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Moleskine Domenicale » Monicelli e il Fumettomondo
Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore. Tutto rigorosamente in corsivo.
Monicelli e il Fumettomondo
di Giorgio Messina
Come tutte le rubriche che si rispettino, anche Moleskine, che esce il lunedi, mercoledi e venerdi, avrà saltuariamente, la sua estensione domenicale. E per inaugurare questo ulteriore spazio pubblicato nel giorno del Signore, ho scelto come argomento il suicidio di Mario Monicelli.
Che c'entra la morte che si è inflitta uno dei più grandi registi del cinema italiano con il fumetto? C'entra, c'entra. C'entra nella misura in cui nel mondo del fumetto, grazie ad alcuni suoi eminenti personaggi, ormai non se ne perde una per fare capolino e dire: "hey, mondo che sei là furori,ci siamo anche noi, fumettari". Spesso però il risultato finale di questo fare capolino forzato volta la tragedia in commedia.
Passiamo dunque ad illustrare una breve rassegna di alcune di queste fumettare rimembranze del Sor Mario.
Cominciamo con Stassi, capopolo degli Stati Generali, da quel di Barcelona, ricorda così Monicelli:
"2 anni fa ho avuto l'onore di conoscerlo e di chiaccherare un po' con lui. Non amava che lo chiamassero maestro, mi disse chiamami Mario."
Il breve epitaffio è preceduto dal ritratto del "maestro" che segue, realizzato dallo stesso Stassi Più che assomigliare a Monicelli, sembra curiosamente assomigliare a Vito Ciancimino. Vuoi vedere che a forza di disegnare fumetti antimafia poi si finisce pure per fare incosciamente confusione fisionomica?

L'immancabile Michele Ginevra (non si perde di commentarne una, bontà sua per quanto gliene è riconoscente questa rubrica) invece lo inizia a ricordare prima così:
"La morte di Monicelli era ampiamente attesa, vista la prontezza con cui sono state pubblicate gallery di foto e approfondimenti..."
Chiosa finale di Ginevra, mischiando suicidio ed eutanasia come mele e pere, dedicata al dibattito sul fine vita:
"Ha voluto rimanere il più vivo possibile. E quando è stato informato che la malattia sarebbe stata pesante ha deciso di farla finita. E questa scelta ci riporta al dibattito sulla possibilità o meno di staccare la spina. Lui ha potuto e voluto scegliere."
Il giornalista Gianluca Testa, fa eco a Ginevra e al gesto di Monicelli:
"Il padre Tommaso morì suicida. Così è stato anche per Mario Monicelli, che a 95 anni non l’ha voluta dar vinta alla morte e l’ha anticipata gettandosi drammaticamente da quel quinto piano. Tutti ora parlano della sua “grave malattia”. Credo però che gli pesassero di più la cecità e la sordità. Per uno come lui, che ha raccontato settant’anni di storia e società italiana, essere tagliato fuori per colpa di percezioni sensoriali fallaci deve aver rappresentato un peso insopportabile. Comunque è inutile, ora, interrogarsi sui ‘perché’.
Un personale ricordo passa attarverso questa breve intervista video raccolta per LoSchermo da Stefano Giuntini e Carlo Cianti, pubblicata sul mio canale YouTube: Mario Monicelli, a Lucca Comics & Games 2008, parla di “Capelli lunghi”, graphic novel disegnata da Massimo Bonfatti e ispirata a un soggetto scritto dal regista (per favore, non chiamatelo ‘Maestro’) negli anni settanta. “Vorrei essere stato un fumettaro invece di un cinematografaro” disse Monicelli."
Vorrei essere stato un fumettaro, dice Monicelli... Roberto Recchioni, fumettaro romano doc, era talmente sconvolto per la morte di Monicelli che nella prima versione del suo post sul tragico epilogo del maestro, che non voleva essere chiamato maestro per ricordarlo ,mette una foto (ora cancellata) tratta da Il Sorpasso di Dino Risi... e poi plaude al suicidio con queste parole:
"Ecchecazzo.
"Perchè non t’ho mai avvicinato tutte le volte che ti ho visto da lontano.
E tutte le volte che mia sorella ti passava davanti mentre andava all’università e tu te ne stavi nel tuo bar solito e lei mi chiamava per dirmi: “Ehi se passi ora lo conosci, tanto per almeno un’ora resta qua!”
Sei l’unico per cui ho provato un timore reverenziale tale da non essere riuscito neanche a stringerti la mano.
Neanche quella volta al festival di Venezia perchè lo so che avrei preferito abbracciarti.
Ho sempre rimandato.
Non ora, dai."
Ma Monicelli che pensava davvero del suicidio? I blogghers del fumettomondo sono quasi tutti troppo occupati a trasformare il gesto disperato di Monicelli (chi si suicida perchè è malato terminale è un disperato...) per non rendersi conto nemmeno di come ill grande regista si era espresso sull'argomento in un articolo pubblicato a settembre 2010, prendendo per spunto la morte del padre, anche esso suicida:
Suicidio della ragione
di Davide Giacalone
Sono laico abbastanza da ritenere la vita faccenda di questo mondo. Ragionevole quanto basta per sapere che il suicidio è parte della vita e che l’omicidio per pietà, che chiamiamo “eutanasia”, si pratica nella penombra del dolore, più che sotto i riflettori della televisione. Da sempre. Sono umano appena il necessario per capire che un novantacinquenne che si butta dal balcone è un disperato, non un coraggioso. Sono stufo oltre il consentito di un’Italia ove la scomparsa delle ideologie comporta l’ideologizzazione di tutto, anche della morte. Sicché non mi trattengo dal dire che un suicidio come quello di Monicelli non si commenta, lo si osserva come fatto compiuto, e se si apre bocca per far uscire il profluvio di sciocchezze che ho sentito, allora non si conti sul cordoglio per garantirsi l’omertà.
