Fumetto d'Autore

www.fumettodautore.com | Il Magazine della Nona Arte e dintorni | ISSN: 2037-6650 | Direttore: Alessandro Bottero

Sab11022012

Aggiornato alle:05:03:11

Recensioni

 

DON DRACULA

DON DRACULA Difficile definire un fumetto del genere. Questo perché tutto sta nella prospettiva da cui lo si vuole considerare. Intanto c’è da dire che l’autore l’ha disegnato intorno al 1979: capite che chi è abituato ai disegni di quest’ultimo decennio lo troverà graficamente povero, scarno e approssimativo. Intendiamoci, stiamo comunque parlando di un artista di fama mondiale (all’epoca è stato un pioniere nel disegnare personaggi e scene fuori dai canoni classici) ed è comprensibile che di più non poteva fare dato i mezzi tecnici che possedeva a quei tempi. Non da meno, al lettore che cerca serietà e drammaticità può risultare discutibile l’atmosfera goliardica e divertente dell’intera serie, mostrata oltre attraverso la storia anche dalle figure deformed, dalle posizioni innaturali e dai personaggi ridicoli. Le storie, pur avendo dei piccoli momenti drammatici e paurosi, sono straripanti di situazioni e gag comiche, soft quanto basta da mantenere l’atmosfera generale ad un livello di sana leggerezza e spensieratezza. Anche la trama è sulla stessa riga: innanzitutto il fumetto è diviso in tanti capitoli auto-conclusivi: non c’è un vero e proprio filone o continuity ma ogni storia può essere letta separatamente dalle altre. Merito dell’autore che ogni volta e in modi diversi presenta i due protagonisti: Don Dracula (il classico padre apprensivo, testardo, protettivo e vendicativo quando gli si tocca la figlia) e Chocolat (una bambina dispettosa, testarda al pari del padre e coraggiosa quanto basta per mettersi nei guai). Sono due vampiri ma più che spaventare fanno ridere; la loro condizione li proietta in situazioni sia soprannaturali che quotidiane e il loro essere vampiri è solo un pretesto per mostrare quanto in realtà siamo emotivamente umani, con i pro e contro che ne consegue. I loro caratteri forti e il loro rapporto conflittuale porta i due protagonisti a vivere avventure divertenti ed inaspettate, con un lieto fine che chiude egregiamente l’episodio. I due si circondano di co-protagonisti simpatici e mai fuori luogo. Tra i tanti, merita di essere citata la racchia soprappeso innamorata di Dracula che non smette di perseguitarlo nelle situazioni più disparate. Fanno sorridere anche le due autocitazioni che l’autore fa, inserendo nelle storie Black Jack e Astro Boy: un ennesimo tocco di classe umoristico. Come avete capito, non siamo certo di fronte alla solita versione horror-drammatica dei vampiri: ciò porta il lettore a guardare questi ‘signori della notte’ da una prospettiva diversa, più umana e terrena. L’albo, edito da Ronin Manga, è realizzato in maniera impeccabile per rendere il giusto omaggio all’autore. Interessante anche l’iniziativa della casa editrice di lasciare nelle vignette le onomatopee originali (gli effetti sonori, per intenderci), quindi in lingua giapponese, con tanto di caratteri sillabici a fine albo. Un’iniziativa certamente curiosa e originale che d’altro canto non intacca la fluidità della lettura. Per concludere, questo è un albo che può far divertire i bambini e far passare una piacevole oretta agli adulti. DON DRACULA Testi e disegni: Osamu Tezuka Editore: Ronin Manga Bianco/Nero, PP 208, € 5.90

Crtica d'Autore

 

