Moleskine #59
La rubrica più politicamente scorretta del fumetto italiano. Appunti di viaggio nel mondo del fumetto, attraverso i suoi protagonisti e l’informazione di settore.Eccezionalmente di sabato.
Gipi e Makkox: due insuccessi di successo
di Giorgio Messina
Passata è la polemica e riodo gli augelli far festa. Ma diciamoci la verità. Makkox sta a Gipi come il "Canemucco" sta a "L’ultimo Terrestre". Gli alfieri quarantenni del “movimento” graphic novel - ovvero il fumetto sedicente adulto perchè “io c’ho la storia che parla alla società civile e alla coscienza collettiva , mica come quelli che fanno i pupazzetti avventurosi e colorati” - in realtà sono due perdenti di successo. E, beninteso, qui non crediamo alla superiorità del fumetto popolare su quello autoriale o viceversa. La rivista (semi)one-man-show di Makkox in edicola ha venduto 2500 copie. Il film di esordio di Gipi al cinema incassa 102000 euro in venti giorni di programmazione. All’esame “popolare” Gipi e Makkox si sono rivelati due flop. Del film di Gipi ci sarebbe anche da aggiungere che è tratto da un fumetto, “Nessuno mi farà del male” di Giacomo Monti e pubblicato da Canicola, a sua volta abbastanza mediocre, sia nei disegni sia nel contenuto. Di Makkox invece ci sarebbe da dire che a volte si capisce solo lui nelle sue vignette e nelle sue storie.Poi ci sono i paradossi numerici. Ovvero Makkox qualche tempo fa autoproducendosi ha venduto on line in brevissimo tempo 1200 copie del volume "Ladolecenza", ma a fronte di 23000 copie stampate e distribuite in edicola non è riuscito a superare le 2500 copie vendute. Se il film di Gipi incassando 102000 euro in 20 giorni, alla media di 8/10 euro a biglietto, vuol dire che è stato visto da circa 10000 spettatori, ovvero il Gipi fumettista ha più lettori che spettatori il Gianni Pacinotti regista.
Ma, oltre i paradossi, i due rappresentano il risultato più alto di quell’avere cercato di esasperare oltre ogni limite del buonsenso l’uso del termine “graphic novel” fino a farlo diventare un gigantesco contenitore semantico vuoto che serve solo a nascondere disegni e storie obbrobriose dietro una patina di mistificato estro “autorialeartisteggiante”. Chiude anche Animals, che doveva essere il birignao del “movimento” Graphic Novel made in Italì condito in salsa estera. Insomma, adesso si dirà che è il popolino bue, fuori e dentro il fumettomondo a non aver capito. Non ha capito Makkox in edicola, non ha capito Gipi al cinema e non ha capito tutto il resto del caleidoscopico calembour movimentista di Animals.
Quando invece, più semplicemente, l'insuccesso si spiega con il fatto che per entrambi non è scattato quel social network ancestrale che è più forte di ogni crisi economica: il passaparola. Non sono i “mi piace” su FB e sui blog e forum amici, i click sui video pubblicitari virali su Youtube ao i fan hardcore a spostare il pubblico pagante, quello che massivamente davvero conferisce la “popolarità” all’autore e decreta il successo di un’iniziativa editoriale o cinematografica. Anche se va detto che è fuori discussione che i prodotti editoriali di Makkox e di Animals, così come il film di Gipi, siano frutto del coraggio imprenditoriale di Coniglio Editore e di Fandango. I risultati ottenuti però sono modesti nonostante il popolo internettiano celebri ad ogni piè sospinto i due autori e le loro opere editoriali e cinematografiche. Ci sono quindi due tipi di successo. Quello dei numeri e quello dei “mi piace”. E capisco e giustifico anche chi magari vorrebbe derubricare gli insuccessi economici reali a grandi successi virtuali o della critica.
Rimane il fatto che le voci del popolo del web sembrano essere diventate le nuove sirene di Ulisse. Un rumore di fondo assordante che altera la percezioni della realtà. In fondo su internet dire “mi piace” di qualcosa o di qualcuno non ha alcun costo economico. Invece uscire di casa per andare all’edicola o al cinema, per acquistare una rivista o un biglietto di uno spettacolo per poi passare più di un ora nella lettura o nella visione di un film, un costo ce l’ha e non solo in termini economici, ma anche in termini di impegno "reale". Siamo sicuri che il vero popolino bue sia nei fatti quello che non compra il fumetto figoso o non vede al cinema il film figoso perché ha due neuroni? E se invece il popolino bue fosse quello che clicca “mi piace” per libri e film che poi nei fatti non ha nessuna intenzione di esserne il consumatore finale? L’apparire è un elemento non indifferente della nostra società. Il consumo virtuale basato sull'apparire cliccando "mi piace" rischia di danneggiare il consumo reale. E soprattutto crea insuccessi di successo.
