aprile. Ci sono incertezze anche su quale stazione toccarono i treni dello Show, forse Porta Vescovo, forse Porta Nuova. E non essendo veronese nè conoscendo nessuno di lì il dubbio mi sarebbe rimasto. Riguardo a Salgari ci sono più leggende che prove provate: dando per certo che assistette allo spettacolo, diciamo il 15 così sul giorno non facciamo torto a nessuno, sono incappato anch'io nella diligenza "Old Deadwood Coach", sulla quale sarebbe salito pare insieme ad un collega della "Arena", non ho trovato il nuova, magari lo è ora come ad Asti c'è "La Nuova Provincia", tale Corridori. Il fatto è che ci sono molti racconti che da lì partono con la fantasia per il mondo steampunk ad esempio, o si tratta di serie incentrate SU Emilio Salgari. Considerando che tali siti menzionano Buffalo Bill come cacciatore di "bufali" e che volevo narrare approfonditamente la disputa con i Butteri ho glissato. Intendiamoci, non dubito che Cody sia andato a Verona nel 1890 (la ringrazio per l'attenta lettura che ha sottolineato questa mia dimenticanza), nel preparare questa mia risposta ho rinvenuto online anche una foto (accreditata forse ma non ne ho garanzie) dell'entrata nell'Arena con una scritta che riporta quella data, e concordo sul fatto che Salgari possa venire considerato diciamo il "padre della letteratura western in Italia": il romanzo che lei cita è del 1905 ma già nel 1896 Salgari produceva letteratura dedicata "alle nostre parti", cioè al West ("Il re della prateria"). Forse avrei dovuto includere tutto ciò nell'articolo lasciando ai lettori il piacere o il compito di stabilire se lo ritenevano verificato o verificabile o semplicemente per leggere un capoverso in più, specie quelli che hanno i natali in quel di Verona, ma andando a confrontare le informazioni su Salgari (una citazione la si poteva fare in ogni caso, ok), ho scoperto che nel novembre del 1889 il padre si suicidò perchè credeva di avere un male incurabile e personalmente, sebbene si trattasse di lavoro, pochi mesi dopo io sarei stato ancora piuttosto scosso senza avere troppa voglia di "giocare" ad indiani e cowboys, che si fosse trattato di William Cody o John Wayne, dando perciò maggior credito al condizionale. Comunque sia, la ringrazio per avermi spinto/permesso di approfondire ulteriormente tale "spicchio di ricerca" dal momento che mi piace imparare e verificare anche opinioni o piste quando mi vengono forniti indizi o "soffiate" da altri appassionati. Sono contento che il mio articolo abbia fatto scaturire considerazioni, ricordi, tuffi nella memoria e confronti di nozioni. Interpreto tutto ciò pensando che è stato apprezzato e letto con interesse. >

Ho inoltre capito che avevo incontrato, virtualmente, uno studioso proprio di Salgari, guarda che "cecchino" che è la sorte, il quale mi ha ri-riconfermato che il condizionale non ci voleva perchè il buon Emilio nel 1890 a vedere il Wild West Show ci era veramente andato. E quindi Buffalo Bill a Verona c'era stato. Ok...