Chester Brown, fumetti "hard" per rendere legale il sesso a pagamento

Favorevoli: il movimento per i diritti delle prostitute e le sex workers. Contrari: i moralisti di ogni religione. Divisa, l’opinione pubblica. Gli unici a non avere dubbi sono i clienti di prostitute. A lanciare la provocazione è uno di loro. Non uno qualunque. Chester Brown, geniale fumettista canadese, è tra gli artisti cui si deve il “rinascimento” del fumetto alternativo americano, già popolare negli anni Ottanta. «Credo che, se la prostituzione venisse depenalizzata, entrerebbe nella sfera dei comportamenti normali in un tempo relativamente breve, nell’arco di poche generazioni». Una vera e propria campagna per la legalizzazione del sesso a pagamento, la sua, lanciata con Io le pago. Memorie a fumetti di un cliente di prostitute, diario autobiografico reso sotto forma di una lunga quanto dettagliata confessione. Una graphic novel per adulti, ma non per questo gratuitamente volgare. L’autore non ostenta con compiacimento la sua vita sessuale tutt’altro che convenzionale, né sente il bisogno di giustificarsi. I disegni sono semplici, non indugiano in particolari pruriginosi e non cercano di “colorare” la vita del protagonista per renderla più o meno avventurosa o seducente. C’è poco del romanzo a fumetti, i suoi appuntamenti a luci rosse seguono moduli ripetitivi, ben restituiti da una gabbia grafica altrettanto monotona. Brown si limita a demolire punto per punto tutti i luoghi comuni e gli stereotipi sul mestiere più antico del mondo. «Il cliente non è né un pedofilo né uno stupratore e pensare che quel genere di uomini rappresenti il tipico cliente delle prostitute è come affermare che quelli che picchiano o uccidono le mogli siano mariti tipici». Uno dopo l’altro, confuta tutti i più ricorrenti argomenti contro la prostituzione. «Non soltanto egli dimostra come si basino su una retrograda morale religiosa, ma sottolinea anche l’ipocrisia dei benefattori liberal di “riportare sulla retta via” le prostitute. Tutte quelle intelligenti alzano gli occhi al cielo davanti a questi atteggiamenti». Così scrive nella prefazione Robert Crumb, padre storico del fumetto underground, alla cui matita, non a caso, in passato è stata affidata l’illustrazione de Il capitano è fuori a pranzo, l’ultimo diario di vita del “vecchio sporaccione” Charles Bukowski. Se negli States Io le pago ha scatenato un acceso dibattito, l’edizione italiana (traduzione di Stefano Sacchitella, pp. 292, € 18,50) è stata frettolosamente archiviata dalle redazioni culturali. A pubblicarla, poche settimane fa, la Coconino Press, che il 2 febbraio porterà in libreria un altro inedito di Brown, il volume antologico The Little Man, brillante e caleidoscopica raccolta di brevi storie giovanili con cui l’autore si diverte a irridere l’american way of life narrando di surreali rivolte della carta igienica, invasioni aliene, animaletti parlanti e televisioni che ipnotizzano l’uomo della strada. L’auspicio è che anche quest’opera, come la precedente, non venga accolta con pregiudizio. Lo stesso che, da sempre, è riservato a chiunque faccia coming out. Che si tratti di un cliente o di una escort, poco importa. Il giudizio è tanto immediato quanto severo, come se avessero confessato di essere criminali. Una condanna di indegnità sociale che genera relativi deficit di autostima, costringendo le parti alla clandestinità e consegnando quella che potrebbe essere una scelta libera e trasparente a ricattatori e sfruttatori. «Per la donna media – dice Brown – l’idea che un uomo paghi per fare sesso è ripugnante, una minaccia per la casa, la famiglia e per l’ideale dell’amore romantico, ma i comportamenti sordidi non sono certo meno diffusi tra le coppie sposate che nel mondo della prostituzione». Allo stesso modo, gli uomini considerano le prostitute delle donne dissolute, facili prede di possibili avances sessuali, anche quando in realtà, sottolinea l’artista canadese, «si tratta di donne timide, modeste e persino schive». Detto da lui, profondo conoscitore del mondo delle professioniste del sesso, la testimonianza appare più che attendibile. In quindici anni di “attività”, di febbrili consultazioni di annunci e di approfondito studio delle relative recensioni (feedback) che i clienti postano su appositi siti web, ne ha conosciute a decine. Giovani e meno giovani, belle e passabili, canadesi e straniere, gentili e sbrigative. Ha raccolto le loro confidenze, di alcune è diventato amico. Tutto ha inizio nel giugno 1996, quando la sua «ultima ragazza» gli comunica che (forse) si sta innamorando di un altro. Preludio a una convivenza a tre in cui lui finirà in breve per diventare il terzo. «Erano tre i motivi per cui volevo essere fidanzato: perché ce lo aspettiamo socialmente e i ragazzi che non hanno una fidanzata sono considerati degli sfigati, perché mi piaceva la gratificazione dell’ego quando una donna vuole quel tipo di relazione esclusiva con me e, ovviamente, per il sesso». L’amore romantico, ne conclude, non esiste e, se esiste per altri, non fa per lui. Scoprirà che l’essere amici può essere preferibile all’essere fidanzati. Anche dal punto di vista “economico”. Fatti i dovuti conti e considerata una frequenza di rapporti a pagamento ogni tre settimane (tanti gliene consente il suo badget), il ménage di coppia costa di più e si fa sesso meno spesso. Nella versione di carta e inchiostro (rigorosamente in bianco e nero), Brown non si raffigura meglio di quanto sia: un uomo di mezza età (è nato nel 1960 a Montreal), calvo e non proprio attraente, che fa un lavoro stravagante (il fumettaro). Improvvisarsi playboy sarebbe alquanto improbabile. «Non ho le doti sociali necessarie per agganciare donne che fanno sesso occasionalmente», fa presente agli amici/personaggi – tra cui gli artisti Seth e Joe Matt – che disapprovano il suo comportamento. «Sono felice dal punto di vista professionale e me la godo», risponde a chi evoca la crisi di mezza età. «Non possiamo criminalizzare il sesso a pagamento perché ci sono persone villane a letto. Probabilmente c’è più violenza negli appartamenti delle coppie romantiche che in quelli dove lavorano prostitute che, per non incorrere in multe e arresti, preferiscono tenere un profilo basso», fa notare a chi magari vorrebbe emularlo ma ha paura di mettersi nei guai. A mettersi a nudo è l’autore, vincendo il naturale imbarazzo e scavando tra le proprie debolezze con disarmante sincerità e feroce autoironia, costantemente in bilico tra il rimanere coerente con la scelta fatta e la tentazione di tornare indietro: il timore che il sesso a pagamento possa finire per lasciargli una spiacevole sensazione di vuoto. La conclusione cui giunge è un finale aperto: «fare sesso a pagamento non è una esperienza vuota, se paghi la persona giusta». Alla fine, con una di loro, Denise, stabilisce un rapporto sessuale esclusivo, sia pure sempre a pagamento. Lui è il suo unico cliente e lei l’unica donna con cui Chester va. Un contratto basato sull’affetto e sulla reciproca convenienza. «Uno dei due assiste l’altro finanziariamente. Come la chiamereste una relazione simile?», domanda Brown. Quanti matrimoni, del resto, sono palesemente basati sul vantaggio economico di una delle parti? La prostituzione esplicita è peggiore di quella implicita? Che lui la paghi rende meno “pulita” la situazione o, piuttosto, più chiaro il reciproco ruolo? Che egli stesso abbia scelto di vivere una relazione stabile, rappresenta il trionfo o il fallimento delle sue tesi? Al lettore l’ardua sentenza o, meglio ancora, si apra un sano scambio di opinioni. Perché probabilmente leggere Io le pago non vi farà cambiare idea sulla prostituzione ma ci aiuta a osservare la questione da un’altra posizione. E non fate battute sceme. *Articolo tratto dal Secolo d'Italia del 4 febbraio 2012. Questo articolo on line è reperibile anceh sul blog dell'autore a questo indirizzo.

