Fumetto d'Autore ISSN: 2037-6650
Dal 2008 il Magazine della Nona Arte e dintorni - Vers. 3.0 - Direttore: Alessandro Bottero
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SAGGIO E ANALISI di "L'OMBRA DEL MAESTRO" e "MANHATTAN!"

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Hola, Pards!

Anno nuovo, vita nuova dice quel vecchio adagio. Beh, più o meno.

Nel 2018 ne sono successe di “cose texiane”. Una su tutte il compleanno del Ranger, che ha spento, a colpi di Colt ovviamente, i suoi primi 70 anni e che il mese prossimo raggiungerà il traguardo dei 700 albi. Ma per assurdo, conoscendo Aquila della Notte, non dovremmo stupirci più di tanto della pista percorsa, la quale è ormai alle nostre spalle. Personalmente confido sul fatto che il cammino davanti a noi sarà ancora lungo ed entusiaasmante: un buon cavallo fresco sotto la sella, un'abbondante scorta di munizioni per i ferri da tiro ben oliati nelle fondine, “occhi aperti e dito sul grilletto”, cavalcheremo con la passione di sempre al fianco del “poker d'assi” al servizio della giustizia.

Non importa cosa si festeggia o se si festeggia, noi siamo Texiani. E chi lo è davvero, lo è sempre. Lo eravamo decine di anni fa, lo siamo ora, lo saremo in futuro.

Effettivamente il passato ed il presente si intrecciano a filo doppio nella storia, mi correggo, nella lunga e stupenda storia che proprio per la ricchezza di contenuti ho deciso di analizzare in due fasi. Si tratta di un'avventura comprendente quattro albi completi che si dipana al pari di un film che come minimo si accaparrerebbe un posto in tutte le categorie più importanti nelle nomination agli Oscar. E proprio come al cinema anche la nostre chiacchierate avranno un primo ed un secondo tempo. Questa prima analisi in special modo sarà costituita da numerosi riferimenti a luoghi, fatti e personaggi storici, perciò sarà caratterizzata da una lunghezza maggiore di altre chiacchiere qui al Trading Post ma vi prometto che farò di tutto per non trasformarla in una lungaggine senza speranza. Diavolo, hermanos, non guardatemi così. C'è talmente tanto da dire che anche a voi, se avrete la pazienza di arrivare in fondo, verrà il fiatone al solo leggere. Però se anche in voi arde il fuoco della curiosità quando si parla di West, per quanto stavolta sia anomalo perché di ambientazione cittadina, potrete buttare uno sguardo qua e là beccando un argomento che vi attira maggiormente o magari tornare a dare un'occhiata ai miei sproloqui in più riprese.

Inoltre mi è sembrato doveroso onorare il lavoro degli autori, Boselli, Dotti ma anche l'impeccabile prova da parte di Renata Tuis al lettering, approfondendo nei dettagli aspetti ed argomenti che sono certo hanno stuzzicato la vostra sete di conoscenza riguardo la Storia al tempo di Tex. O che, chissà, la stuzzicheranno grazie ad un mio cenno ad eventi o persone reali, rievocate in quel limbo che sta tra la vita vera e la leggenda.

Ma partiamo con ordine.

Come sempre farò del mio meglio per non svelare punti cardine della trama, sebbene oramai le uscite in edicola siano giunte all'ultimo atto della vicenda. D'altra parte mi è capitato di scoprire che alcuni attendono di avere tutti i volumi di un'avventura prima di leggerla per non essere costretti a fermarsi sul più bello ed in ogni caso non sono qui per fare riassuntini in stile compito delle vacanze.

A proposito, ne approfitto per augurare, sebbene un po' in ritardo, un buon anno a tutti Voi e vi auguro che i propositi si sono formulati tra le orecchie la notte di Capodanno si possano realizzare. Anch'io ne ho un paio ma, mutuando il prudente atteggiamento di Capelli d'Argento, mi accontenterei di arrivare alla fine del 2019 senza (troppi) lividi e nessun buco nella carcassa.

Bando ai sentimentalismi.

Poco fa ho parlato di passato e presente per una ragione: come ormai anche gli addobbi natalizi rimessi al loro posto in attesa del prossimo dicembre sanno, negli albi inediti a partire da ottobre 2018 Tex e Carson sono alle prese con uno spettro proveniente direttamente dai loro incubi peggiori: il Maestro! Esattamente, quel dannato pazzoide dal volto sfigurato e dalle manie di grandezza che farebbero impallidire anche Nerone, non è sparito dalla circolazione, come avevamo auspicato ogni volta che i Nostri lo avevano ridotto a più miti consigli. Tutt'altro, è più vivo che mai, accidenti a lui.

Tenendo in una categoria a sé il vecchio Mefisto ed il suo degno rampollo Yama (anche se quest'ultimo mi è sempre sembrato un po' incapace o, per usare un termine del nostro linguaggio corrente, un po' "sfigato" nei suoi tentativi di giocare all'apprendista stregone, seppur in un paio di occasioni vada maledettamente vicino a mettere a segno i suoi insani propositi), il Maestro è, senza paura di sbagliare, uno degli avversari più temibili che i Rangers abbiano mai incontrato. Anche perché quando ci si mette, non si “accontenta” di cercare di accoppare i suoi nemici ma con quelle sue diavolerie da piccolo chimico ha il chiodo fisso di uccidere migliaia di persone in un colpo solo.

Più volte l'ingegno, la caparbietà e le pistole di Tex e Carson hanno fermato i terribili piani di vendetta di questa mente brillante votata al male. Ma chi è costui? La sua identità non è mai stata un mistero: si chiama Andrew Liddel ed i veterani del West di carta lo hanno conosciuto nell'albo “Acqua alla gola” (numero 309) nella storia che inizia con “La tragedia della Shangai Lady” e termina nel volume successivo “La minaccia invisibile”. Illustrata dal grande Letteri su testi di Gian Luigi Bonelli, è ambientata a San Francisco. I due Pards, affiancati da Tom Devlin, il capo della polizia loro amico di vecchia data, e dal forzuto Pat Mac Ryan rischiano la pelle per difendere la città da un attentatore che per via del suo ego gigantesco, sostanzialmente da subito non fa segreto del suo vero nome, anzi sembra pilotare le indagini in quel senso. Liddlel proviene da Boston, è laureato in medicina e specializzato in malattie tropicali. Il che spiega come possa maneggiare con tanta disinvoltura veleni ed infernali porcherie con le quali colpisce le sue vittime. All'epoca di questa indagine, grazie alla sapienza di un anziano e saggio cinese veniamo anche a sapere il nome del morbo che quel balordo usa come arma: si tratterebbe della terribile “maledizione di Nantung”, una tremenda malattia non ben precisata di origine malese.

Ora, mi conoscete abbastanza per sapere che quando voglio so essere un notevole ficcanaso, quindi non sbagliate nel pensare che dopo aver asciugato il mezzo litro di acquolina in bocca io mi sia gettato in una ricerca per scoprire se questa famigerata maledizione fosse un'invenzione di fantasia o affondasse le radici in qualcosa di reale. Purtroppo non ho trovato nulla che avvalori questa seconda ipotesi, anche se forse “purtroppo”, vista la fine che fanno coloro i quali ne sono contagiati, non è la più giusta scelta di parole. Nantung pare sia uno dei modi in cui si scrive il nome Nantong, città (ci vivono più di 7 milioni di abitanti) della Cina, che si trova nella provincia del Jiangsu, sulla riva nord del fiume Azzurro. Sembra che sia un porto di notevole importanza fondato oltre mille anni fa. Ospita il primo museo cinese moderno e pensate un po' sembra che dal 1999 sia gemellata anche con la nostra Civitavecchia. Il solo collegamento con la Malesia consiste nelle linee marittime o aeree e per quanto riguarda le maledizioni, se non siete interessati ad approfondimenti su quella di Tutankhamon, il quale - tranquilli - non c'entra con la nostra storia, stavolta niente da fare.

Niente mummie ma bestiacce sì, dal momento che uno dei più fedeli servitori del Maestro, fratello maggiore di un altro suo complice presente in un'avventura successiva, teneva come animaletti da compagnia belve feroci quali tigri ed un simpatico gorillone: un peluche ambulante troppo vitaminizzato che, forse per compensare il suo bisogno di coccole, cercava di abbracciare chiunque gli capitasse a tiro. Bisogno fortunatamente guarito da una indigestione da piombo prima che il collo di Tex facesse la fine che fanno sempre i grissini nella mia borsa della spesa.

Alla fine di quell'episodio Liddlel aveva assaggiato la sua stessa medicina senza però rimanerne ucciso anche grazie ad un (anche troppo) tempestivo intervento ma era rimasto apparentemente obnubilato e visibilmente deformato nel volto. In ogni caso stavolta, a differenza di altre occasioni, il riferimento diretto ai volumi da consultare per un veloce ripasso viene inserito nel secondo albo dell'avventura odierna: in “Manhattan!” nelle pagine 23 e 24 è lo stesso Ranger a fare il punto della situazione rievocando brevissimamente gli scontri con il Maestro. “Gli”, al plurale, perché quello che vi ho citato poc'anzi non è stato l'unico.

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Andrew Liddel, il Maestro, non ancora sfigurato. Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a LETTERI. 

 

Sempre disegnata dalle chine di Letteri, su sceneggiatura di Boselli, dopo la drammatica avventura contro i Wolfers di Fort Whoop Up in Canada, nell'albo “Il prezzo della vendetta” siamo catapultati in una prigione, per assistere alla sanguinosa evasione di Liddel: “Il ritorno del Maestro” è il preludio ad una storia di poco più che due albi (“Wild West Show” e “Ombre Cinesi”) la quale ci conduce a New Orleans in un crescendo di tensione dove al pericolo del veleno si aggiunge quello di bombe, sottili agguati e pazzi criminali a fare da “discepoli” di quel maniaco omicida. Anche in quell'occasione la Chinatown della città americana venne messa a ferro e fuoco, poiché per scatenare il panico erano state poste in contrasto tra loro le comunità di vari quartieri, da quelli abitati prevalentemente da gente di colore a quelli popolati da “figli del lontano Oriente”. Un ulteriore ingrediente nella ricetta del “perfetto genio criminale” senza onore che rende ancora più odioso e viscido lo spregevole individuo che anche oggi tira le fila di vili macchinazioni ai danni di innumerevoli persone innocenti.

Sfortunatamente il passato non torna solo sotto le sembianze di un brutale assassino, acciaccato ma ancora fin troppo sveglio. Il destino stavolta ha deciso di barare, raddoppiando il numero dei nemici e costringendo anche noi a duplicare gli sforzi per trattenere un'imprecazione quando le nostre rotelle ci permettono di capire di chi si tratta. Come per l'identità del Maestro, non esiste segretezza in merito ai suoi alleati e sono certo che ogni lettore abbia fatto il collegamento non appena posati gli occhi su tre parole che compaiono già nella terza vignetta di “L'ombra del Maestro”: Isola della nebbia.

Bravi, proprio quella: una dannata caricatura di scoglio al largo della Baja California sulla quale si era svolta la battaglia decisiva tra i Pards al completo e gli uomini di “El Supremo”, un evidentemente non umile ma parecchio sbiellato pallone gonfiato che si era messo in testa di guidare l'ennesima rivolta in terra messicana, tanto per non far annoiare il nostro amigo Montales. Quel gallinaccio con il vestito della domenica (indossava sempre un'appariscente divisa da generalissimo, perché solo generale non bastava) aveva fatto i conti con la legge e le nocche del destro di Tex, finendo nella polvere ma alla retata erano sfuggiti due tizi che avrei preferito sapere incatenati in un buco fino alla fine dei loro giorni e che mi auguro stavolta facciano una fine ben più soddisfacente per noi e definitiva per loro. Di chi sto parlando? Di quella faccia da schiaffi che risponde al nome di Nick Castle e del suo poco ciarliero compare Muggs, una montagna dal cervello di una cimice ma dalle mani delicate come badili. Non solo non ringraziano il proprio diavolo protettore cercando di sparire dopo essere riusciti a ritornare sulla terra ferma (a spese di due “pesci piccoli”, due poveracci che la fame ha trasformato senza fortuna in avvoltoi, tombaroli spintisi proprio su quella lugubre isola) ma si mettono insieme al Maestro. Il braccio e la mente uniti per perseguire i loro scopi malvagi, per il denaro, per il potere e per vendicarsi di una certa coppia di “sbirri”.

Fatevi i vostri conti, stolti, perchè non sarebbe la prima volta che un tale intento si capovolge contro la zucca che lo ha partorito: di “buone” intenzioni è lastricata la via dell'inferno ed è proprio da quelle parti che un terzetto come il vostro dovrebbe stare in pianta stabile.

Ho detto prima che le due precedenti avventure contro il Maestro erano state disegnate da Letteri. La stupenda inchiesta che inizia nell'albo intitolato proprio “El Supremo” invece era stata realizzata graficamente da Maurizio Dotti (su testi di Boselli). Come un naturale passaggio di testimone perciò è proprio Dotti ad occuparsi dei disegni di questa spettacolare storia di quattro volumi, sempre affiancato dal “boss” Boselli. E questa coppia di fulmini lubrificati ci offre uno spettacolo come pochi se ne sono visti tra le pagine di un Fumetto, sicuramente in tempi recenti ma oserei dire in generale. Scene d'azione, momenti descrittivi sotto forma di dialoghi o di tavole pressochè “mute” arricchite solamente dalla didascalia, cambi di atmosfera che coinvolgono il lettore come se attorno a lui il mondo mutasse con il voltare delle pagine, una valanga di riferimenti storici che testimonia, se ce ne fosse bisogno, il certosino lavoro di ricerca sia da parte dei due autori al fine di farci immergere nel racconto, dalle assolate e spoglie coste di un'isola ai confini con il Messico agli acquitrini della Louisiana, dalle buie segrete di un carcere di massima sicurezza (anche se affidato alla direzione di un pomposo omuncolo con più segatura che materia grigia nel cranio) alla rumorosa e roboante Grande Mela, con i suoi locali di discutibile fama ai ristoranti più prestigiosi, i suoi vicoli malfamati ed gli imponenti palazzi che svettano nel cielo a testimonianza del progresso… e che ci fanno immediatamente venire nostalgia della Riserva Navajo!

