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L'Editoriale » La Bonelli ha rovinato il mercato!!! (Seconda Parte), ovvero “Perché mi fai pagare così poco, accidenti!!!”
di Alessandro Bottero
La prima parte di questo editoriale potete leggerla QUI.
La Bonelli ha rovinato il mercato? Ha ragione Max Bunker quando inveisce contro la casa editrice di Tex e altri, perché è colpa sua se i fumetti in edicola costano troppo poco, rispetto a quel che “sarebbe giusto”? E' un discorso che ho sentito già almeno 6 o 7 volte in vent’anni, e ciclicamente ritorna. Uno dei più attivi sostenitori della tesi “i fumetti popolari in edicola costano troppo poco, per il lavoro che richiedono”, fu, nei primi anni ’90, Ade Capone, che sulle pagine di Lazarus Ledd, sosteneva appunto questa tesi. Un fumetto popolare, nel formato classico alla Bonelli, che esca con regolarità, con 96 pagine scritte e disegnate, e stampato in un numero di copie tale da coprire tutto il territorio nazionale, richiede un lavoro impegnativo e di un numero elevato di persone. Il prezzo di 2 ,70 euro (oggi, ma ovviamente allora era più basso), non rispecchia un corretto equilibrio “lavoro richiesto / costo del bene acquisito”. Solo le altissime tirature, e le alte vendite permettono alla Bonelli di mantenere due elementi cardine: il prezzo al pubblico, e la retribuzione agli autori.
Se Tex mi vende 190.000 copie, è chiaro che anche se il mio guadagno puro fosse solo 10 centesimi a copia, io da un numero di Tex inedito ricaverei 10 centesimi per 190.000 equivalente a 19.000 euro (guadagno, quindi tolte tutte le spese). E 19.000 euro qui, 16.000 euro lì, 5.000 da quell’altra serie, e qualche migliaia qua e lì, alla fine al mese il guadagno è rilevante. Attenzione: 10 centesimi di guadagno netto a copia è SOLO un ipotesi. Probabilmente sbagliata, e utile solo a capire che sono i numeri del VENDUTO a compensare il poco guadagno per la singola copia venduta, stante il prezzo popolare.
Il fatto è che in qualsiasi settore di mercato, se esiste una “figura predominante”, è su di lei che i prezzi si rapportano. Sia nel settore dei CD che dei DVD, esistono dei “prezzi di riferimento”. Nel campo del fumetto popolare da edicola è lo stesso. È La Bonelli che, avendo oltretutto il maggior numero di testate presenti in questo settore, modella nella mente dell’acquirente il “prezzo percepito come equo”. I concorrenti, o per dirla in modo meno aggressivo coloro che presentano prodotti simili, si conformano al prezzo Bonelli, che così diventa il “prezzo del settore”. Un fumetto popolare, seriale, in edicola, formato classico alla Tex, bianco e nero, ha come prezzo percepito come equo quello di 2,70. Chiunque voglia seguire la scia della Bonelli deve accettare questo diktat imposto dal mercato. E come fa, visto che le vendite sono molto inferiori a quelle delle serie Bonelli? Semplice: abbassa i costi di produzione, uniformandosi ai prezzi degli albi Bonelli, ma pagando di meno gli autori. Con questo non voglio dire che la Bonelli è brava, e gli altri cattivi. Mi limito a rilevare un dato di fatto.
Il problema infatti si può approcciare da due diversi punti di vista (o forse tre, quattro, cinque, insomma fate voi…). Ragionando nei panni di colui che realizza il prodotto io trovo che Capone prima, e i suoi epigoni ora abbiano perfettamente ragione: il prezzo degli albi a fumetti cosiddetti ”popolari” è basso, molto più basso di quanto sarebbe giusto, per poter dare una retribuzione giusta al lavoro impiegato. Il lavoro, sia sotto il versante creativo che quello produttivo/confezione, necessario a realizzare quelle 96 pagine a fumetti che tenete tra le mani e leggete in un tempo variabile tra i 20 minuti e un’ora (in media), è immane. Ed è lo stesso sia che si tratti di Tex o del fumetto più inverecondo mai pubblicato. Sempre uno che l’ha ideato e scritto c’è stato, sempre uno che l’ha disegnato c’è stato, sempre uno che l’ha pubblicato c’è stato. Dietro mezz’ora di lettura ci sono buoni sei/otto mesi almeno di lavoro continuativo, da quando è stata scritta la prima pagina a quando arriva in edicola. E sotto questo punto di vista il prezzo è effettivamente troppo basso, e può benissimo portare a una “svalutazione inconscia” del prodotto da parte degli acquirenti. Il discorso è chiaro e brutale: se costa poco, vale poco. Non è vero che se costa tanto vale tanto, ma nel subconscio di tutti noi, immersi fin dalla nascita in una società capitalista, il prezzo è uno degli elementi (forse il più “pesante”) con cui determiniamo il valore. Quindi di base se costa poco in realtà non vale. È una lettura fast food. Qualcosa da leggere “al cesso”, per usare uno dei cliché più terrificanti che si usano in queste discussioni.