Autori e Anteprime

 

Agenzia Incantesimi e tutto il resto: intervista a Federico Memola

di Alessandro Bottero Federico Memola è uno sceneggiatore che ho sempre seguito con piacere, fin dai tempi di Zona X. Jonathan Steele (sia la versione Bonelli, che quella Star Comics) mi piaceva, e anche il suo spin off, ossia Agenzia Incantesimi, a mio parere aveva il suo perché. Memola nell’ultima settimana si è trovato al centro di una polemica nel fumettomondo, perché ha lanciato una proposta “scandalosa” sul suo blog (QUI la notizia). Siccome qui non stiamo mica a pettinare le bambole, ecco una bella intervistina a Federico Memola, sul tema del giorno: Federico Memola con la sua richiesta di coloristi per Aganzia Incantesimi, sta o no rovinando il mondo del lavoro italiano? In apertura il pensiero di alcuni professionisti del settore, che si sono espressi nel blog di Roberto Recchioni, riguardo a questa mossa di Memola. La discussione completa sul blog di Roberto Recchioni, da cui sono tratti sia la citazione di Recchioni che i commenti, si trova a questo link.   Roberto Recchioni: «premesso che sono abbastanza convinto della buona fede di Memola (anche se tutta la storia della carta Paypal suona proprio brutta, a leggerla), questa roba è sbagliata e non solo fa male al fumetto, ma fa male al lavoro di tutti. E no, il fatto che di mezzo ci sia un professionista non rende la cosa migliore o più seria.Anzi, PROPRIO perché di mezzo c'è un professionista, la cosa è grave. Ma tanto lo so che un mucchio di aspiranti si metteranno in fila per proporre il loro materiale.A breve, vedremo spuntare editori che si faranno pagare per pubblicare, come succede già nell'ambito letterario.» Laura Scarpa: «Sinceramente, con amicizia e simpatia per tutti, questo mi pare più grave. "Davvero" a me non piace, non è il mio genere ecc ecc, ma un progetto comune fatto gratuitamente può starci, parità per tutti. Questo mi pare invece non avere un sogno condiviso. Con tutto ciò chiediamoci quanto la crisi c'entri, e quanto no. » Davide Morando:  «Non è la stessa situazione di DAVVERO.In questi caso, quando Memola cerca coloristi per ristampare in digitale le storie già edite da Star Comics, offre lavoro non pagato a fronte di una sceneggiatura per cui ha ricevuto, a suo tempo, un compenso.Sbaglio?» Fd'A: Allora, Federico, come si fa? Sembra che tu stia facendo una cosa poco chiara (anche se devo dire che la cosa è chiarissima, se uno legge con attenzione cosa hai scritto). Vogliamo provare a dissipare i dubbi e le preoccupazioni? FM: Non immaginavo davvero che ce ne sarebbe stato bisogno, ma va bene, sono a disposizione. Cos’è questa proposta? FM: E', molto semplicemente, un progetto nato a metà del 2010 e destinato alla piattaforma Apple per Ipad (e che quindi prevedeva una percentuale per gli autori). Purtroppo, la società che avrebbe dovuto realizzarlo, dopo che era addirittura stato firmato il contratto, ha cominciato a porre problemi di carattere contenutistico per l'aspetto glamour delle storie. Prima ha ipotizzato di intervenire sulle vignette in cui comparivano dei nudi, poi ha rimandato per mesi l'uscita e infine il contratto è stato sciolto consensualmente. Ci ho pensato molto a lungo, prima di partire per conto mio, sia perché al momento ero nel pieno di altre attività, sia per problemi personali sopraggiunti in quel periodo. Alla fine ho deciso di realizzarlo in questa forma perché ritengo che sia una serie fresca e divertente, con ancora tante potenzialità. Lo faccio anche per avere un controllo creativo totale. Intendiamoci, sono abituato a rispettare i canoni delle case editrici per cui lavoro (lo faccio tuttora con il Giornalino e non solo), ma ci sono due progetti che con gli anni sono diventati troppo personali, a cui tengo moltissimo e che intendo quindi realizzare come ritengo giusto. E Agenzia Incantesimi è uno dei due. Roberto Recchioni dice che questa tua proposta è “sbagliata”, e che “fa male al lavoro di tutti”. Conoscendoti e sapendo che sei una persona seria e che rispetta il lavoro di tutti mi paiono giudizi ingenerosi. Tu che rispondi?  FM: Che non sono così importante da nuocere al mercato italiano, prima di tutto. E, francamente, non vedo dove stia lo scandalo: più della metà delle case editrici italiane, la cosiddetta "piccola editoria", pubblica libri e fumetti, anche apprezzati e premiati, alle stesse condizioni, ovvero dietro promessa di eventuali royalties (purtroppo raramente poi corrisposte, viste le cifre vendute). E queste case editrici vendono i libri, quindi ricevono degli introiti, per modesti che siano. Nel mio caso (ma anche in quello di Paola Barbato o di Giuseppe Di Bernardo con l'Insonne, tanto per citare casi analoghi che mi hanno preceduto) non ci sono nemmeno introiti su cui polemizzare. O meglio, se mai ci saranno, tramite donazioni o altre iniziative, verranno devoluti interamente a disegnatori e coloristi, visto che non ho costi di stampa da coprire. Quindi sarò un ingenuo, ma non vedo il problema. Laura scarpa parla di “un sogno non condiviso”, come se il fatto che il colorista lavori su storie ideate da te, e disegnate da altri, lo riduca a mero esecutore. Io invece ci vedo dei tratti di “condivisione”. Sbaglio io? FM: Oddio, sbagliate entrambi, a dire il vero. E' chiaro che la