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- Scritto da tuttocartoni
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Un OrfanoRoboT di nome Davide Tarò
Presentati ai lettori di Fumetto d’Autore.
Ciao, caro Enrico. Innanzitutto grazie per l’opportunità che mi hai offerto! Sono un RoboT di nome Davide Tarò, sono stato pubblicista e giornalista per varie riviste di cinema cartacee e on line, ho partecipato a Neo(N)eiga, un’associazione culturale torinese che nasceva nell’ambito universitario sotto l’egida del professor Dario Tomasi, dove ho curato varie rassegne sul cinema giapponese e sugli anime per il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Oltre ad aver scritto contributi per diverse testate, a firma mia (ma anche in collaborazione con altri) sono alcune pubblicazioni sullo studio cinematografico degli anime come Oshii Mamoru: le affinità sotto il guscio della Morpheo Edizioni; Anime 1984-2007: Storia del cinema d’animazione giapponese, Satoshi Kon: il cinema attraverso lo specchio e Il cinema di Shinya Tsukamoto, tutte per il Foglio Letterario.
Quando e perchè è nata la tua carriera.
Be’…di “carriera”, per conto mio, non si può propriamente parlare. Una vera “carriera” sarebbe stata, per esempio – dopo una laurea in lettere con indirizzo cinematografico e una profondissima voglia di imparare – riuscire a lavorare al Museo Nazionale del Cinema di Torino, ma come diceva Oshii Mamoru parlando di Miyazaki: “Lo Studio Ghibli è un po’ come il Cremlino…”. Potremmo parafrasarlo, senza troppe difficoltà, anche per molte realtà lavorative torinesi e italiane in genere.
Regalaci qualche aneddoto sulla tua carriera.
La genuina soddisfazione di introdurre nell’ambito universitario torinese l’animazione giapponese, che fino alla fine degli anni Novanta era davvero vista dai luminari e dai baroni universitari come un prodotto da destinare unicamente ai loro allegri nipotini (quando andava bene). Ovviamente non l’ho fatto solo io, ma c’è da ammettere un certo solido grado di pionierismo assoluto nell’organizzare (assieme a Stefano Gariglio) le tre rassegne intitolate Visioni D’Anime, o proiettare e commentare spezzoni di Neon Genesis Evangelion nell’aula video dell’Università sempre con Gariglio e Gianluca Feroldi, laddove poco prima si era parlato di Dante e della Vita Nova… All’Università in fondo eravamo tutti otaku, ma con diversi interessi e trattamento: i docenti appassionati e studiosi di Letteratura italiana, Storia contemporanea, Filologia Romanza e così via, tutti socialmente riconosciuti e vezzeggiati, oltre che strapagati; esattamente il contrario invece degli aspiranti studiosi di animazione giapponese, sbeffeggiati con aria sorniona da gente che si dava arie di paternalismo intellettuale fuori luogo.
E che dire poi della profonda delusione e amarezza nel constatare che, in ambito saggistico cinematografico italiano, nessuno legge davvero nessuno?
Esistono e prosperano piuttosto “i salotti buoni” in cui si parla di “fuffa” e dei soliti registi triti e ritriti, oggetto di saggi e articoli scritti dai soliti amici, parenti, colleghi degli stessi che da anni lavorano nel settore. Esiste una brutta, profonda e radicatissima diffidenza nei confronti di chi arriva dall’esterno di questi ambienti, cioè non dall’elite o dalla cosiddetta ‘créme de la créme’ culturale.
Da dove scaturisce l'intima necessità di realizzare questo libro (EMINA – OrfaniRobot) ?
Da quello che ho detto finora: dalla lenta (troppo lenta) presa di coscienza di essere figlio di una generazione perdente da tutti i punti di vista.
Negli anime che guardavo negli anni Ottanta trasudava e trasuda tutt’ora il messaggio che nella vita ce la si possa fare a vivere e a trovare la strada con le proprie forze e con l’aiuto degli amici o dei propri cari. Filosofia immutata (anche se riplasmata nella forma) negli anime degli anni Novanta, con Sailor Moon e Pokemon in primis, già titoli questi della generazione che oggi ha una ventina d’anni, per poi proseguire sino ai primi anni Duemila con Dragonball Z, One Piece, Naruto o gli anime di MTV Italia e della bella Rai4 di Carlo Freccero, titoli di una generazione che oggi è poco più che adolescente.
