Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
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Riecco Tintin l'avventuriero, uno di noi...

tintin-ilfilmdi Roberto Alfatti Appetiti*

Chi lo conosce, sa che Tintin è un autentico giramondo: Europa, estremo e medio Oriente, Africa, America e persino la luna, con ben sedici anni di anticipo sugli astronauti statunitensi. Ne ha fatta di strada dal 1929, anno in cui fece il primo viaggio – nella Russia sovietica – al 1983! Anno della morte del “papà”, il disegnatore belga Georges Remi, in arte Hergé, che ha segnato la forzata messa a riposo del giovane reporter d’inchiostro. Dopo aver vissuto avventure d’ogni genere ed essersi scontrato con spie, truffatori e trafficanti di droga, da tempo sembrava destinato a una vita da baby pensionato di lusso, richiamato in servizio solo per estemporanee ristampe o cartoni animati.

Per questo ci ha piacevolmente stupito (ri)vederlo nei giorni scorsi a Cannes in occasione del più importante evento mondano e culturale dell’anno: il festival del cinema. Facendo bella mostra di sé sui cartelloni pubblicitari appositamente lanciati dalla Sony, Tintin si prepara a tornare protagonista e a fare ancora una volta il giro del pianeta, stavolta attraverso le sale cinematografie.

 

Il progetto di Steven Spielberg e Peter Jackson, più volte annunciato e altrettante rinviato, infatti, è ormai una realtà. Il primo film di quella che sarà una trilogia – Il segreto del Liocorno – arriverà in Italia in anteprima mondiale il 28 ottobre, mentre gli americani, per vederlo, dovranno aspettare la vigilia di Natale. Girata in motion capture e poi animata in post produzione, rigorosamente in 3D, la pellicola si ispira a questo personaggio immortale, tra i più amati di sempre, soprattutto in Francia. Una popolarità tale da aver strappato un’amara ammissione a Charles De Gaulle, il quale, parlando con André Malraux, riconobbe: «È il mio unico rivale per popolarità». Se tale concorrenza poteva indispettire il generale, per gli eterni rivali d’oltremanica tale successo si è fatto addirittura insopportabile. Sì, perché gli inglesi non hanno perso l’abitudine, anche nel recente passato, di punzecchiare l’ambasciatore francese delle nuvole parlanti. Nel 2009, piuttosto che fargli gli auguri per il suo ottantesimo “compleanno”, dalle colonne del Times hanno lanciato l’ultima insinuazione: «È gay!». Perché nelle sue avventure non comparirebbero sufficienti presenze femminili. Suscitando la sdegnata replica dei francesi – che a Tintin hanno dedicato una statua di cera nel prestigioso museo Grévin di Parigi – affidata allo psichiatra Serge Tisseron su Le Figaro.
Una querelle che investe anche il pensiero “politico” di questo eroe eternamente giovane. E non da oggi. Contro di lui la sinistra ha fatto sfoggio del più classico repertorio di invettive liquidandolo, di volta in volta, di pubblicazione in ristampa, quale anticomunista viscerale, becero conservatore e persino come razzista. Accuse del tutto immeritate, se solo si considera la curiosità e il rispetto con cui Tintin si avvicina alle altrui culture e che, non a caso, lo porteranno a schierarsi con gli indiani piuttosto e non con i berretti verdi.
L’antipatia, del resto, era nata sin dalla prima avventura (Tintin nel paese dei Soviet) in una Russia – quella sovietica – rappresentata, da fine osservatore quale era Tintin/Hergé, sin troppo realisticamente e popolata da grigi funzionari-poliziotti, masse plagiate e scene di quotidiana nefandezza.

