Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Capitan America: quel fascista libertario (e americano)

captianamericamovieposterdi Roberto Alfatti Appetiti*

«Ci fu un tempo (la seconda guerra mondiale, per capirci) in cui il paese si confrontò con un nemico odioso e il nostro popolo rimase unito nella lotta. Ma adesso nulla è semplice, gli americani hanno molti obiettivi, alcuni dei quali del tutto in contrasto con gli altri. Ci sono diverse versioni degli Stati Uniti. Così quando la gente guarda a me, quale America dovrei rappresentare?»

A macerarsi nel dubbio non è il presidente Obama, premio Nobel per la Pace alle prese con l’ennesima guerra – quella in Libia – camuffata da intervento umanitario, né un qualsivoglia intellettuale democratico, ma l’icona per eccellenza dei repubblicani, al cui confronto i Bush e persino McCain sembrano nazionalisti tiepidi e titubanti.

Sì, perché se solo avesse partecipato alle primarie dell’elefantino, Capitan America avrebbe sbaragliato ogni concorrente. Un invidiabile palmarès da patriota, il suo. Un leader non solo chiacchiere e distintivo, ma con carisma, coraggio, rigore morale e abilità nel comando. Sin dall’entrata in scena, studiata appositamente per coltivare i sentimenti interventisti degli americani contro i totalitarismi. È il marzo del 1941, appena nove mesi prima dell’attacco a Pearl Harbour, quando si fa ritrarre nel primo numero della serie mentre assesta un pugno ad Adolf Hitler: vende un milione di copie. Più del Time, per intenderci. Una vita di sacrifici: rare distrazioni, brevi relazioni sentimentali, nel cuore quella bandiera americana che incarna come pochi altri, con tanto di scudo donatogli dal presidente Roosevelt in persona. Neanche il tempo di spegnere le candeline di compleanno – e settanta sono tante – e il prossimo 27 luglio lo rivedremo sul grande schermo col volto di Chris Evans, l’ex torcia umana, nel film diretto da Joe Johnston. Poco importa che nel fumetto l’abbiano fatto morire, i (super)nemici non mancano e Capitan America è vivo e lotta insieme a noi.

L’hanno accusato di essere un becero conservatore, di combattere i criminali per difendere lo status quo. L’hanno persino chiamato fascista perché, in quanto supereroe, esalterebbe l’individualismo e sarebbe, quindi, implicitamente antidemocratico. Maledetti supereroi. Umberto Eco, nel suo Apocalittici e integrati (Bompiani, 1964), lì rimproverò – il collega Superman, in particolare – di «considerare l’attentato alla proprietà privata l’unica forma visibile che assume il male», imputandogli disinteresse per i massimi sistemi. Perché si limitavano al ruolo di gendarmi e non si spendevano per deporre tiranni?
Capitan America, a differenza di altri, una risposta se l’è data: la democrazia non si esporta. L’eroismo assoluto non esiste e, semmai, deve tener conto della relatività culturale di tale concetto, perché ogni popolo ha le sue tradizioni. Se Wonder Woman – anche lei attesa per una nuova serie televisiva – si presenta in Medio Oriente coi suoi sexy shorts, l’accoglienza non può essere delle migliori. Vuole impegnarsi per il popolo arabo? Bene, ma prima abbia l’accortezza di coprirsi. Da questo punto di vista, Capitan America ha saputo reinventarsi e farsi interprete di un patriottismo critico, esigente, libertario. Quando, con lo scandalo Watergate, una profonda crisi di sfiducia investe le istituzioni statunitensi, Capitan America si interroga sul suo ruolo. Che non può essere quello del super-poliziotto chiamato a rappresentare l’autorità e le leggi anche quando sono incompatibili con le proprie opinioni. Così decide di non prestare più la faccia alla propaganda e crea un costume privo di simboli tornando a combattere il crimine con il nome di Nomad, l’uomo senza patria. Da «sentinella della libertà», com’era definito, a beat ante litteram impegnato a vagabondare per gli States rivelandone disagi e contraddizioni. Patetico il tentativo di riciclarlo come cacciatore di comunisti negli anni della guerra fredda. Sarà Stan Lee, nei primi Sessanta, a riprendere il personaggio creato da Joe Simon e Jack Kirby per spogliarlo degli elementi nazionalistici più estremi e farne una specie di “coscienza” reale dell’America, pronta a ribellarsi di fronte alla violazione dei diritti civili. Accade nel 2006 e 2007, quando un incidente catastrofico, causato involontariamente da un gruppo di supereroi giovani e inesperti, provoca centinaia di vittime civili. Il governo impone ai supereroi l’adesione al "Superhuman Act": devono rivelare la propria identità e mettersi al servizio dello Stato. Chi non si registra è un fuorilegge. L’obbligo, però, da alcuni eroi è considerato contrario ai principi di libertà individuale sanciti dalla costituzione americana. Capitan America, malgrado le lusinghe governative, decide di non allinearsi e diventa il leader dei ribelli. Inevitabile il riferimento all’Usa Patriot Act contro il terrorismo, da molti avvertito come una grave limitazione delle libertà personali e della privacy. «Capitan America era d’accordo con loro e ha combattuto nella forma ingrandita della finzione supereroica la stessa battaglia. Ben lungi dal comportarsi da semplice yesman, Capitan America rifiuta di dare il suo supporto se la coerenza morale glielo impone». È quanto sostiene il cirtico Marco Arnaudo nel suo recente libro Il fumetto supereroico. Mito, etica e strategie narrative. (Edizioni Tunué, pp. 190, € 13,90).