Louisiana? Cosa c'entra la Louisiana?!

Ve lo spiego subito. Già dal “trailer” che si trova alla fine del numero 695, il grandioso volume del settantennale “L'ultima vendetta”, ci viene comunicato che i due Pards avrebbero fatto un salto tra paludi ed alligatori per assistere all'esecuzione di un condannato e che non si tratta di un condannato qualunque: il Maestro sta per essere impiccato, anzi viene impiccato. Questione chiusa? Magari… Senza entrare nei dettagli e fermo restando che non si parla di fantasmi, quel maledetto riesce a strisciare fuori dalla tomba per rispuntare vivo e vegeto (quasi vegeto vista la sua condizione) a New York. Dannazione, e cosa ci siamo persi? Il cappio era attorno al suo collo, la botola si era aperta, perfino a noi seduti in poltrona ci era parso di udire il sinistro rumore di qualcosa che si rom… beh, avete capito.

Intendiamoci, a tutti sarebbe venuto il sospetto che quello rinchiuso nella cella della prigione già in partenza non fosse Liddel ma invece era proprio lui, accidentaccio. Niente maschera, niente finzione. Tex lo guarda negli occhi. Noi lo guardiamo negli occhi: male puro. Senza dubbio è il Maestro. E alquanto malmesso per giunta. L'istinto di Tex e l'esperienza accumulata non tardano a dare una risposta alle domande: il Maestro è ancora vivo ed è in fuga. Un piano ben congegnato, evidentemente preparato da tempo, gli ha permesso di far perdere le proprie tracce, dileguandosi praticamente sotto il naso dei suoi più acerrimi nemici che non possono fare altro se non constatare che la prima mano è persa.

 

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a DOTTI.

 

Varchiamo quindi anche noi la soglia del carcere immergendoci in un innaturale silenzio: non si parla nei corridoi e sostanzialmente nessun detenuto può comunicare con l'esterno.

L'attuale Penitenziario Statale della Louisiana è conosciuto come “Angola” in seguito alla piantagione che sorgeva sul terreno nel quale ora sorge questo edificio controllato dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza e che riprendeva il nome dalla Nazione africana, origine della maggior parte degli schiavi che vi erano stati costretti a lavorare.

Viene chiamato, diciamo amichevolmente, “The Farm” (la fattoria) o l'Alcatraz del Sud.

E' tutt'ora la più grossa prigione negli Stati Uniti con più di 3600 reclusi e quasi 2000 membri dello staff complessivi tra guardie e personale civile. Situato nella West Feliciana Parish è sostanzialmente circondato da umide zone paludose tipiche della riva orientale del Mississippi, facente in quel punto una sorta di curva e circondando il perimetro del carcere per i tre quarti. "Parish", parrocchia, è il modo in cui vengono suddivise le aree dello Stato della Louisiana, che ne conta in totale 64. Sono l'equivalente delle “contee” per gli altri stati, ad eccezione dell'Alaska che utilizza i “boroughs”, la cui traduzione letterale (borghi) non rende il significato corrente di tale termine per lo slang americano.

La piantagione denominata una volta Angola si estendeva per più di 3000 ettari (no, non ho sbagliato la proporzione, contava proprio circa 8000 acri) era di proprietà di un certo Isaac Franklin, un “rispettabile” commerciante di schiavi. Tale terreno venne acquistato insieme ad altri dallo Stato nel 1901 per creare il penitenziario moderno. Se volete l'indirizzo per fare una gita in quella ridente vallata non ho difficoltà a fornirvelo: il cancello di entrata si trova alla fine della Louisiana Highway 66, a circa 35 chilometri a nord ovest di St Francisville.

Molti degli “ospiti” scontano una condanna a vita e quindi non verranno mai più rilasciati.

Prima del 1835 chi veniva messo agli arresti per gravi reati nella zona, scontava la pena venendo trasferito dalle sbarre delle celle degli uffici degli sceriffi locali a quelle della prigione di New Orleans. Il primo Penitenziario Statale venne costruito a Baton Rouge e la sua gestione affidata ad una compagnia di privati. Durante la guerra civile, le giacche blu dell'Unione occuparono tale edificio e finito il conflitto, un certo maggiore James, una ex giubba grigia, ricevette dall'esercito il contratto di locazione per i territori su cui poi sarebbe sorta la nuova prigione, cercando di rimettersi in affari avviando coltivazioni di cotone… con il lavoro gratuito di americani di colore. Ma la guerra non era finita? E pensate un po' a chi vennero vendute da parte della vedova del mercante di schiavi che ho citato poco fa i vastissimi terreni, compreso quello della piantagione Angola, dopo la sua morte? Proprio al maggiore James, nel 1880. Acquisizioni successive a questa portarono l'area dell'attuale penitenziario a raggiungere i 18000 acri (più di 7000 ettari). Prima di ciò, sotto il “regno” di James, chiunque non potesse pagare multe o tasse in ambito specialmente agricolo sugli appezzamenti assegnati in seguito ai trattti di pace, veniva automaticamente trasformato in un galeotto, al fine di “saldare il proprio debito”. In sostanza era un'altra forma di schiavitù legalizzata poiché non si poteva certo dire che tutti i “convicts” costretti ai lavori forzati fossero delinquenti né colpevoli, se non di essere senza un dollaro bucato. E tali prigionieri non avevano diritti, spesso finivano per morire di stenti nella prigione/piantagione. James si tolse dai piedi… ehm… morì nel 1894 e quindi pochi anni dopo subentrò il Department of Public Safety and Corrections. Esiste un museo, L'Angola Museum che documenta anche questa pagina di storia, con tanto di vecchie fotografie del battello “America” che trasporta chi aveva subito tali leggi al loro nuovo “posto di lavoro”. Per la cronaca dal 1983 non ci sono più state esecuzioni capitali in Louisiana.

Date queste premesse secondo me, si può affermare che la gattabuia nella quale avrebbe dovuto essere impiccato il Maestro non sia la versione definitiva di quella nota come Angola ma una delle sue varianti precedenti o probabilmente che sia stata ideata ispirandosi al sistema di correzione realmente in uso perciò posso anche aver parlato a vanvera ma era una digressione che ho ritenuto di dover fare almeno per soddisfare un certo grado di desiderio di andare oltre il velo del tempo, al di là della carta, nel caso qualcuno di voi lo condividesse.

Abbiamo detto che il veleno con il quale il Maestro infetta chiunque “debba” morire per i suoi piani causa una morte tra atroci sofferenze e deformazioni sul corpo, specialmente sul volto. Lo stesso Liddel ha un aspetto che rispecchia l'orrore dell'abisso che ha al posto del cuore. Anzi, per essere precisi sappiamo già non si tratta di un veleno ma di un bacillo, di una malattia che può essere inoculata ma anche diffusa tramite l'acqua. Chi ignora tutto questo però, come accade per il direttore del carcere in cui avrebbe dovuto terminare la sua carriera criminosa questo scienziato pazzo, la considera sì una malattia ma di ben altra natura. Viene da quest'ultimo anche citata, forse per impressionare Tex e Carson con paroloni scientifici: acromegalia. In realtà non c'entra nulla poiché tale patologia deriva da un eccesso di produzione dell'ormone della crescita sebbene potesse essere in qualche modo nota già nella comunità scientifica ai tempi del West, poiché era stata descritta ufficialmente per la prima volta nel 1886. E' comunque strettamente legata ad una neoplasia che colpisce una ghiandola presente nel cervello, l'ipofisi, cioè quella ghiandola che produce l'ormone della crescita, insieme ad un altro bel mucchio di ormoni, tutti di importanza vitale per la nostra sopravvivenza, specialmente se si considerano le sue minuscole dimensioni. Uno dei segni più visivamente drammatici della malattia consiste nella deformità delle ossa acrali (da qui il nome della condizione clinica) vale a dire delle ossa che costituiscono le estremità del corpo: mani, piedi e testa. Anche alcuni organi possono ingrandirsi abnormemente tra cui il fegato ed il muscolo cardiaco. Inutile dire che l'accrescimento di certe aree ossee può portare a dolori dovuti a lesioni di nervi mentre le cefalee, cioè i mal di testa, possono essere provocati dalla causa primaria, l'aumentata dimensione della succitata ghiandola che preme contro il cervello. Un quadro davvero pesante anche solo da descrivere per sommi capi. In sostanza se il Maestro avesse realmente avuto tale malattia sarebbe stato ben meno attivo di come dimostra di essere.

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Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a VILLA. 

 

E' tempo di introdurre un personaggio che da ora in avanti ci accompagnerà per tutta la storia. A dire la verità ce ne sono altri tre sui quali poi mi soffermerò ma questo è particolare perché non è una persona. Incuriositi? Naaa, non vi lascio sulla spine: sto parlando della città di New York.

Seguendo i Nostri durante tutta l'indagine avremo modo di conoscere luoghi storici, ancora oggi esistenti anche se hanno cambiato, a volte leggermente a volte in modo più incisivo, il loro volto originario, quartieri, locali mal frequentati o albergoni per pinguini incravattati dalle tasche rigonfie di denaro, stazioni di polizia e covi di banditi, teatri e palazzi di dieci piani o più. E dietro ogni angolo potrà presentarsi un pericolo mortale, ad ogni finestra potrebbe trovarsi qualcuno che vuole ricamarci la schiena a suon di piombo o peggio con uno dei dardi avvelenati con la terribile condanna del Maestro. Non si può certo dire che questa sarà una gita di piacere.

Ma non preoccupatevi, non intendo trasformarmi in un improvvisato gestore di un'agenzia di viaggi. Mi limiterò a richiamare la vostra attenzione su alcuni dei posti più famosi che vengono “visitati” da Tex e Carson o sulle curiosità più significative nelle quali inciampano durante la loro caccia.

Iniziamo con un nome che tutti avete già sentito in mille salse diverse: Manhattan.

Innanzitutto Manhattan e New York non sono affatto la stessa cosa. So bene che non ci sarebbe bisogno di specificarlo ma preferisco andare sul sicuro. La città di New York è composta da 5 distretti e Manhattan è uno di questi cinque. Che sia diventato il cuore pulsante della metropoli è un altro discorso: si estende per circa 90 chilometri quadrati lungo tutta l'omonima isola, nella zona ovest della città. Stando alla fonti che ho consultato per valutare se le mie idee in fatto di geografia fossero esatte pare che sia anche il quartiere con maggiore affluenza turistica, perché sembra che in pratica ci sia quasi tutto lì, dal punto di vista di un non newyorkese: la Statua della Libertà (posta su Liberty Island), l'Empire State Building, diversi musei, Central Park, Times Square, la stazione di Grand Central, il ponte di Brooklyn, il Madison Square Garden... Oltre alla Borsa più importante del mondo c'è anche il quartier generale delle Nazioni Unite nonché i teatri di Broadway.

Lo stesso distretto è suddiviso in tre parti, Upper, Midtown e Lower Manhattan. In quest'ultimo si trova Wall Street, centro nevralgico per gli affaristi di mezzo, o forse di tutto, il mondo. Ulteriori sottoinsiemi di queste tre parti sono aree nelle quali i Rangers si muoveranno e che abbiamo già sentito nominare in altri contesti: Harlem, Chinatown e Little Italy, quasi confinante ad essa e ad oggi più ridimensionato rispetto al 1800, entrambi a sud dell'Isola ad esempio. Central Park invece divide Upper Manhattan in Upper East Side e Upper West Side. I fiumi Hudson, Harlem (come il quartiere) e East River abbracciano tutta Manhattan. Non citati nell'avventura ci sono anche Soho e Tribeca (se volete andare a citofonare a Leonardo Di Caprio, Scatlett Johansson o Robert De Niro dovete fare due passi in quel quartiere). Il secondo è quello dell'alta moda mentre Soho sta per "South of Huston" ed è uno dei più noti della Grande Mela.

Forse questa è una delle ragioni per cui i turisti erroneamente confondono Manhattan con l'intera New York. Già a visitare tutta l'isola ci si mette l'intero tempo di una vacanza. E neanche una vacanza breve. La famosa Quinta Strada (5th Avenue) divide i lati Est e Ovest dell'Isola mentre l'East River la separa da Long Island ed a nord l'Harlem River la separa dal Bronx e dal resto della città.

Anche New York, come l'Alaska, usa il termine “borough” per indicare le divisioni dei distretti che la compongono. E' la più popolosa città degli Stati Uniti con oltre 8 milioni di abitanti (diavolo, sento sempre più nostalgia della “nostra” Riserva). A parte Manhattan, gli altri distretti che la compongono (e che si estendono superando il confine dello Stato di New York, toccando Connecticut e New Jersey con la loro vastissime aree metropolitane, sono Brooklyn, Staten Island, Queens e Bronx, il solo a trovarsi, come dire, “sul continente” mentre gli altri sono tutti posti su isole.

A dire il vero Manhattan non è una vera e propria isola, sebbene completamente circondata dall'acqua, perché l'Harlem River è un canale che collega due veri tratti fluviali, Hudson ed East River, quindi la si dovrebbe considerare una penisola anche perché continua nel Bronx che è ben saldo alla terra ferma. Senza addentrarci oltre in questioni amministrative, la Contea di New York non comprende tutto il territorio della Città di New York, perché Bronx e Queens pare facciano contee indipendenti. Esistono poi altre città che fanno parte di un diverso Stato, il New Jersey, che però sono più “vicine” all'orbita di New York quali ad esempio la stessa Jersey City e Newark (probabilmente chi l'ha fondata era in vena di giochi di parole), sede per altro di un aeroporto internazionale che serve la Grande Mela.