Gente come Ettore Scola o Paolo Villaggio hanno voluto rendere omaggio al “coraggio”. Quale coraggio? Monicelli ha vissuto una vita bellissima e straordinaria, dedita a un’arte che gli ha guadagnato (giustamente) ogni privilegio. E’ arrivato ad un’età che molti invidiano e tanti non agguantano. Cosa lo ha spinto a suicidarsi non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Può essere che non gli mancava nulla, tranne la voglia di vivere. Può essere che ha immaginato un’uscita dalla scena non propriamente in punta dei piedi. Ma il coraggio ci vuole per scelte diverse, per vite meno celebrate, per sentimenti meno esibiti.
Può essere coraggioso un suicidio? Sì, può esserlo: quando parla ai vivi e dice quel che, altrimenti, non sarebbe stato possibile dire. Un esempio? Sergio Moroni, che si sparò una fucilata in testa perché fosse letta la sua lettera denuncia ai colleghi parlamentari. Ma il presidente d’Aula, quel giorno, non la lesse. Monicelli non ha parlato ai vivi, ha chiuso il discorso con sé stesso.
Si può “rispettare la scelta”, come ha fatto il Presidente della Repubblica? No. Si può prenderne atto, e punto. Ma annunciare ai vivi che la si rispetta, quindi la si onora, significa dimenticare che il nostro codice penale punisce (articolo 580) anche chi “rafforza l’altrui proposito di suicidio”. Se si prende il cadavere del suicida e lo si alza agli altari della gloria terrena, interpretando il suo gesto come compimento d’un trionfo, il tutto per non ammettere l’ovvio, ovvero la disperazione alimentata dalla solitudine, si compie operazione assai pericolosa. Per disintossicarcene sarà bene riprendere in mano “Il mestiere di vivere”, di Cesare Pavese.
Cosa c’entra Monicelli con l’eutanasia, totem sacro o sacrilego attorno al quale hanno ripreso a dimenarsi le polemiche? Era incapace d’intendere? No. Era incapace di volere e agire? No. Viveva, con dolore, in funzione di una macchina? No. Non ne poteva più, voleva farla finita, sentiva l’attrazione del gesto paterno (anche il padre si suicidò), o non so cos’altro, ma non c’entra nulla l’eutanasia.
Alla vista della bara i presenti hanno intonato “Bella Ciao”. Una canzone che non è partigiana manco per niente, ma che come tale la si canta. E passi, tanto, di quegli anni, si coltivano più i miti e le bugie che non la storia. Il fatto è, però, che Monicelli non fu partigiano, pur avendone l’età, ma continuò a fare il mestiere durante il fascismo, come la stragrande maggioranza degli italiani, e, anzi, si mise al vento dei nuovi stabilimenti cinematografici di Tirrenia, voluti da Benito Mussolini. Poi, però, fu comunista. Comunista uguale partigiano. A gente che pensa ancora di queste castronerie cosa gli vuoi dire, se non che la suprecazzola prematurata ha lo scappellamento a destra?
Il colmo della disgrazia, per un cinico dissacratore, è quello d’essere commemorato dalle prefiche del conformismo, con il luccicone a favore di telecamera. Il massimo del gramo destino è avere guidato all’esibizione tanti interpreti del proprio pensiero, per poi vedersi accompagnati all’ultima buca da un codazzo d’esibizionisti senza alcunché da esibire. Il mio omaggio alla memoria va contropelo, perché non è falso.
In chiusura: ma chi era davvero Mario Monicelli? Ce lo ricorda Diego Cajelli sul suo blog:
In ordine quasi casuale e decisamente incompleto:
Onofrio del Grillo, Gasperino il carbonaio, Olimpia, Pompeo, Aronne Piperno, don Bastiano, Ricciotto, il conte Rambaldo, il capitano Blanchard, don Sabino, Camilla del Grillo, Genuflessa del Grillo, la Marchesa del Grillo, Mons. Terenzio del Grillo, Faustina, Marcuccio.
Giovan Maria Catalan Belmonte.
Giuseppe "Peppe er Pantera" Baiocchi, Mario Angeletti, Cosimo, Norma, Nicoletta, Carmelina Nicosia, Pierluigi "Capannelle", Michele "Ferribotte" Nicosia, Tiberio, Dante Cruciani.
Oreste Jacovacci, Giovanni Busacca, Costantina, Bordin, capitano Castelli, tenente Gallina, maggiore Venturi.
Brancaleone da Norcia, Teofilatto dei Leoni, Matelda, Pecoro, Teodora, Zenone, Abacuc.
Assunta Patanè, Dott. Osborne, Vincenzo Macaluso.
Raffaello "Lello" Mascetti, Rambaldo Melandri, Giorgio Perozzi, Guido Necchi, professor Alfeo Sassaroli, Niccolò Righi, Alice Mascetti, Carmen Necchi, Donatella Sassaroli, Titti, Nora Perozzi.
Giovanni Vivaldi, Amalia Vivaldi, Mario Vivaldi, Dr. Spaziani.
Re Boemondo, Tiburzia da Pellocce, Berta d'Avignone, Pattume, Colombino, Panigotto da Vinegia
Thorz, Pantaleo, Rozzone, Taccone, Zenone.
Il mitico Cippa.
Titoli di coda.