Tutto questo per dire cosa? Che mentre gli anime ti trasmettevano un messaggio, la realtà si indirizzava furtiva e mortifera verso ben altre strade: sfruttamento assoluto, potere che non lascia spazio a nulla, giovani orfani di un vero e proprio futuro.
Ma tutto questo si stava decidendo già negli anni Settanta; si stava decidendo e si è deciso senza troppi problemi dai potenti. Tanto i loro candidi figlioletti o prediletti nipotini saranno sempre fuori da ogni pericolo. Sempre.
Gli OrfaniRoboT, invece, non sono così fortunati: sono in prima linea, sono perdenti e perduti, per il momento.
Gli eventi storici degli anni Sessanta e Settanta rappresentano la MATRICE del Potere assoluto. A scuola si dovrebbero studiare meglio questi anni così pericolosamente vicini a noi, invece di insistere, con inveterata cocciutaggine, sulle guerre puniche (anche per volere di alcuni genitori conservatori che non vogliono che si parli di “politica” in classe, a dirla tutta). Quegli anni sono la matrice anche del romanzo EMINA. È in quegli anni che la multinazionale intorno alla quale ruotano i destini di tutti i personaggi del romanzo incomincia a porre le basi del suo regno incontrastato.
Opere come Romanzo Criminale e Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo o Petrolio di Pisolini, con il suo capitolo vergognosamente e misteriosamente “mancante”, o pellicole come Romanzo di una strage di Giordana o Diaz, in questo periodo nelle sale cinematografiche italiane, sono letture e visioni essenziali, imprescindibili per capire un minimo perché si vive così oggi.
Un grande che mi ha per certi versi ispirato è stato anche Daniele Timpano, attore e autore di Ecce Robot! Cronaca di un’invasione, spettacolare crono-storia dialogata e recitata della storia italiana e degli anime che sono arrivati in Italia. Bellissima una frase presente nello spettacolo che mi ha agghiacciato: “Mentre guardavo robot d’acciaio, vivevo gli Anni di piombo…”. Da brividi! Non a caso, continuerà la sua poetica con la tragedia Aldo Morto sulla vicenda di Aldo Moro… e Dux in scatola su Mussolini. Assolutamente da vedere.
Perché EMINA è ambientato a Torino?
Perché Torino è ed è stata sempre una città particolarissima e all’avanguardia, da osservare molto attentamente. A ben vedere è sempre stata una cartina Tornasole, pioniera di una certa tipologia di avvenimenti sociali, culturali, di costume non solo (anche se per lo più) italiani.
Torino è una città di “frontiera” per l’Italia intera e soprattutto per il governo nazionale che non la considera minimamente. Ma esiste e resiste per ora. Vive nel suo angolo magico ed esoterico, più francese che italiana per molti versi, ma dalla Francia inesorabilmente tagliata fuori dalla catena montuosa delle Alpi. Profondamente ferita dal “tradimento” della Fiat, “croce e delizia “dell’ex capitale sabauda, vera e propria icona (più che la Sindone, mi verrebbe da dire, facendo un po’ il blasfemo) per tutte le industrie italiane che l’hanno trasformata nell’anima e nelle carni fatte di acciaio e mattoni. Tradimento che da vent’anni è in atto con una volontà oscura e gretta di abbandonare l’innovazione e la ricerca per i “soldi facili” ed intangibili dell’alta finanza. Come contraltare, grazie al 2006 olimpico, si è riusciti a trasformare la città in un’attrattiva turistica, non tanto perché prima non ci fosse nulla da vedere, anzi… ma perché non c’era la concreta volontà di investire nella cultura e nel turismo. Questa direzione che Torino ha imboccato faticosamente e non senza rischi e debiti sei anni fa, non ci ricorda il bivio storico attuale relativo all’Italia?