A tal proposito, sapete perché questo immenso agglomerato urbano si chiama proprio “Grande Mela”? Pare che il primo a chiamare New York in quel modo sia stato un certo Edward Martin nel 1909 in un libro nel quale paragona lo stato di New York ad un grosso albero di mele. Poi nei ruggenti anni 20 l'espressione venne ripresa dal “Morning Telegraph”, da parte di un cronista sportivo riferendosi all'ippodromo, con paragoni su soldi e ricchezze varie. Sembra che in seguito a campagne pubblicitarie in abito turistico questo soprannome abbia preso sempre più piede. Contenti loro…

In realtà noi arriviamo prima dei Pards a New York ed incontriamo una nostra vecchia conoscenza: se vi dico “armadio dalla canottiera a strisce” sono certo che nella testa di ognuno di voi si accenderà una lampadina. Bravi, avete fatto centro: il simpatico ed erculeo irlandese Pat Mac Ryan, pugile semi-professionista dal cuore d'oro. Ovviamente non lo ritroviamo tranquillo a fare la calzetta ma a riempire di cazzotti il malcapitato di turno su un ring in un match regolare. E quello che ho chiamato "malcapitato" sarebbe probabilmente capace di farmi svolazzare di almeno un paio di metri anche semplicemente colpendomi con il mignolo della sua mano sinistra. Questo scontro alla “io ti spiezzo in due” (citazione da Rocky 4) si svolge in un posticino tutt'altro che somigliante ad una valle in fiore. Si tratta infatti di una zona malfamata della Bowery.

E che diavolo è la Bowery? Beh, sono qui apposta.

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Antica stampa raffigurante "The Bowery", rinvenuta online. 

 

Banalmente la “Bowery Street”, per gli amici solo Bowery è una strada di Manhattan, che funge da confine per i quartieri di Chinatown e Little Italy. Stando alle fonti dove ho ficcanasato, tale agglomerato di caseggiati che costituiva una sorta di primo “approdo” per gli immigrati è stato una delle prime aree abitate anche perché si estende fino alla zona del porto. Va da sé che non fosse frequentata da ricconi in guanti bianchi e proprio ai tempi di Tex, si chiamava in tal modo anche la zona circostante la semplice strada, includendo vaste aree dei docks: quindi tanto per fare il punto della situazione, senza un simpatico Winchester sotto braccio, e forse anche con quello, sareste inccappati in borseggiatori e tagliagole, membri di gang e poveracci, cinesi che vi invitavano ad entrare (o a stare lontani) da fumerie d'oppio, prostitute e case da gioco. Inutile dire che la polizia, a volte “oliata a dovere” difficilmente si impegnava a fondo per rendere tale zona di New York rispettabile: tralsciando la corruzione, i carri armati ancora non erano stati inventati… Comunque a lungo andare anche senza i suddetti cingolati l'area migliorò il proprio aspetto e la propria reputazione aiutata dal fatto che sorsero nuovi teatri che rivaleggiavano con quelli di Broadway specialmente quando si trattava di intrattenimenti più popolari che attiravano parecchia gente. Purtroppo la via ritornò ad avere una gran brutta nomea dopo la depressione economica degli anni venti del Novecento senza più perderla per decenni. diventando l'area con il più alto tasso di criminalità dell'intera Manhattan. Anche se gli affitti erano molto bassi, io ci avrei pensato bene prima di trasferirmi.

Certo, voi direte, però se si è una coppia di texani armati di fiammeggianti Colt o un irlandese grosso quando un bisonte era più facile essere lasciati in pace. Beh, in teoria vi darei ragione ma i cocciuti e gli ottimisti sono ovunque. Quindi anche in quest'avventura non mancheranno i buontemponi che da dietro un umido angolo cercheranno di scuoiarli saltando loro addosso pretendendo la borsa e la vita. Poveri illusi.

Comunque sia stavolta ci si mette anche il buon Pat a darmi del lavoro. Durante una ripresa del suo incontro con l'avversario di turno Mac Ryan cita un certo “Marchese di Queensberry”.

Di nobili con questo titolo ce ne sono stati più di uno ma il figlio della verde Irlanda si riferisce al nono marchese di questa discendenza di “pari di Scozia”: John Sholto Douglas, nato per altro a Firenze, viene ricordato come colui che ha posto le basi per le regole del pugilato moderno (e per non essere mai andato d'accordo con Oscar Wilde, ma questo non ci interessa). Nel 1865 mister Douglas scrisse coadiuvato da un atleta, tale Chambers, il “Codice della boxe scientifica” che tra i suoi dettami prevedeva l'uso dei guantoni, l'introduzione di round da tre minuti, il famoso conto fino a 10 prima di dichiarare il ko e la suddivisione nelle varie categorie di peso. Diciamo che il pugilato da massacro a pugni nudi diventava uno sport, anche per via del grande giro di affari che già all'epoca attirava facoltosi scommettitori ad incontri più o meno clandestini. In ogni caso pare che prima del 1885 non si svolsero incontri ufficiali con tali regole, perciò questo, insieme al fatto che l'avversario di Pat sul ring sembra ignorare queste nozioni anche visto che se le danno a mani nude, quanto meno in questa occasione, oltre a significare ancora un bel numero di volti tumefatti e nasi sbriciolati, può dare un'ulteriore sebbene non precisissima indicazione del periodo storico nel quale Tex e Carson fanno la loro gita a New York, con buona pace di qualche scivolone in merito a “precise date volutamente scelte” accaduto recentemente in un altro albo che sarà affrontato in una delle prossime recensioni.

Bene, mentre sbadigliate, io torno sui binari della trama che avevo momentaneamente abbandonato per questi approfondimenti storici. E proprio di binari si tratta poiché ritroviamo i nostri Pards su un treno in viaggio per New York in compagnia di un'altra nostra vecchia conoscenza: posso permettermi di rivelarvi di chi si tratta non solo perché è già stato ampiamente annunciato dalle pagine social ufficiali ma perché anche il suo cammino ha incrociato quello del Maestro durante il suo precedente scontro con i Rangers. Si tratta di Buffalo Bill Cody!

Ricordate? Lui e il suo “Wild West Show” sono stati al centro dell'avventura ambientata a New Orleans e lo stesso Bill ha fatto da utile spalla ad Aquila della Notte e Capelli d'Argento offrendo la propria disponibilità di uomini e mezzi ai suoi amici. Forse però non tutti si ricordano che il primo incontro con questa persona, non personaggio dal momento che è realmente esistito, risale al lontano numero 82 dal titolo “La sfida”, nel quale, come indica il volume stesso, Tex e Buffalo Bill si confrontano in una “amichevole tenzone” per stabilire chi sia il più bravo nel tiro al bersaglio. Inutile dire chi ne esca vincitore. L'emozionante sequenza della gara di tiro dinamico resa spettacolare proprio per la presenza di due leggende che sulle prime arrivano quasi allo scontro ma che poi sviluppano rispetto l'uno per l'altro rimane una pietra miliare nella saga di Tex. Bill non esce umiliato dalla contesa che segna poi l'inizio di una lunga amicizia. Già all'epoca, le chine del duo Muzzi-Galep (su testi di G.L. Bonelli) ci avevano reso simpatico il mitico cacciatore un po' spaccone e dal sorriso sempre pronto rivelandoci un episodio del suo passato accaduto veramente non lontano dalla città di Sheridan, Wyoming: viene menzionata infatti un'altra sfida sulle abilità di tiratore che coinvolse Bill ed un certo William (Billy) Comstock, pare capo degli scout di Fort Wallace. Springfield calibro 50 contro un Henry a ripetizione. Cito testualmente dalla vignetta di pagina 87 dell'albo: “...alla fine del tempo stabilito – per la sfida – i testimoni che seguivano da vicino i cacciatori – di bisonti – contarono 69 bestie abbattute da Buffalo Bill e 46 da Billy Comstock”. Da qui il soprannome “buffalo”.

 

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Buffalo Bill durante la sfida con Tex. Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a MUZZI-GALEP. 

 

William Frederick Cody, il vero nome di Buffalo Bill, fu molte cose nella sua vita: cacciatore, esploratore, scout, impresario teatrale, eroe nazionale.

Iniziò la sua carriera come pony express, in pratica uno dei celebri postini della Frontiera. Militò nelle file dell'Unione durante la guerra civile, arruolato nel 7 Cavalleria del Kansas, Stato dove si era trasferita la sua famiglia poco dopo la sua nascita (pensate che suo padre morì in seguito ad un'aggressione a colpi di pugnale per aver tenuto un discorso contro la schiavitù). Sposò una donna italo-americana, anche se qualcuno dice che le vere origini della famiglia di sua moglie fossero tedesche. Nel caso si trattasse di una discendente di emigrati dalle nostre parti, mi starebbe ancora più simpatico, il nostro Cody. Ricevette la medaglia d'onore del Congresso per le sue azioni in guerra. Questa medaglia gli venne poi revocata postuma - una vera carognata - perché in quanto scout non era ufficialmente un soldato ma per fortuna nel 1989 gli venne definitivamente legittimata. Possibile che a Washington non avessero niente altro di più pressante a cui pensare che dare noie a Buffalo Bill ormai da anni nelle celesti praterie?

Come cacciatore di bisonti si diede un gran da fare: pare che quanto lavorava per la ferrovia, la Pacific Railway, ne fece fuori ben più di quattromila. Un dannato mucchio di bistecche. Divenne ulteriormente famoso per aver ucciso in combattimento il capo indiano Mano Gialla ed avergli preso lo scalpo affermando che si trattava di una vendetta “per Custer”. Ecco, onestamente non so se questo Mano Gialla fosse una testa calda né se Bill credesse davvero nel bisogno di vendicarsi ma prima di dichiarare il “generale” George Armstrong Custer “santo subito” io ci penserei due volte. Nel 1873 fu proprio il nostro amico Ned Buntline (nostro amico perchè è uno dei comprimari dell'intera storia), autore di diverse “dime novels”, antenati dei fumetti, a lui ispirate, che gli propose di recitare in una serie di spettacoli sceneggiati dallo stesso Buntline. E' in questo modo che la persona Buffalo Bill si fuse con il personaggio leggendario. E a quanto pare Cody ci prese gusto: nel 1883 fondò il suo mitico “Wild West Show”, una sorta di circo itinerante dove veniva “mostrato ai piedi-dolci dell'Est” cosa fosse il West. Simulazioni di battaglie, inseguimenti e scontri a fuoco con colpi ovviamente a salve tra indiani e soldati, tra sceriffi e banditi arricchivano lo spettacolo che prevedeva anche prove di bravura a cavallo (erano presenti perfino cosacchi) o dimostrazioni di tiro. Tale spettacolo ebbe un enorme successo ed una risonanza a livello mondiale: nel 1889 toccò Londra dove venne allestito in onore della Regina Vittoria ed il suo tour arrivò anche in Italia: Torino, Genova, Milano, Bergamo, Bologna, Firenze, Roma sono solo alcune delle principali città della Penisola che vennero invase dall'atmosfera western.

Entrata a buon diritto nella storia è la sfida contro i butteri, lanciata nel 1890 riguardo le loro abilità di cavallerizzi e domatori, svoltasi tra i nostri cavalieri ed i suoi cowboys. Vinsero gli Italiani, nove uomini capitanati da Augusto Imperiali. L'avvenimento venne riportato su tutti i giornali del Paese: una lezione di umiltà per Bill.

Talvolta venne richiamato in servizio per operazioni militari anche quando era già un'affermata “star”, come durante una campagna contro i Sioux. Nel 1906 tornò in Italia e risiedette per un po' a Torino dove gli venne dedicata una canzone popolare. Morì nel 1917. Qualche anno prima della morte si era convertito al cattolicesimo. Nel 1890 aveva perfino incontrato il Papa di quei tempi, Leone XIII. Magari fu proprio questo incontro ad ispirarlo.

Nel suo “Show” furono molte le leggende della Frontiera che si avvicendarono "sotto i riflettori": da Calamity Jane ad Annie Oakley (la stessa Annie che impariamo a conoscere nell'avventura contro il Maestro ambientata a New Orleans, chiamata dagli indiani “Piccolo Colpo Sicuro” per la sua infallibile mira) ed anche Toro Seduto nei suoi ultimi anni, il quale rimase talmente impressionato dalla Oakley da stringere con lei una salda amicizia e pare anche da volerla come figlia adottiva, una Sioux onoraria. Le foto autografate del grande capo erano uno degli articoli più richiesti. Credo che anche a voi questa frase causi una certa malinconia.

Sono tutti concordi nell'affermare che Buffalo Bill fosse uso sparare con una tecnica particolare chiamata "Fanning". In pratica, consisteva nell'armare il cane con la mano non dominante e premere il grilletto con quella con la quale si impugna la pistola. Lo “sventolamento”, questa è la traduzione letterale del termine, consente un fuoco per così dire semi automatico con le sei colpi Single Action, quelle che tutti noi ben conosciamo, come la Colt Frontier. Ed in effetti dice la leggenda che Buffalo Bill si divertisse a sparare due colpi in rapida successione: uno che staccasse una mela da un albero ed il successivo che la facesse andare in pezzi. Il fatto è che ho forti dubbi che si trattasse di una semplice diceria.

Una semplice voce priva di fondamento è invece quella che lo voleva di origini italiane. Non esageriamo. Pare che venne diffusa da un editore che pubblicava i racconti su Cody. Anche la moglie era nata negli Stati Uniti, a Saint Louis.

 

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Il vero Buffalo Bill, in un ritratto ad opera di Lorenzo Barruscotto. 

 

Forse non tutti sanno che Ned Buntline è lo pseudonimo del giornalista e scrittore di cronaca, spesso nera, che all'anagrafe aveva ben altro nome: Edward Zane Carrol Judson, se devo dare credito alle mie ricerche. Ma in effetti Ned Buntline suona meglio.