Questa la ribattuta: < La presenza del Wild West Show a Verona è certa, così come la foto che lei richiama, e che ha incluso nel suo pezzo è autentica. E' conservata presso il Buffalo Bill Museum and Grave. Parimenti, le fonti consultate non sono i giornali on-line da lei citati ma, fra le altre "Buffalo Bill. Scout, Showman, Visionary", scritto da Steve Friesen, direttore del succitato museo e biografo ufficiale di W. Cody. Quanto alla partecipazione di Salgari, dicevo che la cosa è inequivocabile in quanto ne scrisse sul giornale (è vero, era già passato all' "Arena", dacché "La Nuova Arena", presso cui aveva iniziato, aveva chiuso i battenti); è dunque impossibile che abbia scritto qualcosa di "invenzione", essendo parte di una redazione giornalistica. Gli stessi suoi articoli ci danno un quadro preciso di ciò che avvenne, rispondendo anche alle sue domande. In data 14-15 Aprile, Salgari pubblicava l'articolo "Il vecchio west a Verona", dove, più che altro, descriveva usi e costumi dei popoli nativi e dei cowboy, e annunciava l'arrivo alla stazione Porta Nuova, alle 08 del mattino, del treno provienente da Milano con la compagnia di Buffalo Bill. In data 15-16 Aprile, appariva sul giornale l'articolo "Selvaggio Ovest", dove venivano descritti i protagonisti dello spettacolo e la loro storia. In data 16-17 Aprile, l'articolo "Il circo del grande Buffalo Bill": qui c'è la cronaca dello spettacolo, iniziato alle tre pomeridiane, con le esibizioni dei cowboys, di Annie Oakley, di Cody stesso e, appunto la corsa sulla Deadwood Stagecoach. In chiusura Salgari lamenta la fredda accoglienza dei Veronesi, evidenziando il fatto che la ristrettezza dell'Arena (dove si esibì il gruppo), impedì la solennità che si era vista a Bologna o Milano. Quanto al 1906, a Torino, c'è solo un'ipotesi (la mia). Ho suggerito che Salgari potesse aver assistito nuovamente allo spettacolo, che nel frattempo aveva aggiunto al suo titolo "Congress of Rough riders of the World", per due motivi: 1) i biglietti erano in vendita presso la libreria Lattes, che lo scrittore frequentava assiduamente in quanto fiduciaria dell'editore fiorentino Bemporad, con cui stava collaborando; 2) nei romanzi western dell'ultimo periodo, ci sono molteplici descrizioni dei più abili cavalieri del mondo (Vaqueros, cosacchi, arabi), come quelli che avevano preso ad esibirsi al WWS. Ma, come dicevo, non c'è niente di provato, considerato che Salgari era già in fase crepuscolare (sia d'umore che economicamente), e pertanto la spesa per i biglietti poteva essere di troppo... Quanto ai meriti di Salgari, forse ho generato confusione indicandone due nella stessa frase: a lui spetta il merito di essere il padre della letteratura western in italia (come lei ricorda con il romanzo "Il re della prateria") ma anche quello di aver per primo utilizzato Buffalo Bill come personaggio (nel romanzo del 1905 che citavo), ben prima ossia delle dimes novel nostrane o degli albi di Nerbini & Co. >

Va bene, riprendete pure fiato anche voi, che io mi sento accaldato solamente a rileggere questa argomentata e diciamo non proprio richiesta disquisizione, per la quale si poteva, non da parte mia, fare eventualmente un articolo indipendente (per me poteva concludersi il tutto con il "mea culpa" su Verona), se proprio ci si teneva. Il fatto è che se mi si mette la pulce nell'orecchio, io voglio andare fino in fondo. 

 

11 Verona min

 

Comunque, come dovrei/avrei dovuto rispondere a tale cascata di informazioni che, senza falsa ironia, testimoniano senz'altro il grado di cultura e conoscenza della materia di uno studioso di cui volutamente ho preferito omettere il nome, non certo per mancanza di rispetto (i commenti sono pubblici sulla pagina social del sito "Farwest.it" sotto il mio articolo convidiso, in ogni caso)? Chapeau!

Però... 

Eh c'è un però: un paio di punti non posso tacerli. Innanzitutto il "Buffalo Bill Museum and Grave" lo avevo trovato anch'io ( https://www.buffalobill.org/ ), non ho stampata nel DNA la datazione delle singole tappe dello Show e nei miei controlli incrociati quel nome era spuntato, insieme ad altri che non mi sono messo a sciorinare perchè non mi sembrava il caso di fare anche la bibliografia dell'articolo, non sono nè mi sento così importante o "importantemente professionista". E non volevo essere oltremodo noioso. Forse però dovrei iniziare a farlo. Parlo della bibliografia, non dell'essere noioso. E a sentirmici, boh. Professionista intendo, almeno in parte: anche non volendo un po' di esperienza ed istinto lo si acquisisce col tempo. Perchè, vedete, su tale sito c'è una scheda PDF che elenca ogni singola tappa del Wild West Show nel mondo, ripeto, nel MONDO e Verona viene citata, sì, ma una volta sola, nel 1906. Stavolta qui che devo dire? Sorry. Il mio pezzo era sul Colonnello Cody, non sulla vita, il lavoro e le gite di Emilio Salgari, pertanto ho riportato ciò che le mie scoperte sul "vecchio Bill" sostenevano.