«I fumetti di supereroi degli ultimi decenni – spiega – possono svolgere una loro funzione in una società spesso inquieta e disorientata come la nostra. Dietro lo schermo attraente dei colori chiassosi, delle anatomie spettacolari e delle potenti scene di azione, familiarizzano il pubblico con un modello ipotetico di società multiculturale, multietnica e multireligiosa, avversa alla rigidità di ogni fondamentalismo e capace di difendersi dai propri nemici senza diventare uguale a loro. E il bello è che i fumetti di supereroi queste idee non le predicano: le mostrano, le raccontano, le fanno sentire come buone». «Nei discorsi sulla cultura popolare – sottolinea l’autore, che è direttore del corso di italianistica presso la Indiana University – molta attenzione è stata finora dedicata ai supereroi come genere leggero e d’evasione, ma poca ai significati letterari, simbolici, epici e sociali».
Il palcoscenico offerto dal grande schermo può offrire loro questa chance, permettendo ai supereroi di farsi patrimonio culturale comune anche di chi i fumetti non li ha mai letti. Così è stato per Superman: orfano di Krypton, rispecchia il mito dell’immigrato di successo, in grado di conciliare la specificità del proprio luogo di origine con la cultura e i valori della nuova patria, rappresentando la prova della proficua coesistenza tra civiltà differenti.
«Mentre nel nostro mondo dominato dalla moda si discute se un certo anno dovremmo indossare il blu o il grigio – scrive ancora Arnaudo – nel mondo dei supereroi la varietà dei costumi si fonda soprattutto su parametri di libertà culturale, di tolleranza e di accettazione del diverso che sono in linea di principio alla base della cultura statunitense e secondo cui tutte le maniere di esprimere se stessi dovrebbero venire considerate come altrettanto valide».
Sarà vero, come ha spiegato Stefano Bartezzaghi su Repubblica, che Hollywood deve affidarsi ai supereroi «perché hanno popolato quell’Olimpo americano che prima del loro avvento era disabitato quanto una città fantasma del Far West» e, a tal fine, sta inviando cartoline precetto ai suoi supereroi: sono attesi in sala nei prossimi mesi anche Thor e compagnia tuonante. Ed è altrettanto vero che la nostra cultura ha già una «doppia schiera di difensori e patroni» costituita dalla millenaria mitologia pagana e dai santi cristiani. Considerata la crisi di popolarità di questi ultimi, tuttavia, di contro a una sovraesposizione dei nuovi “miti” dell’industria televisiva – dai “tronisti” ai Corona – ben venga questa nuova stagione di supereroi a stelle e strisce per quanto di universale porta con sé. Con il suo patriottismo repubblicano, Steve Rogers – vero nome di Capitan America – può essere considerato uno di noi e non possiamo non amarlo. Come scrive Marco Mancassola nella prefazione al libro di Arnaudo, «amo i supereroi perché mi sento uno di loro e penso che la maggior parte delle persone dovrebbero sentirsi allo stesso modo. Ognuno di noi riceve un dono e insieme la responsabilità di non sprecarlo. Lo spreco di se stessi è il vero abisso incombente, l’orizzonte di morte che occhieggia di continuo».
*Questo articolo è stato pubblicato su "Il Secolo d'Italia" del 24 marzo 2011 e on line è reperibile QUI.

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