serie è una mia creazione (come "Davvero" è una creazione di Paola Barbato), ma chi vi partecipa, venendo meno la motivazione economica, lo fa perché l'apprezza e ci tiene a contribuirvi. Poi, boh, la definizione "sogno non condiviso" non è che la comprenda bene… Sembra adattarsi a qualunque fumetto nato dalla volontà di una persona e realizzato da uno staff. Anzi, ho conosciuto più di un disegnatore che lavora a un certo personaggio o progetto senza esserne coinvolto, puramente per una questione economica. In questo caso, se un disegnatore non fosse interessato al fumetto, perché dovrebbe contribuirvi? Per "notorietà"? Mah, non sono Sclavi e non sto facendo Tex o Dylan Dog… Davide Morando ci dice che tu, furbetto, in realtà sei stato pagato per le storie che ora vuoi far ricolorare. A me pare una insinuazione un po’ meschina, come se tu dovessi dividere con i coloristi i soldi che ti ha dato la Star Comics, per gli albi di Agenzia Incantesimi pubblicati anni fa.  FM. Non conosco la persona citata. Comunque, se il gioco è "chi ci lavora di più aggratis", rispetto a disegnatori e coloristi io arriverò certamente secondo, ma non di molto: revisionare (un'altra volta!) tutte le storie, supervisionare i disegnatori, curare di fatto la serie (lavoro che ho svolto per tanti anni in Bonelli e Star Comics, quindi so come va fatto e che impegno comporti) costa tempo e fatica anche a me. Le nuove storie, inoltre, non me le paga Gesù bambino… Certo, il progetto è mio, ma non è che vada ad allettare gli incauti con chissà quali miraggi. Dovrebbe essere tutto chiaro semplicemente seguendo il blog. Almeno spero, non fatemi pure venire dubbi!  Trovo questo modo di discutere su internet abbastanza schizofrenico. Tu fai una proposta su un tuo blog. Nessuno commenta lì, ma la discussione si accende su un altro blog, senza che nessuno ti coinvolga o ti avvisi. Questa totale dispersione delle conversazioni sta diventando sempre più la regola nella blogsfera dei fumetto italiano. O mi sbaglio?  FM: Suppongo che ci siano delle piattaforme che si sono "guadagnate" una visibilità maggiore e quindi attirino le persone che vogliono discutere di dati argomenti… Certo, sarebbe stato corretto o quanto meno "cortese" se qualcuno, magari prima di accodarsi al tifo da stadio, avesse sentito anche l'altra campana, visto che io sono perfettamente raggiungibile e sempre disponibile al dialogo, se interpellato. Però posso riferirmi a questo caso specifico, in linea generale sono impreparato sull'argomento: da ben più di un anno mi sono abbastanza "ritirato" da Internet e dalle discussioni che avvengono in rete… Anzi, essendomi anche preso un anno sabbatico da fiere e convegni, ammetto di essere persino colpevolmente un po' disinformato. Apprendo di certe iniziative o certi casi giusto quando me li segnala qualche amico o collega più attento di me! Passando alle cose serie, ho la precisa sensazione che questo lavoro di ricolorazione e pubblicazione online, sia in massima parte una operazione di promozione verso nuovi editori, che potrebbero essere interessati ad una edizione a colori di Agenzia Incantesimi. Forse anche oltreconfine? Forse qualche francese?  FM: Non nego che mi piacerebbe (forse l'ho anche scritto sul blog!) e che intendo provarci, non fosse altro che per poter poi far arrivare dei soldi a tutti coloro che stanno partecipando o parteciperanno all'iniziativa. Fra l'Italia e l'estero vedo più probabile questa seconda ipotesi (pur sapendo quanto sia difficile piazzare una serie all'estero!), al momento. Vedremo. Hai da pochissimo assunto il ruolo di direttore editoriale delle Edizioni Arcadia (a proposito, auguri). Che bolle in pentola per il 2012?  FM: Ho assunto questo ruolo perché già dalla nascita della casa editrice Maurizio Rosenzweig e io abbiamo fatto da "consulenti" per Mario Taccolini e a un certo punto, anche di fronte a certe difficoltà subentrate (di cui lo stesso Mario ha pubblicamente parlato) ho pensato che un mio maggiore apporto avrebbe potuto essere d'aiuto. Edizioni Arcadia, pur fra mille difficoltà, ha pubblicato materiale interessante (sì, lo so, anche mio!) e promosso validi autori, retribuendoli; sarebbe stato un peccato se questa piccola realtà fosse venuta meno. Il nostro obiettivo, nell'immediato, è quindi tirare su un po' di soldi per poter un giorno riprendere le serie (ovvero, pagare gli autori coinvolti). Per ora, di certo, ci sono altri due volumi della collana "La macchina da scrivere", il volume del 2012 di "Sexy & Chaotic" e un altro volume di illustrazioni di Alessandro Mazzetti. Il resto lo stiamo definendo e non posso dire nulla senza l'autorizzazione di Mario. Dopo Rourke che cosa bolle in pentola per il Federico Memola sceneggiatore? Progetti? Miniserie? Magari un ritorno alla Bonelli?  FM: Al momento sto lavorando regolarmente con Il Giornalino. Inoltre la Planeta DeAgostini ha proprio di recente riconosciuto formalmente che Harry Moon è libero e completamente di mia proprietà, e ammetto che non mi dispiacerebbe affatto riuscire a riproporlo e a concludere almeno quel famigerato ciclo di 12 numeri (di cui ne esistono 5 finiti e pronti per la stampa), almeno per quei lettori che avevano iniziato a seguirlo. Poi ci sono altre cose in ballo, come sempre, ma se ne parlerà il prossimo anno.