Oltre ad aver associato il suo nome a quello di Buffalo Bill e di una serie di rappresentazioni teatrali e racconti è noto anche per un modello particolare di Colt, quantunque non si possa affermare con assoluta certezza che venne ideata su richiesta diretta dello scrittore. Comunque sia, Buntline sosteneva di averne regalate alcune copie ad altrettanti suoi amici. Chi erano questi amici? Oh, nessuno di così importante: tra loro c'erano "solo" Bat Masterson e Wyatt Earp, quello vero, che realmente maneggiò una Colt modificata.

Cos'ha di speciale questo tipo di sputa-fuoco? La Colt Buntline è un modello Single Action con la canna eccezionalmente lunga: di 12 o 16 pollici (quella di 16 era detta Special) che poteva anche essere utilizzata come un piccolo fucile se vi si aggiungeva un apposito calcio smontabile da appoggiare alla spalla. Non vi ricorda niente? Quando entra in scena, il colonnello Douglas Mortimer, un Lee Van Cleef che pur senza parlare dice tutto, nella pellicola di Sergio Leone “Per qualche dollaro in più” dell'immortale “Trilogia del dollaro”, per eliminare l'uomo a cui sta dando la caccia, mette in atto proprio quella operazione di “aggiunta”.

La storia in merito a tale arma vuole che Buntline commissionò alla Compagnia Colt almeno cinque pistole speciali, delle "Peacemakers" particolari (quella normale aveva la canna di quasi 5 pollici nella versione per i civili e raggiungeva al massimo i 7 per i militari). Pare che insieme ordinò anche le fondine adattate per il prodotto finito. Ci sono delle discrepanze perché sembra che quelle cinque sputa-fuoco siano scomparse: dagli archivi della “Colt” e dalla collezione dello sceriffo Earp che non ne parla neanche nella sua biografia. Senza alcun dubbio non era comoda per l'estrazione quindi poteva al massimo avere un valore “da esposizione” anche se lo “scribacchino” che diventa amico di Tex e Carson la usa. Certamente come deterrente per chi se la trovasse spianata davanti al muso sarebbe stato più che mai efficace.

C'è però un'altra mini-leggenda in questa faccenda che sono sicuro vi piacerà. Gli appassionati del genere sanno che nel bellissimo ed anche parecchio accurato film “Tombstone” del 1993, con Kurt Russel nei panni del "lawman" e Val Kilmer in quelli di Doc Holliday, tra gli altri attori c'era un certo Wyatt Earp III. Nessuno dei fratelli Earp (Wyatt, Virgil, Morgan e gli altri meno famosi) ebbe dei figli quindi si tratta di un lontano cugino, ma sempre imparentato con il mitico uomo di legge. Nel film questo “5th cousin” dell'originale Earp (il quale, sul set dei primi film western nel quale faceva da consulente, fece in tempo a conoscere un ragazzotto che gli portava il caffè che si chiamava John Wayne) impersona Billy Claibourne, un “cowboy” cioè uno dei cattivi. La mini-legenda a cui accennavo consiste nel fatto che Wyatt Terzo ricevette la richiesta da parte dei produttori del film di lasciar utilizzare nelle riprese proprio la Colt Buntline Special appartenuta al suo celebre parente, apparentemente da lui ereditata. In cambio di una piccola parte nella pellicola stessa.

In ogni caso la Colt Manufactoring Company la produsse ufficialmente dal 1956.

 

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Ritratto di Lee Van Cleef ad opera di Lorenzo Barruscotto 

 

L'arte di Dotti costruisce attorno a noi le location nelle quali ai due Rangers tocca loro malgrado muoversi e grazie ad una splendida tavola veniamo istantaneamente catapultati dalle ampie praterie con verdeggianti vedute della vegetazione che scorre veloce al di là del finestrino nel soffocante caos di una "civilizzata" stazione ferroviaria. Per la prima volta in assoluto facciamo il nostro ingresso a New York. Nessun Texiano riuscirebbe a trattenere anche solo un sorriso, quando non si tratta di una vera e propria risata, nell'osservare la sconsolata espressione di Carson che si guarda intorno sconcertato. Sappiamo già che il “vecchio cammello” non ha simpatia per quelle sbuffanti caffettiere, come egli stesso non manca di ricordare ai suoi compagni ed a noi ogni qual volta debba districarsi tra la folla di città di una certa grandezza, ma questa le batte tutte. Siamo già stati, come Bill conferma, in luoghi ben diversi dai deserti dell'Arizona quali San Francisco, Chicago, Boston, Washington (non parliamo di Flagstaff o altre città della Frontiera perché diciamo che quelle sono di casa e le stazioni hanno ancora un aspetto accettabile) ma la sensazione di essere stati gettati in un dannato formicaio è del tutto imparagonabile ad altre circostanze. La Grand Central Station sembra fagocitare il treno come se si trattasse di un ingordo mangione che risucchia tra le labbra uno spaghetto: imponente, immensa, sgradevole e più terrorizzante di un gruppo di guerrieri Apaches sul sentiero di guerra.

Tra il fumo ed il carbone in effetti sembra davvero l'anticamera dove risiede Belzebù od un suo stretto collaboratore.

Il mondo delle nuvole parlanti è anche questo: trasmettere al lettore le sensazioni che i protagonisti provano al fine di creare un collegamento, una sorta di empatia con i personaggi e rendere partecipe chi sfoglia le pagine anche del loro stato d'animo sotto ogni punto di vista, non solo quando c'è da sgranchirsi le ossa con un vivace scambio di opinioni o da lanciare il cavallo a briglia sciolta lungo una pista. In questo il duo di fuoriclasse Boselli-Dotti ha esperienza da vendere.

Viene chiamata Grand Central Terminal perché, proprio come la Stazione Centrale di Milano, i binari finiscono lì. Non si tratta di una stazione di passaggio. I convogli giungono a Midtown Manhattan e terminano la loro corsa. Attualmente è la stazione più grande del mondo con i suoi 67 binari. Ok, forse è leggerissimamente più grande di quella di Milano. Gli scali sono sotterranei, divisi su due piani. Sono ancora in atto dei lavori di ampliamento ma comunque anche con i suoi 19 ettari complessivi ha dimensioni impressionanti. Esistono dei segreti al di sotto di Grand Central, risalenti alla seconda guerra mondiale o forse anche prima, inerenti una certa stanza dei bottoni ma proprio perché sono dei segreti e non c'entrano affatto con la nostra storia, lasciamoli dove stanno. Se avete voglia di gironzolare senza autorizzazione però occhio alla buccia: gli agenti di guardia potrebbero bucarvi la pellaccia senza chiedervi il permesso per poi andare a pranzo senza il benchè minimo disagio. E avrebbero ragione loro. Moltissimi film contengono scene che sono state girate in quella stazione: tra i più famosi voglio ricordare “Intrigo internazionale” (a proposito di pellacce bucate se si ficca il naso dove non si deve), “Armageddon”, “Io sono leggenda”, “Carlito's Way”, “Men in Black”, “Il collezionista di ossa” ed il cartone “Madagascar”.

Prima di addentrarci tra le affollate vie della città, bisogna chiarire un dubbio che ha accomunato diversi lettori. Molti si sono chiesti quando i Rangers sono stati a Chicago. Banalmente si potrebbe rispondere che la didascalia del primo albo dei due che stiamo analizzando recita che il treno con cui sono giunti nella Grande Mela partiva da Chicago perciò… Bisogna ammettere che la presenza di Chicago non zompa subito alla memoria come quella di altre grandi città ma anche nelle nostre chiacchierate l'abbiamo citata, ad esempio parlando di Allan Pinkerton, dal momento che era la sede dell'omonima agenzia. Può darsi che si sia fatta confusione con Boston, dove più volte i Pards hanno fatto una capatina. Detto tra noi anche gli ingranaggi del mio cervello si sono inceppati in questa circostanza ma non fate spiattellare tutto a me. Un balzo in mezzo ai volumi della vostra collezione, in stile Zio Paperone che si tuffa tra le sue monete, spulciando specialmente verso la conclusione di certe storie oppure in altre non proprio recenti e troverete riferimenti alla “città del vento”. Forse.

Rimangono comunque memorabili le vignette dove vengono raffigurati gli intricati fili di telefoni e telegrafi, dove compaiono gli antenati del pullman, i mezzi pubblici trainati da cavalli che erano costituiti da una sorta di vagone senza finestre né porte che scorrevano su un binario apposito, senza contare la vera e propria linea sopraelevata, precursore della metropolitana esterna. Ok, ok, stavolta non mi dilungo troppo. Vi basti sapere che è una delle più vecchie metodologie di trasporto su rotaie in ambito cittadino. Le stazioni della metropolitana sono situate ovviamente tra Manhattan, Queens, Bronx e Brooklyn ma praticamente tutte le linee passano da Manhattan.

Un certo Ely Beach nel 1869 sotto la presidenza di Ulysses Grant iniziò i lavori di un abbozzo di linea di comunicazione pubblica urbana ma non ebbe molta fortuna poiché il tunnel di un centinaio di metri non venne mai messo in funzione e fu inglobato da lavori in decenni successivi. Se la prima linea di metropolitana venne inaugurata a New York nel 1904, le rotaie sopraelevate erano già attive da più di trent'anni, perciò Tex e Carson avrebbero benissimo potuto assistere a quello sferragliante spettacolo sopra le loro teste.

 

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Carson, tra il rassegnato e lo sconsolato appena sceso dal treno.

Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a DOTTI.

 

Dopo un lungo viaggio su una caffettiera che sputacchia fuliggine non c'è niente di meglio di un bel bagno caldo con la prospettiva di una succulente bistecca coperta da una montagna di patate.

A due tipi spartani come i Rangers, una lussuosa suite piena di tappeti, tendaggi e poltrone però rischia di non risultare molto rilassante. Buffalo Bill però li conduce al loro “alloggio”: una stanza all'Astor House con tanto di lettera di ringraziamenti da parte di tale John Jacob Astor.

Sono impagabili le schermaglie tra Tex, Carson e Cody che battibeccano proprio sulla sistemazione fin troppo pomposa. E se da un lato tendiamo a dare ragione al Capo dei Navajos riguardo l'eccessivo sfarzo, dall'altro non possiamo, dopo esserci asciugati le lacrime per le sghignazzate, non comprendere le lamentele del vecchio Kit che non ha nessuna intenzione di rinunciare alla possibilità di star comodo, una volta tanto. Non intendo descrivervi per filo e per segno la scena ma credetemi, le condizioni in cui Carson esce dal bagno della camera, dotato addirittura di acqua corrente, potrebbero causare imbarazzanti scoppi di risate se vi trovate in un luogo pubblico e chi vi sta attorno non conosce il motivo della vostra reazione. Non vi dico nulla più che di parole: accappatoio, Stetson, sigaro. Fate voi i vostri conti. A me viene ancora da sorridere tutt'ora mentre scrivo queste righe ripensandoci. Fantastico!

Muy bien, torniamo seri.

Vi sarete certamente chiesti dove sia questa residenza per nababbi. Si tratta del famoso Astor House Hotel, storicamente il primo albergo di lusso di New York. Situato a Broadway, in Lower Manhattan, aprì i battenti nel 1836. La costruzione necessitò di due anni ed il proprietario John Jacob Astor, anch'egli citato direttamente nell'albo, dapprima lo battezzò Park Hotel. Conteneva 309 stanze su cinque piani, il che è già parecchio per i tempi di oggi figuratevi per l'epoca. Le stanze della “servitù” se posso usare questo termine costituivano il sesto piano anche se potete scommettere che non fossero fastose come certe suite riservate agli ospiti di riguardo. Il suo cortile centrale venne successivamente arredato da una sorta di gigantesco gazebo fatto di ferro e vetro e divenne un ritrovo per i più abbienti della città, che si ritrovavano lì per un bicchiere o per il pranzo. Indovinate come si chiamava il titolare del ristorante? Incredibile ma vero, era un certo colonnello Charles Stetson. No, non si tratta del celeberrimo ideatore degli altrettanto diffusi e conosciuti “coperchi”: l'inventore dei cappelli si chiamava John B. Stetson e fondò la Stetson Company nel 1865, quindi era impegnato in tutt'altro campo. Però, chissà, magari erano parenti. Rimettete giù le sedie e posate sul tavolo le vostre bottiglie. Uh, come siete permalosi… Niente panico, non intendo raccontare vita morte e miracoli anche di Stetson. Magari in futuro.

Perfino Abramo Lincoln pernottò nell'albergo e vi tenne un discorso nel 1861.

Al giorno d'oggi dell'Astor House originale rimane ben poco. Con l'andare degli anni la concorrenza ed i cambiamenti derivati dal progresso e forse anche dai capricci della moda resero l'edificio obsoleto agli occhi dell'alta società, nonostante fosse stato di grande aiuto come ricovero nel 1888 durante il “Great Blizzard”, una delle peggiori tempeste che abbiano mai colpito gli Stati Uniti, un uragano che paralizzò la Costa Est fino al Canada. Una sua intera ala venne demolita per lasciar spazio ai lavori di costruzione della metropolitana. Tralasciando le vicissitudini dei discendenti di Astor che cercarono di salvare il salvabile, il “nostro” hotel venne definitivamente demolito nel 1926. Al suo posto adesso sorge un enorme edifico di 44 piani con svariate società ed uffici.