Del 1931, invece, è Tintin in Congo, avventuta ristampata nel 2005, altra opera a provocare in Gran Bretagna reazioni scomposte, fino al confinamento tra quelle riservate agli adulti. Neanche si trattasse di pornografia. Tale libro – sentenziò una fantomatica Commissione per l’eguaglianza razziale – «contiene orrendi pregiudizi razziali». Nel mirino della censura il riferimento offensivo (?) ai “negri” e il look colonialista del protagonista, come se il libro non fosse figlio del suo tempo e non nascesse in tutta evidenza in un ambiente culturale dichiaratamente di destra e fieramente nazionalista.
A “commissionare” un personaggio «dans l’esprit catholique», del resto, era stato l’abate Norbert Wallez, direttore di Vingtième Siècle, il quotidiano ultracattolico di Bruxelles che ne ospiterà le strisce su Le Petit Vingtième, il supplemento settimanale riservato ai fumetti. Giornale in cui lavorava anche il conterraneo Léon Degrelle – fervente cattolico anch’egli e fondatore del movimento Rex, morto in esilio nel 1994 nella Spagna franchista – che di Hergé fu collega e amico fraterno. Quando i nazisti occuparono il Belgio, nel 1940, Hergé non interruppe la sua collaborazione con Le Soir, quotidiano vicino alle forze occupanti. Una scelta che pagò salatamente. Non soltanto ci fu chi rinvenne in alcune delle sue tavole di quel periodo tracce di propaganda (sic!) – ne L’Etoile mystérieuse i nemici di Tintin sono americani mentre gli amici sono espressione dei paesi dell’Asse – ma, incluso nelle liste dei collaborazionisti, venne arrestato e solo molti anni dopo “riabilitato”, circondato tuttavia da una diffidenza che per certi versi avvolge ancora oggi le sue opere.

A spendersi per la reputazione di Hergé – probabilmente ottenendo il risultato contrario – fu tra gli altri proprio Léon Degrelle, il quale ha sempre sostenuto che il personaggio di Tintin fosse ispirato alla sua vita e al suo aspetto: dall’indole avventurosa e ribelle al viso tondo col ciuffo a banana. «Hergé ha perfino copiato la mia pettinatura», ebbe a sostenere. La questione recentemente è stata oggetto di studio da parte di Jonathan Littell, autore già noto per il romanzo Le benevole, una rilettura del nazismo visto con gli occhi dei “carnefici”. Lo scrittore, nel libro Il secco e l’umido (Einaudi), ricostruisce con puntualità le somiglianze tra Degrelle e Tintin, a partire dai celebri pantaloni da golf che, sosteneva Degrelle, erano talmente eleganti ed originali da aver conquistato Hergé al punto da spingerlo a farli indossare a Tintin. Hergé, da parte sua, non ha mai ammesso di aver preso l’amico a modello, spiegando di aver pensato a un Tintin giornalista semplicemente perché egli stesso lavorava in un giornale.
L’ex ufficiale delle SS, del resto, non è stato l’unico a tirare per la giacchetta Tintin. Lo hanno fatto i movimenti della destra francese e francofona negli anni Ottanta e Novanta: dai monarchici dell’Action francaise a Troisieme Voie (la Terza posizione francese), dal Vlaams Blok fiammingo al Front National di Le Pen. Persino gli autonomisti catalani, in Spagna, l’hanno promosso a propria icona affidandogli la bandiera giallorossa, simbolo, per l’appunto, dell’identità catalana.

Perché Tintin affascini l’immaginario della destra giovanile lo ha spiegato meglio di altri Antonio Faeti, docente di storia della letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna: «Tintin è un avventuriero borghese e come tale va collocato in quella parte della destra francese non precisamente gollista quanto di tradizioni lealiste, al tempo stesso conservatrice e liberal. Ancora, Tintin ama l’altrove e valorizza la differenza. Figlio, cioè, di quella borghesia retta, perbene, coraggiosa e cavalleresca. Hergé era il portatore di questi valori che potremmo definire di centro-destra. Era un uomo virilmente dignitoso, con un forte senso delle radici. E il suo Tintin è soprattutto una creatura francese, esponente di quella “costante gallica” che arriva fino ad Asterix; ma che tocca anche Proust».
Tintin, tuttavia, non ha passato né famiglia, metafora di una piena libertà d’agire al di là e al di fuori di ogni eredità e convinzione ideologia. Non si prende troppo sul serio e sa essere ironico. Sostiene di fare il giornalista ma la sua vera vocazione è l’avventura per l’avventura. Perché è uno spirito libero.
Tintin, uno di noi.

*Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Il Secolo d'Italia del 19 maggio 2011 e in rete è reperibile QUI.

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