Reportage

 

Cara fiera ti scrivo: il punto di vista di Narnia Fumetto

Da organizzatore di manifestazioni, ho cercato di mettere in pratica quello che avevo imparato da espositore e da negoziante. Ed è questo che mi considero, in primis: un libraio, che fa fiere e vende anche su internet PRIMA, un organizzatore di eventi/fiere POI.Per questo, a Narnia Fumetto, è nata l'Artist Alley, allo scopo di riunire in un unico luogo tutti gli autori ospiti della manifestazione (non quelli invitati dai singoli stand), collegando la possibilità di avere uno sketch da collezione all'obbligo di acquisto di un libro. Infatti: chi non è interessato al fumetto di un autore, come può volerne il disegno? Semplice: perché è bello ed è gratuito!Oltretutto: questo da dignità a chi realizza l'albo, che non è un semplice "ritrattista" su commissione, ma sta dedicando una propria opera (che poi lo faccia sull'albo stesso o meno è un dettaglio); da la possibilità all'editore e all'organizzazione di rientrare di parte delle spese (tante, davvero tante!) legate all'ospitalità ed alla gestione dell'autore.Il disegno ha un valore: "regalarlo", senza neanche chiedere l'acquisto di un libro è uno svilire e sminuire il valore del nostro lavoro.Ma, è da espositore ed addetto ai lavori, che mi sento di dire che, al momento, le fiere italiane sono carenti sotto molti punti di vista.Ecco quelle che, per me, sono le priorità.1-Scelta degli stand per gli espositori. I negozianti sono le vere "star" delle manifestazioni. Presenti dappertutto (gli autori, gli editori non sempre ci sono), danno la cifra minima di un evento. Che può rinunciare a tutto, ma necessariamente "parte" dalla mostra mercato!Ad oggi, pochissime fiere (Fumettopoli, Roma Comics, Romics, altre non me ne vengono in mente...) danno la possibilità di scegliersi lo stand, mettendo online delle piantine chiare, indicando regole trasparenti (es: chi prima prenota e prima paga, prima sceglie), facendo partire tutti alla pari. Spesso ci dobbiamo scegliere gli spazi, pagarli, e poi, solo POI, sappiamo esattamente cosa ci viene assegnato. Fa così Lucca Comics, che tra l'altro trattiene l'anticipo se lo spazio non è gradito e ci si rinuncia...Da quest'anno, anche Narnia Fumetto metterà online la piantina degli stand vuoti, dando la possibilità di scelta... Cosa che abbiamo sempre fatto informalmente, tra l'altro.2-Date e rispetto. Quando si sceglie la data di un evento, l'organizzazione ha l'obbligo morale e pratico di verificare di non sovrapporsi ad altri eventi. "Morale", perché chi organizza da prima, chi occupa un determinato fine-settimana, ha la priorità su questo, a prescindere dalla grandezza dell'evento: priorità data dall'anzianità, un valore purtroppo sottovalutato. E dire che basterebbe poco: ci sono vari siti (tipo questo, autorevolissimo!) che elencano le varie manifestazioni.L'obbligo "pratico" deriva dal fatto che, sovrapponendo gli eventi, costringi gli espositori (oltre che il pubblico) a scegliere tra una mostra ed un'altra. E gli espositori, che lo fanno -ricordiamo- per lavoro, possono esser messi in difficoltà dal dover rinunciare ad una manifestazione.3-Dialogo con gli espositori.Se i calciatori scioperano, il campionato si ferma.Se i Tir non vanno, si blocca tutto il traffico.Eppure nessuna fiera tiene conto dei pareri o delle critiche di negozianti, autori ed editori.Ci vorrebbe un bello sciopero, eh?4-Prezzi dei biglietti, prezzi degli stand. Non è il momento per aumentarli.Anzi: potrebbe essere l'occasione per abbassarli: i primi prevedendo abbonamenti o sconti speciali, o convenzioni. I secondi, magari, tagliando gli allestimenti: meno belli, ma più economici...Ed eliminando l'inutile "terzo metro". Se uno stand è profondo tre metri, a nove espositori su dieci il terzo metro di profondità non servirà... ma il costo è comunque più alto di un terzo. Un "4x2" metri è quindi utilizzabile come un "4x3", ma costa oltre il trenta per cento in più.Almeno, dateci la possibilità di scegliere!5-Quanti espositori? Chiarezza. Lo scorso anno ho incassato 100, in una data fiera.L'anno dopo... gli espositori sono il doppio! Forse è per questo che incasso 70 o 80? O 50?E' così difficile capire che, a parità di "torta", se aumentano i commensali, la fetta diventa un "boccone"? Forse non è il caso di puntare ad aumentare il pubblico, aumentando solo gradualmente gli espositori?Per finire: da espositore ho spesso rotto le scatole. Ma ne ho anche pagato le conseguenze, come sa chi mi conosce. E da organizzatore ci ho sempre messo la faccia: Narnia Fumetto è, soprattutto, una fiera a misura di addetto ai lavori. Chi ci segue, lo sa.Quindi, massima è la mia/nostra disponibilità all'ascolto e al cambiamento.

Off Topic

 

Strumenti di giornalismo » Segreto professionale dei giornalisti

Come già anticipato, pubblichiamo un testo su cosa sia il segreto professionale del giornalista e su che basi giuridiche si fondi. Europa Il segreto sulla fonte fiduciaria è salvaguardato dalla Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo. L’articolo 10 («Libertà di espressione») tutela espressamente le fonti dei giornalisti, stabilendo il diritto a ricevere notizie: « Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiere. » (Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.) La Corte europea dei diritti dell'uomo ha ulteriormente rafforzato la tutela delle fonti di carattere fiduciario. Interpretando estensivamente l'art. 10, ha stabilito che tale norma comprenda anche la tutela delle fonti giornalistiche, in virtù dello stretto legame tra diritto di informare e diritto di cercare notizie. Grazie a questa interpretazione estensiva, l'art. 10 della Convenzione garantisce sia il diritto di un individuo alla libertà di espressione sia il diritto della collettività a ricevere informazioni. In tal modo i giudici sopranazionali hanno previsto una tutela più ampia rispetto a quella offerta da ordinamenti giuridici nazionali, tra cui quello italiano, che garantiscono un diritto attivo a fare informazioni, ma non uno passivo a riceverle. Due sentenze della Corte europea hanno fatto giurisprudenza in materia. Sono le sentenze Goodwin (27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito) e Roemen (25 febbraio 2003, Roemen e Schmit c. Lussemburgo, Procedimento n. 51772/99). In esse la Corte ha affermato che il diritto alla protezione delle fonti giornalistiche è da considerarsi strettamente connesso al diritto di ricevere notizie. Inoltre ha stabilito l'illegittimità delle perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei giornalisti, nonché negli studi dei loro avvocati, volte alla ricerca delle fonti confidenziali. Se tale protezione non esistesse, cioè se le fonti confidenziali sapessero che un giudice può ordinare al giornalista di rivelare il loro nome, sarebbero dissuasi dal fornire notizie. Ma ciò sarebbe a detrimento della completezza dell'informazione e, in definitiva, della stessa libertà di stampa. Italia La legge istitutiva dell'Ordine impone al giornalista l'obbligo di tutelare la segretezza delle fonti: « [Giornalisti ed editori] sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse. » (legge professionale n. 69/1963.) La violazione del segreto comporta una sanzione disciplinare (articolo 48 della legge n. 69/1963). I giornalisti italiani devono rifiutarsi di fornire i nomi delle persone dalle quali hanno avuto notizie di carattere fiduciario anche di fronte ai giudici. L'obbligo della segretezza della fonte può essere rimosso soltanto nel caso in cui la rivelazione della fonte si riveli indispensabile ai fini della prova del reato. In questo caso il giudice (mai un pubblico ministero) ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni (articolo 200 del Codice di procedura penale). Solo il giornalista professionista ha la facoltà di opporre al giudice il segreto sulle proprie fonti. I pubblicisti e i praticanti, invece, sono sempre tenuti a rispondere ai giudici sul segreto professionale.
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L'Editoriale » Del giusto salario, e del rivendicazionismo spinto prima di Lucca

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identitycrisisdi Alessandro Bottero

Ebbene alla fine è fatta.