Il fatto è che se da un lato abbondavano di spirito imprenditoriale dall'altro i membri della famiglia Astor non avevano molta fantasia nel dare i nomi ai loro figli: ci sono talmente tanti “John Jacob Astor” da mettere su almeno una squadra di calcetto. Di sicuro l'Astor o meglio uno degli Astor che interessa a noi è il capostipite, J.J. Astor I, di origini tedesche perché John è l'americanizzazione di Johan. Fondò una delle più fiorenti compagnie di commercio di pelli del Paese per poi “andare in pensione” a Manhattan e dedicarsi al mercato immobiliare. Quello contemporaneo di Tex potrebbe essere J.J. III, sia perché venne addirittura nominato generale di brigata sul campo durante la guerra civile nel 1865 sia perché curò ed ingrandì il patrimonio della famiglia a New York, investendo come noi diremmo oggi nel mattone. C'è un altro dettaglio che viene suggerito da Buffalo Bill e che personalmente mi fa propendere sul terzo esponente della stirpe degli Astor: Cody spiega al Ranger che il padrone dell'albergo nel quale risiedono in quanto a ricchezza può gareggiare con tale Vanderbilt. Dunque, Cornelius Vanderbilt aveva un rapporto con Astor III simile a quello del già sunnominato Paperone con il suo rivale Rockerduck. Infatti il “commodoro” Vanderbilt soffiò ad Astor parecchi affari riguardanti il commercio su acqua e su rotaie: la sua compagnia di battelli a vapore vantava una flotta di più di un centinaio di barche con un grandissimo numero di dipendenti. Simpatico quanto un cactus nelle mutande, era universalmente considerato un uomo meschino, un vero squalo in ambito affaristico, ed arrivò a diseredare quasi tutti i suoi figli, tranne uno, altrettanto gioviale con il prossimo, a quanto sembra. Però ricevette la medaglia d'oro del congresso nel 1864. Poco avvezzo alle opere caritatevoli o di mecenatismo a differenza di Astor, alla sua morte pare che il suo patrimonio ammontasse a quasi 150 miliardi di euro (non ho sbagliato parola, ho proprio detto miliardi), quindi è con ragione che Buffalo Bill lo consideri uno dei pochi più ricchi del proprietario dell'hotel dove risiedono i Rangers a quei tempi.

Occhio a non confondervi con il celebre Waldorf-Astoria: nella società che diede vita a quest'altro lussuoso albergo, come suggerisce anche il nome c'è sempre un Astor, ma loro erano dappertutto. Veramente i soci erano due, cugini per la precisione però si tratta del quarto rampollo, quindi non ha nulla a che vedere con la nostra linea temporale, poiché si sfora nei primi anni del Novecento.

 

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 Una vecchia pubblicità dell'Astor House Hotel, reperita online.

 

Comunque sia, meglio distrarsi pensando a qualcosa di meno “dollaroso” e più alla nostra portata: ve l'ho promesso prima. Che ne direste di una succulenta bisteccona con contorno di patate fritte? E se le suddette patate fossero cucinate di persona proprio da chi le ha inventate?

Non guardatemi in quel modo, non ho battuto la testa. Cody porta Tex, Carson, il suo amico Buntline ed anche noi in un raffinato ristorante dove presenta a tutti George Crum. Nato a Saratoga, nella contea di New York, sulle sue origini si sa che la madre era indiana ed il padre africano, come lo stesso Cody ribadisce. Nel 1860 aprì a New York il proprio ristorante dopo una lunga gavetta, il “Crum's” dove si potevano gustare le sue famose “chips”. Si dice che inventò questa leccornia durante l'apprendistato in un ristorante per il quale procurava anche pesce e selvaggina e che il suo locale accogliesse gli avventori con cestini delle sue patatine croccanti uguali a quelli che si vedono in una delle tavole conclusive del primo volume della storia di cui stiamo parlando e che lo stesso Vanderbilt fosse un abituale frequentatore del posto. Beh, sarà stato antipatico ma sapeva come mangiar bene.

Senza annoiarvi anche sul cibo, soprattutto perché ho ancora qualche cosetta da dire (cosetta…) quelle di Crum sono le patatine fritte rotonde. Narra la leggenda che sull'origine di quelle tradizionali ci siano dispute tra Belgi e Francesi (non per niente le classiche patate fritte in inglese vengono chiamate “French fries”) ma che le chips tonde croccanti nascano da un incidente: un piatto rimandato indietro più di una volta da parte di un cliente insoddisfatto. Crum che all'epoca era cuoco, per togliersi dai piedi lo scocciatore tagliò a fette delle patate, molto sottili in modo tale, da quel che ho capito leggendo ed incrociando le fonti, da infastidire il cliente pretenzioso buttandole nell'olio bollente senza troppi riguardi e condendole con un'eccessiva quantità di sale. Morale: piatto non tornato indietro ed inizio di una carriera che portò Crum prima a diventare la stella del locale (la “Moon's Lake House” sul lago di Saratoga) e poi ad aprire, come ho detto, il proprio ristorante. Per chi non avesse ancora capito, si trattava delle “mamme” delle odierne patatine nelle buste, quelle che ora esistono di ogni tipo e dimensione. Si deve invece ad una ex infermiera la diffusione delle chips nei sacchetti di plastica che tutti noi conosciamo, introdotti negli anni successivi al 1920.

Mentre digeriamo la cena da re che ci siamo sbafati, approfittiamone per guardarci intorno: Broadway è un nome che abbiamo già sentito tutti e che viene associato a teatri e musical. Giustissimo. Ma ciò si riferisce ad una porzione dell'omonima strada di Manhattan ricca proprio di luoghi di spettacolo, situata in un “sotto-quartiere” denominato “Theatre District”.

Sembra che a New York nacquero le rappresentazioni che diedero poi il via al genere musical propriamente detto. Fu proprio durante uno di questi lavori teatrali con musica e danze, una commedia chiamata “Our American Cousin” (uscito per la prima volta nel 1858) che a Washington venne assassinato il presidente Lincoln, nell'aprile del 1865.

Broadway Avenue, la strada vera e propria, non è solo una strada di New York City ma proprio dello Stato di New York: rappresentava una delle più antiche vie che collegavano le parti nord e sud dell'intera area. L'insediamento chiamato “Nuova Amsterdam”, fondato da esploratori olandesi, sorse proprio su questa vecchia pista diventata adesso una delle più famose strade del mondo.

Che cos'è “Nuova Amsterdam”? Il nome del primo nucleo abitato da cui si sviluppò New York.

La parola “broadway” letteralmente significa “strada larga” e deriva da “brede weg”, stesso significato in olandese, ho verificato.

Vi ho stupito, vero? Nel Seicento, Nuova Amsterdam era un villaggio fortificato che faceva parte della porzione di colonie sotto la bandiera olandese. Fondata nel 1625 da rappresentanti della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, tale insediamento si trovava sul mare, a Manhattan, per fini commerciali e facilità nella difesa. Dopo alterne vicende venne ceduta agli inglesi nel 1674, anche se non ho l'assoluta certezza di questa data.

Oggigiorno la parola Broadway è divenuta sinonimo di teatro per antonomasia.

 

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Due manifesti che pubblicizzavano il "Wild West Show" di Buffalo Bill in Italia, trovati online.

 

Adesso che abbiamo lo stomaco pieno è tempo di affrontare un discorso spiacevole. In più di un'occasione durante tutta la storia viene nominato un luogo chiamato “Five Points” e nel secondo volume facciamo purtroppo la conoscenza di un altro aspetto del degrado che può intaccare l'animo umano, venendo in contatto con un tipo di “cattivi” molto diversi per certi aspetti dal Maestro ma forse non meno pericolosi, quanto meno per chi se le ritrova davanti: le famigerate gangs di New York.

Dunque, i Five Points formavano una zona degradata della penisola di Manhattan che oggi corrisponde alla zona circa a metà strada tra Chinatown ed il quartiere della Borsa. Il nome deriva dai cinque angoli dell'incrocio che consituiva il cuore geografico di tale parte della città e le abitazioni sorgevano da Mulberry Street (tenete a mente questo nome) fino a dove adesso sorge il Palazzo di Giustizia. Sembra una sarcastica contraddizione, visto l'argomento. E' un'area compresa tra Broadway e Bowery.

Nel 1842 Charles Dickens visitò il luogo rimanendone tremendamente colpito. Non ho fatto il suo nome a caso se vi ricordate un titolo su tutti tra le sue opere.

Criminalità, tassi di mortalità paurosi, malattie, carenza di igiene ne facevano un tristemente famoso esempio di bassifondi nel senso più letterale del termine. Il solo aspetto “positivo” è che questi complimenti non si limitavano a coinvolgere una sola etnia di abitanti ma erano uniformemente diffusi tra italiani, irlandesi, cinesi, originari dell'Africa e newyorkesi “doc”. In pratica senza una Gatling e parecchi uomini di rinforzo sarebbe stato meglio girare al largo: pensate che secondo una voce, che però non ho potuto verificare troppo approfonditamente, nella ex fabbrica di birra chiamata “Old Brewery” (uno dei tanti ricoveri di senzatetto e disperati) si sarebbe verificato almeno e sottolineo almeno un omicidio ogni notte per non meno di una quindicina d'anni. Lascio a voi fare il calcolo. Ma potrebbe anche essere esagerato. Magari durante alcune notti nessuno tagliava la gola a nessuno e dormivano tutti. Comunque nacquero davvero molte bande che si massacravano tra loro quando non cercavano di sbudellare chi aveva la sfortuna di finire tra le loro grinfie: alcuni dei nomi delle gang realmente esistite sono Whyos, Roach Guards, Dead Rabbits (irlandesi) e Bowery Boys (quelli più carenti in fantasia evidentemente), guidati dal loro fondatore, tale Bill Poole: un ex pugile noto come “the butcher”, il macellaio. Doveva essere una persona davvero amabile.

Ci furono parecchi scontri tra bande rivali alcuni dei quali si trasformarono in vere e proprie rivolte durante le quali i Five Points venivano messi a ferro e fuoco. Tra i più sanguinosi si ricordano quelli che vedevano contrapposti i Dead Rabbits ai Bowery Boys, il cui capoccia venne ucciso da una pallottola nella schiena. Nella realtà storica, anche senza il Maestro che fa fuori i capi al fine di ottenere manovalanza gratis governando questa feccia con il terrore, si facevano la pelle a vicenda senza problemi a colpi di pistola ma anche asce, coltellacci o bastoni. Si formavano alleanze che potevano essere disfatte da un'occhiata storta e nascevano sottogruppi all'interno delle bande più numerose a seconda degli “ideali” che accomunavano quei buontemponi. Io vi ho fatto solo alcuni esempi di gang altrimenti faremmo notte.

Dal 1870 anche gli Italiani istituirono la propria banda: la Italian Five Points Gang (si vede che non avevano ancora imparato troppo bene l'inglese e non gli era venuto in mente un nome meno basilare) con a capo un certo Paul Kelly, che pare essere il nome d'arte di un certo Paolo Antonio Vaccarelli (ho verificato su più fonti e tutte concordano), ebbe un “fiorente” sviluppo nel campo della criminalità organizzata anche in futuro. Fate conto che perfino Al Capone, ovviamente in anni diversi da quelli nei quali operano Tex e Carson, si fece le ossa nella banda così come, tanto per dirne un altro, Lucky Luciano. Ed ecco da dove deriva il termine gangster.

Bella la vita nella Little Italy di allora, non è vero? Attualmente per assurdo a Little italy sono pochi gli abitanti di origine italiana ed i negozi con i prodotti delle nostre parti sono concentrati sostanzialmente su Mulberry Street, soprattutto ristoranti.

Stando a una delle fonti che ho consultato, per darvi l'idea del clima che si respirava da quelle parti, una ragazzina, sembra, venne uccisa da una coltellata per rubarle pochi centesimi ed il suo corpo rimase giorni gettato ad un angolo di una strada prima che la madre potesse seppellirla proprio sotto al pavimento della fatiscente abitazione che condivideva con più di venti altre persone. Questo è quello che il giornalista Herbert Asbury riferisce nel suo libro “The gangs of New York” insieme al fatto che un anno la polizia arrestò più di ottantamila persone. Mi chiedo dove le abbiano messe.

Pensando a queste bande è immediato il collegamento al film di Martin Scorsese “Gangs of New York” con Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz e Daniel Day-Lewis proprio basato sul saggio di mister Asbury.

Dalla metà degli anni 80 del diciannovesimo secolo fu promossa la demolizione dell'intero quartiere in modo da fare pulizia ma il problema non era solo costituito dagli edifici: tutte le persone quanto meno quelle che dovevano nascondersi o non potevano permettersi migliori condizioni si spostarono in altre zone quindi come soluzione non appare granchè geniale.

Ma perché ho nominato più volte una certa Mulberry Street? Perché nel racconto questa via è la sede della centrale di polizia ed oltre ad essere invischiata come “confine naturale” nei Five Points è una strada che esiste ancora oggi ed è associata all'insediamento proprio di immigrati di origine italiana dal momento che era il cuore di Little Italy.

Giunti in America i primi "pionieri" provenienti dal nostro paese trovarono un clima non proprio amichevole non soltanto per la gioiosa situazione dei Five Points. I nomignoli dispregiativi sono sempre esistiti: quelli affibbiati agli Italiani, tra i più diffusi, furono Guinea, Wop e Dago. Sul termine Guinea non saprei cosa dirvi, salvo che alcune fonti lo fanno riferire a coloro che provenivano dal Sud Italia. Su Wop ci sono più informazioni: potrebbe essere la storpiatura della parola “guappo” oppure l'acronimo per qualcosa di più specifico vale a dire “Without Official Permission”, diciamo “senza permesso di soggiorno”, indesiderati in pratica. Dago invece non si riferisce al celebre Cesare Renzi, il protagonista del fumetto di origine argentina che narra le vicende del nobile veneziano che diventa prima schiavo e poi mercenario con il nome di Dago, dopo essere stato ritrovato in fin di vita con una daga nella schiena, da lì l'appellativo, ma ha origine incerta come Guinea. Potrebbe derivare dal fatto che in America noi venivamo associati agli spagnoli e che il nome Diego era molto diffuso tra loro. Altra storpiatura quindi. Ed è proprio l'espressione “il quartiere dei Dago” che viene usato per indicare Little Italy.

Un tocco da maestro, vero e non un pazzo criminale, è la vignetta nella quale un venditore di frutta cerca di rifilare un'arancia di Sicilia a Tex, impegnato in un forsennato inseguimento, avendo lasciato indietro Carson ed un gruppo di agenti di supporto.