Inoltre, io sono nato a Torino, davanti alla Basilica di Superga, che veglia e domina incontrastata su tutta la città, davanti alla Gran Madre, commovente, o alla Mole Antonelliana, geniale follia esoterica dell’Antonelli, che osserva sorniona le vie fatte a ‘castrum’ del nucleo urbano centrale. Il Quadrilatero con locali caratteristici di impronta francese, ma non solo, particolarissimi e con gusto a volte anche macabro, sempre e comunque sorprendenti ed irriverenti. Bellissimo il museo di Cesare Lombroso, come quello Egizio, o come quello di Scienze Naturali voluto da Michele Lessona, fino al Museo del Cinema restituito alla città che tra le primissime al mondo inventò il kolossal (a quando a Torino un Museo delle Cere? Forza! Con tutti i personaggi che si hanno se ne potrebbe fondare uno degno di Madame Tussauds…). Da questo punto di vista non posso che dichiararmi nel bene e nel male profondamente torinese nell’anima, piuttosto che italiano.
Poi Torino è stata teatro della tragedia della Tyssenkrupp.
Il robot Goldrake, come tutti i robot di Go Nagai, Mitsuteru Yokoyama o Osamu Tezuka ed altri esseri meccanici derivanti dall’animazione giapponese, emergono in questo romanzo come simbolo di qualcosa che esula dai valori degli anime in sé, anzi li ribalta (EMINA è anche il contrario di ANIME e non è un caso), fondendo il tutto con una realtà inquietantemente molto simile, quasi identica a quella che noi tutti conosciamo e viviamo.
Io ho fatto il resto, inventando i Simulacra, robot molto simili agli automi giapponesi (e nel romanzo si scoprirà anche il perché) che vengono pilotati da giovani ragazzi italiani orfani, OrfaniRoboT appunto, precari sfruttati con contratti a progetto per fini assolutamente non chiari.
Perché è sbagliato pensare - così come afferma Marco Pellitteri nella sua bella presentazione - che EMINA sia un'opera pensata esclusivamente per la generazione figlia di Goldrake?
Marco, che ha avuto la bontà e il genuino coraggio ed entusiasmo intellettuale, visto che si trovava di fronte un esordiente sui generis come me, di scrivere una, a mio avviso, commovente, lucida e sentitissima presentazione, scrive sul finire della sua riflessione che: “….In questo senso, Emina è uno di quei libri che non poche persone sopra sessant’anni – non i trentenni, non i quarantenni, che in Emina forse già ci vivono – dovrebbero essere obbligate a leggere ”.
Beh, questa lapidaria frase mi trova totalmente e assolutamente d’accordo.
Non me la sentirei di farlo leggere a mia madre o al mio papà morto, per esempio, e sono sicuro che non sarei nel giusto a farlo leggere come monito a molti altri, come i miei, dispersi in questo martoriato e ripetutamente violentato Paese. Loro che hanno sempre lavorato come muli senza avere grandi cose in cambio, senza voler “rubare un pochetto” allo Stato o di approfittarne con sgravi fiscali, case regalate dove non c’erano i requisiti, tasse non pagate, finte invalidità, doppi lavori e via dicendo.
Poi, tra l’altro, mio padre nello stesso anno in cui è andato in pensione dopo trentacinque anni di sudato lavoro (ora si potrebbero aggiungere ancora più anni) alle dipendenze di privati che non regalano nulla, si becca un tumore fulminante e muore, dopo aver pagato i contributi come dipendente Fiat non godendosi neanche la pensione di cui pur aveva sacrosanto diritto.
Ma molti questi sacrifici non li hanno per niente fatti, hanno sempre arraffato dove hanno potuto e l’hanno fatto senza che mai nessuno dicesse loro nulla. Hanno sistemato i figli e persino i nipotini, beati loro! E non sto parlando della cosiddetta ‘Casta’, ma di quel popolo furbetto e arraffone dove e quando si può, così tanto italiano.
Ecco perché è sbagliato pensare che EMINA sia un’opera pensata esclusivamente per la generazione figlia di Goldrake, anzi, direi che da questo punto di vista è proprio il contrario. Dovrebbero leggerlo soprattutto coloro che hanno tradito il sogno.
Senza dubbio questo è un lavoro con un forte contenuto sociologico e politico che, in un certo qual modo, intende ridare dignità agli orfani della "Generazione Goldrake", no?