Inoltre...

Mister Steve Freisen era il direttore del suddetto Museo situato a Golden, Colorado, parte della divisione "Denver Mountain Parks", della più ampia "Denver Parks and Recreation" il cui simbolo è proprio un "buffalo", ma è andato in pensione nel 2017, volendo essere proprio precisi come d'altronde gli altri sembra lo siano con me, e ha scritto il summenzionato libro nel 2010. Ma se nel libro scrive una cosa, dovrebbe scrivere la medesima sul sito dell'esposizione che gestisce, relativo allo stesso argomento, se no si genera come minimo confusione. 

Esiste un'intervista da parte di Johnny Boggs con cui io ho avuto modo di interagire personalmente tramite mail perchè ha firmato un articolo dedicato alla mia "arte del West" che mi era stato richiesto, e poi pubblicato, dal direttore della prestigiosa rivista made in USA "Wild West", (scusatemi, ma lasciatemelo dire, adesso) pur non essendo famoso, "nato imparato", esperto (ma sto... imparando su più fronti) o studioso di nessuno. 

 

 Art of the West 4 min

 La prima delle pagine di cui è composto l'articolo

della rivista americana "Wild West" sui ritratti di Lorenzo Barruscotto

 

Se più elenchi ufficiali e di comprovata autorevolezza confermano una data, mi fido. Voglio dire ho i miei anni ma io mica c'ero, seduto di fianco a Salgari, nè nell'ufficio di chi ha redatto il pdf, e come ho già spiegato, piuttosto che pigiare sui tasti per rischiare di buttare giù una baggianata, e stavolta anche allungare il brodo con una spiegazione che poteva essere intesa come imperizia, ho lasciato perdere. Invece guardate quanto brodo in più abbiamo ora, il rancio per tutto uno squadrone di Cavalleria.

Non mi credete? Ecco la foto, linguacce. Certo, in questo elenco Torino diventa "Torina" e sopra Verona c'è una non ben precisata Verenci con la data del 1890, quella in questione, il che lascia pensare che si tratti di una storpiatura proprio nel nominare la città veneta e fa proprio suppore che sempre chi ha compilato questo simpatico elenco abbia considerato due luoghi distinti mentre invece sono la stessa cosa. Presumibilmente. Niente di più facile, giusto per restare in ambito di confusione. Anche perchè esiste una Verenci (o Verentzi) ma è in Bulgaria. Quindi hanno inserito una voce nell'elenco che andava messa altrove o fatto "solo" un pasticcio sui nomi? Ai posteri l'ardua sentenza. Forse era tempo che ci fosse un cambio al vertice nel Museum, ma bisognerebbe far notare queste discrepanze all'attuale direttore...

 

 shot

 L'incipit del file PDF con a destra la sezione riguardante le visite in Italia del Wild West Show:

a pagina 13 e 14 dell'elenco,

scaricabile dalla home page del sito del "Buffalo Bill Museum and Grave".

 

Pensate: in seguito, somma coincidenza, Salgari si trasferì a Torino quindi magari nel 1906 aveva anche fatto il bis. Mio commento seguente: < Visto il trasferimento a Torino anch'io propenderei per un secondo biglietto preso da Salgari nel 1906, magari per puro diletto. Io lo avrei fatto. (...) come ho detto mi piace, lo ritengo un dovere per rispetto di chi legge e di altri colleghi che scrivono, imparare tali informazioni e colmare lacune (tante) da cui sono nate sviste (spero saltuariamente). Mi piacerebbe anche di contro che di fronte ad esternazioni per lo meno opinabili di cosiddetti, o considerati, professionisti ci fossero risposte altrettanto minuziosamente motivate, in relazione a dimenticanze o oggettivi errori che risultano un'abitudine e passano invece sotto silenzio, senza che l'autore si sogni di giustificare il proprio modo di comporre il brano o le scelte attuate diciamo in "post produzione" come al contrario ho voluto fare io proseguendo nella cordiale conversazione. >