Ma dalla parte del lettore, Capone e i suoi epigoni sbagliano. Perché io dovrei dare ragione a chi mi dice che il prezzo giusto di questo fumetto dovrebbe essere più alto, quando c’è chi invece me lo da proprio a quel prezzo? Perché io lettore dovrei sacrificarmi per la causa, spedendo di più?
CI sarebbe da dire anche che chi si lamenta dei prezzi “bassi” praticati dalla Bonelli di solito non compra nulla della Bonelli, né si metterebbe a comprarla se costasse di più. Quindi il ragionamento è:
- io non leggo il fumetto x, ma trovo ingiusto che tu che lo leggi lo paghi così poco, perché così si svaluta il fumetto in sé:
- quindi l’editore del fumetto X dovrebbe aumentare i prezzi del fumetto che leggi TU e non io, così tu apprezzeresti di più quello che paghi;
- ma siccome a me il fumetto X fa schifo, sia che costi 1.000 euro, sia che me lo regalino, io continuo a non comprarlo, e chi ci resta fregato sei tu, che continui a leggerlo, spedendo il doppio.
È una applicazione da manuale della regola “sono tutti bravi con i soldi degli altri”.
Infatti, qual è l’unico modo in cui una ipotesi di aumento dei prezzi possa funzionare? Solo se è premiata dai lettori. Solo, cioè, se i lettori COMPRANO il prodotto che costa di più.
E qui voglio venire ad Harry Moon. Harry Moon era una serie in formato bonelliano, bimestrale, pubblicata dalla Planeta. Quanto costava? 3, 90 euro. Ossia costava 1,20 più degli altri prodotti simili. Ossia veniva incontro proprio alla richiesta di far pagare di più i fumetti.
Risultato? I lettori NON hanno comprato Harry Moon, e la serie ha chiuso. Ora io chiedo: ma dove accidenti erano tutti questi che invocano prezzi più alti per i fumetti bonellidi, così da dare dignità al fumetto? Dove erano quando bisognava SOSTENERE A PRIORI Harry Moon? Probabilmente si stavano grattando l’ombelico, tra una chiacchiera e l’altra sui vari forum e blogghe. Perché è facilissimo sparare ricette per “salvare il mercato”, ma quando poi dovresti essere coerente con quello che scrivi sui vari forum e blogghe, allora il 90% si trasforma da leoni in pecoroni.
E accanto ad Harry Moon potrei citare anche gli esempi di iComics, o di Shinigami, riviste della Kawama. o anche della ristampa di Lazarus Ledd pubblicata da Edizioni If. E sicuramente ci sarebbero mille altri esempi di tentativi fatti confidando che coloro che dicono “sono disposto a pagare di più, per la qualità” una volta si dimostrino coerenti, e non dei buffoni. E invece….
Allora non è la Bonelli che rovina il mercato. La Bonelli riesce a mantenere un equilibrio tra spese e ricavi tale, da permettergli di rimanere ancorata a un prezzo basso. Sono i lettori che “rovinano il mercato” quando non premiano con l’acquisto chi prova a fare diversamente.
È il solito discorso. Tutti a parlare male della Cina, che sfrutta gli operai. Poi, quando devo comprare qualcosa scelgo quello che costa meno, perché lo fanno in Cina. Nelle fabbriche dove sfruttano gli operai. E io protesto. E poi compro. E mi sento un sacco fico e alternativo perché ho sparato quattro frasette a effetto su internet.
Dissolvenza.
Titoli di coda.
Saluti.