Gli OrfaniRoboT devono riprendersi la dignità con i loro mezzi e con la loro volontà; nessuno darà mai loro niente senza che lo si richieda a gran voce e con ferma decisione. Al di là dell’eventuale contenuto sociologico e politico.
Spero che nel romanzo la dignità di questa Generazione Goldrake – ma si potrebbe chiamare, a seconda delle decadi, Generazione Pokemon e Sailor Moon o Generazione Dragon Ball Z e Nasuto – sia insita nelle parole e nei gesti che Nataniele Tandro, il protagonista, è costretto a compiere o a non fare, opere e omissioni. Tutte queste generazioni di adolescenti/ventenni/ trentenni sono destinate alla disoccupazione o al lavoro precario. Vista questa realtà, l’opera che ho scritto si connota forzatamente anche di un contenuto sociologico e politico ben preciso, assolutamente sì.
Ho coniato il termine Animeucronia, fusione di Anime e di Ucronia. La mia Animeucronia è proprio questo: scrivere romanzi che parlino di anime fondendoli indissolubilmente con la realtà e società italiana e internazionale. Proprio la nostra? Demando al lettore il compito di scoprirlo.
Non trovi che in certi punti EMINA risulti un po' troppo schierato a "sinistra"?
Se leggiamo gli acuti e lucidissimi scritti del giornalista free lance “maledetto” e censuratissimo dal potere, Paolo Barnard, autore, tra i tanti pezzi, del bellissimo e terribile Come morimmo (scritto rintracciabile, finché dura, su internet, stampatelo!), la Destra e la Sinistra non sono solo organizzazioni politiche, ma soprattutto visioni del mondo ben attive e concrete, entità fortissime che lo plasmano e lo rimodellano a loro immagine e somiglianza. È innegabile che da quarant’anni la cosiddetta Destra ha vinto e ha dettato legge come mai in precedenza nelle democrazie occidentali; ora si vedono i risultati e cominciamo a contare le innumerevoli vittime. Forse a metà del secolo scorso la si poteva ancora vincere questa iniqua guerra, ora non più, siamo irrimediabilmente OrfaniRoboT, bisogna giocare su altri lidi, all’occorrenza lottare e fare resistenza da altre parti.
Se per “Sinistra” si intende questo, allora sì, EMINA si avvicina a questo.
Il finale lascia aperta una porta per un eventuale seguito. E' pensabile?
Il “seguito ideale” in realtà è già tutto “scritto” nella mia mente, ma ha a che fare per adesso più con l’universo dell’Animeucronia che del vero continuo di EMINA in sé… anche se non si sa mai.
E sì, sarà nuovamente ambientato in un paese che si chiama Italia.
C'è un senso di sconfitta che aleggia per quasi tutto il libro, condizionandone gli sviluppi dall'inizio alla fine. Secondo te esiste una speranza per i nostri figli?
È una domanda soggettiva che non presuppone una risposta oggettiva, fortunatamente. La speranza è quella che fa andare avanti il mondo. Se non ci fosse si cadrebbe in uno stato di prostrazione e decadimento fisico e morale, quindi: certo che c’è una speranza! Una piccolissima, lieve, incontenibile ed irresistibile speranza che si attacca alle cose più disparate e insospettabili. C’è sempre e sempre ci sarà, non può scomparire, sarebbe contro natura. È come se i potenti percepissero qualcosa, lo sentono… trasportata dall’aria, una miriade di voci di OrfaniRoboT che, come un lapidario monito, urlano all’unisono: Noi saremo ovunque.
Il palcoscenico è tutto tuo. Parole in libertà ai lettori di Fumetto d’Autore.
Desidero ringraziare profondamente il mio (primo) editor Alessandro Di Nocera, che ha riplasmato non di poco il romanzo, facendolo arrivare a nuove e vertiginose vette di ucronia storica.
Spero che questo EMINA OrfaniRoboT possa essere letto da più persone possibile, non tanto per un guadagno personale, ma per una sorta di auspicabile feedback a me necessario per andare avanti a scrivere.
Grazie ancora Enrico e saluto caldamente tutti i lettori di Fumetto d’Autore.
Siete pronti OrfaniRoboT?