Gli autori vessati, vilipesi, e sfruttati dai ricchi e pasciuti editori (sì, perché miei piccoli lettori, dovete sapere che gli editori che pubblicano fumetti in Italia sono TUTTI ricchissimi, sfruttano gli esordienti, sono bastardi dentro, se ne fottono se un prodotto vende o meno, e la loro UNICA  preoccupazione è avere un fumetto in più nel catalogo) si vedranno a Lucca, in occasione di Lucca Comics & Games 2010 (ne avevamo già parlato qui).

Si parla di un incontro in una sala  del  Museo di Lucca,  (e qui già le cose non mi tornano…ma se il Museo di Lucca e Lucca Comics & Games sono ai ferri corti, mi spiegate come mai questo connubio? ) in cui alcuni autori, presumibilmente radunati con un passaparola, si riuniranno e daranno finalmente via l ibera alle lamentele verso i cattivi editori che sfruttano i giovani autori/esordienti, e non li pagano, e poi vanno in Porsche. Presumibilmente alcuni nomi autorevoli tra  le “mamme protettrici del fumetto” bruceranno in effige gli editori cattivi cattivi, e così gli spiriti di tutti saranno sollevati, e giustizia sarà fatta. A proposito. Anche io sono un autore, avendo scritto storie per Disney,. Premium, Ave, Eura, ed altri…mi chiedo se mi chiameranno.

Ora, al di là della satira applicata a questo rivendicazionismo vetero-sindacale (perché resta sempre valido l’insegnamento del maggio francese “Una risata vi seppellirà”), vediamo di cosa si tratti.

In Italia, attualmente, i fumetti si vendono poco. È un dato di fatto.

Gli autori (sceneggiatori e disegnatori) però dicono “A me non me ne frega nulla, se tu editore non vendi. Io il fumetto l’ho fatto, e tu me lo hai da pagà! E voglio almeno 1.000 euri per un volume da 100 pagine”. E se gli si fa notare che con i venduti attuali è impossibile, una delle risposte è “E a me chemmefrega? Vuoi vendere? Allora SPENDI un sacco di euri in promozione! Però prima caccia i soldi per ME!”.

Morale della favola: l’editore  deve pagare tipografo, autore, spendere per la promozione, e alla fine della giostra, se vende 1.000 copie su mille forse pareggia le spese.

Leggo su vari blog, in particolare lo dice Marco Ficarra, che un piccolo editore avrebbe le vendite assestate sulle 500 copie.

Marco? Ci sei? Mi leggi? Sei un editore? Evidentemente NO, perché dici una cosa che non è vera. Non è vero che la media o la maggioranza dei prodotti italiani, realizzati dai piccoli editori, vendano 500 copie in fumetteria.

Non è vero. E se tu ne sei convinto, sei convinto di una cosa non vera. E tutto il tuo discorso su compensi, quote, aliquote, e mazzi vari, cade fragorosamente.

Il venduto MEDIO di un prodotto italiano nelle fumetterie, da parte di un piccolo editore, sembra che per ora oscilli tra le 100 e le 200 copie.

Non di più.

Per una stampa (se vai in tipografia) che non può essere inferiore alle 800 copie.

Ossia tu editore, con il primo (e spesso unico) ordine nelle fumetterie, non ci ripaghi nemmeno la META’ della spesa della tipografia.

Rischio di impresa? Ok. Mi sta bene. Io VOGLIO pubblicare quella cosa, e accetto il rischio che non si venda.

Ma non capisco perché dovrei essere così masochista da dover dare 1000 euro all’autore, solo perché…perché? Perché ha lavorato? E io che ho fatto? Mi sono grattato il sedere?

L’autore sarà pagato con le royalties, SE il fumetto vende tanto da coprire le spese. Sennò no. Rischio d’impresa io, e rischio di impresa lui.

Con una differenza. Che il piccolo editore il tipografo lo deve pagare, quindi il piccolo editore i soldi li caccia. L’autore non caccia nessun euro.

Io i 3.000 euro più Iva per il Massacratore Remix 3 li devo dare alla tipografia, a prescindere se si venda o meno.

Chiudo.

Per me esiste un unico modo per regolare i rapporti tra autore ed editore: patti chiari fin dal principio, e rispetto dei patti.

Ti dico che ti do mille euro a pagina? Tu accetti? Allora tu mi dai il lavoro, e io ti do mille euro a pagina

TI dico che NON ti do nessun anticipo, e ti pago SOLO con le royalties, se si coprono le spese? Tu accetti? Allora non ti do nessun anticipo, e ti do i soldi se si coprono le spese.

Ti dico che non ti ho possibilità di pagarti, ma lavoro per promuovere il tuo prodotto? Accetti? Allora non ti pago, e lavoro per promuovere il tuo prodotto.

Non esiste nessuna legge per cui l’editore DEBBA dare un salario minimo a tavola. Non esiste.

Esiste una libera contrattazione, e ciascuno è libero di decidere cosa fare, sulla base di patti chiari stabiliti all’inizio.

Voglio lavorare  gratis? Sono libero di farlo, e nessuno ha diritto di dire “rovini il  mercato”.

Io decido in totale autonomia cosa fare e con chi farlo, e le mammine che “proteggono” gli esordienti, farebbero meglio a non parlare di cose che non conoscono.

Quando Ketty Formaggio, colorista, dice:

“-il tuo fumetto pubblicato da Xeditore verrà stampato in una 50 di copie se va di lusso, e lo comprerai solo tu e i tuoi parenti
- Xeditore non ha soldi da spendere con te, figurarsi se spende tempo a correggere i tuoi errori e a migliorati, come farebbe qualsiasi casa editrice pagante con un editing vero, quindi tu esordiente non impari NULLA da questa esperienza
- se l'esordiente va con il suo fumetto pubblicato da Xeditore in mano da una casa editrice seria, la casa editrice seria non terrà in minimo conto quella pubblicazione, perchè sa PERFETTAMENTE che l'esordiente è passato da Xeditore solo per fare numero nel catalogo dei titoli pubblicati.”