Per chiudere, affermo fieramente che i miei articoli contengono informazioni e testimonianze verificate incrociando più fonti e solamente in certi casi, a mera discrezione del sottoscritto, ne vengono inserite alcune con fondamenta meno solide sebbene curiose ed interessanti escludendo quelle ritenute da me di minore rilevanza oppure ancora poco attinenti al pezzo. Stesso discorso su quelle che potrebbero renderlo ridondante o troppo lungo. Come ho risposto, lo voglio ribadire come mantra o sfogo, fate voi: lo ritengo un dovere per rispetto di chi legge e di altri colleghi che scrivono, imparare nel caso mi si indichino "nuove" o "tralasciate" informazioni e colmare lacune (tante) da cui sono o possono essere nate sviste (credo saltuariamente). Mi piacerebbe anche di contro che di fronte ad esternazioni per lo meno opinabili di cosiddetti, o considerati, professionisti ci fossero risposte altrettanto minuziosamente motivate, in relazione a dimenticanze ed oggettivi errori che risultano una triste e praticamente tacitamente approvata abitudine, e passano invece sotto silenzio, senza che l'autore si sogni di giustificare il proprio modo di comporre il brano o le scelte attuate per così dire in "post produzione".

Magari se qualcuno si accorgesse di come e quanto certi pezzi siano invece oggettivamente mancanti di ricerca, impegno, passione ed al contempo abbondino, quando non addirittura di sgrammaticate frasi svogliatamente raffazzonate, di ripetizioni, banalità, osservazioni senza nè capo nè coda a volte anche piuttosto discutibili, dimostrando una palese superficialità, e si smettesse di osannarli, sarebbe una cosa carina. Forse il fatto che i miei articoli suscitino tali talenti da agente Pinkerton da fare invidia perfino ad un allenatissimo cane da tartufi, sia detto bonariamente, in quanto a capacità di spulciare anche le virgole e trovare le pagliuzze mentre alle travi messe di traverso non si dice neanche un "ehm", dovrebbe testimoniare a favore del pensiero che, come ho scritto, le mie parole riescano a suscitare interesse o emozioni e non siano l'equivalente letterario, proprio come livello su un immaginario "accattivantometro" voglio intendere, di ciò che si trova, per fare un esempio stupidotto, sul retro delle confezioni dello shampoo. Però a conti fatti i "signori coiffeur" vengono pure pagati, facendolo di lavoro, mentre "laddentr" e cioè nelle mie tasche non si vede l'ombra di un penny.

Per chiarire, il mio non è un discorso di "oppure" ma di "anche". Chi vuole capire ha capito, in ogni caso ora torniamo in tema.

 

 Larry scazzato min

 Larry, il simpatico e caustico personaggio creato dal geniale Skottie Young in "I hate Fairyland".

Tributo di Lorenzo Barruscotto

 

Nella vita di William Frederick Cody però l'Italia non era solamente uno Stato da visitare. Buffalo Bill (il soprannome gli derivò come molti sanno dalla sua intensa, diciamo così, attività di cacciatore di bisonti, il conteggio degli esemplari abbattuti è sui 4000, per le compagnie ferroviarie) sposò Louisa Frederici nel 1866. Alla donna che gli diede quattro figli vennero attribuite, forse per via del cognome, origini italiane ma in realtà sembra che gli storici abbiano scoperto che in effetti era originaria di una regione tra Francia e Germania, l'Alsazia. Si conobbero a Saint Louis, subito dopo la fine della Guerra Civile. Si dice che si trattò di un colpo di fulmine ma non furono sempre rose e fiori, non tanto per la lontananza del marito quanto per la sua sensibilità verso il fascino di altre donne che spinse la coppia sull'orlo del divorzio almeno una volta.

Cody inoltre chiamava la sua carabina “Lucrezia Borgia”.