Parlando di polizia è tempo di fare la conoscenza con qualcuno che ci accompagna dal secondo volume fino alla fine dell'avventura newyorkese, il padrone di casa, per così dire: l'ispettore capo Thomas Byrnes. Ormai so che quando faccio così, avete già idea di dove voglio andare a parare: Byrnes è più di un personaggio. Come ho già sostenuto altre volte in casi come questo è una persona. Nato a Dublino nel 1842 e morto a New York nel 1910 è stato davvero ufficiale di polizia nella Grande Mela, anzi per dirla come si deve, fu comandante della divisione investigativa dal 1880 al 1895, il che ci offre un altro prezioso riferimento temporale per incasellare quando i nostri Rangers svolgono l'indagine. Se vi serve come ripasso, vi rammento che Tex è nato nel 1838 stando a quello che abbiamo imparato in “Nueces Valley” quindi lascio gli ingranaggi del vostro cranio lavorare da soli.

La bravura ed il lavoro di Boselli creano un "character" che riesce a restare piuttosto fedele a quello che doveva essere l'indole di questo sbirro dalla scorza dura ed il talento grafico di Dotti ce ne offre un'immagine che collima abbastanza con il suo vero aspetto. Non era certo un poliziotto da scrivania. Si creò esperienza e fama in servizio come agente di pattuglia e sergente prima di diventare capitano. Una volta capo della sezione investigativa ottenne risultati e riconoscimenti. Escogitò la “sfilata del mattino” proprio a Mulberry Street durante la quale individui sospetti venivano fatti camminare in fila indiana davanti agli investigatori in modo da poter eventualmente essere riconosciuti. Un modo spiccio che si può paragonare alle nostre foto segnaletiche. Pubblicò anche un libro, sempre in tema con la sua carica: “Professional Criminals of America”. Era uno che si portava anche il lavoro a casa.

Contribuì a diffondere tra le forze dell'ordine la tecnica del terzo grado, un modo certamente non politicamente corretto ma che noi sappiamo ottenere rapidi e sicuri risultati quando si tratta di interrogare carogne della peggior specie. Alle classiche batoste Byrnes associava anche qualche pressione psicologica, non meno “raffinata” di una solenne scarica di botte.

 

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 Ritratto di Maurizio Dotti ad opera di Lorenzo Barruscotto

 

Abbiamo modo di vedere all'opera l'applicazione di questa metodologia anche noi, assistendo insieme ai Rangers all'interrogatorio di un arrestato che è ben più di un sospettato, nonostante la favella forbita ed i modi apparentemente collaborativi. E non importa che si tratti di un balordo dagli occhi a mandorla. La parola chiave è balordo, indipendentemente dalla razza o da altre sue “differenze”: ciò che conta è solamente che in quanto appartenente ad una tong, così ci si riferisce ad una gang di origine cinese, svolge la propria attività dal lato sbagliato della barricata.

So bene che questa precisazione non è necessaria per i veri Texiani ma in giro purtroppo capita ancora di leggere articoli o esternazioni che rendono piuttosto perplessi e mi è sembrato giusto ribadire ulteriormente il concetto.

Altra cosa che mi ha lasciato senza parole, e voi che leggete le mie recensioni sapete quanto questo sia difficile, sono stati alcuni commenti riguardanti una vignetta che invece personalmente ho ritenuto divertente ed intelligentemente inserita nei dialoghi al fine di stemperare la tensione. Non intendo privarvi del piacere di andare a ritrovarla quindi non vi darò gli estremi precisi, anche se tutti quanti capirete subito a quale punto mi riferisco: hombres, non è un errore! Lo sanno anche i sassi che quello è latino. La battuta sta proprio in quello che dice Carson rispondendo alla precisazione di Cody in merito ad un'espressione legata al “gergo investigativo”: modus operandi. Tale termine indica il modo di agire di un criminale. Credetemi, a meno che non si sia trattato di una matrioska di battute, di una battuta nella battuta talmente fine da non averla capita, sono restato basito quando ho letto le critiche di qualcuno che riteneva di aver rinvenuto un errore. Un errore. Neanche chiedendosi cosa significasse l'espressione che potrebbe anche essere comprensibile. E' una battuta! Non c'è nessun errore. E' stato scritto apposta. Ok, scusate, non ho potuto fare a meno di sottolinearlo: mi era rimasto sul gozzo da prima di Natale.

Tra una scazzottata ed un paio di revolverate nei punti giusti, ci ritroviamo più di una volta a discutere sul da farsi nell'ufficio dell'ispettore capo il quale sulle prime pur rimanendo colpito dall'efficacia del modo di agire di Tex e Carson non sembra completamente ben disposto nei loro confronti, specialmente quando il Ranger gli offre dei consigli sulle piste da seguire nell'indagine. Ma essendo a casa sua ed in fondo dimostrandosi un uomo in gamba, Tex non giunge mai allo scontro diretto né men che meno fisico facendolo svolazzare da qualche finestra come invece lo abbiamo visto fare con alcuni sceriffi dalla zucca piena di segatura. Byrnes è una persona orgogliosa e cocciuta, ve lo concedo, ma fin dalla sua prima apparizione le abilità narrative degli autori riescono a farlo apparire caparbio ma mai antipatico. Testa dura fin che volete però bisogna ammettere che se non si ha mai avuto a che fare con un infernale bastardo quale è il Maestro, si fa fatica a dare per buone alcune verità. Almeno fino a quando non ci si sbatte il grugno contro.

E poi non è da tutti ammettere di sbagliare e cambiare idea, dimostrando di avere spina dorsale e cervello. Durante le sue fumate di sigaro che trasformano la stanza in una veduta della Val Padana alle 6 del mattino di una fredda giornata invernale, ci fornisce un quadro della gravità alla quali si è giunti. Qualcuno potrebbe sostenere che non sia un gran danno se i membri delle gang si ammazzano tra loro. Più che giusto. Ma se le misteriose uccisioni celassero una minaccia ancora maggiore? A parte il fatto che l'omicidio non è una cosa carina, quando si è a capo di molti uomini bisogna avere sempre una visione più ampia, soprattutto se possono andarci di mezzo parecchi innocenti. Byrnes ci propina un elenco di bande che infestano New York, un po' come ho fatto io poco fa. Una l'ho citata direttamente: i Whyos. Il loro capo, un certo Jack MacManus è stato fatto fuori in modo misterioso e trovato per strada. I Whyos raggruppavano “residui” di altre gang sgominate che avevano messo da parte gli antichi dissapori anche se i membri erano quasi tutti di origine irlandese. Questi “signori” avevano un vero e proprio tariffario per i propri servigi: dal più economico (vi beccavate un paio di pugni al modico prezzo di un dollaro), a naso e mascella rotti, dall'orecchio staccato a morsi (!) alla pugnalata, lavoro più impegnativo a quanto pare perché aveva un costo di circa 20 bigliettoni. Beh, ovviamente ho lasciato il “meglio” per ultimo: se proprio avevate intenzione di fare un investimento, con un centinaio di dollari o più il vostro “problema” sarebbe stato definitivamente fatto sparire, per essere ritrovato magari in una fogna con un proiettile in testa. Incredibile il livello di bassezza e cattiveria che l'essere umano riesce a raggiungere.

Non solo i Whyos sono davvero esistiti ma anche quel tanghero che li guidava, finito male. Il vero John MacManus era conosciuto nell'ambiente come “Eat 'em up” che significa “mangiali”! Anch'egli aveva alle spalle una carriera come pugile in incontri clandestini e divenne braccio destro di quel Paul Kelly di cui ho parlato prima, il gangster italiano.

Altra banda di cui ci mette al corrente l'ispettore è la “Smokey Hollow Gang” che per essere precisi era un'associazione di pirati fluviali, per questo non compare nel mio novero della muta di cagnacci dei Five Points. Era una gang di Brooklyn che esisteva già nel 1870 le cui attività gravitavano intorno al porto. Questa banda salì agli onori della cronaca quando un agente, un certo Thomas Stone cercò di arrestare uno di loro. Gli saltarono addosso in branco lasciandolo mezzo morto. Purtroppo da mezzo diventò tutto morto di lì a poco a causa delle ferite riportate. Stessa musica quando cercarono di procedere all'arresto proprio di Edward Glynn, nominato nella storia, ma fortunatamente il finale fu ben diverso: alcuni passanti diedero man forte al sergente che stava avendo la peggio (pensate tra loro sembra ci fosse perfino suo zio) e riuscirono a trascinarlo in cella. Almeno per un po'.

Siamo invisibili testimoni della fine della Hook gang, un gruppo di “galantuomini” che mescolavano attività per le strade con la pirateria, tanto per non farsi mancare niente. In realtà venne sgominata dalla polizia ma noi assistiamo a qualcosa di ben peggiore di un arresto.

Come sappiamo il Maestro ha già cercato in passato di causare disordini mettendo bande rivali una contro l'altra o addossando ad altri colpe che invece non avevano, pur non essendo soavi cherubini. Di solito nelle avventure che hanno visto i Nostri contrapporsi a Liddel ad andarci di mezzo erano sempre stati i cinesi ed anche stavolta le indagini sembrano propendere per questa strada. Da qui la perplessità dimostrata da Byrnes che in un primo momento si illude di poter chiudere in fretta la partita mettendo sotto torchio un leader di una tong per fargli sputare chi ci sia dietro alle eliminazioni dei capi delle fazioni. La faccenda però si svelerà ben più complicata di una “normale” lotta di potere. Cioè, il potere è proprio quello che il demonio nascosto nell'ombra brama ma non è certo una scaramuccia tra bande quella che rischia di scuotere New York fino alle fondamenta.

Noi sappiamo bene che i cadaveri ritrovati portano la firma anzi il “marchio” del Maestro e del suo micidiale morbo.

A proposito di demoni, ad un certo punto della trama dovrete diventare silenziosi come fantasmi e l'atmosfera si farà cupa e terrificante. Il lettore istintivamente sarà spinto a trattenere il fiato per non tradire la propria presenza perché vi troverete al cospetto di uno spirito maligno.

A dire la verità sarebbe preferibile avere a che fare con un'apparizione ma invece ci troveremo faccia a faccia con qualcosa di peggio. Non si può dire “qualcuno” perché un simile livello di malvagità può essere raggiunto solamente da chi ormai non ha più un'anima. Un essere che semina la morte per ottenere obbedienza e che si nasconde dietro una maschera, mai spaventosa quanto il suo vero volto. Si fa chiamare Jiangshi e bisogna ammettere che come pseudonimo è più che azzeccato: è una specie di vampiro conosciuto nelle leggende popolari made in China ma la leggenda che lo vede protagonista è diffusa anche in Corea, Giappone, Indonesia e Vietnam. Se vi interessano i suoi gusti in fatto di moda, pare venga raffigurato sempre con dei vestiti eleganti risalenti ad una specifica dinastia (la Qing) e si muove zompettando con le braccia protese per afferrare le sue vittime. Sembrerebbe un succhia-sangue che ha ingoiato per sbaglio una molla. Uccide le sue vittime per assorbire il loro “chi” (non si pronuncia come in italiano ma si legge “ci”, ed a volte si scrive “qi”) cioè la loro essenza vitale. Con tutte le tegole che mi sono piovute sul cranio da quando ho mosso i primi passi in questa valle di lacrime e la conseguente bile accumulata, se mi capitasse di incontrarlo e provasse a nutrirsi della mia di “forza vitale”, dopo non solo si sentirebbe con lo stomaco tutto sottosopra ma invece del classico paletto nel cuore basterebbe proprio quell'assaggio per farlo sciogliere come neve al sole. Lo Jiangshi, a parte avere un nome piuttosto impronunciabile, al pari dei vampiri nostrani si aggira di notte, restando in una bara a riposarsi durante il giorno, rifuggendo la luce.

 

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 Tex, il volto della Giustizia. Disegno di Lorenzo Barruscotto, tributo a DOTTI.

 

Ci viene presentato anche un gigante, tra i più noti simboli della città di New York: il ponte di Brooklyn. Terminato nel 1883 da un progetto di un ingegnere tedesco, fu il primo ponte in acciaio, sospeso sull'acqua dell'East River. Collegava e collega Manhattan con il quartiere di Brooklyn. Ci vollero quasi vent'anni per costruirlo. I lavori iniziarono sotto la presidenza di Grant. Impegnò centinaia di operai ed una trentina purtroppo morirono durante la costruzione, sembra la maggior parte per embolia a causa delle immersioni per controllare i pilastri o per incidenti su traghetti coinvolti nel trasporto di materiale.

Il primo ad attraversare fu il capo mastro che impiegò 22 minuti grazie ad una specie di teleferica. Probabilmente aveva perso una scommessa viste le premesse, ma salvò la pelle. Invece il primo strambo che si tuffò dal ponte, due anni dopo l'apertura, (non credo per farla finita ma per sport) ci rimase in seguito allo schianto.

Oggi ci sono quattro cavi d'acciaio fissati a sicure di granito poste alle due estremità del ponte. Ogni cavo è costituito da circa 6 chilometri di una lega speciale per resistere ad intemperie e vento. Due piloni fissati a basi larghe come quattro campi da tennis servono da ancoraggio per i cavi. Il corpo del ponte è formato da travi in acciaio del peso di circa quattro tonnellate ognuna, legate insieme da tiranti verticali. E diverse altre sicure che rafforzano i cavi principali.

Alla sua apertura era composto da 5 corsie, le due esterne erano per le carrozze, quella centrale per i pedoni e le altre per teleferiche, un po' come delle abbozzate funivie a quanto ho capito. Adesso invece le corsie sono diventate 6, tre in una direzione e tre in quella opposta e solamente le due centrali sono riservate a pedoni e piste ciclabili.

Ma ora, signore e signori, lasciate che vi introduca nel magico mondo del teatro!