Dice tre cose non vere, sicuramente in buona fede, ma diffonde notizie sbagliate, e contribuisce a dare di alcune case editrici un’immagine falsa, e potrei dire anche  vagamente diffamatoria.

Non è vero che i fumetti pubblicati da pinco pallino lo comprano solo i parenti

Non è vero che le case editrici che non pagano NON seguono gli autori

Non è vero che le case editrici “serie” non prendono in considerazione i prodotti stampati da Xeditore.

Stranamente, per Ketty Formaggio intendo, molti dei disegnatori che hanno pubblicato per Cagliostro E-Press, che è anche l’editore di Fumetto d’Autore, ora lavorano per altri editori (che credo Ketty Formaggio etichetterebbe come “seri” visto che con uno di questi editori ci collabora anche lei), PROPRIO in virtù delle cose pubblicate per Cagliostro E-Press.

MA non ditelo a Ketty Formaggio, sennò il suo castello teorico crolla miseramente….

Ora vado, devo andare a fare una nuotata nella piscina olimpica che mi sono costruito sfruttando gli autori esordienti…..

Comments

avatar Ricky
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Il mondo del fumetto italiano non-Bonelli è arrivato ad un bivio: o cambia o chiude. In questo momento, la crisi tocca un po' tutti. I grandi, oggi molto meno grandi, riescono ancora a tirare avanti, i piccoli, oggi microscopici editori, sono alla canna del gas. Se riescono a piazzare nelle fumetterie almeno 200 copie è già un miracolo. Il problema è che anche tante fumetterie sono alla canna del gas. E senza questi negozi, i microeditori sarebbero cancellati dalla faccia della Terra in un batter d'occhio. Per ogni microeditore che si rispetti, ci sono anche tantissimi autori (o forse microautori) in cerca di fortuna. Il discorso del direttore Bottero ha molto senso. Rischiano tutti. Rischia l'editore che investe. Rischia l'autore che, se l'editore non vende, neppure lui guadagna. E' un discorso di accordi precedenti: del tipo, questi sono i patti, ti sta bene? Il problema è che qualcuno non lo vuole capire. In questo contesto, c'è di positivo che, assisteremo ad una selezione naturale: i buoni e fortunati andranno avanti e, se baciati dalla fortuna, lavoreranno per grandi editori, che in questo momento sono Bonelli, Disney, Aurea e Planeta (se l'esperimento Harry Moon andrà bene). Tutti gli altri sono piccoli editori cui piace trastullarsi nel pensiero di essere grandi e a cui, ogni tanto, piace investire in qualche serie italiana (o miniserie, perchè il mercato oggi recepisce solo queste) in cui qualche giovane autore riesce a segnalarsi, nella speranza di lavorare per la Bonelli. Ma il gioco riesce in poche occasioni. E ormai anche i microeditori cui piace investire in serie italiane, hanno capito che è meglio lavorare con qualcuno che ha già esprienza nel settore. Questo significa che è la fine di tutte le aspirazioni dei giovani che vogliono lanciarsi? No, solo che devono capire che è una strada difficile e ancora più difficile in questo momento. Ma lo era anche ieri. La cosa importante è che ai lettori siano offerti buoni prodotti (e non pessimi prodotti osannati sui forum, sostenuti da admin addetti ai lavori compiacenti, ma di scadentissimo valore).
avatar contedicagliostro
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'Sta storia dei microeditori che devono sparire, non la condivido proprio. La microeditoria c'è sempre stata in qualsiasi settore e ci sarà sempre. Produce anche cose e autori interessanti e non nuoce a nessuno, soprattutto perchè è di nicchia e qui parliamo di nicchie dentro il fumetto che è a sua volta un genere di nicchia. Il problema si pone perchè invece si imputano ai microeditori i colpe che andrebbero imputate ai grandi editori. Mi spiego meglio. Perchè tutti a fare liste di proscrizione verso con i piccoli editori, ma nessuno che si indigna perchè i grandi gruppi editoriali hanno fatto soldi a palate con gli allegati editoriali e non hanno mai speso un centesimo di questi introiti per produrre un fumetto inedito invece che proporre sempre ristampe (Hugo Pratt ci sta uscendo dalle orecchie... non se ne può più e la buonanima mi perdoni se dico ciò...)?
avatar Ricky
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Io, invece, non condivido il discorso del "fumetto di nicchia". In questo momento, mi pare che il problema principale del mercato sia rappresentato da una contrazione della domanda, specie in termini di potere di acquisto. In una congiuntura sfortunata si dovrebbe fare di tutto per allargare il parco di possibili fruitori di un prodotto e non rinchiudersi in ghetti (come le fumetterie).
Ogni serie che finisce nelle mani di un micro-editore viene sottratta alla possibilità della grande distribuzione. Il mondo del fumetto subisce un evidente pregiudizio da questo meccanismo perverso, soprattutto sul piano della diversità della domanda. E più si va avanti, più questa tendenza conosce una accentuazione. O, almeno, così è stato finora: con la crisi delle fumetterie, si avvicina anche la fine della micro-editoria, incapace, per evidenti mancanze di risorse economiche e finanziarie, di potersi permettere la distribuzione da edicola. In casi del genere, si dovrebbero unire le forze, ma il mondo del fumetto non-Bonelli è un piccolo mondo dilaniato da invidie e odi personali. Il mercato è concorrenziale per questo motivo. Sopravvivono solo i più forti e quelli che propongono e hanno la forza economica di proporre e attuare idee e strategie innovative. Con gli anni, alcuni micro-editori sono cresciuti ed oggi sono divenuti editori di medie dimensioni. Altri, non hanno imparato la lezione e si avviano a scomparire. Allo stesso modo, non comprendo le perplessità sulla politica dei grandi editori, come se fosse proibito uscire con continue ristampe. Gli editori devono fare utili per poter andare avanti e, se in questo momento, si conosce una accentuazione delle ristampe, significa che il mercato chiede questo tipo di prodotto.