Il futuro impresario teatrale iniziò nel mondo dello spettacolo assieme ad una celebre ballerina “from Milan”, Giuseppina Morlacchi, che si pensa essere stata la donna che introdusse e rese famoso il can can negli Stati Uniti. Fu la protagonista nella rappresentazione western di Ned Buntline “Scouts of the Prairies” assieme proprio a Buffalo Bill ed altri come “Texas Jack” Omohundro, il quale divenne poi il marito di Miss Morlacchi, e per qualche tempo perfino Wild Bill Hickok. Di questo spettacolo rimangono alcune foto di gruppo degli interpreti fatte dall’italiano Carlo Gentile, che lavorò per qualche tempo come fotografo nella compagnia.

 

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Altra locandina sul WIld West Show (trovata online)

 

L’enorme successo di Buffalo Bill in Italia ebbe curiosi risvolti anche molto tempo dopo. Nel 1920 l’editore di Firenze Nerbini iniziò a pubblicare una collana dedicata alle sue avventure. A quel punto la popolarità del “cowboy” divenne permanente, fino a rappresentare un piccolo problema per il regime fascista. Negli anni ’30 si era infatti decretato di “italianizzare” ogni aspetto della cultura e del costume nazionale, compresi gli eroi dei fumetti e dei racconti per l’infanzia. Buffalo Bill era però un nome troppo popolare da poter essere storpiato. Ma con la guerra mondiale alle porte un tale eroe così americano non poteva comunque venire più tollerato. Come fare?

Nel 1942 l’editore obbedì al regime inventandosi la storia, peraltro priva di ogni fondamento, secondo la quale Bill era in realtà un immigrato italiano, si chiamava Domenico Tambini ed era romagnolo come Mussolini. Non solo: spuntarono perfino “parenti compaesani”. Secondo un giornale del periodo, il “Corriere Padano”, “l'italiano Bill” avrebbe preso il nome di “Buffalo” non per la sua abilità a sterminare bisonti, ma perché emigrato dalla Romagna negli Usa fino alla città di Buffalo.

La storiella di Domenico Tambini, o Tombini, neanche all'epoca si misero d'accordo sul... vero nome inventato, si arricchì via via di nuovi particolari: per esempio nel 1911 una misteriosa nipote di Tambini avrebbe ricevuto attraverso il Ministero degli Esteri una ingentissima cifra, l'eredità di uno zio d’America. Ovviamente non poteva essere che quella di Buffalo Bill.

Il fatto che fosse ancora vivo e vegeto, essendo deceduto, appunto, solo nel 1917, non intaccò la popolarità della diceria. Tanto che nella regione ancora oggi circolano misteri alla programma televisivo di “ricerca” su poderi acquistati di punto in bianco, fortune sbucate dal nulla e via dicendo.

 

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Beh, indovinate...

 

L’8 marzo del 1890 a Roma, in un'area chiamata Prati di Castello, nacque un'accesa discussione tra l’eroe del selvaggio West ed il duca Caetani, il quale sosteneva che i suoi butteri guidati dal capo mandriano delle tenute dei Duchi Caetani, Augusto Imperiali, fossero più abili dei cowboys di Buffalo Bill.

Il guanto di sfida era lanciato: la posta in gioco venne stabilita per 500 lire (circa 3000 dollari, ora, ma il valore non è comunque quello che la stessa cifra avrebbe attualmente, considerando i tempi e le condizioni del periodo storico: 10 dollari di cento anni fa non valgono quanto 10 dollari di oggi, per capirci).

Imperiali riuscì a domare un mustang americano. Si racconta che compì un giro del campo tenendo le redini con la mano destra e sventolando il cappello con la sinistra. La sconfitta, sembra, non fu accettata da Bill che si rifiutò di pagare la scommessa. Ma considerata la cifra era quantomeno prevedibile.

Gli otto butteri della squadra italiana non arrivarono alle glorie di Hollywood, però furono i protagonisti del film italiano girato nel 1949, da Giuseppe Accatino “Buffalo Bill a Roma”, probabilmente primo esempio di western all’italiana. Ad Augusto Imperiali fu in seguito intitolata una scuola e dedicata una statua nella sua città natale, Cisterna di Latina, nel Lazio. Numerosi sono i libri che narrano le sue gesta, oltre ad un celebre articolo di quel periodo del giornale “Il Messaggero”.