Con uno di quei cinematografici cambi di scena di cui ho accennato più volte, gli autori allestiscono un nuovo “set” di questa straordinaria storia a fumetti che senza alcun dubbio ha il sapore di una pellicola d'altri tempi: entriamo nel Bowery Theatre, luogo dove si terranno gli spettacoli coi quali Buffalo Bill portava il West nelle città dell'Est. Situato nel Lower East Side di Manhattan, la sua costruzione era in origine stata sovvenzionata da famiglie facoltose per avere un teatro più vicino a casa che potesse competere con quelli che attiravano le classi più “nobili” di New York, in pratica chi aveva più soldi di loro. Però con l'andare del tempo le rappresentazioni assunsero un gusto più popolare richiamando quindi anche un pubblico molto più eterogeneo. Personalmente, quale semplice cowboy, probabilmente sarei andato anch'io più facilmente al Bowery a vedere lo show di Cody piuttosto che da qualche altra parte a sorbirmi ore di gorgheggi o di tutù svolazzanti. Senza nulla togliere a tali rappresentazioni, sia ben chiaro. La mia fidanzata però sarebbe certamente dell'opinione contraria quindi lascio a voi immaginare alla fine dove avreste potuto trovarmi, sprofondato in una delle poltrone della platea, con l'espressione che ha Carson quando scende dal treno a Grand Central.

Il Bowery non doveva essere nato sotto una buona stella perché subì ben quattro incendi. Forse i vari proprietari cambiandogli il nome (da Thalia a Fay's Theatre) cercavano di allontanare la malasorte ma senza troppo successo. Proprio il nome Thalia Theatre fu quello che assunse nel 1879, quindi più o meno durante il periodo storico che ci interessa, ma tutti a New York, sia abitanti che addetti ai lavori, continuarono a chiamarlo Bowery.

Proprio sul palcoscenico del teatro vuoto, nel secondo albo, ci dimentichiamo per un momento della minaccia incombente e possiamo abbandonarci a più di una sonora risata mentre seguiamo le fasi dei fraterni "bisticci" tra Tex, Carson, Buffalo Bill e Buntline. I testi di Boselli rendono perfettamente il clima goliardico di quattro amici che scherzano tra loro, mentre le chine di Dotti riproducono smorfie tipiche di chi cerca a stento di trattenere un sorriso o plateali sguardi all'insù specialmente da parte dell'impagabile Carson, che teme i mille occhi del pubblico puntati addosso molto più di uno scontro a fuoco con i peggiori scampaforche di New York.

Alzi la mano chi tra voi non cederebbe alla tentazione di stuzzicare il vecchio Kit, proprio come fanno Tex e Cody tra una bonaria presa in giro ed una ironica adulazione sulla “presenza scenica” dell'esperto maggiore dei Rangers. Certo, loro possono permetterselo mentre noi faremmo meglio a non superare un certo limite, direttamente legato all'attaccamento affettivo che proviamo per la nostra dentiera.

 

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Una vecchia foto del Bowery Theatre, presa dal web.

 

Le visite alla Morgue, cioè all'obitorio cittadino, non bastano a far perdere l'appetito ai Rangers i quali, senza far capire troppo al lettore ma nel contempo lasciando intendere che qualcosa bolle in pentola visto che non sono sulla costa orientale solo per provare le bistecche locali o per presenziare ad una pièce teatrale di Buffalo Bill, si consultano più volte con Byrnes, che pur con qualche riserva, non ha molta scelta se non quella di avallare il piano. Bisognerà tenere a mente alcuni dettagli che ci vengono sottoposti e che potremmo ritenere di scarsa importanza per l'inchiesta e forse sarà necessario in un paio di punti tornare indietro a verificare, fosse anche solamente per confermare una nostra ipotesi circa la piega che prendono gli eventi o per riportare alla mente un nome o un luogo. Esatto, proprio come avviene in un film, ci saranno stacchi e cambi di scena magistralmente ideati che mostreranno il proseguire della vicenda su più fronti, offrendoci diverse prospettive e perfino facendo partire nuova linee narrative, inevitabilmente destinate ad intrecciarsi prima della conclusione della vicenda.

Per esempio noi sappiamo che un certo personaggio si trova a New York e che sta avendo contatti con qualcuno di maledettamente pericoloso anche se si spaccia per innocuo ai suoi occhi ed anzi lo ha cavato dai guai ma Tex e Carson lo ignorano. Veramente ignorano ancora la presenza stessa di quel “qualcuno pericoloso” il che ci fa temere per il nostro amico, il quale agisce in completa buona fede senza minimamente sospettare chi si trova davanti, celato da un sorriso solamente di facciata.

Un'interessante “news” sulla Grande Mela è proprio la presenza nel racconto di un altro soprannome dato alla città di New York: Gotham.

La maggior parte di noi conosce Gotham City come l'agglomerato urbano che di notte vede Batman vigilare dai tetti ma in realtà, come una didascalia esplicativa chiarisce nel secondo albo, tale nome venne inventato dallo scrittore Washington Irving. Il termine è stato scritto per la prima volta su una rivista satirica e dovrebbe riferirsi agli abitanti di una omonima cittadina britannica in una serie di narrativa, abitata a quanto pare da persone non troppo svelte di comprendonio. Fa specie sapere che lo scrittore abbia associato tale caratteristica ai newyorkesi. Esiste perfino un Gotham Hotel. In ogni caso questo appellativo divenne globalmente conosciuto grazie agli inventori di Batman, Finger e Kane, che ricalcarono sulle fattezze di New York la città natale di Bruce Wayne (l'uomo dietro la maschera). Diciamo che è molto meno lusinghiero di “Grande Mela” che lascerebbe pensare allo Stato come ad un albero ed alla città come una sorta di frutto proibito. Non me lo sono inventato: ci sono stati fior di studiosi che hanno fatto fumare le meningi per arrivare a questa spiegazione.

Tutta la storia richiede attenzione da parte del lettore al fine di non perdersi per strada un dettaglio che potrebbe rivelarsi significativo per riuscire ad afferrare e tenere ben stretto il bandolo della matassa ma a volte vengono sviluppate scene che apparentemente, e ci tengo a sottolinearlo solo apparentemente, sembrano slegate con il resto della trama. Almeno per due o tre tavole, quando invece poi il loro significato ci colpisce come uno schiocco di frusta. Una di queste scene è quella ambientata all'Eden Palace. Potete tirare un sospiro di sollievo perché riguardo questo palazzo che nel fumetto ospita quello che con una gran brutta espressione si potrebbe definire un “museo dei freaks”, cioè di fenomeni da baraccone quali la donna barbuta o addirittura uno yeti (lascio al vostro fiuto identificare quali siano veri e quali abbiano dei peli posticci) non ho trovato grandi informazioni. Può anche darsi che dopo tanti anni il luogo abbia subito diversi rimaneggiamenti o sia stato proprio distrutto come accaduto ad altri di cui ho parlato in precedenza, il che non mi dispiacerebbe affatto visto il genere di spettacolo che veniva offerto ai cittadini, i quali per ignoranza più che per cattiveria, per la maggior parte pagavano il biglietto mossi da curiosità e da un non ben precisato “senso del brivido”.

Oggi se cercate Eden Palace a New York trovate un albergo con ristorante annesso ed una sala da ballo per cerimonie. Un albergo che avrebbe bisogno di una rimaneggiata a giudicare dalle recensioni che riferiscono di pavimenti sconnessi, cibo discutibile e camere non proprio a 4 stelle. Ed infatti sul loro sito ufficiale campeggia in bella mostra l'annuncio che è stato tutto rinnovato (pavimenti, muri e soffitti compresi). Ho contattato direttamente questo Eden Palace per chiedere conferma se si trattasse di un edificio storico ma non ho ricevuto risposta. Pare che siano specializzati in catering. Avrei dovuto dire che domandavo informazioni per organizzare una festa con, che so, cento persone. Forse in quel caso mi avrebbero scritto, ma o erano davvero ancora impegnati a dare lo stucco alle pareti o non hanno ritenuto opportuno fornire spiegazioni ad un “dago” come me. (Sto naturalmente scherzando.)

D'accordo, rientriamo in carreggiata.

Cosa vi dice la parola “Invincibili”? Bravi, proprio loro: la banda di guerriglieri irlandesi con qualche aggiunta proveniente dal Texas, che abbiamo conosciuto al tempo dei numero 438 e seguenti. Fischiano ancora le orecchie ripensando alla sanguinosa e tragica sparatoria rappresentata magistralmente dai disegni di Marcello (su testi di Boselli) in “Sfida sulla Sierra”, le cui fasi sotto certi aspetti erano un tributo alla conclusione del film “Il mucchio selvaggio”, con tanto di mitragliatrice che falcia nemici come se fossero bersagli ad un tiro a segno. Anche se non erano stinchi di santo ci eravamo affezionati ai componenti della banda, a quasi tutti per lo meno, anche perché era indubbio riconoscere loro qualità non facili da trovare in tutti gli uomini: coraggio da vendere, sprezzo del pericolo, spirito di corpo, ideali, nostalgia della loro patria lontana, amicizia, un certo grado di buon senso e lealtà verso i propri compagni. Inoltre avevamo combattuto al loro fianco con i Pards contro quell'anima nera di Carrasco, che si era rivelato ben peggiore di loro: uno di quei palloni gonfiati che si fanno chiamare “generalissimo”, esattamente come “el Supremo”, pieni di sè ma completamente sprovvisti di scrupoli. In quella storia era spuntato anche Montales mentre Pat Mac Ryan ci aveva accompagnato per tutta la gita in Messico. Presenza doverosa dal momento che è irlandese.

A quel tempo, a Galveston, Texas, ce lo conferma lo stesso Aquila della Notte, ci eravamo imbattuti in una organizzazione dal nome pittoresco: il “Clan Na Gael”. Anche stavolta avremo a che fare con alcuni dei suoi membri ed anche stavolta per fare amicizia bisognerà prima rompere qualche sedia sulla schiena dei più cocciuti in modo da snebbiare loro il cervello. Una volta rimosse le ragnatele cercando di far ragionare quelle teste dure provenienti dalla “verde Irlanda”, anche la loro naturale avversione nei confronti di piedipiatti e affini si ridimensionerà parecchio quando capiranno che eravamo amici di Shane O'Donnell e degli altri.

Il “Clan” era realmente un'organizzazione della repubblica d'Irlanda negli Stati Uniti, costola se così si può dire, della Fratellanza Feniana che era stata creata in America parallelamente alla Irish Republican Brotherhood nata a Dublino nel 1858. Senza perderci in dettagli politici e senza gettarci a capofitto in un capitolo di Storia dalla S maiuscola che non ci riguarda, vale a dire il conflitto tra irlandesi e britannici che ha insanguinato l'Irlanda del Nord per anni a suon di attentati da una parte e rappresaglie dall'altra, bisogna però dire che se dal punto di vista degli irlandesi immigrati negli Stati Uniti l'uso di simboli celtici e la presenza di tale base poteva rappresentare una qualche forma di aiuto per chi si trovava in terra straniera, dall'altro non contribuì affatto all'integrazione e alla pacifica convivenza. Tutto questo aumentò ancora il rischio di radicalizzare le idee nazionaliste in coloro che già avevano dovuto lasciarsi alle spalle la propria casa, dall'altra parte dell'Atlantico. Molti feniani erano reduci della guerra civile americana quindi gente dura e capace di maneggiare le armi. Si creò sostanzialmente un vero e proprio esercito nell'ombra che finì per essere guidato da due galli nello stesso pollaio: uno voleva sostenere la ribellione in patria e l'altro ancora più mattoide voleva attaccare gli avamposti britannici fino in Canada. Ovviamente questo mise in serio pericolo i rapporti diplomatici tra USA e Gran Bretagna ed anche l'opinione pubblica se prima simpatizzava per “i ribelli” (anche gli americani erano stati ribelli in fondo) iniziò a guardare tali incursioni con sempre maggior sospetto. Nel 1868 proprio a New York più di centomila feniani intrapresero una manifestazione anti-inglese.

Per fortuna non tutti i capoccia di origine irlandese erano dei fanatici o comunque, visto il clima di tensione che si era creato e che rischiava di andare a discapito di tutti gli immigrati, che fossero coinvolti in azioni “politiche” o meno, la sede centrale della Fratellanza Irlandese decise di non sostenere nessuna dei due movimenti ma di rinnovare tutta la baracca ricominciando da capo proprio con il Clan Na Gael.

Il nome potrebbe essere tradotto con “Clan dei gaelici”, in senso non letterale, dal momento che “gael” si riferisce ad un gruppo etno-linguistico, passatemi un parolone, che include tutti coloro che parlavano il gaelico: quindi gli abitanti delle zone di Scozia ed Irlanda tanto per semplificare all'osso. Il termine “feniano” invece affonda le sue radici nella mitologia irlandese: i Fianna erano un gruppo di leggendari guerrieri guidati da Fionn mac Cumhail ,protagonisti di una serie di racconti. Ora ha acquisito un'accezione ben precisa e meno poetica.

Le incursioni di cui ho parlato poco fa sono conosciute come “Fenian Raids”: combattute tra il 1866 ed il 1871 si intrapresero davvero, mirando ad obiettivi militari inglesi sul confine canadese, ufficialmente per fare pressioni sul governo britannico. Questo causò divisioni anche nelle terre sotto la giurisdizione di Jim Brandon contrapponendo i cattolici, che simpatizzavano con chi veniva a creare sconquasso a casa loro ed i protestanti invece leali alla Regina. Ci furono cinque di questi raid e tutti si conclusero con un fallimento. Negli Stati Uniti vennero arrestati i capi di queste rivolte anche se una corrente di pensiero sostiene che nel governo americano ci fosse qualcuno disposto a chiudere un occhio su tali “invasioni lampo” convinto che potessero rappresentare un deterrente o una seria distrazione da preparativi o accordi che avrebbero potuto portare ad un intervento britannico in supporto agli Stati Confederati, le giubbe grigie del Sud, durante la guerra civile.

Bah, troppo complicato. A noi interessa sapere che dopo la tradizionale scazzottata gli irlandesi che conosciamo insieme a Tex e Carson si dimostrano amici ed offrono un inaspettato supporto alle indagini anche grazie ad un giro di informatori su cui poter contare. E poi il Maestro è un nemico contro il quale far fronte comune.