Se, invece, il mercato chiedesse prodotti innovativi, state pur certi che arriverebbero a bizzeffe. Ai grandi editori si può rimproverare di investire poco nella innovazione e nella promozione e di concentrare le loro energie su titoli e serie dal successo consolidato. Ma tant'è. I grandi editori possono permettersi gli allegati editoriali? Ben venga. I micro-editori non possono permettersi di fare questo? Peggio per loro. O si uniscono o escono dal mercato. Non ci sono vie di mezzo. Il mercato vive e si autoalimenta con regole precise, tendenti alla massimizzazione del profitto. E questo vale per tutti i mercati. Mettere in discussione questo principio, significa mettere in discussione l'intero sistema dell'economia di mercato. Per tal motivo, ricollegandomi al discorso dell'articolo, è più semplice che un autore giovane cerchi di segnalarsi ai grandi editori e guadagnare, piuttosto che proporsi ai micro-editori e non guadagnare. Questo non è semplice e solo pochi e i più bravi vi riescono.
avatar ElVis
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Ciao Alessandro, forse ti ricordi di me, abbiamo scambiato un po' di mail qualche anno fa.
Seguo con interesse FdA e premetto che su alcune cose sono d'accordo col post. Ad esempio quando dici che quando le parti prendono un accordo, quello vale. Certo va detto che un esordiente è un soggetto "debole" quindi più facilmente malleabile, ma il mercato è mercato e il discorso ci sta.
Sono anche d'accordo quando dici che non bisogna demonizzare quelli che lavorano con piccoli editori solo a percentuale perché vogliono esordire. Sarebbe discutibile se fosse un editore consolidato ad offrire cifre ridicole o peggio ancora nulla (cosa che in altri settori che frequento più spesso, invece, pare che accada). Comunque, la famosa "gavetta" è anche questo, lavorare per poco per iniziare a farsi le ossa. Quindi diciamo pure che ci sto a dire che l'autore esordiente può assumersi un "rischio"...
Non mi voglio impelagare in questioni "sindacali" che però si potrebbero e si dovrebbero sollevare. Ad esempio si potrebbe dire che se esistesse un minimo sindacale a tavola, un soggetto x che non può permetterselo automaticamente sarebbe tagliato fuori dal mercato, proprio perchè non avrebbe i requisiti minimi per essere un "editore". Comunque ok, non c'è un minimo contrattuale nazionale (se non sbaglio), quindi è un discorso abbastanza sterile.
Però voglio specificare una cosa, che nasce da una piccola esperienza personale. Magari vado "fuori tema" ma credo che sia utile chiarire un punto. Non credo che il lavoro di editore sia solo quello di sborsare soldi ad un tipografo. Non può limitarsi a quello. Ci deve essere una cura, per l'appunto, editoriale nel confezionare il prodotto, una linea, un target. Non solo. Un editore dovrebbe provare in tutti i modi a promuovere il proprio prodotto, altrimenti che lo pubblica a fare? Ecco, il lavoro di un editore per me è anche questo: saper comunicare, diffondere il proprio prodotto e saperlo vendere, se non addirittura saperlo imporre sul mercato. E questo discorso dovrebbe valere per tutti i propri autori in scuderia, esordienti e meno. Anzi, più un editore riesce a imporre un esordiente, meglio sa fare il proprio lavoro. A pubblicizzare una graphic novel di Alan Moore o Warren Ellis che cavolo ci vuole?
Ecco, quello che mi rattrista, Alessandro, è che nell'editoria piccola a fumetti capita che a volte, invece, sia tutto rimesso al caso e alla fortuna. Ti pubblico ma poi sei TU autore esordiente che devi trovarti le librerie disposte a presentarti. Non solo ma le devi trovare anche disposte a prendere il libro dal distributore E NON direttamente dalla casa editrice con un po' di sconto. Non solo ma deve essere SOLO la libreria a sobbarcarsi eventuali spese di trasferta degli autori. E poi se vuoi venire a promuovere il libro alle fiere sei TU autore esordiente che ti paghi TUTTE le spese di trasferta (qui il famoso "rischio" condiviso dove sta in questo caso ad esempio?). Beh, mi pare un po' troppo...
Ecco, diciamo che chi latita sia in fase di realizzazione, che soprattutto in fase di promozione, per me non fa propriamente il lavoro di editore. Magari la vedo male, ma per me chi afferma che "non può avere la stessa cura per tutti i titoli della propria scuderia" non lavora bene. Anzi, per quel titolo per cui non ha la stessa cura per me non lavora affatto.
Per cui, io non ci sarò a Lucca. Non sono un assiduo frequentatore di mostre e nel settore sono abbastanza un outsider. Non sarò presente a discutere della situazione e mi sono permesso di lasciare qui attraverso il tuo sito la mia testimonianza e il mio punto di vista.
Però credo che gli editori potrebbero (anzi dovrebbero) "ascoltare" le cose che si diranno, senza demonizzare certe iniziative. E poi "discuterne" in modo limpido, magari con dei dati alla mano.
Magari si trova un punto di incontro o magari ci si manda affanculo. Ma almeno qualcosa si cerca di fare... tanto siamo tutti sulla stessa barca.

Un saluto,
LV
avatar VaL
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ho letto da qualche parte che si dà spazio , sbagliando..dicono, a disegnatori che non dovrebbero essere pubblicati, e che cio' nuoce al fumetto.
ma se non si fa gavetta e non si impara anche dagli errori, come si migliora sè stessi? eh no...dicono..mettiti il cuore in pace e vai a fare altri mestieri perchè non ne sei in grado e mai lo sarai...
io lo chiamo uccidere una passione e, perchè no, un sogno.
avatar VaL
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io conosco i miei limiti, ma perchè non devo provare a superarli? solo per lasciare spazio ai soliti? perchè dovrei arrendermi, chi stabilisce se e quali potenzialità posso avere? esiste un mercato ed alla lunga il valore o meno verrà fuori, se la qualità c'è lo decide il mercato e non gli addetti ai lavori ipercritici e forumisti vari.

esiste la libertà o no?
avatar Koshiatar
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Il problema di questo articolo è che non tiene conto del fatto che anche il fumettista medio deve mangiare qualcosa se vuol avere la forza di prendere la matita in mano.
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