Ps: Nel fumettomondo tra le tante devianze che lo contraddistinguono rispetto ad altri ambienti editoriali, c’è quella della sospensione della meritocrazia. Negli altri mondi editoriali il direttore di una rivista che ha una significativa contrazione delle vendite viene sostituito da un nuovo timoniere nel tentativo di risollevare le sorti economiche del prodotto. Nel fumettomondo invece le riviste nascono, crescono e affondano guidate dai loro ideatori/direttori che poi hanno anche la comoda scialuppa di salvataggio di andarsi a cercare un nuovo editore. E tutto ricomincia. Ma mentre nel passato c'erano più spazi editoriali e ogni tanto era possibile assistere a "new entry", con il diminuire delle possibilità di pubblicazione sembra che ci dovremo rassegnare a vedere le pubblicazioni dei soliti quattro perdenti di successo anche per i prossimi venti anni? Chissà.



La rubrica della posta di Fumetto d'Autore. Per scrivere al direttore. Per dire la vostra. Per replicare ad un articolo che vi riguarda. Linea diretta con la redazione. lettere [at] fumettodautore.com
Comments
Il paragone più pertinente ce lo offre un film facile facile: "Il Diavolo veste Prada".
Qui la virago-direttri ce di giornale di moda dice alla dipendente che crede di essere superiore alle presunte "bizze" del fashion d'alto livello: "Il colore di quel golfino che hai addosso e che hai acquistato nelle ceste del supermercato è stato deciso qui un anno fa. E' passato prima attraverso un grande stilista che l'ha adottato per un capo UNICO e poi è stato recepito nell'ambito di massa".
Anche Lorenzo Mattotti, quando fa opere a fumetti, non arriva alle mille copie di venduto.
Ma Mattotti è Mattotti: le sue soluzioni stilistiche, le sue inquadrature, i suoi colori si trasformano in metro di paragone per altri artisti.
E lo stesso discorso vale per decine di altri disegnatori.
In Italia quante copie vende un fumetto di Bernet (che non sia Chiara di Notte o qualche albo bonelli)? Quanto vende Kraken? Quanto vende Sarvan? Quanto vende Torpedo 1936?
Eppure le soluzioni grafico-stilist iche di Bernet sono studiate da praticamente TUTTI i fumettisti italiani.
Questione Makkox: in questo momento le sue soluzioni stilistiche, il suo modo di impiegare il tablet, il suo gusto cromatico, il suo lettering sono oggetto di studio da parte di molti artisti.
Makkox sta diventando un metro di paragone.
Probabilmente rimarrà sconosciuto alla massa. Ma il suo stile farà tendenza.
Stessa cosa per Gipi: i suoi fumetti se li compreranno cinquemila persone, ma le sue idee grafiche e narrative informano le nuove tendenze del cartooning.
E non scordiamoci che sono QUELLE tendenze a entrare in altri ambiti comunicativi.
E' Mattotti che va a fare il manifesto del Festival di Cannes.
E' Gipi che ti va ad animare la sigla de Le Invasioni Barbariche.
E' Makkox che si ritrova opzionata una sua storia per il cinema.
E' Moebius che ispira ancora oggi l'arte futurista.
E' ancora Masamune Shirow che - in Occidente - influenza l'estetica del post-cyberpunk.
Ecc., ecc., ecc.
Domande varie: sarebbe mai esistito un Dylan Dog senza le destrutturazion i narrative operate da Metal Hurlant? E i fumetti pubblicati oggi su XL - per quanto discutibili - vi avrebbero mai trovato posto se non fosse mai esistito il Gruppo Valvoline? E perché gli autori di Diabolik e Martin Mystere hanno sentito il bisogno di introiettare lo stile grafico di Giuseppe Palumbo?
Se tu mi stampi un volume di Mattotti a 4.50 euro e lo mandi in edicola in 24mila copie, stai sicuro che ne vendi meno di Makkox!
E altrettanto vale per Gipi!
Quanto copie si venderebbero de L'Incal mandato in edicola in sei volumetti?
In quanti in Italia conoscevano la Rivoluzione Umanoide tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta?
E in quanti oggi si professano seguaci di film come Blade Runner o Alien che di quella Rivoluzione sono figli diretti?
Gli "esami popolari" seguono vie complesse.
senza voler sminuire quest'ultimo, per rispetto, sia chiaro.