 

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 Batman vigila su Gotham. Disegno ad opera di Lorenzo Barruscotto.

 

Mentre noi ci riprendiamo dai lividi, ci viene offerta la possibilità di tirare il fiato facendo un riassunto delle notizie che più concernono il caso.

Ora anche Tex e Carson sanno che Pat è a New York ed al Ranger i discorsi di un simpatico ragazzo che fa loro da guida tra i vicoli di Manhattan mettono una enorme pulce nell'orecchio riguardo un certo biondino svelto con la Colt.

Non tutti gli americani di origine irlandese erano membri di gang od organizzazioni patriottiche, ovviamente. Ce n'erano molti tra le fila degli ufficiali di polizia. Ed è proprio insieme ad uno di questi, l'agente MacCoy, che si svolgeranno alcune delle azioni più significative nel prosieguo della storia. Disponibile, affabile e capace, è un uomo che va a genio ai due Pards. Oltre questo, un paio di battute scambiate con Carson lo rendono subito uno dei personaggi più "umani" dell'intero quartetto di volumi. E' proprio l'agente MacCoy a lasciare di stucco i Nostri utilizzando una strana scatola nella quale si mette a parlare come se ci fosse in carne ed ossa un interlocutore. Non posso fare a meno di rivelarvi di che si tratta ma non influisce minimamente con la trama quindi non si tratta di un vero e proprio spoiler. Figuratevi gli sguardi perplessi di due rudi uomini della Frontiera abituati ad usare il telegrafo come più recente mezzo di comunicazione nonché avvezzi all'uso dei segnali di fumo (cosa che il bravo poliziotto dice per fare una battuta restando a sua volta interdetto quando gli viene risposto che nel West li usano ancora per davvero) i quali si chiedono se il loro nuovo amico non abbia qualche rotella fuori posto pur “sembrando sapere quello che fa”, di fronte all'apparizione di qualcosa che sinceramente non mi aspettavo che comparisse nella narrazione: il telefono!

Eh sì, ho proprio detto telefono.

Tutti noi sappiamo di che si tratta e concordiamo sul fatto che i primi esperimenti sul trasportare la voce a distanza vadano ricercati in tempi lontanissimi, quando si poteva comunicare attraverso dei tubi ascoltando da un estremo all'altro. Pare che il primo a mettere in atto questa tecnica fu un inventore cinese più di mille anni fa. Nessun timore, non la prendo così larga.

L'invenzione ufficiale del telefono è attribuita ad Antonio Meucci, nato a Firenze e morto a New York, che nel 1871 fece una dimostrazione del funzionamento del suo apparecchio, che chiamò telettrofono. Pare che però qualcuno arrivò prima a tale risultato: Innocenzo Manzetti, almeno una ventina d'anni in anticipo su Meucci finì sui giornali italiani già nel 1865 ma il suo metodo si basava sulla induzione elettromagnetica (nessuna intenzione di scervellarmi su fisica ed elettromagnetismo) a differenza di quello che tutti conosciamo in grado di trasformare impulsi sonori in scariche elettriche e nuovamente in vibrazioni sonore e suoni dall'altro capo del filo. Pare che i due confrontarono le idee in proposito.

Alla morte di Manzetti tutte le sue invenzioni (bussole, barometri e prototipi vari) vennero venduti a due americani uno dei quali, venne poi fuori, era il direttore della compagnia di telegrafi di New York.

Come spesso accade, alcune invenzioni vengono realizzate senza sapere che dall'altra parte del mondo qualcuno si sta occupando dello stesso argomento ed infatti in America ci furono Elisha Gray e soprattutto Alexander Graham Bell che cercarono di raggiungere il risultato della comunicazione a distanza. Bell battè sul tempo il suo “concorrente” di poche ore (probabilmente io ho un lontanissimo grado di parentela con Gray) anche se il suo progetto faceva acqua ma è per questo che negli Stati Uniti ed in Canada è Bell colui riconosciuto come inventore del telefono. Tutto questo accadeva nel 1876. Meucci come ho detto aveva brevettato il suo apparecchio nel 1871 ma ogni anno doveva rinnovarlo e non ci riuscì se non fino al 1873, visto che non poteva permettersi di pagare i costi per tale mantenimento e per il brevetto conclusivo. Non ebbe vita facile: in Italia non lo considerò nessuno e quindi non trovando investitori disposti a credere in lui, provate ad indovinare dove depositò il suo primo brevetto, con il nome di “Sound Telegraph”? Esatto, negli USA, a Washington. L'anno era il già citato 1871. Si rivolse alle principali autorità nel campo delle (tele)comunicazioni, i dirigenti delle compagnie dei telegrafi di New York (i simpaticoni di prima, avete centrato il punto) i quali però avevano come consulenti proprio Gray e Bell. Mi correggo, forse è con Meucci che ho una lontana parentela, vista la dose di sfortuna con la quale dovette combattere. Secondo alcune teorie è proprio per questo motivo che in qualche modo perse i diritti su ciò che aveva estrapolato dalla sua mente e perché altri discussi inventori, come dire, lo sorpassarono sulla destra.

Il nostro Meucci protestò da tutte le parti ma non ci fu verso nonostante molti si fossero schierati dalla sua parte per aiutarlo a spodestare colui che gli aveva... bellamente (perdonatemi la battuta, è stato più forte di me) soffiato il primato. La stessa Globe Telephone Company di New York e la stampa americana parteggiavano per Meucci che però venne addirittura citato in giudizio da Bell.

Dopo che perfino la Corte affermò di avere prove a favore della petizione di Meucci e la compagnia di Bell venne a sua volta indagata, l'amabile mister Graham “Campana” (traduzione di Bell) vinse in tribunale a New York poiché la sentenza affermò che i telefoni dell'italiano sarebbero stati meccanici e non elettrici. Eh, certo, andavano a pedali…

Come se non bastasse le azioni intraprese contro Bell ebbero una serie estenuante di rinvii che superarono la morte dell'inventore fiorentino, annullando in pratica ogni pretesa legale nei confronti di Bell e chiudendosi con un nulla di fatto. Al suo inventore in sostanza avevano chiuso il telefono in faccia. Comunque sia nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha dichiarato Meucci l'inventore ufficiale del telefono. Meglio tardi che mai.

Pensate che a quanto ho letto gli dobbiamo anche la creazione delle bevande frizzanti.

 

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 Disegno di Lorenzo Barruscotto

 

Direi che siamo giunti al termine di questa lunga analisi, ma non posso finire prima di sottolineare un'inequivocabile realtà: c'è chi non è mai contento. Andiamo, amigos: quando le storie durano un paio di albi sono troppo corte mentre quest'avventura che si dipana per ben quattro volumi da alcuni è stata considerata troppo dispersiva e complessa.

Ho letto commenti che affermavano che fosse di quasi impossibile comprensione, che avesse troppi elementi, paragonandola ad una ricetta mal riuscita. Le critiche sono accettabili quando sono costrittive. Non dico che debbano per forza essere propositive altrimenti saremmo tutti sceneggiatori ma comportarsi come se fossimo tutti allenatori dopo la partita riempiendosi la bocca con i soliti “avrei fatto”, “avrei preferito” non solo non è assolutamente costruttivo ma a forza di ripeterlo diventa particolarmente pesante. Se qualcosa non va mai bene in ogni modo venga proposta allora tali critiche perdono di significato perché qualunque cosa si faccia si sbaglia e quindi i vari “non mi piace” acquistano l'utilità di un pugno di polvere nel vento. E' perfino più comprensibile, quasi, il rimpiangere le vecchie storie di Tex, anche se questo bofonchiare continuo diventa un fastidioso rumore di fondo, il quale però non impedisce di apprezzare gli altissimi livelli artistici che invece molte storie recenti raggiungono. E questa in particolare secondo me si guadagna a buon diritto un posto nell'Olimpo delle migliori avventure realizzate da Boselli, meravigliosamente visualizzata da un vero mago che risponde al nome di Dotti.

Non si tratta certamente di due pellegrini qualunque che passavano di lì per caso. Inoltre ritengo poco piacevole indirizzare obiezioni direttamente agli autori a mo' di attacco personale. Anche perché di fronte ad un capolavoro di tale evidenza piovono "no", però quasi sempre le stesse persone che li seminano come se piovesse, esaltano le “virtù” di esperimenti grafici oggettivamente non proprio riuscitissimi considerandoli geniali.

Tralascio di invischiarmi in eventuali polemiche su confusi riferimenti ad altre testate o a personaggi tirati in ballo proprio per i capelli, in equilibristici raffronti.

Una certa negatività che si è levata verso la nuova collana “Tex Willer” può essere spiegata con la nostalgia verso qualcosa ritenuto intoccabile, vale a dire gli albori della carriera dell'eroe dalla camicia gialla e dal mito di Galep e per questo personalmente la considero anche una posizione accettabile e del tutto rispettabile ma se per esempio ci si fissa sul fatto che questa non è una storia di Tex perché mancano le praterie, beh, la sola risposta plausibile non può che essere: la storia è ambientata a New York, ovvio che non si parla di “Far West” ma è sempre il nostro inossidabile Ranger. Anche perché non è certo la prima indagine puramente cittadina comparsa dal lontano 1948.

Intendiamoci, mi conoscete: io non condanno nessuna opinione, salvo permettermi di dire la mia nei confronti delle affermazioni che mi sembrano più raffazzonate e prive di concreto fondamento, del tutto lontane dal concetto di “mi piace o non mi piace”.

E' fuor di dubbio che la trama sia un vero intreccio ma a mio modesto parere nel modo in cui è ideata cattura il lettore e invoglia a cercare di individuare le mosse successive dei cattivi ed i dialoghi sono assai ben dosati tra parti drammatiche e momenti leggeri, tra cupi presagi di morte a sorrisi che rispecchiano il fraterno rapporto tra i Rangers. Fortunatamente la maggior parte dei lettori è conforme a questa mia linea di pensiero e concorda sul fatto che non poteva esserci modo migliore per salire gli ultimi scalini prima del fatidico numero 700.

Alcuni personaggi vengono additati come marginali, d'altra parte non ci possono essere venti protagonisti sullo stesso piano e nello specifico Buffalo Bill specialmente in alcuni tratti della vicenda funge da Cicerone in qualche maniera. Sinceramente non sarebbe stato “normale” che partecipasse attivamente, più attivamente di quello che fa, alle sparatorie al fianco di Tex e Carson per quanto in un paio di situazioni si riveli un vero e proprio asso, tutt'altro che una banale comparsa da quattro soldi.

Un'altra obiezione avanzata contro questa storia boccia i numerosi rimandi ad avventure passate ma questo è un argomento che ritorna ogni qual volta un vecchio nemico ricompare per dare noie. Inoltre la narrazione sta in piedi perfettamente senza che si conosca cosa è successo in passato, dal momento che si fornisce un'infarinatura generale riguardo i riferimenti a vicissitudini ed indagini precedenti, quando necessario, sotto forma di rapidi flashback o esaustive spiegazioni per mezzo delle parole dello stesso Tex.

E per finire questa carrellata di nasi arricciati, una parte di lettori si è lamentata per la presenza del piccolo triangolo in alto a destra della copertina nel primo albo indicante le figurine, poiché tale volume ne conteneva ancora.

Per conto mio non influisce minimamente con la meravigliosa ed allo stesso tempo inquietante cover ad opera del solito “mostro” Claudio Villa che riesce ad instillare nell'animo dei Texiani un senso di oppressione, soprattutto sapendo chi ci troveremo davanti.

Parlando di copertine, è proprio a Dotti che è stato affidato l'onore e l'onere di realizzare quelle della nuova serie parallela dal titolo “Tex Willer” che narra le storie mai raccontate tra le storie, riportandoci ai tempi in cui un giovane cowboy era stato costretto a diventare un inafferrabile fuorilegge (per giusti motivi, non è il caso di disquisirne ora) ed elargiva giustizia e piombo in groppa al fedele Dinamite.

Oltre a ciò ha raccolto il testimone da Villa per le cartoline presenti nelle ristampe.

Impegnatissimo, bravissimo e se posso permettermi anche maledettamente affabile, avendo avuto il privilegio di scambiare due chiacchiere con lui in più di una fiera di fumetti, tra cui Lucca 2018.

Ogni interruzione quando si giunge alla pagina 114 dei singoli albi ci lascia col cuore in gola e la voglia di saltare su una macchina del tempo per far arrivare subito il mese successivo e poter scoprire cosa capita dopo. Ciò accade soprattutto tra il secondo ed il terzo albo, dove si ferma il mio saggio poco saggio: una botola che si apre sotto i nostri piedi, un cunicolo che sembra l'anticamera dell'inferno, una schiera di avversari somiglianti a ringhiosi mastini che non aspettano altro se non azzannarci e due Colt sul punto di spuntare loro le zanne con argomenti calibro 45.

Sorprese, capovolgimenti di fronte, doppi giochi, agguati mortali, inaspettate alleanze fino alla resa dei conti conclusiva saranno gli ingredienti della seconda parte del racconto.

Mai come ora serviranno sangue freddo e determinazione: il Maestro sta per colpire ed innumerevoli vite saranno a rischio. Però niente panico e mantenete i nervi saldi: sapendo di che pasta sono i Nostri, possiamo star certi che faranno di tutto per fermare le sue bieche macchinazioni.

Tira pure fuori dal cilindro il tuo trucco più sporco, ignobile pagliaccio rinsecchito!

I più duri Rangers del Texas sono pronti ad affrontarti!

 

 

Copertine: Claudio Villa

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni: Maurizio Dotti

Lettering: Renata Tuis

 

 

I link di "Una voce per Tex"

- "La pista dei Forrester e Tabla Sagrada" letto da Angelo Maggi: https://www.youtube.com/watch?v=HyOowYeG5Zo

- "La Leggenda" letto da Christian Iansante: https://www.youtube.com/watch?v=L1GbQqgMWuQ 

 

 

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