Le testimonianze di reporters quali ad esempio quelli dell' “Herald” differiscono da ciò che riportano gli inviati di testate italiane dal momento che i primi riferirono che Bill non ebbe difficoltà nel domare i cavalli portati sul campo per la contesa, cavalcandone anche un paio a pelo e poi “dichiarandoli calmati”. Perfino tra storici italiani non c'è mai stato assoluto accordo relativamente alla sfida, neanche sul numero di spettatori presenti, c'è chi sostiene perfino ventimila, sebbene ormai quasi tutti considerino veritiera la versione che vede come vincitori i butteri.

Piccolo riassunto per chi lo necessitasse: il buttero è il pastore/cowboy a cavallo della Maremma toscana e laziale, della campagna romana e dell'Agro Pontino, regioni del Lazio. Il nome buttero deriva dal latino "pungolatore di buoi", dal greco βοῦς boûs "bue" e τείρω teírō "affatico". Le selle caratteristiche sono chiamate bardella (larga, generalmente in legno, imbottita con alto arcione) soprattutto nel Lazio e scafarda in Toscana.

L'abbigliamento del buttero è caratteristicamente costituito da calzoni di fustagno, cosciali, giacca di velluto, cappello nero. Si protegge dalla pioggia con un mantello di grandi dimensioni, il pastrano (che ricorda il poncho dei gauchos). In mano tiene la mazzarella, un bastone impiegato per “stimolare” buoi e cavalli.

 

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Bill durante la sfida con i butteri, in una foto d'epoca, reperita nelle ricerche online.

 

Con la scomparsa dei latifondi e con il declino delle attività di lavoro legate alla gestione del bestiame a cavallo, è venuta meno la necessità di queste figure professionali ma si è mantenuto vivo l'interesse per alcuni aspetti come lo stile di monta a cavallo che viene impiegato anche per l'equitazione in campagna, per il turismo equestre e nelle competizioni sportive.

La disciplina sportiva della “monta da lavoro” praticata dai butteri è stata creata dalla FITE (Fédération Internationale de Tourisme Équestre) al fine di permettere a tutti i tipi di monta europei (buttera italiana, vaquera spagnola e portoghese, camargue francese ecc.) di confrontarsi agonisticamente nelle seguenti prove tutte da sostenere con lo stesso cavallo:

- Addestramento: una prova assimilabile al dressage della monta sportiva.

- Attitudine: una gara di gimcana non a tempo nella quale si rileva la precisione nell'esecuzione.

- Gimcana veloce: una gara di gimcana a tempo.

- Sbrancamento vitelli: è una prova nella quale si deve separare un capo di bestiame dalla mandria nel minor tempo possibile.

 

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 Fotografia di una presentazione del Wild West Show con Bill in testa, reperita in rete.

 

Ci sono leggende che ispirano gli uomini e ci sono uomini che diventano leggenda.

Il Sud-Ovest americano ha affascinato e continua ad affascinare generazioni di appassionati, di studiosi, di storici, di “fans” con il mito dell'avventura, della Frontiera e del cowboy.

Al tempo in cui non esisteva internet, in cui non si potevano “vivere i propri sogni”, non come oggi, in un'epoca in cui una realtà “brutta, sporca e cattiva” con le sue luci e le sue ombre, con i suoi aspetti crudeli, sanguinari ma anche con i suoi esempi di onore, coraggio e valore si stava inevitabilmente trasformando da, come detto, realtà a racconto, un uomo che incarnava in tutto e per tutto l'anima di quell'intero mondo che per moltissimi era esistito solamente nella fantasia, sui libri o su narrazioni in stile dime-novels, ebbe l'idea di far incontrare reale ed immaginario, di far conoscere a tutto il, concedetemi il gioco di parole, mondo il suo, incidendo a fuoco il proprio nome nella Storia, assurgendo da “semplice” uomo a mito vivente egli stesso, da normale essere umano a simbolo, unendo persone di ogni rango o ceto sociale, età o provenienza, lasciando intere nazioni a bocca aperta, catturate dalla “favola” del selvaggio West.

Quest'uomo era Buffalo Bill.

 

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